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Associazione Marco Mascagna - O.N.L.U.S.

Una causa poco sentita di grandi problemi e periodiche sciagure (20/09/2017)

In Italia ogni anno circa 12.000 ettari di suolo sono “consumati” (cioè “asfaltati” o “cementificati”), un estensione pari a 17.000 campi di calcio, di poco superiore all'estensione dell'intera città di Napoli. Negli anni 2000 la situazione era anche peggiore in termini assoluti (24.000 ettari all'anno), ma non in termini relativi agli abitanti: il consumo di suolo per abitante è passato da 339 mq/ab nel 2006 a 343 nel 2010 a 380 nel 2016. Infatti, malgrado la popolazione italiana è in diminuzione, il consumo di suolo aumenta. Lombardia, Veneto, Campania ed Emilia sono ai primi posti.
Il consumo di suolo, più diffuso nelle pianure e nelle aree costiere, non risparmia colline e montagne e nemmeno le aree protette o vicino ai fiumi (in Liguria il 24% dei suoli situati a non più di 150 metri dai fiumi è cementificata, in Campania l'11%). Il 12% del consumo di suolo avvenuto nel 2016 ha riguardato aree segnalate a rischio di frana.
La costruzione di strade, capannoni, case unifamiliari, centri commerciali sono le principali cause del consumo di suolo negli ultimi anni. Se si guarda l'Italia dall'alto si vede che gran parte del nostro territorio è disseminato da una miriade di costruzioni piccole e grandi e da una fittissima rete di strade che connette queste costruzioni. Ormai non c'è più una separazione tra città e campagna, la città infiltra la campagna circostante e le innumerevoli costruzioni e strade frantumano la campagna in tanti piccoli appezzamenti. Questa situazione ha pesantissime ricadute ambientali, sociali ed economiche.
Ambientali
Questa enorme impermeabilizzazione del suolo fa si che l'acqua non viene più moderata e trattenuta e subito gonfia i canali, i fiumi e le fogne. Basta una pioggia un poco più abbondante che l'intero territorio va in tilt: allagamenti, esondazioni, scoppio di fogne e di corsi d'acqua interrati, alluvioni. In collina e in montagna il consumo di suolo anche in zone a rischio determina frane, smottamenti, fiumi di fango. La presenza dispersa di una miriade di case fa esplodere il pendolarismo automobilistico, mentre centri commerciali, grandi negozi, megacinema e luoghi del divertimento fuori città determina grandi flussi veicolari in determinati giorni e orari, con conseguente aumento traffico, emissioni inquinanti, rumore. La commistione di campagna, residenze, strade e piccole attività industriali mette in pericolo l'integrità chimica dei suoli agricoli e delle falde. L'avere spezzettato le aree verdi in una miriade di microaree separate da strade e costruzioni rende difficile se non impossibile la vita a molte specie selvatiche.
Distruggendo il verde si riduce la captazione di CO2, di polveri fine e di ozono e diminuiscono gli insetti utili all'agricoltura (impollinatori ecc.). Ma oltre a tutto ciò è il paesaggio italiano che viene sfregiato e, in molti casi distrutto. Un bene, questo, molto difficilmente riproducibile e ripristinabile, perché venutosi a creare nell'arco dei secoli come frutto dell'interazione tra la natura e l'uomo.
Sociali
La dispersione delle abitazioni sul territorio rende difficile l'offerta e la fruizione dei servizi d'istruzione, cultura, assistenza sanitaria e sociale.
