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Associazione Marco Mascagna - O.N.L.U.S.

Le bufale sono pericolose e si diffondono più velocemente del coronavirus grazie a chi le gira: alcuni consigli (21/03/2020)

Se restiamo a casa possiamo proteggerci dal coronavirus e arrestare l'epidemia. Purtroppo le bufale (cioè le notizie false o parzialmente false) ci raggiungono anche a casa e si diffondono molto più rapidamente di qualsiasi virus.
Se 100 persone ricevono una bufala su WhatsApp o su facebook e ciascuna di esse la invia ad altre 20 persone e ciascuna persona raggiunta dopo un'ora la invia ad altre 20 persone e così ogni ora, dopo solo 4 ore 16 milioni di persone hanno ricevuto la notizia falsa e dopo 8 ore 640 milioni di persone. Questa rapidissima diffusione è determinata dal fatto che chi riceve una bufala invece di cestinarla la rilancia a tutti i suoi contatti, facendosi così complice di persone senza scrupoli, di truffatori, di fanatici, di imbecilli, di ignoranti, di persone con disturbi psichici (paranoici, narcisisti ecc.)
Varie inchieste hanno dimostrato che molte bufale sono create ad arte da aziende a ciò deputate.
Grazie alle bufale infatti si possono spostare migliaia di voti da un partito a un altro, far cadere governi, vincere le elezioni, far alzare il valore dei propri pacchetti azionari, vendere più prodotti di una determinata azienda o di un intero comparto merceologico. Quindi ci sono soggetti che pagano altri soggetti perché producano bufale (per esempio contro gli immigrati, i musulmani, i rom, il governo, i partiti e le aziende avversarie).
Altre bufale sono prodotte dai proprietari di siti, pagine facebook o canali youtube. Si crea una notiza sensazionale, una foto o un video falso spacciato per vero, la si mette sul proprio sito, pagina o canale e la si sostiene con messaggi WhatsApp. Il sito, la pagina o il canale hanno inserzioni a pagamento per cui più persone li visitano e più il proprietario guadagna.
La procedura sopra descritta può essere attuata anche da narcisisti che godono se migliaia o centinaia di migliaia di persone visitano la loro pagina o se sono stati capaci di darla a bere a centinaia di migliaia di persone.
Bufale sono create da giornali che campano su questo. Per esempio il Daily Mail britannico sforna in continuazione bufale mediche e razziste, riuscendo così ad ottenere quattordici milioni di visitatori giornalieri [1]. In Italia ci sono giornali che spesso producono o rilanciano notizie false (per esempio Affari Italiani, Il Giornale, Libero) [2].
Bufale sono create anche da appartenenti a sette e gruppi di fanatici per convincere persone fragili a farne parte, oppure per convincere persone ad aderire a una particolare visione del mondo o per fare in modo che si odi ciò che l'autore della bufala odia o si apprezzi ciò che si apprezza. Esistono siti che producono o rilanciano falsità di questa specie (ad esempio il sito mednat.news).
Altre volte la bufale si producono come nel gioco del telegramma: si legge una notizia vera e la si riporta esagerandola un poco o aggiungendo qualche elemento di colore e la si manda in giro; qualcun altro procede allo stesso modo e dopo poco la notizia vera è totalmente travisata o mischiata con informazioni false.
Può accadere che un soggetto ignorante, non esperto del campo o poco intelligente sbagli a interpretare o a comunicare una notizia, per cui lancia un messaggio disinformante, che spesso, proprio perché inusuale e strano, finisce per diffondersi molto velocemente.
La psicologia ci insegna che le notizie strane, inusuali, che ci indignano, ricevono molta più attenzione delle altre, sono ricordate più facilmente e più facilmente lasciano una “traccia emotiva”. Non solo, noi tendiamo a ignorare (e a reputare false) le notizie che non sono in linea con le nostre convinzioni e pregiudizi e a prestare più attenzione (e a credere) alle notizie che rafforzano le nostre convinzioni e pregiudizi.
Un effetto di tutte queste bufale che, per loro natura, fanno leva soprattutto sull'emotività, sui pregiudizi e su schemi interpretativi rozzi, è che la gente finisce per “ragionare” sempre più con la pancia o in base a stereotipi o in base all'appartenenza di gruppo.
Un altro effetto estremamente pericoloso delle bufale è che se una persona si convince della verità di una notizia falsa farle cambiare idea è poi difficile ed è ancora più difficile che cambi idea rispetto al messaggio veicolato dalla notizia falsa. Per esempio, se ho creduto a una bufala sugli immigrati, poi è difficile che ammetterò che è tale e se anche lo ammetto il messaggio veicolato dalla notizia (per es. gli immigrati sono un pericolo per la nostra società) è acquisito e molto difficilmente lo ripudierò.
L'epidemia di covid ha letteralmente scatenato i creatori di bufale. Circolano decine e decine di notizie false ed è criminale che si usi un momento del genere per diffondere notizie false che tantissime persone prendono per vere e rilanciano ai loro contatti. Non diventiamo complici di tali criminali!
Che fare? Semplice: mai credere e/o girare una notizia senza prima essere più che certi che non sia una bufala. Il fatto che l'ha inviata un amico o una persona per bene, intelligente e preparata non è assolutamente sufficiente per pensare che non sia una bufala, perché potrebbe non averla controllata.
Ecco alcuni suggerimenti per accertarsi che non siamo di fronte a una bufala:
1) cercate su un sito antibufala se la notizia è segnalata. Basta digitare su un motore di ricerca www.butac.it o www.bufale.net o https://bufalopedia.blogspot.com seguito dalle parole chiave della notiza avuta. Per esempio per sapere se è vera la notizia che trattenendo il respiro si può sapere se ci si è infettati dal coronavirus basta scrivere butac coronavirus trattenere respiro e subito comparirà che è una bufala. I siti antibufala ci mettono almeno un paio di giorni per smascherare una bufala;
2) se nessun sito la segnala come bufala leggete per bene la notizia e verificate se riporta nome e cognome di chi fa le affermazioni, l'istituzione di cui fa parte e la data (giorno mese anno). Se questi dati non sono riportati molto probabilmente è una bufala. Se sono riportati scrivete su un motore di ricerca il nome e cognome trovato o l'istituzione trovata per verificare se è una fonte autorevole o no (ovviamente un professore di economia non è una fonte autorevole su argomenti di epidemiologia, ma lo sono un epidemiologo o uno specialista in malattie infettive). Se è una fonte autorevole bisogna:
a) verificare se effettivamente ha fatto l'affermazione che viene riportata. Per esempio sul sito della Croce Rossa non c'è la tabella con i sintomi del covid, dell'influenza e del raffreddore attribuita alla CRI, per il semplice fatto che questo ente non l'ha mai prodotta e pubblicata;
b) se i ragionamenti che fa non sono basati su fallacie logiche [3];
c) se gli eventuali dati sono riportati sia in termini assoluti che relativi, perché altrimenti non se ne può trarre nessuna conclusione. Per esempio, se leggete “Scoperta una sostanza che aumenta del 300% la rigenerazione dei capelli", non possiamo dedurre che è efficace, perché se prima la rigenerazione era 0 (come nei calvi) e dopo il farmaco continua a essere 0 si può anche dire che c'è stato un aumento del 300%: 0x300 è infatti uguale a 0. Bisogna sapere inoltre che in statistica il solo dato dell'aumento o della diminuzione del rischio non ha valore se non si riporta anche l'intervallo di confidenza e se questo comprende il valore 1 (per es. IC 0,7-1,2) l'aumento o la diminuzione riscontrata non è significativa;
d) se gli eventuali studi che cita sono reali o inventati e se sono reali se dicono effettivamente quanto riportato. Per esempio in questi giorni gira uno scritto di un giornalista, Blondet, che afferma che chi ha praticato la vaccinazione antiinfluenzale ha più facilmente il covid. Per sostenere questa tesi oltre a fare ragionamenti epidemiologici errati cita una ricerca che dimostrerebbe quello che afferma. Ma in realtà la ricerca lo smentisce perché i risultati non sono significativi (l'intervallo di confidenza è 0,86-1,09).
Se non volete fare tutta questa fatica non prendete per vera la notizia e, soprattutto, non giratela ai vostri contatti.
Inoltre, se più volte avete presa per vera una bufala sappiate che siete una persona che facilmente può essere ingannata: è bene, quindi, che prendiate serenamente consapevolezza di ciò e siate molto accorti, perché potreste essere vittima di truffatori, manipolatori e persone senza scrupoli.
Note: 1) https://attivissimo.blogspot.com/2016/12/il-cinico-business-delle-bufale-seconda.html; 2) www.butac.it/tag/affari-italiani; www.bufale.net/il-documento-segreto-per-decidere-chi-salvare-direttiva-choc-ai-medici; www.bufale.net/inutile-allarmismo-per-la-tassa-su-prelievo-contanti-con-libero-e-feltri-governo-prepara-la-rapina; 3) per una brevissima illustrazione delle fallacie logiche si veda www.psyjob.it/le-fallacie-una-introduzione-ai-piu-comuni-inganni-dellargomentazione.htm, per saperne di più si legga Cattive argomentazioni: come riconoscerle di F.F. Calemi e M.P. Paoletti, Ed. Carocci, 2014

