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Associazione Marco Mascagna - O.N.L.U.S.

Disuguaglianze e merito (26/09/2019)

Le ricerche scientifiche dimostrano che le persone sottostimano le disuguaglianze economiche presenti nel proprio Paese: si pensa che i poveri siano meno poveri e meno numerosi di quello che in realtà sono e che i ricchi siano meno ricchi [1, 2].
E' interessante che più si è ricchi e più si sovrastima il reddito medio dei poveri o di alcune categorie (operai semplici ecc.) e più si è poveri e più si sottostima il reddito di ricchi e benestanti (quello dei supermanager per molti poveri è talmente inimmaginabile che viene enormemente sottostimato o ci si rifiuta di rispondere) [1].
Una ricerca ha evidenziato che i ricchi prestano meno attenzione ai passanti e “non vedono” i poveri [3].
Se si chiede alle persone se ritengono di essere sottopagati, sono soprattutto i benestanti che rispondono di sì (il 24% dei laureati risponde “molto più basso del giusto”, mentre tra quelli che hanno al massimo il diploma sono il 20%) e mentre i primi danno come motivazione “perché io valgo di più”, i secondi danno come motivazione soprattutto “perché non riesco ad arrivare alla fine del mese” [1].
Molte ricerche evidenziano che ricchi e benestanti ritengono di valere molto e di meritarsi quanto guadagnano (e anche di più), mentre chi è povero o ha uno stipendio basso ha un giudizio più severo su di sé e bassa autostima [1, 4].
Deve far riflettere il fatto che in società nelle quali la disuguaglianza socio-economica è alta sono molto diffuse le opinioni che ciascuno meriti la propria condizione, che se si è ricchi o si ha una professione alta è perché si hanno molti talenti e ci si è impegnati duramente, mentre se si è poveri o si svolge una “professione” bassa è perché non si ha talento, non ci si è impegnati o si ha qualche vizio o difetto.
Queste convinzioni sono un significativo ostacolo verso una società più equa e solidale, perché fanno percepire le enormi disuguaglianze economiche come qualcosa di accettabile e addirittura di giusto: nella “gara” della nostra società vincono i migliori. E' la meritocrazia, che è buona e che, per questo, dovrebbe essere maggiormente messa in pratica. Ora, se meritocrazia significa che determinati posti devono essere occupati da chi ha più competenze e conoscenze per svolgere bene le funzioni proprie di quel posto, essa è sicuramente qualcosa di buono. Ma se meritocrazia significa che è merito delle persone avere quelle competenze e conoscenze e quindi guadagnare di più (anche enormemente di più) di chi non le ha, questo non è per niente giusto. I “meriti”, infatti, sono merito nostro solo in minima parte.
Infatti, alcuni “meriti” sono caratteristiche e disposizioni innate e quindi frutto del caso.
Il contesto nel quale si vive gioca poi un ruolo ancor più determinante, perché può permettere di far sviluppare e mettere a frutto i talenti avuti alla nascita e perfino di sopperire alla loro quasi totale assenza.
Se Einstein nasceva nel Camerun non avrebbe imparato nemmeno a leggere e scrivere. Se Zuckerberg, invece di essere figlio di due medici fosse stato figlio di due spazzini, non avrebbe mai iniziato a prendere lezioni private di informatica già a dieci anni e non si sarebbe mai potuto iscrivere all'Università di Harvad e non avrebbe mai creato facebook diventando uno degli uomini più ricchi del mondo. Se Lapo Elkann non fosse stato il trisnipote di Giovanni Agnelli, ricco proprietario terriero tra i soci fondatori della FIAT, ora, quasi certamente, non sarebbe nessuno.
In Gran Bretagna solo il 9,5% dei medici, avvocati e laureati in economia e commercio sono figli di operai, contadini e impiegati di basso livello [5].
In Italia il 65% dei figli di laureati è laureato, mentre solo il 14% dei figli di genitori con al massimo il diploma superiore lo è; il 73% degli studenti con almeno un genitore laureato frequenta un liceo, mentre è estremamente raro che un figlio di un laureato frequenti un istituto professionale [6].