Aumenta in maniera vertiginosa il tempo occupato per gli spostamenti.
Ovviamente tali problemi si moltiplicano enormemente per i disabili, gli anziani, i bambini, i soggetti di basso reddito.
Economici
E' stato calcolato che gli effetti del consumo di suolo su ridotta captazione di CO2, polveri e ozono, riduzione della produzione agricola e forestale, protezione dall'erosione e infiltrazione dell'acqua determina un costo di circa 800 milioni all'anno. Se si considerano anche gli altri danni ambientali e sociali, il danno al paesaggio e al turismo, i morti i feriti e gli sfollati si può stimare un danno economico di diversi miliardi all'anno (purtroppo nessun ente ha cercato di stimare il danno globale del consumo di suolo). Periodicamente assistiamo ad alluvioni e frane e continuamente respiriamo aria inquinata (anche se cittadini e giornali si ricordano di questo problema solo quando gli alti livelli di inquinamento costringono a vietare l'uso di auto e moto). Ogni anno in Italia 40.000 persone muoiono per malattie causate dall'inquinamento atmosferico. Fra il 2009 e il 2013 per frane e inondazioni sono morti in Italia 169 morti, 331 feriti e oltre 45.000 persone evacuate e senza tetto. Il consumo di suolo è tra le principali cause di queste vittime.
Eppure di tutto ciò si parla pochissimo. Si parla tantissimo e ci si preoccupa del pericolo terrorismo (che a tutt'oggi non ha causato nemmeno un morto o un ferito in Italia), dell'inesistente invasione di immigrati (il numero di immigrati regolari e irregolari riesce a stento a compensare il calo demografico italiano), di una presunta epidemia di meningite (smentita dai dati epidemiologici e dall'OMS) e di altri problemi fasulli o di minimo impatto, ma non si parla e non ci si preoccupa di questo enorme e grave problema e di altri gravi problemi che attanagliano l'Italia e l'Europa (per esempio il crescere delle disuguaglianze, la finanziarizzazione dell'economia, la lotta ai cambiamenti climatici, la necessità di rendere il sistema dei trasporti sostenibile ed efficiente, la ripresa della corsa agli armamenti).
Nel 2011 un cartello di associazioni aveva lanciato una grande campagna per una rapida approvazione di una legge contro il consumo di suolo. Dopo le elezioni del 2013 sia il Movimento 5stelle che Bersani avevano posto questo tema tra gli obiettivi prioritari di un proprio Governo. I Governi incarica tra il 2013 e oggi (Letta, Renzi, Gentiloni) non hanno certamente messo lo stop al consumo di suolo tra le priorità. E infatti a tutt'oggi nessuna legge in proposito è stata approvata. Sono stati, invece, approvati (è spesso per decreto e con voto di fiducia) leggi che andavano in tutt'altra direzione (ad esempio lo Sblocca Italia). Purtroppo gran parte della popolazione si preoccupa moltissimo di cose poco o nulla preoccupanti e non riesce a vedere il nesso tra le leggi fatte (es. Sblocca Italia) e non fatte (es. legge contro il consumo di suolo) e i reali problemi che vive (il traffico, l'inquinamento, gli allagamenti, le frane). Colpa di politici, giornalisti e opinion leader di bassissima qualità, ma anche della pigrizia e dell'ignavia di tanti cittadini, che non si informano su fonti serie, non approfondiscono la conoscenza dei problemi della nostra società e non partecipano alla cosa pubblica.