C'è bisogno di un epidemia per accorgersi dell'importanza della sanità pubblica? (11/03/2020)

La salute è una cosa preziosa, purtroppo ce ne accorgiamo soprattutto quando ci ammaliamo. Lo stesso può dirsi della sanità pubblica: è in momenti come questi che stiamo vivendo che ci accorgiamo di come è importante avere un sistema sanitario nazionale.
Purtroppo da molti anni il nostro SSN (Sistema Sanitario Nazionale) è sotto attacco, gli sono state tolte risorse e si è cercato di screditarlo.
Ha fatto discutere il battibecco tra l'ex presidente dell'Istituto Superiore della Sanità (Ricciardi) e un deputato di Italia Viva (Marattin), col primo che affermava che in 7 anni sono stati tolti 37 miliardi al SSN e il secondo che gli dà del bugiardo affermando che il fondo sanitario è sempre cresciuto.
Vediamo le cose come stanno.
Nel decennio 2010-2019 (dal Governo Berlusconi al primo Governo Conte), il finanziamento pubblico del SSN è aumentato complessivamente di 8,8 miliardi di euro, crescendo in media dello 0,9% all'anno [1]. Il fondo sanitario quindi è cresciuto, ma non sempre (come invece sostenuto dal deputato di Italia Viva). Infatti nel 2013 (Governo Letta) è stato ridotto di quasi un miliardo e nel 2015 (Governo Renzi) di 200 milioni [1]. Ma, come sempre, per interpretare correttamente i dati bisogna non fermarsi ai soli valori assoluti e, nel nostro caso, esaminare anche se questo aumento dello 0, 9% corrisponde a un equivalente aumento del potere d'acquisto. Infatti, se guadagno il 1% di più ma i prezzi dei beni di prima necessità aumentano del 10%, mi sono impoverito (è come se mi avessero tagliato il 9% dello stipendio). Negli ultimi 10 anni l'inflazione media annua è stata dell'1,1% [2], quindi, aumentando il fondo sanitario dello 0,9%, si ha una riduzione effettiva dello 0,2% annuo, equivalente a 2,2 miliardi di euro in 10 anni.
Purtroppo l'inflazione del settore sanitario (acquisto apparecchiature, farmaci ecc.) è di molto superiore al'1,1%. Per esempio il prezzo delle apparecchiature mediche è aumentato mediamente del 20%, quello dei farmaci ospedalieri del 32% [3]. Il che significa che in termini reali si sono tolti al SSN non 2,2 miliardi ma decine di miliardi, e tutti i Governi dal 2010 al 2019 hanno operato in tal senso.
La Fondazione GIMBE (Gruppo Italiano per la Medicina Basata sull'Evidenza) ha cercato di calcolare di quanto è stato effettivamente definanziato il SSN (di quanto è stato tagliato “lo stipendio effettivo” del SSN). Per fare ciò non calcola l'inflazione dei prezzi dei vari beni necessari al SSN, ma i soldi che i vari Governi hanno promesso al SSN sulla base delle previsioni delle sue necessità (aumento dei prezzi, nuovi bisogni sanitari, invecchiamento della popolazione ecc.). Va detto che queste previsioni governative sono sempre state molto, ma molto prudenti. Calcolando quanto era stato previsto e quanto è stato effettivamente dato risulta una differenza di 37 miliardi di euro [1]. Cioè, rispetto a 10 anni fa, sono stati tolti dallo “stipendio effettivo” del SSN 37 miliardi di euro. Probabilmente, se si calcolano i soldi effettivamente erogati al SSN e l'inflazione dei beni necessari al SSN (attrezzature, farmaci, beni di consumo come stent, siringhe, cateteri, indumenti sterili monouso ecc.), il taglio è anche maggiore.
Due dati illustrano in maniera evidente gli effetti di questo enorme taglio:
- tra il 2009 e il 2017 si sono persi 46.500 unità di personale (chi andava in pensione non è stato sostituito) [4]. Purtroppo i dati ufficiali si fermano al 2017, ma nel 2018, 2019 e in questi mesi del 2020 i pensionamenti sono cresciuti ancora di più per effetto anche di leggi quali “Quota 100”, che hanno favorito i prepensionamenti;
- tra il 2007 e il 2017 sono stati eliminati 42.000 posti letto, passando da 3,9 a 3,2 posti letto per 1.000 abitanti (la media europea è di 5 posti letto per abitante) [5].
Ma la situazione non è uguale in tutta Italia. Le regioni del Sud, infatti, sono state penalizzate due volte: dai criteri di ripartizione del fondo sanitario nazionale (le regioni con più persone anziane, dove cioè l'aspettativa di vita è migliore e che sono anche quelle più ricche, ricevono di più delle altre; le regioni che fanno più prestazioni, cioè che storicamente hanno più servizi perché sono più ricche, ricevono più delle altre) e dai tagli draconiani a cui sono state sottoposte per i piani di rientro. In Campania tra il 2007 e il 2017 si sono persi oltre 12.000 unità di personale, cioè più di un quarto dell'intera riduzione del personale sanitario di tutta Italia [6].
