L’intelligenza artificiale (o, più brevemente, IA), sebbene per alcuni sia ancora fantascienza, è in realtà totalmente pervasiva della nostra realtà quotidiana e la incontriamo, a volte inconsapevolmente, nelle nostre attività più comuni. A molti capita di usare sistemi di interazione vocale, sia sullo smartphone che con Pc, o apparecchi indipendenti oppure traduttori automatici o i comuni software basati su Large Language Model, tutti accumunati dall’uso di intelligenza artificiale: vuoi per il riconoscimento vocale, vuoi per adattare le risposte o le traduzioni alla migliore soluzione in linguaggio naturale.
Già sono esistenti sistemi di riconoscimento facciale in aeroporti o stazioni, che in alcuni casi sostituiscono i documenti di riconoscimento; oppure pensiamo ai sistemi software delle automobili, dei treni e degli aeroplani, che si occupano di assistenza alla guida. Infine, consideriamo i comuni elettrodomestici per la pulizia della casa, come i robot automatici, o gli strumenti per la gestione della domotica. In tutti questi casi l’intelligenza artificiale è sempre più presente nelle nostre vite.
Sarebbe più appropriato parlare di Intelligenze Artificiali, al plurale, comprendendo la IA generativa e quella ipotetica che viene chiamata intelligenza artificiale generale (AGI) e che, nelle intenzioni degli sviluppatori, dovrebbe superare le capacità cognitive umane. Si è appena concluso a Las Vegas il CES (Consumer Electronic Show 2026), dove sono stati mostrati al pubblico robot umanoidi dotati di sensori, gestiti da IA sia a livello motorio che per le funzioni cui sono dedicati.
In sintesi, secondo una definizione della UE, “l’intelligenza artificiale è l’abilità di una macchina di mostrare capacità umane quali il ragionamento, l’apprendimento, la pianificazione e la creatività”. Più recentemente, ai fini della emanazione dello “Artificial Intelligence Act (Regulation (EU) 2024/1689) la IA è stata definita “un sistema automatizzato progettato per funzionare con livelli di autonomia variabili e che può presentare adattabilità dopo la diffusione e che, per obiettivi espliciti o impliciti, deduce dall’input che riceve come generare output quali previsioni, contenuti, raccomandazioni o decisioni che possono influenzare ambienti fisici o virtuali”. L’esigenza di una regolamentazione delle attività connesse con l’IA deriva evidentemente dalle enormi potenzialità offerte, che hanno imposto la valutazione delle implicazioni etiche dando luogo alla nascita di una disciplina a sé stante. Ci occuperemo qui delle questioni sollevate dall’uso generale di chatbot, e non degli algoritmi complessi utilizzati in applicazioni industriali o come supporto alla ricerca, che comunque sono operati da esperti.
La domanda che ci dobbiamo porre è, quindi, non se usare le AI oppure no, ma come usarle ed essere consapevoli di utilizzarle nel modo più appropriato. Giovanna Barigozzi, professoressa Ordinaria di Macchine e Sistemi per l’Energia e l’Ambiente presso il Dipartimento di Ingegneria e Scienze Applicate dell’Università degli Studi di Bergamo, conclude un suo intervento su “Intelligenza artificiale e università: verso una nuova cultura della conoscenza” comparso sul numero di novembre del bollettino della Società Italiana di Fisica[1], affermando: “La sfida dell’intelligenza artificiale non è soltanto tecnologica, ma profondamente culturale ed etica. L’università del futuro deve diventare un laboratorio di sperimentazione sociale e intellettuale, capace di formare cittadini digitali consapevoli, in grado di usare l’IA non come sostituto del pensiero, ma come strumento per amplificarne la profondità, la responsabilità e la creatività.”
D’altra parte, l’OCSE, sottolinea[2] che informazioni chiare e affidabili sulle sue vere capacità rimangono sorprendentemente assenti, mentre un Osservatorio dell’UNESCO[3] cita un sondaggio secondo il quale sondaggio l’89% degli stessi professionisti di machine learning riscontra vulnerabilità significative, tra cui la generazione di contenuti falsi, dannosi o viziati da pregiudizi.
La cosiddetta IA non può che riprodurre fedelmente vizi e virtù della marea di roba, parte buona parte spazzatura, che noi umani abbiamo messo sul WEB. Non a caso tutti i processi decisionali affidati all’IA nella società attuale soffrono delle stesse discriminazioni di cui soffre l’attività umana, ed il loro uso indiscriminato ci sta portando inesorabilmente alla dittatura della sorveglianza. Si potrebbe dire che le IA sono affette da un “bias cognitivo globale”: a ciascuno di noi propinano proprio quello che vorremmo sentirci dire, perché confermano i nostri pregiudizi, e ci rinchiudono in una bolla dalla quale è difficile uscire. La storia – ed in particolare la storia della scienza – insegna invece che qualsiasi progresso ha origine da idee rivoluzionarie, molto lontane dalla normalità. In statistica, la distribuzione normale è quella curva a campana in cui la maggior parte dei dati si ammucchiano intorno alla media (la “norma”, appunto) lasciando alle “code” un ruolo quantitativamente marginale, ma qualitativamente di una grande potenza innovativa. Le IA operano proprio su base statistica e non possono insegnarci niente di realmente nuovo. In definitiva, come ha osservato il premio Nobel Giorgio Parisi, si tratta di “un enorme riassunto di quanto c’è sulla rete”, o – parafrasando il fisico Carlo Rovelli – “la IA è una tecnologia estremamente utile, come le lavatrici. Avrà un effetto sul mercato del lavoro e sulla nostra vita quotidiana, come le lavatrici. E bisogna stare attenti a usarla bene, senza prenderci una scossa, come le lavatrici.”