Fonte: Ministero dell'Ambiente-ISPRA 2017

Il dovere di restare umani e di dire “Non in mio nome” (07/09/2017)

I provvedimenti del Governo per arrestare gli sbarchi dei migranti sono risultati molto efficaci: nell’agosto2016 vi sono stati circa 21.000 sbarchi, nell’agosto 2017 3.000 [1]. Il ministro Minniti ha rivendicato con orgoglio questo successo (“Gli sbarchi si sono ridotti dell’80%”). Sarebbe veramente un grande successo se 18.000 persone non fossero state più costrette a lasciare il loro Paese, i loro familiari e gli amici per intraprendere un viaggio pericoloso, lungo, difficile, spesso mortale (nel solo 2016 sono morti in mare 5.022 migranti [1]) verso Paesi che hanno cultura e tradizioni diverse dalla loro, dove generalmente non sono ben visti e spesso nemmeno ben trattati, dove la loro lingua non è conosciuta da nessuno. I provvedimenti del Governo – essenzialmente la stretta sulle ong che effettuano i salvataggi in mare e gli aiuti alla Libia perché intercetti questi sventurati e li chiuda in “campi”, dove, secondo l’agenzia ONU sui rifugiati, “le condizioni di vita sono terrificanti” - hanno solo impedito ai migranti di raggiungere le nostre coste. E’ come se si dimezzasse il numero delle ambulanze e si impedisse alle auto di arrivare al pronto soccorso e poi orgogliosi e felici si affermasse: “Abbiamo ridotto dell’80% i ricoveri in ospedale”.
Qualcuno potrebbe dire “Ma perché l’Italia deve essere il loro ospedale?”. Perché?
Perché sarebbe disumano non soccorrere chi è in pericolo, chiede aiuto, ha bisogno di noi (per avere un’idea delle condizioni dei migranti vedi il video “Un pugno al cuore” www.youtube.com/watch?v=pOZvhzfhFfE).
Perché anche noi italiani ci siamo trovati nelle medesime loro situazioni e siamo emigrati per ragioni economiche o politiche (24 milioni di italiani tra il 1876 e il 1976), anche noi domani potremmo trovarci nella loro situazione e anche oggi migliaia di italiani emigrano in altri Paesi per ragioni economiche (83.000 persone nel 2013) (su quando anche noi eravamo migranti vedi il video “Anche noi”, www.youtube.com/watch?v=dochQxEMRZA&t=5s).
Perché ci obbliga la nostra Costituzione(art. 2 “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”; art. 10 “Lo straniero al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica”).
Perché ci siamo impegnati a farlo firmando il Trattato di Ginevra (vedi art 33).
Perché la popolazione italiana ogni anno si riduce di circa 130.000 persone e invecchia sempre di più e quindi abbiamo estremo e urgente bisogno di immigrati (vedi gli studi dell’ONU, dell’ISTAT, dell’INPS tutti concordi in proposito [2]).
Perché vi sono lavori come assistere anziani e malati, pascolare pecore, raccogliere pomodori e zucchini, che gli italiani non vogliono fare e che gli immigrati sono disponibili a fare e lo fanno anche bene.
Perché accogliere oggi rifugiati e richiedenti asilo ci potrà essere molto utile domani quando queste persone ritorneranno nei loro Paesi e rimarranno legami di amicizia e di riconoscenza.
Purtroppo sugli immigrati e sui rifugiati si raccontano un mare di fandonie e di calunnie e si nascondono i dati per inquadrare realmente e razionalmente la questione, si cerca di impaurire la gente (terrorizzare le persone è il modo più facile con cui i demagoghi di turno riescono a guadagnare consensi e deleghe in bianco) e di suscitare il peggio che alberga nell’animo umano (il razzismo, l’intolleranza, la prevaricazione, la violenza).
Per fortuna ci sono tanti che non si fanno abbindolare, che continuano a ragionare e a “restare umani”.
“Il dovere di restare umani” è appunto il titolo di un bell’articolo di Enzo Bianchi pubblicato su Repubblica e riportato in questo messaggio. Sarebbe sicuramente piaciuto molto a Marco Mascagna, che come Enzo Bianchi era un cristiano autentico, una persona animata da una forte eticità, uno abituato ad argomentare su dati di fatto e con ragionamenti stringenti.
La Marco Mascagna, insieme ad altre associazioni italiane, ha promosso un appello per salvaguardare le vite e i diritti dei migranti(“Io preferirei di no” www.progressi.org/iopreferireidino), perché crediamo che è un dovere etico e politico prendere posizione pubblica e dire “Non in mio nome”. Ti invitiamo a firmarlo, a diffonderlo e a condividerlo sulla pagina facebook e attraverso i contatti email.
L’8 settembre sono 26 anni che Marco non è più con noi, ma nelle parole di Enzo Bianchi ci sembra di risentire la sua voce e siamo sicuri che promuovendo questo appello abbiamo fatto quello che lui avrebbe fatto se fosse ancora tra noi.