Come è facile immaginare quando ci sono pochi soldi si tagliano per prima e soprattutto le attività di prevenzione e di promozione della salute. Molte ASL non solo hanno ridotto drasticamente il personale operante in questi settori ma hanno cancellato perfino le Unità Operative di Educazione e Promozione della Salute, sostituendole con un “referente” (cioè un dipendente, spesso già impegnato in altri compiti).
Era necessario ridurre così drasticamente le risorse del SSN? No.
L'Italia, rispetto agli altri Paesi ha sempre speso poco per la sanità: nel 2008 la spesa pubblica è stata pari al 7% del PIL, tra le più basse d'europa e dei Paesi OCSE; anche la spesa pro capite (corretta per il potere d'acquisto) era tra le più basse (1.940 euro pro capite), circa 400 euro in meno di Francia e Germania [7]. Malgrado una spesa così bassa avevamo una sanità che veniva considerata la migliore al mondo (per anni siamo stati al 1° o al 2° posto nelle classifiche OMS e Living).
Oggi lo Stato destina solo il 6,5% del PIL alla sanità e la nostra spesa sanitaria pubblica pro capite è di 2.247 euro, tra le più basse d'Europa (giusto la metà di quella della Germania) e siamo scivolati al 9° posto nella classifica dei migliori sistemi sanitari [8, 9].
In conclusione, analizzando i dati dal 2007 a oggi appare evidente che si sono tolte ingenti risorse pubbliche alla sanità (intorno ai 37 miliardi di euro), malgrado avessimo uno dei migliori sistemi sanitari al mondo e spendessimo molto meno degli altri Paesi sviluppati. Come conclude la Fondazione GIMBE: i Governi che si sono succeduti hanno utilizzato la Sanità come un bancomat da cui prelevare soldi per fare altro.
Quello che è strano è che tutto ciò è avvenuto senza che la stragrande maggioranza dei cittadini se ne rendesse conto e senza particolari proteste. La sanità non è mai stata al centro dell'attenzione politica e pubblica (se non per gli episodi di malasanità, la cui enfatizzazione ha portato acqua alla sanità privata togliendola a quella pubblica). In questi anni al centro dell'attenzione dei cittadini, della stampa e dei politici sono stati tre argomenti: l'immigrazione irregolare, la sicurezza, l'eccessiva pressione fiscale. Il primo è un fenomeno in gran parte determinato dal blocco decennale dei permessi di ingresso per lavoro (quindi determinata proprio dai Governi); il secondo è una bufala perché siamo uno dei Paesi più sicuri al mondo e con un numero di reati costantemente in calo [10]; il terzo è in gran parte una bufala [11]. I primi due sono pseudo-problemi pompati ad arte da una parte della stampa e da alcuni partiti politici, che hanno potuto così aumentare i loro voti e consensi, e grandi “armi di distrazione di massa” che hanno impedito di capire quanti soldi si stavano togliendo alla sanità rovinando uno dei migliori sistemi sanitari del mondo. Il terzo pura demagogia perché tutti vorrebbero pagare meno tasse.
Speriamo che l'epidemia di covid-19 serva ad aprire gli occhi e a comprendere quanto è importante avere una buona sanità pubblica e degli efficaci servizi di prevenzione e promozione della salute e quali sono realmente i problemi del nostro Paese.
Note: 1) www.gimbe.org/osservatorio/Report_Osservatorio_GIMBE_2019.07_Definanziamento_SSN.pdf; 2) Istat; 3) Eurostat, si veda www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=65110; 4) Ragioneria dello Stato, si veda www.panoramasanita.it/2019/03/26/ssn-costante-riduzione-del-personale-in-servizio-dal-2009-persi-46-500-addetti/; 5) Eurostat, si veda www.upbilancio.it/wp-content/uploads/2019/12/Focus_6_2019-sanit%C3%A0.pdf pag. 21; 6) Ragioneria dello Stato, si veda www.panoramasanita.it/wp-content/uploads/2019/03/Grafico-n7.pdf; 7) OCSE; 8) OCSE 2018; 9) The Lancet Public Health www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/31759893; 10) Eurostat: La criminalità in Europa, 2019; 11) www.facebook.com/notes/associazione-marco-mascagna/perch%C3%A9-il-nostro-sistema-fiscale-%C3%A8-iniquo/2629018700469842/.

