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Associazione Marco Mascagna - O.N.L.U.S.

Fare sacrifici per arricchire i ricchi? E' ora di dire “Basta!” (05/07/2017)

E’ possibile combattere la miseria senza combattere i meccanismi che la producono? La risposta non può che essere no. Eppure così avviene se non si affronta il debito pubblico.
Va detto che il debito pubblico non sempre è una scelta negativa. Nei momenti di sottoccupazione il debito può essere un'ottima scelta se è finalizzato alla piena occupazione e se la moneta è gestita direttamente ed esclusivamente dallo Stato. In tale contesto la spesa in deficit crea ricchezza, perché stimola l’economia con effetti positivi su produzione, occupazione, consumi e risparmi e l’ammanco è finanziato con moneta stampata che entra nel circuito economico sostenendo tali effetti.
Il debito è cattivo non solo quando serve per spese improduttive e che non creano occupazione, ma soprattutto quando lo Stato non ha totale sovranità monetaria. In tal caso, ogni volta che decide di spendere più di quanto incassa, deve chiedere un prestito al sistema finanziario privato. Che lo darà solo in cambio di un tasso di interesse. Così il popolo si impoverisce a vantaggio dei soggetti della finanziaria che di mestiere prestano e, da molti decenni, creano denaro [1].
Purtroppo da una trentina di anni lo Stato italiano si è ridotto al pari di una qualsiasi famiglia che dipende dalle banche per qualsiasi spesa supplementare. Il suo debito nei confronti dei privati oggi ha raggiunto 2.270 miliardi di euro [2]. Nel 2016 la spesa per interessi sul debito è stata di 68 miliardi di euro, nel 2012 addirittura 87 miliardi per un semplice capriccio della speculazione. Soldi di tutti, che invece di andare a finanziare scuole, trasporti pubblici, sanità, ricerca, tutela dell'ambiente vanno ad ingrassare gli azionisti delle grandi strutture finanziarie. In effetti solo il 5,4% del debito pubblico italiano è detenuto dalle famiglie. Tutto il resto è nelle mani di banche, assicurazioni, fondi d’investimento. Più precisamente le strutture finanziarie italiane detengono il 63,1% del debito pubblico italiano, quelle estere il 31,5%. [3]
Si può senz’altro affermare che il debito cattivo è un meccanismo di redistribuzione alla rovescia: prende a tutti per dare ai più ricchi. E i risultati si vedono: l’Italia è sempre più disuguale.
Da un punto di vista patrimoniale, ossia della ricchezza posseduta sotto forma di case, terreni, auto, titoli ecc., le famiglie italiane possono essere divise in tre fasce. Quelle di cima, pari al 10%, detengono il 46% dell’intera ricchezza privata. Quelle di mezzo, equivalenti al 40% che controllano il 44% della ricchezza. Quelle di fondo, che pur rappresentando il 50% delle famiglie, si aggiudicano appena il 9,4% della ricchezza privata. [4]
I 10 individui più ricchi d'Italia dispongono di un patrimonio di circa 75 miliardi di euro, pari a quello di quasi 500.000 famiglie operaie messe insieme. Poco meno di 2.000 italiani dispongono di un patrimonio complessivo superiore a 169 miliardi di euro e non è conteggiato il valore degli immobili. In altre parole lo 0,003% degli italiani possiede una ricchezza pari a quella detenuta dal 4,5%. [5]
Il sottoprodotto dell’ingiustizia è la miseria, che il debito aggrava tramite l’austerità, scelta classica di uno Stato asservito alla finanza: per pagare gli interessi si cerca di raggranellare il dovuto aumentando le entrate e riducendo le spese. Ma se lo Stato aumenta le entrate prelevando soldi da poveri e ceto medio, invece che da ricchi e benestanti e riduce le spese tagliando i servizi o rendendoli a pagamento invece di eliminare sprechi e privilegi, le conseguenze per molte famiglie sono drammatiche. E i dati, infatti, ci dicono che i poveri e la povertà sono aumentati. Le persone in grave stato di deprivazione sono 7 milioni, 11,6% della popolazione; quelle a rischio povertà sono 17 milioni e mezzo, il 28,7% della popolazione italiana, il 3% in più del 2004. [6]