1) Ministero degli Interni; 2) ONU Department of Economic and Social Affairs Population Division,Word Population Ageing 1950-2050,www.un.org; ISTAT, Il futuro demografico del Paese: www.istat.it/it/archivio/48875; INPS Centro Studi e Ricerche 2017

Il dovere di restare umani

ENZO BIANCHI, La Repubblica, 11 agosto 2017

L’invito del presidente della CEI, cardinal Bassetti, ad affrontare il fenomeno dei migranti “nel rispetto della legge” e senza fornire pretesti agli scafisti è un richiamo all’assunzione di responsabilità etica ad ampio raggio nella temperie che Italia e Europa stanno attraversando. Un richiamo quanto mai opportuno perché ormai si sta profilando una “emergenza umanitaria” che non è data dalle migrazioni in quanto tali, bensì dalle modalità culturali ed etiche, prima ancora che operative con cui le si affrontano. Non è infatti “emergenza” il fenomeno dei migranti – richiedenti asilo o economici – che in questa forma risale ormai alla fine del secolo scorso e i cui numeri sia assoluti che percentuali sarebbero agevolmente gestibili da politiche degne di questo nome. E l’aggettivo “umanitario” non riguarda solo le condizioni subumane in cui vivono milioni di persone nei campi profughi del Medioriente o nei paesi stremati da conflitti foraggiati dai mercanti d’armi o da carestie ricorrenti, naturali o indotte. L’emergenza riguarda la nostra umanità: è il nostro restare umani che è in emergenza di fronte all’imbarbarimento dei costumi, dei discorsi, dei pensieri, delle azioni che sviliscono e sbeffeggiano quelli che un tempo erano considerati i valori e i principi della casa comune europea e della “millenaria civiltà cristiana”, così connaturale al nostro paese.
È un impoverimento del nostro essere umani che si è via via accentuato da quando ci si è preoccupati più del controllo e della difesa delle frontiere esterne dell’Europa che non dei sentimenti che battono nel cuore del nostro continente e dei principi che ne determinano leggi e comportamenti. È un imbarbarimento che si è aggravato quando abbiamo siglato un accordo per delegare il lavoro sporco di fermare e respingere migliaia di profughi dal Medioriente a un paese che manifestamente vìola fondamenti etici, giuridici e culturali imprescindibili per la nostra “casa comune”.
Ora noi, già “popolo di … navigatori e trasmigratori”, ci stiamo rapidamente adeguando a un pensiero unico che confligge persino con la millenaria legge del mare iscritta nella coscienza umana, e arriva a configurare una sorta di “reato umanitario” o “di altruismo” in base al quale diviene naturale minare sistematicamente e indistintamente la credibilità delle ONG e perseguirne l’operato, affidare a un’inesistente autorità statale libica la gestione di ipotetici centri di raccolta dei migranti che tutti gli organismi umanitari internazionali definiscono luoghi di torture, vessazioni, violenze e abusi di ogni tipo, riconsegnare a una delle guardie costiere libiche quelle persone che erano state imbarcate da trafficanti di esseri umani con la sospetta connivenza di chi ora li riporta alla casella-prigione di partenza.