La forza della mitezza (13/02/2020)

Si può essere molto forti pur essendo miti e aperti alle buone ragioni degli altri”, anzi, “soltanto così si è veramente forti”. Così ha detto qualche giorno fa il presidente della Repubblica ricordando Chiara Lubich. A noi è venuto in mente un nostro messaggio di 5 anni fa nel quale trattavamo appunto della mitezza, virtù purtroppo ecclissatasi e che ora sembra essere riscoperta.
Abbiamo pensato per questo di riproporvi le nostre riflessioni. Eccole.

A noi non importa niente essere alla moda e nemmeno dire cose originali. Le mode passano velocemente e, una volta passate, ci appaiono ridicole; l’originalità non è un valore in sé (una cosa originale può anche essere brutta, falsa, inutile, malvagia): acquista valore solo se si accompagna a qualcosa che ha valore in sé (che è bella, vera, utile, buona ecc.).
Oggi vogliamo parlarvi della mitezza, una cosa non di moda, e probabilmente diremo cose non originali. Anzi, pensiamo che sia utile parlarne proprio perché non è di moda, proprio perché questa virtù si è eclissata ed è invece importante riscoprirla e praticarla.
Sembra che il significato originale di mite sia “maturo al punto giusto”, cioè né acerbo ed aspro, né fracido ed andato a male. Da qui i significati di tenero, dolce, né troppo né troppo poco (da cui per es. “una temperatura mite”). Il contrario di mite è aggressivo, arrogante, violento, eccessivo.
Molte pagine facebook, trasmissioni televisive, liste di discussione sono piene di violenza e aggressività. Troppo spesso vediamo persone pronte a saltar su, a sbraitare, ad offendere, a “mandare a ...” chi la pensa in maniera diversa; troppo spesso le discussioni diventano dei combattimenti, il confronto con gli avversari una guerra senza esclusione di colpi, il vivere quotidiano una perenne lotta.
C’è troppa violenza nella nostra società, troppa aggressività nei rapporti umani, troppa arroganza. Questo è un primo motivo per riscoprire e praticare la mitezza: per rompere il circolo vizioso dell’aggressività, per spezzare la spirale della violenza, per rendere il mondo più vivibile.
La comunicazione, le relazioni umane sono processi circolari: se ci si sente minacciati ci si mette sulla difensiva e si attaccherà e ciò determinerà un'uguale reazione nell'interlocutore. In questa maniera si fa emergere il peggio dalle persone e si determinano circoli viziosi pericolosi, nei quali lo scontro non è più tra diverse posizioni ma tra le persone. Anzi spesso si è contrari o d'accordo a un'opinione (o a una posizione politica o a un provvedimento) a seconda se la persona (il politico o il partito) ci è antipatico o simpatico. Tutto ciò è ridicolo e non è segno di onestà intellettuale.
Avere una comunicazione mite, improntata al rispetto per gli altri, dà la possibilità di fare emergere gli aspetti positivi dell’altro, di instaurare non un combattimento ma un vero dialogo e il dialogo permette di capire le ragioni dell’altro, di vedere la realtà da punti di vista diversi. In questa maniera ci si arricchisce perché si ha uno sguardo più ampio e si favorisce la crescita intellettuale e morale (come anche tante ricerche scientifiche dimostrano [1]).
Non va confusa la mitezza con la tolleranza. La tolleranza si basa sulla reciprocità (“Io ti tollero se tu mi tolleri”), mentre la mitezza è incondizionata, perché è basata sul fatto che tutti gli uomini sono degni di rispetto, anche chi non rispetta gli altri. Tutti gli uomini sono degni di rispetto, ma non tutte le opinioni, le idee e le ideologie sono degne di rispetto (l’opinione che le donne, gli ebrei, i negri, gli arabi, gli zingari siano “esseri inferiori” non è degna di rispetto). Il mite non può tollerare tali opinioni e ideologie, sente che ha il dovere di combatterle e di difendere chi è debole o subisce violenza.
La tolleranza è figlia dell’indifferentismo, del “Io mi faccio i fatti miei e tu ti fai i tuoi”; la mitezza, invece, nasce da “Siamo tutti fratelli, tutti degni anche se tutti impastati di bene e di male”.
Alcuni pensano che la mitezza non paghi, non realizzi niente e che con l’aggressività, l’arroganza e la prepotenza si ottiene di più. Noi crediamo che le cose non stanno così. “Mandare a quel paese” qualcuno o “dirgliene quattro”, può farci credere di aver raggiunto un obiettivo, ma è una infantile ed effimera soddisfazione personale (un mero “sfogo”), che nulla cambia nella realtà. Il mite non sa che farsene di una tale magra soddisfazione personale, egli vuole incidere, vuole cambiare la situazione in maniera irreversibile. E sa che per incidere profondamente nella realtà bisogna sentire le ragioni dell'altro, instaurare un dialogo e, spesso, cercare anche mediazioni (mediazioni alte e non di bassa lega). I diktat, le imposizioni, i colpi di mano possono dare l'illusione di fattività ma alla lunga non pagano, non cambiano realmente e profondamente. Non basta vincere, bisogna anche convincere e, soprattutto, convincere chi la pensa in altro modo.
Martin Luther King, Gandhi, Nelson Mandela sono persone che hanno cambiato profondamente la realtà, grandi politici e uomini d’azione. Persone che hanno fatto della mitezza il loro carattere distintivo, che hanno vinto perché hanno convinto. Purtroppo oggi quasi tutti i politici fanno sfoggio d’arroganza e di machismo e, ahi noi, tanti cittadini pensano che ciò sia segno di capacità politica.

