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Associazione Marco Mascagna - O.N.L.U.S.

Cos’è decoroso. Cos’è urgente e necessario (25/03/2017)

Il Governo ha emanato un decreto legge sulla “sicurezza urbana”, che ha fatto molto discutere. Vogliamo illustrare e commentare alcuni articoli che ci hanno lasciati esterrefatti (anche su altri ci sarebbe da dire, ma lasciamo stare).
Art. 4: la “sicurezza urbana” è “il bene pubblico relativo alla vivibilità e al decoro delle città”. Perché viene chiamata “sicurezza” la vivibilità e il decoro? “Decoro” deriva da “decorus” che significa “elegante, fine, bello, adorno” (da cui decorare = rendere bello ecc.) [Treccani]. Che centra con la sicurezza? L'identificazione del “decoro” con la “sicurezza” è del tutto pretestuosa e strumentale: serve a giustificare l'emanazione di un decreto legge (ammissibile solo nei “casi straordinari di necessità e urgenza” e, certo, il “decoro” non può essere uno di questi casi) e i provvedimenti limitativi della libertà previsti negli articoli 9 e 10.
Art. 9 e 10: viene comminata una multa da 100 a 300 euro a chi bivacca (il decreto dice “limita la libera accessibilità”) in qualsiasi “infrastruttura, fissa o mobile” “di trasporto pubblico” “e delle relative pertinenze” e in altre aree individuate dal Comune “interessate da consistenti flussi turistici” o “adibite a verde pubblico”. In soldoni significa che viene multato chi sta seduto o sdraiato su marciapiedi, scalinate, vie pedonali, stazioni, vagoni abbandonati, aiuole e chi si sdraia sulle panchine dei centri storici o situate vicino a musei e monumenti. Ne viene fuori che ci si può sdraiare solo sulle panchine dei quartieri periferici.
Oltre alla multa il soggetto non può frequentare per 48 ore il luogo dove è stato trovato. Se il soggetto reitera il comportamento, il questore può disporre “per un periodo non superiore a 6 mesi, il divieto di accesso ad una o più” delle aree prima elencate.
In Italia oltre 55.000 persone vivono in strada. Tranne qualche stravagante o novello San Francesco che l'ha deciso come scelta di vita, tutti gli altri non l'hanno scelto e darebbero chi sa che (ma purtroppo hanno poco o niente) per avere una “casa” anche di pochi metri quadri. I dormitori comunali (dove esistenti) hanno pochissimi posti letto. Gli enti di solidarietà riescono a dare riparo solo ad una parte dei senza casa. Il Governo cosa pretende da questi poveri cristi? Che smettano di dormire? Che dormano passeggiando? Che si accapiglino per le poche panchine dei quartieri periferici (all'aperto!)? Che la facciano finita (beninteso in un quartiere periferico, senza creare problemi alla viabilità e in modo decoroso ed elegante)?
Se non è bello vedere persone che dormono per strada o nelle stazioni la soluzione non è multare questi più poveri tra i poveri o cacciarli nelle periferie, ma fare una politica di lotta alla povertà e all'emarginazione (che è l'esatto contrario di una politica contro i poveri e gli emarginati), come prescrive la nostra Costituzione:
- “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo” (art. 2) e l'art. 25 dei Diritti dell'uomo recita “Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, alle cure mediche e ai servizi sociali”;
- “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (art. 3);
- “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto” (art. 4).
Quindi chi infrange la legge è il Governo che non rispetta la Costituzione e non i senza casa costretti a dormire per strada.
Indecoroso non è chi è povero ma chi, avendo il necessario e anche il superfluo, guarda con fastidio e disprezzo chi non possiede niente.
Indecoroso è chi scrive, approva o si astiene su provvedimenti contro i poveri per cercare di prendere qualche voto in più alle prossime elezioni (il decreto ha avuto il voto favorevole della maggioranza e della destra, l’astensione dei cinquestelle e il voto contrario della sinistra). E per di più scrive e vota un decreto chiaramente anticostituzionale. Infatti, già il Governo Berlusconi aveva varato un decreto simile (decreto Maroni), abrogato dalla Corte Costituzionale due anni dopo.
Infatti nella nostra Costituzione è scritto che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione … di condizioni personali e sociali”, che “la libertà personale è inviolabile” e “non è ammessa … forma di restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria”, che solo “in casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori” (art. 13), che “il domicilio è inviolabile” (art. 14), che “ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza” (art. 16). Appunto, solo “per motivi di sanità e sicurezza”, non per motivi di decoro.
Ciò che è “urgente e necessario” non è un vergognoso decreto come quello del Governo Gentiloni, ma predisporre dormitori pubblici, aiutare chi sta in grave difficoltà, creare posti di lavoro (p. es. nella messa in sicurezza antisismica delle case, nel risparmio energetico, nella mobilità sostenibile, nella difesa del suolo, nella tutela dei beni culturali ecc.), redistribuire la ricchezza (levare ai ricchi e benestanti per dare lavoro e sicurezza a chi non l’ha), rendere effettivo il diritto alla casa, contrastare lo sfruttamento dei lavoratori e il lavoro nero.

