VERSO UN NUOVO (DIS)ORDINE MONDIALE?

In un articolo pubblicato sul numero di Settembre del “Bulletin of Atomic Scientists”, a firma di R. Orttung et al (Le conseguenze sul clima del riallineamento globale USA-Russia), compare una gustosa “riedizione” della foto dei leader delle grandi potenze mondiali alla conferenza di Yalta del 1945, realizzata da Thomas Gaulkin. Da quella conferenza scaturì l’assetto geopolitico del Pianeta, che ha visto confrontarsi le due superpotenze, USA e URSS in un equilibrio precario basato sulla deterrenza, legata al possesso di enormi arsenali nucleari (la guerra fredda). Dopo la caduta del muro di Berlino, il bilateralismo imperfetto tra gli Stati Uniti e la Russia di Putin a tratti è somigliato più ad un unilateralismo selvaggio, da una parte e dall’altra. Sembra oggi, dopo la seconda elezione di Trump, che questo equilibrio sia ulteriormente minacciato, e gli studiosi di geopolitica parlano di transizione “dal mondo delle regole alla guerra della giungla” (Lucio Caracciolo, Festival di Limes) e aggiornano le cartine di “Caoslandia” (Laura Canali).

Il cittadino medio, di fronte a questo ordine del caos è frastornato: da un lato non abbiamo gli elementi conoscitivi che ci permettano di orientarci e dall’altro ci rendiamo conto dell’impatto che ha sulle nostre vite l’assetto geopolitico mondiale. Cerchiamo quindi di riassumere alcuni punti, partendo dalla affermazione, che spesso viene evocata, che l’Europa ha goduto, dopo la seconda guerra mondiale, di 80 anni di pace. In realtà, anche trascurando i conflitti avvenuti oltre cortina prima della caduta del muro di Berlino, gli anni ’90 del secolo scorso sono stati caratterizzati dalle guerre della ex-Jugoslavia, con la orribile strage di Srebrenica, culminata con i bombardamenti in Serbia e in Kosovo da parte della NATO, senza mandato dell’ONU.

È lecito quindi domandarsi: l’ordine precedente era veramente Il mondo delle regole? O forse, piuttosto, la rudezza di Trump ha solo reso più visibile il mancato rispetto delle regole? Certamente oggi il mondo deve affrontare sfide globali, come la crisi climatica, gli arsenali nucleari, le tecnologie impattanti, le applicazioni dell’intelligenza artificiale generativa nei sistemi di sorveglianza digitale, le migrazioni di intere popolazioni, per non parlare delle scandalose disuguaglianze di reddito, di ricchezza e di conoscenza all’interno dei Paesi e fra di essi. Tutto questo richiederebbe, ancor più che in passato, un approccio planetario governato da un modello multilaterale. Al contrario, stiamo assistendo ad un progressivo svuotamento dell’autorità delle organizzazioni internazionali invece che ad una partecipazione “dal basso” alla gestione delle risorse ed al loro impiego sostenibile. In altre parole, per citare David Van Reybrouck, “abbiamo bisogno di spazi in cui il mondo possa parlare dei problemi del mondo”.

Negli ultimi decenni il bipolarismo/unipolarismo dominante ha visto da una parte il cosiddetto Occidente che, a dispetto della carta geografica, comprende USA, Europa, Giappone e Australia: si tratta quindi di un’area geopolitica non accomunata da profonde radici culturali ma da interessi strategici, anche se nel nostro Paese le nuove linee guida sulla revisione dei programmi scolastici prevedono un rafforzamento dello studio delle radici culturali dell’occidente. In realtà, come ci ricorda Franco Cardini, “la nostra tecnologia ha conquistato e piegato il mondo, ma è successo perché eravamo andati a scuola dai musulmani, come loro erano andati a scuola dagli antichi greci”. Adesso il paese leader del blocco occidentale, che con la sua potenza militare e tecnologica ha da tempo esteso il suo protettorato sugli altri, nella ossessiva competizione con la potenza emergente (di fatto già emersa, la Cina), tenta di assicurarsi il predominio tecnologico e in particolare nel settore dell’intelligenza artificiale. Ciò però richiede, oltre ai preziosi elementi necessari per la realizzazione dell’hardware dei cosiddetti “data center” (impropriamente definiti tutti Terre rare), lo sviluppo e l’applicazione di software generativi per l’apprendimento delle macchine negli stessi centri di trattamento dei dati che divorano enormi quantità di energia e di acqua, da cui l’interesse per la Groenlandia (peraltro già largamente colonizzata durante il periodo del mondo delle regole) e più in generale per il controllo dell’Artico. Purtroppo anche in questa occasione, come in molte altre nella storia dell’umanità, la fase di declino della potenza dominante determina lo scatenarsi di conflitti, con lo spettro della catastrofe nucleare sempre più vicino.

In questo quadro, l’Europa continua a non svolgere all’interno dell’«Occidente» il ruolo di portatrice di cultura e di valori, comportandosi piuttosto da provincia dell’impero, per di più divisa al suo interno. In particolare, dopo il crollo del blocco sovietico, non ha saputo indirizzare i rapporti tra vincitori e vinti nella direzione di una distensione internazionale e di un tentativo di creare quella che Gorbaciov chiamava una Casa Comune europea (M. Gorbaciov, Perestrojka, Mondadori 1987), o il Villaggio aperto vagheggiato da Delors. Un’Europa (ed in essa un’Italia) completamente diversa che davvero si fosse sforzata di promuovere la pace, i diritti umani, una distribuzione più giusta delle risorse e la salvaguardia del pianeta avrebbe potuto riacquistare un ruolo geopolitico non trascurabile in un mondo multipolare. Il risultato, invece, è che oggi stiamo rinunciando al “Green Deal” in favore del “ReArm Europe”.

Nel frattempo, la vecchia Via della Seta si riorganizza, e tenta di assumere di nuovo il ruolo che ebbe 7-8 secoli fa: come ci ricorda Pino Arlacchi (Il Fatto Quotidiano, 5/9/2025), “la Via della seta non era solo una rotta commerciale, ma l’arteria di una connessione che permetteva alle idee, alle tecnologie e alle culture di fluire attraverso il continente più vasto del pianeta”. La Cina si pone alla guida di un sistema multipolare che proprio nelle scorse settimane ha battuto un colpo nel meeting della Shanghai Cooperation Organization (SCO), che raccoglie i paesi euroasiatici. Sono già molti anni che la Cina registra crescite economiche annuali da capogiro, certamente anche grazie al controllo che il regime opera in maniera asfissiante e sul basso costo del lavoro. E’ però anche vero che il sistema produttivo, inizialmente basato sull’emulazione, ha subito una crescita tecnologica che non stupisce se è vero che il cosiddetto “Nature Index“, compilato annualmente dalla più prestigiosa rivista scientifica mondiale sulla base della qualità e quantità degli articoli pubblicati, nel 2024 contava, tra i “research leaders” 11 istituzioni accademiche nordamericane, 15 cinesi, 3 europee ed una giapponese, mentre Donald Trump tagliava i fondi all’Università di Harvard. E già, come dice il premio nobel Paul Krugman, “la Scienza è inerentemente sovversiva. La Scienza ti dice cose che non vorresti sentire. La Scienza, e il Metodo Scientifico, possono contraddire i tuoi pregiudizi”.