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Pace e Non Violenza

Associazione Marco Mascagna - O.N.L.U.S.

Tutti sono per la pace, ma il mondo è pieno di guerre perché “gli altri, i nemici in realtà non vogliono la pace”.
Tantissime persone si dichiarano favorevoli alla nonviolenza o, viceversa, contrarie, avendo solo una vaga idea di cos´è la nonviolenza.
Tantissimi ritengono che l`educazione alla pace è importante, necessaria, fondamentale ma in cosa consiste questa educazione alla pace?
Tutti parlano di pace, nonviolenza, educazione alla pace ma quanti hanno le idee chiare?
Se vuoi chiarirtele con noi leggi:

La lotta non violenta

L`educazione alla nonviolenza

Le parole dei nonviolenti

Per approfondire vedi i nostri consigli bibliografici

La lotta nonviolenta

- 8 maggio 2004 -

a) La nonviolenza rende difficile la demonizzazione dell'avversario . Nei conflitti si opera una demonizzazione dell'avversario, enfatizzando espressioni verbali, comportamenti, atteggiamenti e azioni aggressive o francamente violente. In tale maniera si cerca (quasi sempre con successo) di fare in modo che i gruppi che operano per il cambiamento restino minoritari, non guadagnando né consenso nell'opinione pubblica né alleanze tali da creare un fronte che possa avere efficacia politica. Inoltre si sposta l'attenzione dalle proprie “colpe” a quelle degli avversari, presentati come un pericolo per una civile convivenza. Questa demonizzazione risulta molto difficile nei confronti dei nonviolenti perché l'atteggiamento nonviolento (linguaggio, comportamenti ecc.) non offre spunti per una tale strategia. Inoltre la coerenza tra il personale e il politico e l'attuazione di un “programma costruttivo” (vedi dopo) sono motivo di stima e simpatia nell'opinione pubblica.

b) La nonviolenza offre nuovi strumenti e metodi di lotta . Nella lotta nonviolenta si possono utilizzare diverse “armi”, solitamente, secondo una successione che va da quelle meno conflittuali a quelle più conflittuali. Esse sono

1) contatto con la controparte. La prima tappa è quella di chiedere un'incontro con l'avversario per esporre il proprio punto di vista e le proprie rivendicazioni. Tali rivendicazioni devono rispondere ai criteri di giustizia e fattibilità.

2) coinvolgimento dell'opinione pubblica . Ci si deve guadagnare l'appoggio di quante più persone e possibile tramite manifesti, volantini, lettere ai giornali, manifestazioni, petizioni, incontri, dibattiti, assemblee, interventi a radio e tv ecc.

3) non-collaborazione . Gandhi riprende le riflessioni di Thoreau e Marx (“Nessun potere può esercitarsi senza che vi sia la collaborazione dei cittadini”, “Gli sfruttatori esercitano il loro dominio con la tacita collaborazione dei dominati”), facendo della non collaborazione una potente arma di pressione politica contro l'ingiustizia. La storia della nonviolenza offre numerosissimi esempi dell'efficacia della non-collaborazione (il boicottaggio delle stoffe e dei capi di vestiario inglesi in India, il boicottaggio degli autobus da parte dei movimento di Martin Luther King, il boicottaggio dei prodotti agricoli di aziende che non rispettavano i diritti sindacali da parte del sindacalismo di Chavez, le numerose campagne di pressione portate aventi da numerose organizzazioni (es. Rete Lilliput in Italia).

4) disobbedienza civile . Il nonviolento ha un grande rispetto per la legge, in quanto strumento del debole contro l'arbitrio del forte, esito della volontà popolare (nelle democrazie) ecc. Ma egli si prende la responsabilità di disobbedire alla legge se questa tradisce la propria funzione e si mostra manifestamente ingiusta. La disobbedienza civile nonviolenta si caratterizza per l'assenza di qualsiasi tentativo di sottrarsi alle conseguenze legali (civili e penali) dei propri atti. Il nonviolento disobbedisce accettando di subire la pena prevista per quel determinato atto di disobbedienza, senza sottrarsi e senza opporre resistenza. Si possono distinguere due tipologie di disobbedienza civile:

I) l'azione diretta nonviolenta . E' solitamente attuata in gruppo da piccoli “collettivi” e ha finalità di coinvolgimento dell'opinione pubblica e di “contatto”. Es.: i volantinaggi a favore dell'odc quando questa era un reato; penetrare in una base militare per denunciare la militarizzazione del territorio; un sit-in per impedire dei lavori invisi alla popolazione (es. contro la distruzione dei giardini, la costruzione di centrali nucleari o di inceneritori); affiggere uno striscione in un luogo vietato ma significativo; suonare sirene a tutto volume per disturbare i cacciatori; intasare le linee telefoniche o la posta elettronica; ecc.