La demografia smaschera la demagogia(09/03/2017)

In questi giorni sono stati pubblicati i nuovi dati sulla natalità in Italia che confermano la riduzione delle nascite: 486.000 nel 2015, 464.000 nel 2016. Da molti anni le nascite sono in calo in Italia e in quasi tutti i Paesi ricchi, e questo fatto allarma. Si invocano perciò politiche di sostegno alla natalità e di incentivazione della procreazione (ricordate la demenziale campagna della ministra Lorenzin?).
La crescita della popolazione ha molti lati positivi ma, se va avanti indefinitamente, ha effetti catastrofici: viviamo in un mondo finito, con equilibri ecologici che, superati determinati limiti, si alterano, creando problemi molto gravi e potendo determinare alterazioni irreversibili. Questi limiti, in realtà, sono già stati superati. Infatti, l’“impronta ecologica” media mondiale (l’indicatore che misura il “peso” della popolazione mondiale sull’ecosistema Terra) è di 2,7 ettari/ab, ma il nostro pianeta (levando i deserti, le aree ricoperte da ghiacciai ecc.) ha solo 2 ettari/ab. Quindi abbiamo già abbondantemente superato la capacità di carico dell’ecosistema Terra (cioè inquiniamo e preleviamo risorse rinnovabili ad una velocità superiore alla capacità di depurazione e di riproduzione delle risorse) e, infatti, gli equilibri si stanno alterando sempre più (aumento della temperatura, inquinamento dell’aria, dei mari, del suolo).
Questi limiti sono stati superati soprattutto perché gli abitanti dei Paesi ricchi hanno scialato alla grande, disinteressandosi dei limiti posti dalla natura. Se l’impronta ecologica media mondiale è 2,7, quella degli statunitensi è 12 e quella degli italiani 5, mentre quella degli abitanti dell’Africa è di 1,1.
L’impronta ecologica globale dipende da 3 fattori: numero degli abitanti, stile di vita (consumi/ab) e impatto dei beni consumati (impatto ambientale dei diversi beni dalla produzione allo smaltimento). Per ridurla quindi bisogna intervenire su questi tre fattori e poiché circa 4 miliardi di persone hanno una vita grama e quindi devono consumare di più, altri 2 miliardi aspirano ad avere il nostro stile di vita e quindi vogliono consumare di più e 1 miliardo di persone (cioè noi) non vogliono cambiare il loro stile di vita, arrestare la crescita della popolazione diventa una scelta obbligata.
Quindi prima o poi la natalità deve essere ridotta e più tardi ciò avviene più la riduzione dovrà essere drastica e più sarà gravida di effetti negativi facili ad immaginarsi.
L’andamento della popolazione mondiale nel tempo è stato questo:
1400: 350-450 milioni di abitanti
1700: 750 milioni
1800: 1 miliardo
1900: 1.650 milioni
1950: 2,5 miliardi
2000: 6 miliardi
2010: 7 miliardi
2015: 8 miliardi (stima)
La crescita della popolazione è stata molto difforme nelle varie aree geografiche: Europa e Asia sono cresciute molto negli ultimi secoli, divenendo le regioni più densamente popolate del mondo, e i loro abitanti si sono espansi in altre zone, con emigrazioni (tra il 1870 e il 1914 sono emigrati in America 50 milioni di Europei) guerre e colonizzazioni (nella sola Eritrea sono emigrati oltre 80.000 italiani tra il 1900 e il 1940)[1]. Ora Europa, America del Nord, Giappone sono in decrescita, in altri Paesi (es. Cina) la crescita si va attenuando sempre più e poi invertirà di segno, in altri poco densamente popolati (es. Africa) la popolazione è in forte crescita.
In questo quadro non ha senso che i Paesi ricchi cerchino di incrementare la loro natalità (facendo aumentare ancor più la popolazione mondiale e i problemi ambientali), anche perché, considerando l'attuale numero di donne in età fertile, i risultati sarebbero minimi e gli effetti positivi si avrebbero tra 20-30 anni. Meglio accogliere una quota di giovani che permette di riequilibrare subito la composizione per età della popolazione, risolvendo così i problemi che sorgono con la denatalità. Su questo sono d’accordo tutti gli esperti. Quindi dovremmo fare una politica di accoglienza dei migranti (ciò favorirebbe anche lo sviluppo economico dell’Africa e del Centro America, grazie alle rimesse degli emigrati e ai ritorni in patria). Insomma accogliere i migranti non è solo un atto di fraternità, giustizia e solidarietà, ma ci conviene e anche.
Se si hanno i dati della situazione e si ragiona lucidamente non si può non arrivare a questa conclusione. Purtroppo molti giornali, TV, siti internet e politici nascondono questi dati o ne fanno girare altri inventati di sana pianta (p.es la falsa invasione di islamici, vedi il messaggio 2 del 2017), cercano di spaventare le persone per vendere di più, guadagnare consensi e voti.