Note: 1) Si vedano per esempio le ricerche di L. Kolhberg

Pagine della nostra storia che sono censurate (04/02/2020)

La conoscenza dei fatti storici è sempre incompleta e di parte. Per esempio noi italiani siamo a conoscenza soprattutto delle vicende che riguardano l’Italia e queste sono narrate e interpretate dal nostro punto di vista. In fin dei conti ciò è inevitabile: non si può conoscere tutto ed è molto difficile assumere altri punti di vista. E’ bene, però, essere consapevoli di questa limitatezza e stortura della nostra conoscenza per potere meglio interpretare la realtà e agire.
Quel che è estremamente grave è la totale ignoranza di fatti storici che ci riguardano oppure una narrazione falsa o un’interpretazione campata in aria solo per non dovere fare i conti con aspetti negativi di noi italiani o di noi europei.
Tutto ciò succede soprattutto per quanto riguarda l’Africa. Eccone alcuni esempi.
Tra il 1550 e il 1850 furono catturati, resi schiavi e deportati nelle Americhe da noi europei milioni di persone (le stime degli storici variano tra 10 e 100 milioni di persone schiavizzate) [1]. Le navi negriere erano talmente stipate di persone che spesso scoppiavano epidemie e gran parte del “carico” moriva. Si stima che il 30% degli Africani catturati morì prima di raggiungere l’America [2].
Nella seconda metà dell’ottocento il Belgio cercò di assoggettare gran parte del Congo, ammantando tale operazione col fine di civilizzare le popolazioni residenti. Nella conferenza di Berlino del 1885 ottenne dalle altre nazioni europee il benestare all’occupazione della regione meridionale del Congo. Un enorme territorio divenne proprietà personale del re del Belgio Leopoldo II. Si mise in atto un sistema di sfruttamento disumano per ottenere le risorse di quel Paese (soprattutto caucciù). I lavoratori che non producevano le quote stabilite venivano puniti con estrema crudeltà ("Se un giovane africano non accontentava i suoi padroni, una mano o un piede, e talvolta tutti e due, gli venivano tagliati… Per dimostrare la loro diligenza in questo campo, i sorveglianti portavano ai loro superiori ceste piene di mani" e venivano premiati per questo [3]). Chiunque si ribellava veniva ucciso e vi furono varie rappresaglie e stragi. Quando le notizie delle atrocità commesse si diffusero in Europa e negli USA alcuni gruppi minoritari iniziarono una campagna di protesta, che riuscì a mettere in difficoltà tale sistema. Nel 1908 il re fu costretto a rinunciare ai propri possedimenti personali e a metterli sotto il controllo del Parlamento. Si stima che da 5 a 30 milioni di congolesi sono morti tra il 1885 e il 1908 a causa di tale dominio [4].
Alla fine dell'ottocento i tedeschi occuparono l’attuale Namibia (Africa sudoccidentale tedesca) ed espropriarono con raggiri e violenze le terre più fertili per darle ai propri coloni. Gli Herero, una popolazione dedita soprattutto alla pastorizia, cercarono di stipulare un accordo con i tedeschi per evitare la sorte delle altre popolazioni dell’Africa sub-occidentale. Gli accordi stipulati furono sistematicamente violati dai tedeschi e il 14 gennaio 1904 gli Herero si ribellarono e uccisero 123 soldati tedeschi. La reazione dei tedeschi fu durissima. Furono fatte arrivare nuovi contigenti militari e si giunse a una battaglia nella quale gli Herero furono sconfitti. I sopravvissuti furono deportati nel deserto del Kalahari a morire di fame. I tedeschi avvelenarono i pozzi d’acqua per impedire che potessero tornare indietro. Fu emanato l’ordine di uccidere qualsiasi Herero presente nel Paese, di qualsiasi età e sesso. Successivamente si decise di internarli in campi di concentramento dove furono utilizzati per esperimenti o sottoposti a lavori forzati, mentre i non idonei al lavoro venivano uccisi. Si stima che 65.000 Herero furono uccisi (alcuni stimano “solo” 25.000 morti, altri 100.000) Ancora oggi i discendenti dei tedeschi sono proprietari della gran parte delle terre fertili mentre le popolazioni autoctone abitano le zone più povere del Paese. Solo nel 2015 la Germania ha riconosciuto che si è trattato di un genocidio, ma ha dichiarato che non è disposta a discutere nessun risarcimento per quanto commesso [5].
I Francesi per impedire l’indipendenza dell’Algeria utilizzarono in maniera sistematica la tortura e la rappresaglia, uccidendo tra il 1954 e il 1962, tra 500.000 e oltre 1 milione di persone (sui circa 10 milioni di residenti). Di contro gli algerini uccisero tra 120.000 e 250.000 tra francesi e collaborazionisti [6].
Gli italiani per conquistare e mantenere sotto il proprio dominio l’Eritrea e l’Etiopia uccisero circa 400.000 persone tra il 1887 e il 1941; per il medesimo fine in Libia furono uccisi circa 100.000 persone. In entrambe le regioni furono usati bombardamenti a tappeto, l’uso di bombe incendiarie, di gas, la tortura, le rappresaglie, la deportazione di intere popolazioni civili, gli stupri (anche di minori), i campi di concentramento, il sequestro dei beni (bestiame, case ecc.).
Tra gli episodi più efferati ricordiamo le stragi del 19, 20 e 21 febbraio 1937, avvenute in seguito a un attentato (fallito) contro il viceré Rodolfo Graziani. Gli italiani su suo ordine attuarono una spietata rappresaglia uccidendo 30.000 cittadini etiopi, quasi tutti civili, e in maggioranza anziani, donne e bambini.
Un’altra gratuita strage fu quella perpetrata a Debre Libanos, la più importante città conventuale dell’Etiopia. Gli italiani, sempre su ordine di Graziani, uccisero più di 1.200 monaci e chierici cristiani, alcuni giovanissimi [7].
L’Italia non ha mai fatto i conti con questo suo passato criminale e vergognoso. Graziani e gli altri criminali di guerra in Africa non sono mai stati processati e condannati (in realtà nessuno della lista dei 1200 criminali di guerra italiani stilata dall’ONU alla fine della seconda Guerra Mondiale è stato mai processato e condannato). A scuola queste pagine nere della nostra storia non si studiano. La televisione italiana non ha mai trasmesso trasmissioni come Fascist Legacy ("L'eredità del fascismo") sui nostri crimini o film sulle brutalità del nostro colonialismo (come Il leone del deserto). Non sapendo tutto ciò finiamo per essere convinti di essere “brava gente”, di non avere mai fatto male ad alcuno, di non avere niente di cui vergognarci, chiedere scusa e dovere riparare.
Queste vergognose vicende storiche prima ricordate sono solo alcune delle molte perpetrate dai vari Paesi europei. La politica di questi Paesi nei confronti dell’Africa è stata quasi sempre di conquista, colonialismo, rapina, oppressione, violenza. Tale politica è stata giustificata raccontando che gli africani erano essere inferiori, incivili, immorali e che noi europei andavamo a civilizzarli e a moralizzarli.
Lo sfruttamento dell’Africa da parte degli europei è tra le cause principali della povertà di questo continente, dovremmo sempre ricordarcelo, soprattutto quando, senza alcuna pietà e senza alcun rimorso per quanto fatto, rimandiamo indietro chi ha rischiato la vita nel deserto o in mare per fuggire alla povertà, a regimi dittatoriali (spesso appoggiati da Paesi europei) o a guerre (fomentate o sostenute da Paesi europei) e cercare fortuna da noi. Dovremo anche ricordarcelo quando vediamo i nostri governanti fare accordi con gruppi di potere della Libia o del Niger perché rinchiudano questi poveri cristi in lager dove, come più volte documentato dall'ONU e da Amnesty International, sono trattati in modo disumano.