II) disobbedienza singola di massa . Solitamente è attuata non in gruppo ma individualmente e coinvolge non piccoli collettivi, ma vasti strati della popolazione. Ha il significato di dimostrazione di forza (nessuno può comandare senza la collaborazione dei comandati): es. non pagare una tassa, rifiutarsi di prestare servizio militare, non svolgere alcune mansioni lavorative, infrangere un regolamento, legge o divieto ingiusto.

5) digiuno . come strumento di lotta, nel pensiero e nella pratica gandhiana, il digiuno è da attuare in situazioni particolarmente gravi e che necessitano di azioni urgenti. Serve a far capire alla controparte e all'opinione è pubblica l'estrema importanza e urgenza delle richieste avanzate da chi lo mette in pratica, per le quali è disposto a mettere a repentaglio la propria salute e finanche la propria vita (i digiuni gandhiani si interrompono quando le richieste sono accolte). Proprio per tali conseguenze e perché drammatizza lo scontro Gandhi riteneva che dovesse essere uno strumento eccezionale.

6) sollevazione nonviolenta : non si obbedisce più alla autorità costituita ma all'autorità che ha dichiarato la sollevazione popolare (es. la sollevazione nonviolenta indetta da Gandhi in India)

Programma costruttivo ”. In una campagna nonviolenta è di estrema importanza affiancare alla “lotta contro”, un “impegno per”, cioè l'attuazione di un “programma costruttivo” che faccia vedere concretamente l'alternativa che si vuole prefigurare. Per esempio se si lotta contro le multinazionali che sfruttano il Terzo Mondo ci si impegna in progetti di aiuto allo sviluppo o nel commercio equo e solidale; se si lotta contro la guerra e per il disarmo ci si impegna in progetti di diplomazia dei popoli o di difesa popolare nonviolenta o di interposizione nonviolenta, se ci si batte contro la costruzione di centrali a gasolio ci si impegna per il risparmio energetico e le energie rinnovabili ecc.

L'educazione alla nonviolenza

Le parole dei non violenti

Da Teoria e pratica della nonviolenza di M. K. Gandhi

La non-violenza non è una giustificazione per il codardo, ma è la suprema virtù del coraggioso, richiede molto più coraggio delle pratiche delle armi e presuppone la capacità di colpire. Essa è un cosciente e volontario freno imposto alla propria volontà di vendetta. Ma la vendetta è sempre superiore alla passiva, imbelle e impotente sottomissione. Il perdono però è ancora superiore. Nella mia concezione, la non-violenza è una lotta contro l'ingiustizia più attiva e più concreta della ritorsione, il cui effetto è solo quello di aumentare l'ingiustizia. Io sostengo un'opposizione mentale, e dunque morale, all'ingiustizia. La resistenza morale che io opporrò servirà a disorientare l'avversario tiranno. Dapprima lo frastornerà, e alla fine lo costringerà al riconoscimento dell'ingiustizia, riconoscimento che non lo umilierà, anzi lo nobiliterà.

Una cosa è certa. Se la folle corsa agli armamenti continua, dovrà necessariamente concludersi in un massacro quale non si è mai visto nella storia. Se ci sarà un vincitore, la vittoria vera sarà una morte vivente per la nazione che riuscirà vittoriosa. Non c’è scampo allora alla rovina incombente se non attraverso la coraggiosa e incondizionata accettazione del metodo non violento con tutte le sue mirabili implicazioni. Se non vi fosse cupidigia, non vi sarebbe motivo di armamenti. Il principio della non violenza richiede la completa astensione da qualsiasi forma di sfruttamento. Non appena scomparirà lo spirito di sfruttamento, gli armamenti saranno sentiti come un effettivo insopportabile peso. Non si può giungere a un vero disarmo se le nazioni del mondo non cessano di sfruttarsi a vicenda

Dalla lettera ai cappellani militari di Don Lorenzo Milani

Non discuterò qui l'idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni.
Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto.