Note: 1) Podestà G. L’emigrazione italiana in Africa Orientale, www.ilcornodafrica.it/rds-01emigrazione.pdf; Livi Bacci M: Il pianeta Stretto, il Mulino 2015

E' vero che in Italia la spesa pubblica è altissima e che la Pubblica Amministrazione ha un pletora di dipendenti? (06/03/2017)

E' convinzione comune che in Italia la spesa pubblica è tra le più alte d'Europa e che nella pubblica amministrazione c'è una pletora di dipendenti. Siamo andati a vedere se questa convinzione è suffragata dai fatti o no. In Italia la spesa pubblica è il 46,2% del PIL. Non siamo i primi, perché ci precedono la Finlandia 56,5%, la Francia 55,0%, la Danimarca 54,1, la Grecia 51,8, il Belgio 50,9, la Svezia 49,8, l'Austria 49,2 e l'Ungheria 46,5. Quindi siamo al 9° posto con una percentuale di poco superiore alla media UE (45%). Tra i settori in cui spendiamo meno c'è l'istruzione (7,9% del PIL, media UE 10,2) la cultura (1,4%, media UE 2,1%) e la Sanità (6,8%, media UE 7,2%). Nell’istruzione e cultura siamo il Paese che spende di meno nella UE [1].
La Pubblica Amministrazione nel corso degli anni ha subito una notevole riduzione del numero di dipendenti: dal 2007 al 2015 gli Enti Locali hanno perso 56.000 unità (da 516.000 a 460.000), la Scuola 53.000 unità (da 1.138.000 a 1.085.000), i Ministeri 31.000 unità (da 184.000 a 153.000), quello della Sanità 29.000 unità (da 682.000 a 653.000), l'Università 18.000 unità (da 117.000 a 99.000), la Polizia 11.000 persone (da 333.000 a 312.000) [2]. Tale notevole cura dimagrante è stata conseguita bloccando le assunzioni, per cui l'età media dei dipendenti è andata aumentando ogni anno di più e ora per i vari settori si colloca tra i 50 e i 55 anni [2]. Poiché con l'età la probabilità di avere acciacchi aumenta sempre più e questo processo è molto più precoce per le persone di basso reddito, ne risulta che una quota molto consistente di dipendenti pubblici dei livelli più bassi è ormai disabile.
In alcuni settori, come la Sanità, alla riduzione del personale e alle scarse risorse finanziarie si è accompagnato un aumento di compiti e attività (dovuti all'invecchiamento della popolazione, all'aumento del numero di poveri e indigenti e, in alcuni campi, anche al progresso della medicina). Tutto ciò ha messo in grave difficoltà il nostro sistema sanitario, a lungo considerato tra i migliori del mondo, che ha perso posizioni (in particolare per l'allungarsi delle liste di attesa) e che rischia di perderne sempre di più, perché avrebbe bisogno di investimenti per sostituire apparecchi vecchi, ristrutturare ospedali e presidi, investire nella formazione e nell’aggiornamento. Soprattutto c’è necessità