Il rischio è che il sistema possa impoverirsi a tal punto da entrare in una spirale di crisi che trascina tutti verso il fondo. Se aumentano i poveri e le persone a rischio di povertà la domanda di merci e servizi si contrae, le imprese vanno in crisi e licenziano in una spirale sempre più ampia. In questa situazione i ricchi non sono così stupidi da avviare nuove attività produttive quando non ci sono prospettive di vendita. L’unica strada che imboccano è quella della finanza, che si espande sempre più.
Negli ultimi 10 anni in Italia la domanda complessiva si è ridotta ai minimi storici facendo salire la disoccupazione alle stelle. Nel 2016 i disoccupati erano 3 milioni pari all’11,7% della forza lavoro. Ma il dato si riferisce solo a chi cerca attivamente lavoro. Se si includesse nel conteggio anche quelli che un lavoro salariato lo vorrebbero, ma non lo cercano perché scoraggiati, il numero dei disoccupati salirebbe a 5,5 milioni, il 21,6% della forza lavoro.[7] Purtroppo anche la pubblica amministrazione contribuisce al problema: fra il 2013 e il 2016 ha perso 84mila unità.[8]
Da oltre trent’anni, ogni governo dichiara di porsi come priorità l’abbattimento del debito, ma se ne va lasciando un debito ancora più alto. E non perché viviamo al di sopra delle nostre possibilità, come qualcuno vorrebbe farci credere, ma perché non ce la facciamo a tenere la corsa con gli interessi. L’esame dei bilanci pubblici dimostra che siamo dei risparmiatori, non degli scialacquatori. Ad esempio nel 2016 abbiamo risparmiato 25 miliardi di euro (a tanto ammonta la differenza fra ciò che abbiamo versato allo Stato e ciò che abbiamo ricevuto indietro sotto forma di servizi, investimenti, previdenza sociale ecc.). Ciò nonostante nel 2016 il debito pubblico è cresciuto di altri 40 miliardi perché il risparmio accumulato non è stato sufficiente a coprire tutta la spesa per interessi. Questa storia si ripete dal 1992 e ciò spiega perché da allora il nostro debito è passato da 850 a 2.270 miliardi di euro, nonostante 768 miliardi di risparmi.[9]
Il debito che si autoalimenta attraverso gli interessi è una delle forme più odiose di sottomissione e strangolamento di un popolo: è usura. Ma ora è arrivato il tempo di alzarci in piedi e rivendicare il diritto di sottrarci a questo meccanismo perverso. Gli strumenti per farlo ci sono: vanno dal congelamento del pagamento degli interessi al ripudio del debito illegittimo; dall’imposizione di un prestito forzoso a carico dei cittadini più ricchi ad una tassazione progressiva di reddito e patrimonio; dall’introduzione di una moneta complementare nazionale alla riforma della Banca Centrale Europea, dal controllo della fuga di capitali alla regolamentazione della speculazione sui titoli del debito pubblico ecc. Il problema non sono gli strumenti, ma la volontà di contrastare i poteri forti.
L’unica forza che può essere messa sull'altro piatto della bilancia e indurre al cambiamento è la pressione popolare. Ma i cittadini si attivano se si rendono conto dei danni provocati dal debito. Di qui il ruolo cruciale dell’informazione. Dovremmo organizzare una grande campagna di informazione finalizzata a tre obiettivi: creare consapevolezza nei cittadini sui nessi esistenti fra debito pubblico e disagio sociale; obbligare i media ad accendere i riflettori sulle conseguenze sociali del debito, suscitare un grande dibattito pubblico sulle soluzioni alternative al solo pagare.
La storia ci insegna che i cambiamenti sono possibili, ma solo se si infervorano gli animi. E gli animi si infervorano se scatta l’indignazione che deriva dalla consapevolezza: l'informazione è la principale arma dei nostri giorni.