Ma anche a parità di titolo di studio chi viene da una famiglia di basso reddito o istruzione occupa posti meno prestigiosi e guadagna meno (in Gran Bretagna in media 11mila sterline in meno all’anno per chi lavora in ambito finanziario, 9mila sterline in meno per chi è occupato nei media o nel settore giuridico e 5mila sterline per chi è medico) [7].
Chi viene da una famiglia ricca o benestante può iscriversi a scuole o università più prestigiose, può accettare di svolgere tirocini non retribuiti o stage sottopagati, può dedicare anche anni alla costruzione del proprio futuro, mentre chi viene da una famiglia non benestante è costretto a fare scelte diverse, dettate dalla necessità economica.
Non solo, chi ha genitori colti e benestanti si esprime meglio, si comporta in maniera “più distinta”, si veste meglio, frequenta ambienti che favoriscono incontri e relazioni con persone che contano ecc.: tutte cose che favoriscono il successo.
Le interviste ai laureati che provengono da famiglie di basso ceto dimostrano quanto pesi lo stress generato dal non sentirsi adatti nel proprio posto di lavoro, dal vivere ogni giornata con l’ansia di venire giudicati “di basso rango” e dal sentirsi costretti a fingere per allinearsi a un “atteggiamento dominante”. Sono meccanismi che portano alla convinzione di non valere abbastanza e che per questo non si fa carriera [4].
Queste differenze tra “ricchi” e “poveri” si determinano già poco dopo la nascita. I genitori laureati nel 40% dei casi comprano libri per i propri figli già prima che compiano l'anno e li sfogliano insieme e li illustrano e li leggono. Solo l'1% dei genitori con licenza elementare e solo il 10% di quelli con licenza media si comportano così [8]. I primi bambini a 4 anni hanno ascoltato in media 45 milioni di parole, gli altri solo 26 milioni [9]. Anche per questo, nei bambini a cui non si sono letti libri nei primi 3 anni di vita, la probabilità di scarso rendimento scolastico, di rifiuto della scuola e d'evasione scolastica aumenta enormemente.
Così, di generazione in generazione, le disuguaglianze si perpetuano e spesso si accentuano.
La nostra società non è meritocratica, perché conta soprattutto la famiglia in cui si è nati e il posto nel quale si è vissuto. L’ideologia meritocratica occulta tutto ciò e tende a giustificare le diseguaglianze che ci affliggono e che si perpetuano di generazione in generazione.
Un importante effetto collaterale di una cultura che interpreta i talenti come merito e non come doni, è una drammatica carestia di gratitudine, che è una caratteristica dei sistemi meritocratici. L'atteggiamento più o meno contrario contro le varie forme di sostegno a chi occupa i gradini bassi della scala sociale e l'indifferenza e l'indulgenza verso ricchi e benestanti che sottraggono decine e decine di miliardi alla collettività tramite “furbizie fiscali” (da avere la residenza propria o della propria azienda in un paradiso fiscale a fare risultare che un familiare risiede dove si ha la casa di villeggiatura) forse è segno proprio di questa mancanza di gratitudine per la fortuna che si è avuta e del non percepire la necessità di aiutare chi è stato molto meno fortunato e diminuire le disuguaglianze in modo che chi veramente ha meriti possa riuscire a metterli a frutto anche se nato in una famiglia povera e poco istruita.
Note: 1) https://journals.openedition.org/qds/623; 2) https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0085293; 3) https://qz.com/816188/science-shows-the-richer-you-get-the-less-you-pay-attention-to-other-people; 4) Chiara Volpato: Le radici psicologiche delle disuguaglianze, Laterza 2019; 5) https://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/0003122416653602; 6) www.lavoce.info/archives/52980/ma-lascensore-sociale-e-bloccato-dagli-anni-di-scuola; 7) https://blogs.lse.ac.uk/politicsandpolicy/introducing-the-class-ceiling; 8) Ronfani L, Sila A, Malgaroli G, Causa P, Manetti S: La promozione della lettura ad alta voce in Italia. Quaderni ACP 2006; 9) Hart B, Risley TR: The early catastrophe: The 30 million word gap. American Educator, 2003.

 

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