di assumere il personale necessario per rispondere adeguatamente ai bisogni di salute della popolazione. C’è bisogno cioè di investire un poco di più nella Sanità e di programmare gli interventi avendo come faro i bisogni di salute della popolazione. Governo e Regione fanno questo? Non sembra proprio. Infatti il documento di programmazione economica 2016 prevede per i prossimi anni una riduzione della spesa per la Sanità: dal 6,8% del PIL (anno 2015) deve diventare 6,7% nel 2016 e nel 2017, poi 6,6% nel 2018 e quindi 6,5% nel 2019.
Il decreto del Commissario alla Sanità della Regione Campania sui fabbisogni di personale prevede una dotazione di ostetriche di una per ogni distretto sanitario, 5,5 dietisti ogni milione di abitanti e zero laureati in scienze motorie (pur essendo la Regione con la più alta percentuale di persone sedentarie e inattive). Quindi in media ogni ostetrica avrà una platea di circa 10.000 donne a cui ogni anno effettuare il pap-test, 5.000 studenti di scuola superiore a cui fare educazione sessuale, 1.000 donne da incontrare nei corsi pre-parto e in più dovrebbe dare anche una mano al ginecologo nella sua attività (neanche Wonderwoman riuscirebbe nell’impresa). Ogni dietista invece dovrebbe farsi carico di intervenire su 100.000 persone in sovrappeso e fare attività preventiva su una platea di 11.000 studenti di scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di 1°.
Poiché le persone povere non possono ricorrere a ginecologi privati per i pap-test, né a dietisti e dietologi se in sovrappeso, poiché le malattie sessualmente trasmesse, le gravidanze indesiderate e precoci, l’obesità il sovrappeso sono molto più frequenti nelle persone povere e di bassa istruzione, chi sarà maggiormente danneggiato da queste scelte sono sempre gli ultimi. Già oggi assistiamo a due fenomeni agghiaccianti:
1) le persone di basso reddito rinunciano a curarsi perché non hanno i soldi (1 milione e 400.000 persone, il 15% dei poveri e dei quasi poveri ha rinunciato a curarsi per questioni economiche) [3].
2) le persone diventano povere per le spese sanitarie sostenute (l'1,2% delle famiglie italiane si sono impoverite per questo motivo) [4]
Ci chiediamo: come mai di questo si parla così poco? Come mai è così diffusa e radicata la convinzione che la spesa pubblica è eccessiva anche se tale convinzione non ha alcun riscontro nella realtà? Chi mette in giro queste bufale? Perché?

Note: 1) Eurostat 2015; 2) Ragioneria Generale dello Stato: Conto annuale periodo 2007-2015; 3) Ufficio parlamentare di bilancio: Rapporto 2016; 4) CREA: 12° rapporto, 2016.

Cosa è veramente “ecologico e sostenibile”? (15/02/2017)

