GAZA RESORT

Viviamo giorni terribili: le immagini che vediamo tutti i giorni scuotono la nostra coscienza. Siamo dilaniati dalla pietà per le atroci sofferenze inflitte alle vittime e dall’orrore per la abominevole ferocia dei carnefici. Questo moto dell’animo è indipendente dal colore della pelle e dal colore politico delle popolazioni coinvolte, e riguarda entrambe le parti in ciascuno dei cinquanta e più conflitti della “guerra mondiale a pezzi” che devasta il nostro pianeta. Abbiamo così la stessa pietà verso gli Ucraini colpiti dai droni russi che verso i Russi inviati al macello, e lo stesso orrore per il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023 che per la carneficina dei Palestinesi che ha luogo da due anni. Ci ricordiamo poi, però, di quello di cui ci ha avvertiti Primo Levi[1]: “A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager”. E allora ci rendiamo conto che non basta la sincera avversione alla barbarie della guerra per fermarla, che serve una reazione non violenta, ma decisa, contro il dispregio per la dignità umana, quale è quello raffigurato dal raccapricciante confronto tra le due immagini di apertura; che dobbiamo prendere una posizione netta per indicare a chi ci governa la direzione da prendere per trasformare la nostra indignazione in atti concreti per imporre il rispetto del diritto internazionale; che se non reagiamo rischiamo di finire per essere complici.

Proprio in questi giorni ricorre il secondo anniversario del vile attacco di Hamas ai kibbutz di Ofakim, Beeri, Nirim: come ci ricorda il prof. Mario Di Giovanni[2] sulla sua pagina Facebook “da Gaza i terroristi palestinesi entrano senza ostacoli in territorio israeliano: il bilancio è di 1200 morti e 251 rapiti, tra cui 30 bambini. Dopo lo choc iniziale, la reazione del governo Netanyahu è stata spietata e follemente sproporzionata: Gaza è oggi di fatto rasa al suolo, con oltre il 90% di palazzi, scuole e ospedali distrutto o danneggiato, mentre i morti calcolati dalle autorità sanitarie locali sono quasi sessantasettemila, di cui ventimila minori. Ma dopo due anni è lecito chiedersi: l’esercito di Israele e i servizi segreti israeliani, noti in tutto il mondo per la loro efficienza, ignoravano i piani di Hamas per il 7 ottobre, preparati da tempo alle porte di Israele? E se c’è invece chi sapeva e potrebbe essere responsabile, perché non è stato sospeso, coperto dal governo israeliano?” D’altra parte, è vero che Hamas ha ricevuto per anni lauti finanziamenti dal Qatar, con l’approvazione di Israele che, come avrebbe dichiarato[3] Netanyahu, si “era così comprato la tranquillità”? Come ha affermato il cancelliere tedesco Merz[4], Israele sta facendo per noi il lavoro sporco? Certamente non in nostro nome, non in nome dei milioni di persone che, in Italia e nel resto del mondo, hanno manifestato nelle piazze il loro orrore per il massacro in atto (sia esso o meno definibile genocidio) e il loro appoggio a coloro che hanno sfidato la prepotenza del governo israeliano per portare aiuti umanitari e per mettere a nudo la complice ignavia dei governi occidentali, e non solo, riluttanti a mettere in pericolo i loro grassi affari reagendo come avrebbero dovuto.

Il governo israeliano sta affamando il popolo palestinese – e affamare in questo caso non vuol dire soltanto la truffa della Gaza Humanitarian Foundation, ma anche la metodica e meticolosa distruzione non solo delle abitazioni, ma anche di tutte le risorse naturali – commettendo, oltre al genocidio, un ecocidio le cui conseguenze dureranno a lungo. Si tratta “solo” di una reazione “sproporzionata” alla mattanza del 7 ottobre, come dopo due anni di silenzio, con grande sforzo, è riuscita a dichiarare la Presidente del Consiglio italiana nel suo discorso all’assemblea dell’ONU?

Il tema della reazione proporzionata rischia di riportarci ai tempi di Rachel Corrie, la pacifista americana cui il bulldozer che voleva fermare a Rafah è passato deliberatamente sopra nel 2003, con gli attacchi dei coloni in Cisgiordania, le uccisioni e gli arresti illegali, le espropriazioni e gli abbattimenti di interi villaggi, tutte azioni quintuplicate dopo la firma degli accordi di Oslo del 1993. da parte di Rabin e Arafat.