Note: 1) La stima di 10 milioni è quella riportata nell'Enciclopedia britannica, molti storici ritengono che siano 18 milioni (www.lettere.uniroma1.it/sites/default/files/1066/H.%20Klein_The%20Atlantic%20Slave%20Trade.pdf pagina 45), le Pontifice Opere Missionarie riportano stime tra 20 e 100 milioni (www.fides.org/it/news/2696-Le_stragi_del_colonialismo_in_Africa); 2) www.fides.org/it/news/2696-Le_stragi_del_colonialismo_in_Africa; 3) Henry Richard Fox Bourne, Civilisation in Congoland: A Story of International Wrong-doing, 1903, riportato in https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=12965; 4) Lo storico Hoschild stima tra 5 a 10 milioni (Gli spettri del Congo 1998), l'enciclopedia britannica tra 8 e 30 milioni; 5) Sul genocidio degli Herero si vedano https://it.gariwo.net/educazione/approfondimenti/genocidio-herero-14512.html, https://ogigia.altervista.org/Portale/articoli/58-ingiustizie/1882-il-genocidio-coloniale-in-namibia; 6) https://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_d%27Algeria; 7) Gli storici che hanno studiato più approfonditamente le guerre coloniali italiane svelandone i misfatti sono Del Boca, Rochat, Labanca. Le stime dei morti sono di Labanca. Un testo più divulgativo è Del Boca A.,Italiani, brava gente?Un mito duro a morire, Neri Pozza, Vicenza2005. Sugli stupri compiuti dai militari e colonizzatori italiani e quasi sempre non puniti dalle autorità italiane si veda https://www.unive.it/media/allegato/dep/n10-2009/Ricerche/Volpato.pdf

Dare una speranza ai bambini (15/01/2020)