Ecologico, sostenibile, naturale sono aggettivi estremamente frequenti. Ogni giorno la pubblicità o articoli e servizi giornalistici ci propongono “auto ecologiche”, “energie verdi”, “alimenti naturali” e molti altri prodotti e servizi “verdi”. Ma quali di questi sono realmente ecosostenibili e quali sono solo una strategia di mercato?
Non è facile saperlo, perché la valutazione di impatto ambientale è per sua natura complessa. Sicuramente è sbagliato farsi guidare da criteri semplicistici quali “le cose naturali sono meglio di quelle artificiali”, “meglio la tradizione che le novità” o, viceversa, “meglio il nuovo”.
Sul criterio “naturale/artificiale” va innanzitutto detto che non è facile stabilire cosa sia “naturale” e cosa “artificiale”. Per esempio, il pane è naturale o artificiale? Prendere dei chicchi di grano, macinarli fino a farli diventare una polvere, impastare questa polvere con dell'acqua, un concentrato di microorganismi (il lievito) e del cloruro di sodio (ricavato dall'acqua di mare o estratto dalle profondità della Terra), tenere l'impasto ad una data temperatura per un tot di tempo in modo che questi microrganismi si nutrano degli amidi producendo anidride carbonica (il processo di lievitazione), bloccare bruscamente questo processo infornando ad alta temperatura (con conseguente morte dei microorganismi e denaturazione delle proteine) ha ben poco di naturale e molto di artificiale. In realtà il pane è un prodotto tecnologico, come i formaggi, i salumi, la pasticceria, gli snack (merendine, patatine fritte ecc.) e quasi tutto quello che mangiamo, indossiamo, utilizziamo. Poi bisogna sempre ricordarsi che la cicuta, l'amanita falloide, il veleno della vipera sono naturali al 100%, ma estremamente tossici, che le aflatossine, tra i più potenti cancerogeni, sono naturali al 100% (sono prodotte da microrganismi).
Oggi vogliamo puntare l'attenzione sulla legna, un prodotto naturale al 100%, che sta avendo un boom in questi ultimi anni.
Per riscaldare le case, fino a qualche decennio fa si usava soprattutto il gasolio. Poi si è passati al metano e al GPL, che hanno raggiunto il loro picco nel 2005 con 435mc/ab (per il solo riscaldamento domestico), scendendo poi sempre più e arrivando a 390mc/ab nel 2012. Dalla metà degli anni '90 è andato, invece, sempre più aumentando l'uso della legna, soprattutto del pellet. Nel 2014 il 15% delle case è riscaldato con legna, con un quadro molto variegato: nei comuni montani il 40%, nel Nord-Est e nel Centro Italia il 25%, nel Nord Ovest il 15%. In Italia vi sono 2,1 milioni di stufe, camini e caldaie a pellet, 8,6 milioni tra stufe, camini, caldaie e cucine a legna. Siamo al 1° posto al mondo per consumo di pellet, da soli consumiamo il 40% dell'intera UE [1, 2]. Una bella soddisfazione per tutti i Governi che hanno cercato di incentivare questa fonte energetica (detrazioni fiscali fino al 65% per la sostituzione di un impianto a combustibili fossili con uno a pellet, IVA più che dimezzata rispetto ad altri combustibili, ecc.). Una fonte energetica rinnovabile, naturale, antica, verde, ecologica, sostenibile. Tutto bene, dunque?
Solo ad una visione parziale e frettolosa. L'ecologia ci insegna che bisogna sempre avere uno sguardo complessivo, esaminare tutti i fattori e tutte le relazioni. Quindi il boom del legno per riscaldare le case ha sicuramente dei lati positivi (è una fonte rinnovabile, il bilancio della CO2 è in pareggio), ma ha anche lati negativi e altri problematici. Vediamo quali:
- Le emissioni di polveri inalabili (PM10) e in particolare di quelle fini (PM2,5), che sono le più pericolose per la salute. Una caldaia a metano emette 0,2 g di PM10 per ogni gigaJoule di calore prodotto. Una stufa a pellet di ultima generazione 50g, una stufa a legna di ultima generazione 150g, una stufa tradizionale 500g un caminetto 700 g. Anche il gpl emette meno PM2,5 del pellet (2g/megaJuole) e perfino il gasolio (3,2g/megajuole) [3]. Nel 2000 il riscaldamento domestico contribuiva per il 32% alle emissioni nazionali del PM10 e per il 31% a quelle del PM2,5, nel 2014 contribuisce rispettivamente per il 57% e il 60% [4].