Lo schema riportato a fianco[4] riassume in maniera molto efficace le ragioni per le quali non andrebbero sottovalutati i rischi che comporta un uso generalizzato e inconsapevole dell’IA:


si tratta di una enorme amplificazione dell’effetto che tutti abbiamo sperimentato, negli ultimi anni, ogni volta che abbiamo cercato in rete, su qualche motore di ricerca, informazioni su un prodotto, un documento o su qualche linea di pensiero. Veniamo immediatamente “profilati”, viene cioè costruito da qualche algoritmo uno schema di ciò che ci piace, ci interessa e che pensiamo e, da allora in poi, ci vengono continuamente proposte notizie ed idee coerenti con questo schema e, a maggior ragione se siamo utenti di “qualche social”, rischiamo di essere in contatto virtuale solo con prodotti ed individui simili a noi, impedendoci di sperimentare la vertigine benefica del contatto con il “diverso” e del fruttuoso confronto con fatti ed idee diversi dai nostri, o addirittura con nostri “avversari”. L’effetto, naturalmente, non può che essere quello riassunto nel secondo schema qui riportato, anch’esso dovuto al dataroom del Corriere della Sera4. Ma non si tratta solo di quello che è stato chiamato il deskilling; non è solo quello che è avvenuto quando abbiamo disimparato a fare le radici quadrate a mano, dopo la comparsa delle calcolatrici. Quanto a questo effetto è giusto quello che osservano alcuni: questo vantaggio è largamente superato dal fatto che facciamo molto più
presto se usiamo la calcolatrice. Non si tratta solo del pericolo che prendiamo per buone le informazioni che fanno parte della quota di errori che la natura puramente statistica dell’IA necessariamente ci fornirà: a questo può supplire un controllo umano, che però dovrà imparare ad essere al passo con la velocità della macchina. Il problema è che coloro che subiranno il subdolo restringimento cognitivo ed il calo del pensiero critico riscontrati dalle ricerche del MIT e nel Regno Unito, non saranno soltanto gli sprovveduti.
Va benissimo usare la IA come ausilio per la propria attività: io per esempio la uso per avere una lista degli articoli comparsi in letteratura su un argomento che sto per affrontare in un progetto di ricerca, e mi fa risparmiare molto tempo quando scrivo la bibliografia dell’articolo da sottomettere alla rivista, ma non cerco di farmi suggerire le soluzioni dei problemi che affronto, né tanto meno cerco di capire come funziona e che cosa può fare l’AI semplicemente dialogando con ChatGpt: sarebbe come pretendere di imparare come funziona l’elettronica alla base del funzionamento di un apparecchio radio semplicemente usandolo per ascoltare della musica.
Le IA operano seguendo algoritmi predeterminati e non hanno esperienze soggettive. Io non credo che se si riuscisse a costruire una rete neurale artificiale abbastanza complessa e sofisticata, essa potrebbe, in teoria, sviluppare una forma di coscienza o autoconsapevolezza. Anche le IA più avanzate, come quelle basate su reti neurali profonde, sono capaci di eseguire compiti che normalmente richiederebbero intelligenza umana, ma non possiedono la consapevolezza di sé o delle proprie azioni. Per questo motivo sono scorrette, quasi al limite della frode intellettuale, affermazioni del tipo: “l’IA ha prodotto un vaccino …”. Il modo corretto di dire sarebbe: servendosi di computer molto potenti e di algoritmi molto sofisticati le conoscenze acquisite dalla intelligenza umana hanno consentito di produrre …”.
Non dobbiamo comunque trascurare che anche se le ricadute delle applicazioni delle IA saranno probabilmente importanti – i servizi potrebbero diventare più economici, alcuni beni di consumo più accessibili, alcune gravi malattie sarebbero curabili – le disuguaglianze di reddito, di ricchezza e di conoscenza, invece di ridursi, si allargherebbero fino ad assumere dimensioni incolmabili: una piccolissima minoranza di proprietari dell’IA acquisisce incalcolabili ricchezze e poteri, mentre miliardi di persone lottano con la miseria.
In definitiva i software di IA sono già oggi, indipendentemente dagli ulteriori sviluppi futuri, un potentissimo attrezzo a disposizione di svariate sfere di attività e di ricerca, ed in mano ai rispettivi esperti produrranno risultati straordinari per l’avanzamento della conoscenza del mondo che ci circonda e, quindi, del benessere dell’umanità. D’altra parte la loro mitizzazione, che sembra essere la cifra prevalente di ciò che ne pensa l’opinione pubblica, non fa altro che aumentare la fondata preoccupazione che un loro uso improprio faccia prevalere le ricadute negative sulle pur prodigiose realizzazioni.