Adesso siamo tutti col fiato sospeso, in attesa della approvazione del piano di “pace” di Trump che Daniel Levy, ex negoziatore israeliano durante gli accordi di Oslo, ha definito non un tentativo di pace, bensì un “manifesto coloniale nel pieno senso del termine”. Nonostante si tratti di “un’imposizione unilaterale mascherata da soluzione diplomatica che non nasce da un dialogo, non riconosce l’uguaglianza tra le due parti in causa e soprattutto ignora il diritto internazionale”, una sua approvazione potrebbe comunque interrompere l’incubo della carneficina in corso. Non sappiamo ancora se il ‘cessate il fuoco’ appena approvato come primo passo del piano di Trump potrà diventare più o meno una ‘pace coloniale’ nel tempo, nei giorni successivi o mesi, e non sappiamo a quali condizioni di fatto concrete. Pensiamo ad esempio al problema del rilascio dei corpi degli ostaggi morti mentre Gaza è ancora occupata dall’esercito israeliano, e alla contemporanea fuoriuscita dei palestinesi detenuti nelle carceri israeliane o alla smilitarizzazione di Hamas. Tutto è in questo momento in fieri e gli esiti finali non sono facilmente prevedibili data l’instabilità cronica di Trump e l’isolamento quasi totale in cui si ritrova Israele.

Se è vero che il giorno dell’approvazione del piano Trump ha telefonato a Netanyahu e gli ha detto: ‘Israele non può combattere contro il mondo’, e che Netanyahu gli ha risposto: ‘sì, lo capisco’, possiamo dire che senza la pressione della piazza a livello internazionale le cose non sarebbero andate così. La pressione non deve quindi diminuire perché dopo il “primo passo” (la notte scorsa i prigionieri israeliani ancora vivi sono stati liberati) sia seguito da atti più rispettosi dei diritti umani di tutte le popolazioni rispetto a quelli previsti nel “piano di pace”. Vigiliamo quindi tutti che il “comitato tecnocratico di palestinesi ed esperti internazionali”, attualmente previsto, si trasformi in un processo che restituisca alle popolazioni locali il diritto all’autodeterminazione; che il ritiro dell’esercito di occupazione avvenga in tempi certi e con modalità concordate; che le razzie dei coloni nei territori occupati siano impedite dalle forze militari israeliane e non incoraggiate come è avvenuto finora; che ai ministri criminali Ben Gvir e Smotrich venga impedito di far approvare il piano per la costruzione di circa 3.400 abitazioni nel corridoio E1 al fine di  «seppellire l’idea dello Stato Palestinese con tutti i palestinesi», come quest’ultimo ha dichiarato. Continuiamo insomma la nostra azione di sentinelle democratiche indicando, con la nostra presenza, che pretendiamo da chi ci governa che rappresenti nel consesso internazionale il nostro sentire e non i propri interessi.

PS Ieri è stato firmato l’accordo di Sharm el Sheikh: ancora Mario Di Giovanni ci ricorda[5] quanto “l’accordo appena firmato (assenti Israele e Hamas) è pieno di non detti e conseguenti incertezze sul futuro di Gaza e dei Palestinesi ….  Trump dichiara: ‘I am veri proud’, ma anche noi dobbiamo essere ‘orgogliosi’. Una nuova generazione di giovani e un vasto movimento di milioni di persone è sceso in piazza in mezzo mondo e poi in mare con le flotille, chiedendo il cessate il fuoco, la liberazione degli ostaggi e dei prigionieri, cibo e soccorsi medici alla popolazione gazawa allo stremo. Le manifestazioni, è bene ricordarlo, sono iniziate proprio negli USA di Trump che le ha represse violentemente arrivando a sanzionare le università sedi della protesta. Mi auguro invece che questo grande movimento e sventolio delle bandiere-ragioni palestinesi per terra e per mare sia tenuto in vita e curato oggi più che mai: esso ha avuto un peso su questo primo accordo e ha influito sul riconoscimento dello Stato di Palestina da parte della Francia e della Gran Bretagna e infine sulla decisione di Trump di condizionare Netanyahu. Quel riconoscimento negato dal governo italiano che, con la sua “sproporzionata” complicità, non ha mai pensato di sanzionare Tel Aviv, né di sospendere almeo i trattati militari, mantenendo in vita commerci di armi e di materiali pericolosamente dual use. E ora chi ricostruisce i Palestinesi? Chi spiega ad una generazione per due anni abbandonata, affamata e in fuga tra le macerie sotto il cielo nero di Gaza, che la vendetta non è la risposta?”


[1] P. Levi, Se questo è un uomo. ed. Mondadori, 2019

[2] M. Di Giovanni, fb 7/10/2025

[3] Y. Carmon, Corriere della Sera, 2 Novembre 2023

[4] F. Merz, intervista a ZDF al G7 in Canada

[5] M. Di Giovanni, fb 13/10/2025