- L’impatto del trasporto della legna. Solo il 10% del pellet è di origine italiana, il restante è importato da Austria, Germania, Croazia e Canada e, con l’aumentare della richiesta, iniziano a comparire anche Paesi del Terzo Mondo [2]. Quindi, è vero che il bilancio del carbonio della combustione della legna è pari a zero (emette tanta CO2 quanta l’albero l’ha sottratta dall’atmosfera tramite la fotosintesi), ma il rischio è che la domanda di legna sia maggiore della produzione e che quindi si intacchi lo stock, distruggendo boschi e foreste.
Questi dati, purtroppo veri, sono stati utilizzati da soggetti che hanno interesse nel settore dei trasporti e da persone poco informate per sostenere che se si vuole combattere l’inquinamento atmosferico non bisogna puntare sui trasporti ma sul riscaldamento domestico. In realtà altri dati smentiscono questa tesi.
Il trasporto su gomma è la principale fonte di emissione di benzene (44% del totale, riscaldamento domestico meno dell’1%) e di ossidi di azoto (49% del totale, riscaldamento domestico 9%). Inoltre il riscaldamento domestico è la principale fonte di emissione di PM10 e PM2,5 in Italia, ma nelle grandi città e in gran parte di quelle medie (tutte quelle del Sud Italia e gran parte di quelle del Nord-Ovest) la principale fonte di polveri è il trasporto su gomma. Per esempio a Napoli il 41% del PM2,5 origina dal trasporto su gomma e solo il 4% dal riscaldamento domestico e ben il 78% del benzene “napoletano” è emesso da auto e moto [4].
Anche sul trasporto su gomma, come sul pellet, l’Italia ha record del tutto negativi: 62 auto ogni 100 abitanti (in Germania, Francia e Inghilterra sono 50), una percentuale di spostamenti superiori a 500m compiuti a piedi nei giorni feriali del 12% (Germania 22%, Francia 29%), una percentuale di analoghi spostamento attuati con auto e moto del 75% (Germania 53%, Francia 58%) [5].
L’inquinamento atmosferico è tra le principali cause di morte (determina ogni anno in Italia almeno 45.000 morti) [6]e determina un danno economico ingentissimo (pari a circa il 10% del PIL)[7]. Ci si aspetterebbe un impegno serio della UE, del Governo (nonché delle Regioni e dei Comuni). Invece si fa a gara per fare il contrario di quello che servirebbe o si adottano interventi schizofrenici.
Bisognerebbe invece:
abolire i finanziamenti alle fonti fossili: 15 miliardi all’anno in Italia (2 per l’autotrasporto merci, il modo più inquinante per trasportarle)[8]
rispettare il principio “chi inquina paga” introducendo tasse ambientali, cioè accise sui prodotti e servizi proporzionali all'impatto che questi hanno sulla salute e sull'ambiente (la UE ci ha più volte richiamato per la nostra inadempienza)
favorire con finanziamenti pubblici l'isolamento termico degli edifici (gli edifici italiani disperdono 5 volte più calore di quelli svedesi), il trasporto pubblico, la ciclabilità e pedonalità, la trasformazione dei rifiuti in metano e compost. In questa maniera si creerebbero anche centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro.
Inoltre la UE dovrebbe smetterla di essere prona alle industrie automobilistiche adottando come limiti massimi degli inquinanti quelli dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (oggi i limiti consentiti dalla UE sono anche più del doppio) e non permettendo più che i Km per litro di carburante e le emissioni dichiarate dalle aziende automobilistiche per i vari modelli di auto e moto non corrispondano alla realtà, perché rilevate in situazioni del tutto artificiali (attualmente il 66% delle auto euro 6 e l'82% di quelle euro 5 emettono il triplo degli ossidi di azoto previsti dalla normativa e nessuna delle migliaia di auto esaminate su strada ha emissioni in regola [9]
Ma tutto ciò può verificarsi solo se i cittadini faranno capire ai partiti e ai politici che questo vogliono e che se non si prendono tali provvedimenti il loro voto non lo avranno.
Si dà una mano all'ambiente e si tutela la salute molto più così che non mangiando “alimenti naturali” o comprando prodotti “ecologici e sostenibili”.

1) ISTAT Bilancio energetico nazionale 2014; 2) Associazione Italiana Energie agroforestali 2015; 3) ISPRA 2011 www.sinanet.isprambiente.it/it/sia-ispra/serie-storiche-emissioni/fattori-di-emissione-per-le-sorgenti-di-combustione-stazionarie-in-italia/view; 4) ISPRA 2015; 5) Eurostat e ISFORT 2012; 6) EEA 2016; 7) OMS: Documento 69 Assemblea Mondiale; 8) Legambiente: Stop sussidi alle fonti fossili 2016; 9) Transport and Environmentel 2016.

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