Ora questa criticità emergenziale di un’umanità mortificata ha come effetto disastroso il rendere ancor più ardua la gestione del fenomeno migratorio attraverso i parametri dell’accoglienza, dell’integrazione e della solidarietà che dovrebbero costituire lo zoccolo duro della civiltà europea e che non sono certo di facile attuazione. Come, infatti, in questo clima di caccia al “buonista” pianificare politiche che consentano non solo la gestione degli arrivi delle persone in fuga dalla guerra o dalla fame, ma soprattutto la trasformazione strutturale di questa congiuntura in opportunità di crescita e di miglioramento delle condizioni di vita per l’intero sistema paese, a cominciare dalle fasce di popolazione residente più povere? E, di conseguenza, come evitare invece che i migranti abbandonati “senza regolare permesso” alimentino il mercato del lavoro nero, degli abusi sui minori e della prostituzione?
L’esperienza di tante realtà che conosco e della mia stessa comunità, che da due anni dà accoglienza ad alcuni richiedenti asilo, mostra quanto sia difficile oggi, superata la fase di prima accoglienza e di apprendimento della lingua e dei diritti e doveri che ci accomunano, progettare e realizzare una feconda e sostenibile convivenza civile, un proficuo scambio delle risorse umane, morali e culturali di cui ogni essere umano è portatore. Non può bastare, infatti, il già difficilissimo inserimento dei immigrati accolti nel mondo del lavoro e una loro dignitosa sistemazione abitativa: occorrerebbe ripensare organicamente il tessuto sociale di città e campagne, la rivitalizzazione di aree depresse del nostro paese, la protezione dell’ambiente e del territorio, la salvaguardia dei diritti di cittadinanza. Questo potrebbe far sì che l’accoglienza sia realizzata non solo con generosità ma anche con intelligenza e l’integrazione avvenire senza generare squilibri.
Sragionare per slogan, fomentare anziché capire e governare le paure delle componenti più deboli ed esposte della società, criminalizzare indistintamente tutti gli operatori umanitari, ergere a nemico ogni straniero o chiunque pensi diversamente non è difesa dei valori della nostra civiltà, al contrario è la via più sicura per piombare nel baratro della barbarie, per infliggere alla nostra umanità danni irreversibili, per condannare il nostro paese e l’Europa a un collasso etico dal quale sarà assai difficile risollevarsi.
Anche in certi spazi cristiani, la paura dominante assottiglia le voci – tra le quali continua a spiccare per vigore quella di papa Francesco – che affrontano a viso aperto il forte vento contrario, contrastano la “dimensione del disumano che è entrata nel nostro orizzonte” e si levano a difesa dell’umanità. Purtroppo, stando “in mezzo alla gente”, ascoltandola e vedendo come si comporta, viene da dire che stiamo diventando più cattivi e la stessa politica, che dovrebbe innanzitutto far crescere una “società buona”, non solo è latitante ma sembra tentata da percorsi che assecondano la barbarie. Eppure è in gioco non solo la sopravvivenza e la dignità di milioni di persone, ma anche il bene più prezioso che ciascuno di noi e la nostra convivenza possiede: l’essere responsabili e perciò custodi del proprio fratello, della propria sorella in umanità.