Note: 1) L. Gallino: Il denaro, il debito e la doppia crisi, Einaudi, 2015; 2) Banca d’Italia, Finanza pubblica: fabbisogno e debito, 14 aprile 2017; 3) Banca d’Italia, Finanza pubblica: fabbisogno e debito, 14 aprile 2017; 4) Banca d’Italia, La ricchezza delle famiglie italiane, Bollettino n.65 del 13 dicembre 2012; 5) Censis, Crescono le diseguaglianze sociali: il vero male che corrode l'Italia, 3 maggio 2014; 6) Istat, Condizioni di vita e reddito, 6 dicembre 2016; 7 Istat, Rapporto annuale 2017; 8) Marco Rogari, Nel 2017 «effetto spending» da 30 miliard, Il sole 24 ore, 20 giugno 2017; 9 Elaborazione dati Centro Nuovo Modello di Sviluppo su serie storiche Istat e Corte dei Conti

Ricordiamo don Milani con alcune sue frasi (08/06/2017)

Tra qualche giorno saranno 50 anni che don Lorenzo Milani è morto. Per Marco e per noi della Marco Mascagna è stato un maestro e lo vogliamo ricordare riportando alcune sue frasi.
Segnaliamo anche che il prossimo numero de “Il Tetto” (www.edizioniesi.it/iltetto) sarà tutto dedicato al priore di Barbiana con articoli di Serena Marini, Fabrizio Valletti, Francesca Avitabile, Annamaria Palmieri, Giacomo Losito, Eddi Stifano, Ugomaria Olivieri, Eraldo Affinati, Ugo Leone, Mario Rovinello, Giuseppe Avallone, Pio Russo Krauss.
Per chi vuole leggere o approfondire la sua conoscenza del pensiero e della vita di don Milani consigliamo i seguenti testi di don Milani: L'obedienza non è più una virtù, Esperienze pastorali, Lettera ad una professoressa, Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana, Tutte le opere. E i seguenti libri su don Milani: N. Fallaci: Dalla parte dell'ultimo; A Corradi: Non so se don Lorenzo; M Lancisi: Il segreto di don Milani.
 
Io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente, anzi eroicamente, squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruenti: lo sciopero e il voto.
 
La leva ufficiale per cambiare le leggi è il voto. La Costituzione gli affianca anche lo sciopero. Ma la leva di queste due leve del potere è influire con la parola e con l’esempio sugli altri votanti e scioperanti. E quando è l’ora non c’è scuola più grande che pagare di persona un’obiezione di coscienza. Cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede.

Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande “I care”. E’ il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. E’ il contrario del motto fascista “Me ne frego.
 
Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio; che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.
 
Se la vita è un dono di Dio non va buttata via, e buttarla via è peccato. Se un’azione è inutile, è un buttar via un bel dono di Dio. E’ un peccato gravissimo, io lo chiamo bestemmia del tempo. E mi pare un cosa orribile perché il tempo è poco, quando è passato non torna.
 
Chi non sa amare il povero nei suoi errori non lo ama.
 
Voler bene al povero, proporsi di metterlo al posto che gli spetta, significa non solo crescergli i salari, ma soprattutto crescergli il senso della propria superiorità, mettergli in cuore l’orrore di tutto ciò che è borghese, fargli capire che soltanto facendo tutto al contrario dei borghesi potrà passar loro innanzi e eliminarli dalla scena politica e sociale.

La saggezza umana di rimandare la giustizia a più tardi colla scusa che oggi è imprudenza, è ben più profondamente atea che lo sbuzzar preti e profanar chiese.
 
Il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia.

Conoscere i ragazzi dei poveri e amare la politica è tutt’uno. Non si può amare creature segnate da leggi ingiuste e non volere leggi migliori.

Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.
 
Se si perde loro (gli ultimi) la scuola non è più scuola. E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati.
 
Voi sostenete che Dio fa nascere i cretini e gli svogliati nelle case dei poveri, ma Dio non fa questi dispetti ai poveri, è più facile che i dispettosi siate voi.
 
Ogni parola che non impari oggi è un calcio nel culo domani.

A Firenze il giornale indipenente è La Nazione. E' stato comprato recentemente dagli Zuccheri. Ora non è da credersi che gli Zuccheri (che lesianno l'aumento di una lira agli operai o la riduzione di una lira ai consumatori con la scusa che non ci rientrano) vogliomo poi spendere 4 miliardi per comprare una testata di un giornale (passivo) senza un preciso scopo. Questo scopo è la lotta di classe. (…) La gran maggioranza dei parroci che han poderi sono iscritti alla Confederazione Generale dell'Agricoltura. Eppure è un'associazione di parte, anzi di classe, anzi positivamente intesa per la lotta di classe. Come si spiega che a un sacerdote sia mancato quel minimo di sensibilità morale e sociale che occorre per tenersi non dico in guerra con la Confida, ma almeno in una posizione di equidistanza o di rigetto di ogni guerra di classe, di destra o di sinistra che sia? E' semplice: ha letto la Nazione. Son passati gli anni e s'è trovato così, per mitridatizzazione, senza mai averlo positivamente voluto, sulla sponda opposta da quella del povero.