Pensate a un bambino di 5 anni, o di 6 o di 7. L'età delle favole, dei sogni, dei giochi; l'amore dei genitori, dei nonni; la tenerezza della quale sono circondati.
Per molti bambini le cose non stanno così.
Nel Madagascar 11.000 bambini lavorano nelle miniere di mica [1]. Miniere a cielo aperto, immensi formicai, dove in ogni buco c'è una persona, spesso un bambino, che tira fuori il minerale, che poi altre persone, spesso bambini, con le mani nude sfaldano nei vari fogli di cui è costituito. Lavorano dalle 6 alle 10 ore al giorno all'aperto, sotto il sole tropicale, nella stagione secca e in quella delle abbondanti piogge pomeridiane, accovacciati per terra o in piedi, col mal di schiena, le ferite alle mani procurate dal lavoro di sfaldatura del minerale, tossendo per l'aria inquinata di polveri.
Mediamente ricevono un compenso di 4 centesimi di euro per ogni chilo di minerale [1]. Per un adulto il guadagno di un'intera giornata di lavoro varia da 25 centesimi di euro a 2,5 euro, a seconda delle caratteristiche della miniera, delle condizioni meteorologiche, della forza e dell'abilità personale e, soprattutto, da se si scava su un terreno proprio o di altri (in questo secondo caso bisogna versare metà di quanto si guadagna al proprietario). Un bambino, ovviamente, guadagna meno. Con paghe di tale entità spesso non si riesce ad avere il necessario per fare due pasti al giorno.
Un poco meglio stanno i 20.000 bambini indiani che lavorano nelle miniere di mica [2]. Lì le paghe sono circa il doppio, ma anche il costo della vita è maggiore. Proprio perché il lavoro costa di più le aziende che commerciano mica si stanno rivolgendo sempre più al Madagascar e meno all'India. Il ruolo da padrone lo fanno soprattutto quelle cinesi: l'87% della mica malgascia va in Cina, il resto in Estonia, Russia, Giappone, India, Corea [1].
La mica è un materiale prezioso per l'industria elettronica, automobilistica, degli elettrodomestici e dei macchinari, della cosmetica, delle vernici. Così la mica raccolta dai bambini del Madagascar o dell'India è nel nostro computer, nel telefonino, nel condizionatore d'aria, nell'automobile o nella moto che usiamo, nel rossetto o nel fondo tinta [2]. E non solo nei prodotti “made in Cina”, ma anche in quelli giapponesi, europei e americani, perché le industrie cinesi spesso producono semilavorati e componenti per aziende di questi Paesi, come le giapponesi Panasonic, Fujitsu, Murata, o l'elvetica Von Roll o l'austriaca Isovolta e talvolta queste stesse aziende producono componenti per altre industrie [1].
Panasonic nel 2018 ha fatturato 65 miliardi di euro con 3 miliardi di utile [3], ma si serve da aziende che pagano 4 centesimi di euro un chilo di mica, scavato da bambini a cui viene rubata l'infanzia e distrutta la salute. La Panasonic alle accuse molto ben documentate del rapporto di Save the Children ha dichiarato che le linee guida della catena di fornitura “vietano espressamente l’uso del lavoro minorile e richiedono ai fornitori di trattare tutti i lavoratori con dignità e rispetto” e che non erano assolutamente a conoscenza della situazione denunciata [4]. Potrebbe anche essere vero, probabilmente hanno solo scelto l'azienda che faceva il prezzo molto più basso di altre, senza chiedersi come riuscivano a farlo.
Ma gli 11.000 bambini del Madagascar, i 20.000 dell'India che lavorano nelle miniere di mica sono solo una piccolissima parte di un tragedia di cui si parla pochissimo e che tendiamo a ignorare. Nel mondo vi sono 152 milioni di bambini/ragazzini vittime di sfruttamento lavorativo: un bambino/ragazzino su 10 [5]. Ma le medie deformano la realtà: in Africa sono tanti, in Europa o nell'America del Nord pochissimi. Nell'Africa subsahariana 4 bambini su 10 sono vittime di sfruttamento lavorativo, in Nigeria, Mali, Ciad 1 su 2 [5].
Di questi 152 milioni di lavoratori bambini/ragazzini 73 milioni sono costretti a svolgere “lavori duri e pericolosi, che mettono a grave rischio la salute e la sicurezza, con gravi ripercussioni anche dal punto di vista psicologico”[4].
Uno dei motivi per cui africani, srilankesi, indiani, pakistani emigrano e vengono in Europa è questo: riuscire a mandare a casa quel po' di soldi necessario per fare in modo che i loro figli non debbano lavorare ma possano andare a scuola, prendere un titolo di studio, avere la possibilità di una vita migliore. Meglio chiedere un prestito per racimolare la somma necessaria per pagare i trafficanti che ti permettono di attraversare le frontiere e arrivare in Europa o negli USA, meglio affrontare il deserto su un camion riempito all'inverosimile, meglio rischiare di essere presi da bande criminali o di finire in un lager in Libia o in Messico, meglio attraversare il mare su un canotto o un vecchio peschereccio in disuso, meglio sentirsi trattare da uomini di serie B o rischiare di essere vittima di razzisti e imbecilli, meglio tutto questo che vedere i propri figli senza alcuna speranza di futuro, lavorare tutta la vita, rimetterci la salute per riuscire a stento a sopravvivere.
Ovviamente non è un caso che chi da anni combatte questo sfruttamento dei bambini, che chi ha studiato tutta la filiera della mica scoprendo quello che abbiamo descritto, che chi sta facendo pressione su aziende e governi per impedire questa tragedia sono le stesse ong che salvano i migranti su imbarcazioni in balia delle onde o naufragati in mare aperto [6]. Loro hanno a cuore il bene di tutti e soprattutto dei più sfortunati e cercano di costruire un mondo migliore; altri pensano solo a sé e non si importano se, così facendo, danneggiano altre persone, soprattutto i più deboli e sfortunati, e rendono questo mondo inumano e brutto.