Fare sacrifici per arricchire i ricchi? E' ora di dire “Basta!” (05/07/2017)

E’ possibile combattere la miseria senza combattere i meccanismi che la producono? La risposta non può che essere no. Eppure così avviene se non si affronta il debito pubblico.
Va detto che il debito pubblico non sempre è una scelta negativa. Nei momenti di sottoccupazione il debito può essere un'ottima scelta se è finalizzato alla piena occupazione e se la moneta è gestita direttamente ed esclusivamente dallo Stato. In tale contesto la spesa in deficit crea ricchezza, perché stimola l’economia con effetti positivi su produzione, occupazione, consumi e risparmi e l’ammanco è finanziato con moneta stampata che entra nel circuito economico sostenendo tali effetti.
Il debito è cattivo non solo quando serve per spese improduttive e che non creano occupazione, ma soprattutto quando lo Stato non ha totale sovranità monetaria. In tal caso, ogni volta che decide di spendere più di quanto incassa, deve chiedere un prestito al sistema finanziario privato. Che lo darà solo in cambio di un tasso di interesse. Così il popolo si impoverisce a vantaggio dei soggetti della finanziaria che di mestiere prestano e, da molti decenni, creano denaro [1].
Purtroppo da una trentina di anni lo Stato italiano si è ridotto al pari di una qualsiasi famiglia che dipende dalle banche per qualsiasi spesa supplementare. Il suo debito nei confronti dei privati oggi ha raggiunto 2.270 miliardi di euro [2]. Nel 2016 la spesa per interessi sul debito è stata di 68 miliardi di euro, nel 2012 addirittura 87 miliardi per un semplice capriccio della speculazione. Soldi di tutti, che invece di andare a finanziare scuole, trasporti pubblici, sanità, ricerca, tutela dell'ambiente vanno ad ingrassare gli azionisti delle grandi strutture finanziarie. In effetti solo il 5,4% del debito pubblico italiano è detenuto dalle famiglie. Tutto il resto è nelle mani di banche, assicurazioni, fondi d’investimento. Più precisamente le strutture finanziarie italiane detengono il 63,1% del debito pubblico italiano, quelle estere il 31,5%. [3]
Si può senz’altro affermare che il debito cattivo è un meccanismo di redistribuzione alla rovescia: prende a tutti per dare ai più ricchi. E i risultati si vedono: l’Italia è sempre più disuguale.
Da un punto di vista patrimoniale, ossia della ricchezza posseduta sotto forma di case, terreni, auto, titoli ecc., le famiglie italiane possono essere divise in tre fasce. Quelle di cima, pari al 10%, detengono il 46% dell’intera ricchezza privata. Quelle di mezzo, equivalenti al 40% che controllano il 44% della ricchezza. Quelle di fondo, che pur rappresentando il 50% delle famiglie, si aggiudicano appena il 9,4% della ricchezza privata. [4]
I 10 individui più ricchi d'Italia dispongono di un patrimonio di circa 75 miliardi di euro, pari a quello di quasi 500.000 famiglie operaie messe insieme. Poco meno di 2.000 italiani dispongono di un patrimonio complessivo superiore a 169 miliardi di euro e non è conteggiato il valore degli immobili. In altre parole lo 0,003% degli italiani possiede una ricchezza pari a quella detenuta dal 4,5%. [5]
Il sottoprodotto dell’ingiustizia è la miseria, che il debito aggrava tramite l’austerità, scelta classica di uno Stato asservito alla finanza: per pagare gli interessi si cerca di raggranellare il dovuto aumentando le entrate e riducendo le spese. Ma se lo Stato aumenta le entrate prelevando soldi da poveri e ceto medio, invece che da ricchi e benestanti e riduce le spese tagliando i servizi o rendendoli a pagamento invece di eliminare sprechi e privilegi, le conseguenze per molte famiglie sono drammatiche. E i dati, infatti, ci dicono che i poveri e la povertà sono aumentati. Le persone in grave stato di deprivazione sono 7 milioni, 11,6% della popolazione; quelle a rischio povertà sono 17 milioni e mezzo, il 28,7% della popolazione italiana, il 3% in più del 2004. [6]