Da “io ho un sogno ...” di Martin Luther King

C'è più forza nella massa organizzata in una marcia di quanta ce ne sia nelle armi in mano ad una manciata di uomini disperati. I nostri nemici preferirebbero lottare contro un piccolo gruppo armato piuttosto che contro una grande, disarmata ma risoluta massa di persone.
Comunque è necessario che il metodo dell'azione di massa sia tenace e non rinunciatario.
Gandhi diceva che gli indiani non avrebbero dovuto «mai dargli un attimo di respiro», riferendosi agli inglesi. Li esortava a continuare la protesta ogni giorno e ogni settimana, in modi diversi.
Questo metodo ispirò ed organizzò le masse indiane e disorganizzò e fece smobilitare gli inglesi.
Questo metodo educa le migliaia dei suoi sostenitori socialmente e moralmente.
Tutta la storia ci insegna che un risoluto movimento di uomini che lottino senza tregua per i loro diritti disintegra sempre il vecchio ordine, come un oceano in subbuglio sbriciola una grande scogliera. È questa forma di lotta - un'azione di massa che non accetti di cooperare con il male (mai dargli un attimo di respiro) - ad aprire la strada al successo a coloro che sono stati tentati e stimolati dalla violenza.
Bisogna essere decisi e coraggiosi, perché questa forma di lotta non è esente dai pericoli.
Richiede persone impegnate, perché ci si rompe la schiena ad invitare, organizzare ed educare decine di migliaia di persone a un'azione disciplinare e continua.
Questo tipo di lotta si dimostra più definitiva e rovinosa per il nemico che non gli atti di violenza organizzata.
La nostra presente e urgente  necessità è quella di porre fine alla nostra lotta interna e di rivolgerci contro il nemico esterno, utilizzando ogni forma di azione di massa conosciuta, inventando nuove forme e scegliendo di non dargli mai un attimo di respiro.
 È questa la leva sociale che costringerà ad aprirsi la porta della libertà.
Le nostre poderose armi sono le nostre voci, piedi e corpi di persone impegnate e unite, che camminano senza sosta verso una giusta meta...

Consigli bibliografici

In generale:
- Muller Jean-Marie, Il principio nonviolenza. Una filosofia della pace, (Prefazione di Roberto Mancini), Ed. Plus, Pisa University Press, 2004;
- Semelin Jacques, La nonviolenza spiegata ai giovani, Archinto, Milano 2001
- Gandhi Mohandas Karamchand, Teoria e pratica della nonviolenza, con saggio introduttivo di G. Pontara, Einaudi 1996

Sulle tecniche nonviolente:
- Capitini Aldo, Le tecniche della nonviolenza, Feltrinelli 1967 (riedito da Linea d’Ombra, Milano 1998)
- Drago Antonino, Storia e tecniche della nonviolenza, Tipolitografia La Laurenziana, Napoli 2006
- Gandhi Mohandas Karamchand, Teoria e pratica della nonviolenza, con saggio introduttivo di G. Pontara, Einaudi 1996
- Sharp Gene, Politica dell’azione nonviolenta, vol 1, Potere e lotta; vol 2, Le tecniche; vol 3, La dinamica, Ed. Gruppo Abele 1985, 1986, 1997

Su nonviolenza, guerra  e difesa nonviolenta
- Drago Antonino, Difesa popolare nonviolenta. Premesse teoriche, principi politici e nuovi scenari, Ed. Gruppo Abele 2006
- Galtung Johan, Pace con mezzi pacifici, Teoria della pace, teoria del conflitto, teoria dello sviluppo, teoria delle macroculture, Esperia, Milano 2000


Sui conflitti (e la loro gestione nonviolenta)
- Arielli Emanuele, Scotto Giovanni, I conflitti. Introduzione a una teoria generale, Bruno Mondadori 1998
- L’Abate Alberto, Consenso conflitto e mutamento sociale. Introduzione a una sociologia della nonviolenza, Franco Angeli, 1990.
- Milanese Francesco, Gestione del conflitto e nonviolenza. Idee per l’educazione alla pace, Ed. Forum, Editrice Universitaria Udinese, Udine 2003.

Inoltre
- Nagler Michael N., Per un futuro nonviolento, La nonviolenza non è solo una strada possibile: è anche la strada vincente; Prefazione di Fausto Bertinotti, Ed. Ponte alle Grazie, Milano 2005
- Pontara Giuliano, L’Antibarbarie, La concezione etico-politica di Gandhi e il XXI secolo, Ed. Gruppo Abele 2006

 

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