Fare affari sulle tragedie (08/06/2017)

La guerra, il terrorismo, i regimi autoritari, l'esodo di migliaia e migliaia di persone non per tutti sono tragedie. Per l'industria bellica sono una vera fortuna, delle galline dalle uova d'oro. Lo dimostrano i dati.
Negli ultimi anni il mondo si è fatto più bellicoso: in Siria, Yemen, Libia, Somalia, Sudan, Sud Sudan c'è la guerra. In Mozambico, Mali, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Egitto, Striscia di Gaza, Iraq, Afghanistan, Birmania-Myanmar, Filippine, Pakistan, Cecenia, Ucraina, Nagorno-Karabakh, Colombia, Messico, ci sono situazioni di conflitto armato in atto o silenti [1]. Queste guerre e questi conflitti oltre a morti e distruzioni determinano flussi di profughi e richiedenti asilo verso Paesi sicuri. Un'immane tragedia. Ma per l'industria bellica no.
Ecco i dati dell'esportazioni di armi italiane (in euro/anno), secondo l'ultima relazione al Parlamento (aprile 2017)[2]:
anni 2000: 2 miliardi (media/annua)
2013: 2,5 miliardi
2015: 7,8 miliardi
2016: 14,6 miliardi.
Tra il 2013 e il 2014 Finmeccanica è stata al 9° posto nella classifica mondiale delle aziende fornitrici di materiali bellico (le prime 7 aziende sono USA, l'ottava è di un consorzio tra vari Paesi europei),
Tra i Paesi a cui abbiamo venduto più armi c’è, oltre Regno Unito, Francia, Germania, troviamo Kuwait, Arabia Saudita, Qatar, Turchia.
Il caso più grave è sicuramente quello dell’Arabia Saudita: un Paese che, oltre a non rispettare i diritti umani, sta conducendo una guerra con lo Yemen da circa due anni, che ha già causato oltre 10 mila morti e 40 mila feriti, e, per la quale, è stata a più riprese condannata dalle Nazioni Unite. Kuwait, Quatar e Turchia sono Paesi che se ne infischiano dei diritti umani. Il Quatar è anche coinvolto nel conflitto in Yemen.
Eppure la UE ha varato una risoluzione che prevede il divieto di vendere armi ai Paesi coinvolti nel conflitto nello Yemen. In questo caso l'imperativo “Ce lo chiede l'Europa” non è valido. E nemmeno la legge 185/1990, che vieta l’esportazione e il transito dei materiali d’armamento verso Paesi in stato di conflitto armato, responsabili di violazioni accertate dei diritti umani. Alcuni dei Paesi a cui vendiamo armi sono nella lista dei finanziatori dell'ISIS e di altri gruppi del terrore.
Perfino l'esodo di profughi e richiedenti asilo diventa occasione per fare affari. Gli accordi stipulati con alcuni Paesi perché arrestino questi disperati impedendo che vengano da noi, prevedono la fornitura di “equipaggiamenti, strumenti tecnici, programmi di formazione per le forze di sicurezza. Pagati con i fondi per “l'aiuto allo sviluppo” dei Paesi poveri. Nel 2017 per questa strana forma di aiuto allo sviluppo il Governo ha stanziato 200 milioni di euro (rientranti nel fondo “Aiuti allo sviluppo”) [3]. In realtà tale azione non aiuta per niente le popolazioni povere di questi Paesi né favorisce lo sviluppo. In realtà è un sostegno economico perché facciano loro il lavoro sporco per toglierci profughi e richiedenti asilo dai piedi, fuori dallo sguardo dei media e dei cittadini italiani. Quando sentite dire “Aiutiamoli a casa loro”, sappiate che molti a questo pensano.

1) www.guerrenelmondo.it; 2) www.senato.it/static/bgt/listadocumenti/17/1/1495/0/index.html?static=true; 3) http://sbilanciamoci.info/la-logica-italiana-europea-dellesternalizzazione; http://sbilanciamoci.info/litalia-mano-armata/

 

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