Il rischio è che il sistema possa impoverirsi a tal punto da entrare in una spirale di crisi che trascina tutti verso il fondo. Se aumentano i poveri e le persone a rischio di povertà la domanda di merci e servizi si contrae, le imprese vanno in crisi e licenziano in una spirale sempre più ampia. In questa situazione i ricchi non sono così stupidi da avviare nuove attività produttive quando non ci sono prospettive di vendita. L’unica strada che imboccano è quella della finanza, che si espande sempre più.
Negli ultimi 10 anni in Italia la domanda complessiva si è ridotta ai minimi storici facendo salire la disoccupazione alle stelle. Nel 2016 i disoccupati erano 3 milioni pari all’11,7% della forza lavoro. Ma il dato si riferisce solo a chi cerca attivamente lavoro. Se si includesse nel conteggio anche quelli che un lavoro salariato lo vorrebbero, ma non lo cercano perché scoraggiati, il numero dei disoccupati salirebbe a 5,5 milioni, il 21,6% della forza lavoro.[7] Purtroppo anche la pubblica amministrazione contribuisce al problema: fra il 2013 e il 2016 ha perso 84mila unità.[8]
Da oltre trent’anni, ogni governo dichiara di porsi come priorità l’abbattimento del debito, ma se ne va lasciando un debito ancora più alto. E non perché viviamo al di sopra delle nostre possibilità, come qualcuno vorrebbe farci credere, ma perché non ce la facciamo a tenere la corsa con gli interessi. L’esame dei bilanci pubblici dimostra che siamo dei risparmiatori, non degli scialacquatori. Ad esempio nel 2016 abbiamo risparmiato 25 miliardi di euro (a tanto ammonta la differenza fra ciò che abbiamo versato allo Stato e ciò che abbiamo ricevuto indietro sotto forma di servizi, investimenti, previdenza sociale ecc.). Ciò nonostante nel 2016 il debito pubblico è cresciuto di altri 40 miliardi perché il risparmio accumulato non è stato sufficiente a coprire tutta la spesa per interessi. Questa storia si ripete dal 1992 e ciò spiega perché da allora il nostro debito è passato da 850 a 2.270 miliardi di euro, nonostante 768 miliardi di risparmi.[9]
Il debito che si autoalimenta attraverso gli interessi è una delle forme più odiose di sottomissione e strangolamento di un popolo: è usura. Ma ora è arrivato il tempo di alzarci in piedi e rivendicare il diritto di sottrarci a questo meccanismo perverso. Gli strumenti per farlo ci sono: vanno dal congelamento del pagamento degli interessi al ripudio del debito illegittimo; dall’imposizione di un prestito forzoso a carico dei cittadini più ricchi ad una tassazione progressiva di reddito e patrimonio; dall’introduzione di una moneta complementare nazionale alla riforma della Banca Centrale Europea, dal controllo della fuga di capitali alla regolamentazione della speculazione sui titoli del debito pubblico ecc. Il problema non sono gli strumenti, ma la volontà di contrastare i poteri forti.
L’unica forza che può essere messa sull'altro piatto della bilancia e indurre al cambiamento è la pressione popolare. Ma i cittadini si attivano se si rendono conto dei danni provocati dal debito. Di qui il ruolo cruciale dell’informazione. Dovremmo organizzare una grande campagna di informazione finalizzata a tre obiettivi: creare consapevolezza nei cittadini sui nessi esistenti fra debito pubblico e disagio sociale; obbligare i media ad accendere i riflettori sulle conseguenze sociali del debito, suscitare un grande dibattito pubblico sulle soluzioni alternative al solo pagare.
La storia ci insegna che i cambiamenti sono possibili, ma solo se si infervorano gli animi. E gli animi si infervorano se scatta l’indignazione che deriva dalla consapevolezza: l'informazione è la principale arma dei nostri giorni.

Note: 1) L. Gallino: Il denaro, il debito e la doppia crisi, Einaudi, 2015; 2) Banca d’Italia, Finanza pubblica: fabbisogno e debito, 14 aprile 2017; 3) Banca d’Italia, Finanza pubblica: fabbisogno e debito, 14 aprile 2017; 4) Banca d’Italia, La ricchezza delle famiglie italiane, Bollettino n.65 del 13 dicembre 2012; 5) Censis, Crescono le diseguaglianze sociali: il vero male che corrode l'Italia, 3 maggio 2014; 6) Istat, Condizioni di vita e reddito, 6 dicembre 2016; 7 Istat, Rapporto annuale 2017; 8) Marco Rogari, Nel 2017 «effetto spending» da 30 miliard, Il sole 24 ore, 20 giugno 2017; 9 Elaborazione dati Centro Nuovo Modello di Sviluppo su serie storiche Istat e Corte dei Conti

 

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