Note: 1) https://terredeshommes.it/pdf/tdh-mica_madagascar_rapport.pdf; 2) www.somo.nl/global-mica-mining; 3) https://it.wikipedia.org/wiki/Panasonic_Corporation; 4) www.nbcnews.com/news/all/army-children-toil-african-mica-mines-n1082916; 5) www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/rapporto-sulla-condizione-dei-bambini-nel-mondo; 6) Save the Children è stata molto impegnata nei salvataggi nel Mediterraneo con la nave Vos Hestia. Ha poi interrotto questa attività dopo gli accordi conclusi con la Libia dal ministro Minniti e l'attività delle navi libiche anche al di là delle loro acque territoriali, perché in tale nuova situazione, come dichiarò il responsabile, venivano a mancare le condizioni di sicurezza per effettuare le operazioni di salvataggio.

 

Basta così poco per salvare il pianeta: è da folli non farlo (07/01/2020)

L'inverno è la stagione dell'influenza. Basta che la temperatura corporea si innalzi di 1-2 gradi (38-39°C) e stiamo male e non possiamo più lavorare. Se poi arriva a 40°C si sta malissimo, prostrati a letto e spesso si sragiona. Piccoli aumenti di temperatura (1-4°C) negli organismi biologici sono capaci di alterare tutta una serie di processi chimici, fisici e biologici e di funzioni di organi e apparati. Lo stesso succede a quell'enorme e complessissimo sistema ecologico che è il nostro
pianeta: basta un aumento di 1-3 gradi e si determina una cascata di conseguenze. Gli scienziati temono soprattutto che la temperatura, aumentando, faccia sciogliere parte del permafrost, cioè del suolo perennemente gelato presente nelle regioni artiche e subartiche (il 17% delle terre emerse è ricoperto di permafrost). Lo scioglimento del ghiaccio, infatti, può liberare nell'aria le ingenti quantità di metano racchiuse in questi terreni e, poiché il metano è un potente gas serra (30 volte più della CO2), ciò determinerebbe un ulteriore aumento della temperatura del pianeta, con altro scioglimento di permafrost e liberazione di metano, in un tragico circolo vizioso ed effetto a cascata.
Negli ultimi 30 anni la temperatura media della Terra è aumentata di mezzo grado a causa dell'enorme aumento dei gas serra dovuta all'azione dell'uomo (la loro concentrazione nell'atmosfera è la più alta degli ultimi 800.000 anni). [1]. Gli scienziati da tempo ci avvertono che, se non riduciamo drasticamente la produzione di questi gas, tra 30 anni la temperatura media del pianeta sarà di 1,5-3°C maggiore di quella che era 30 anni fa. Questo non solo determinerà un vertiginoso aumento della frequenza e dell'intensità dei fenomeni meteorologici estremi (tempeste di vento, bombe d'acqua, siccità ecc.), un aumento del livello del mare e numerosi altri effetti negativi, ma anche lo scioglimento di una parte del permafrost, innescando quel tragico effetto a cascata e l'impossibilità di ritornare a una situazione “normale” del nostro pianeta. Voltare la testa dall'altra parte o metterla sotto terra come gli struzzi, credere che tutto quello che dicono gli scienziati da quasi 50 anni (e le cui previsioni si sono puntualmente realizzate) è una immensa bufala o un complotto di chi sa chi e per che cosa, illudersi che si troverà una soluzione miracolosa che metterà per incanto le cose a posto è da idioti e irresponsabili. Non fare nulla per impedire il cambiamento climatico, che determinerà danni a noi, ai nostri figli, fratelli, nipoti, è anche immorale.

Spesso ci si nasconde dietro scuse pretestuose, come: “Sono i governi e gli industriali che devono fare qualcosa, non noi poveri cittadini”, “Non è certo questa piccola cosa che faccio la causa dei cambiamenti climatici”, “Non posso rovinarmi la vita per una cosa così lontana nel tempo”. Ora è vero che i governi dei vari Stati e gli industriali possono fare molto, ma essi sono così poco impegnati perché sanno che solo l'8% degli italiani ritiene che la risoluzione di questo problema deve essere una priorità del governo [2]. Quindi, la prima cosa che possiamo e dobbiamo fare è far capire a governi e politici che devono impegnarsi realmente ed efficacemente contro i cambiamenti climatici (legiferando per ridurre al minimo l'estrazione e l'uso dei combustibili fossili e il consumo di suolo) e, ovviamente, convincere altre persone a comportarsi come noi. Ma c'è un altro discorso da fare. Se noi usiamo l'auto o la moto per ogni spostamento e protestiamo per ogni provvedimento che ne limiti l'uso, se compriamo prodotti usa e getta, se facciamo compere in centri commerciali situati fuori città, se acquistiamo ogni sorta di elettrodomestici, se amiamo stare in inverno in case surriscaldate e in estate in abitazioni gelate, insomma, se ci comportiamo come se non esistesse il problema del cambiamento climatico, perché mai i politici, che cercano il consenso, e gli industriali, che devono vendere, dovrebbero fare una politica contraria al modo di comportarsi della maggioranza dei cittadini? Anzi, vedendo come la maggioranza delle persone si comporta, cercheranno di soddisfare queste nostre abitudini costruendo strade e autostrade, centri commerciali, centrali elettriche, gasdotti, raffinerie, prodotti usa e getta, elettrodomestici inutili, cercando nuovi giacimenti di combustibili fossili, aumentandone l'importazione e il consumo. Cioè facendo una politica che invece di contrastare il cambiamento climatico lo avvicinerà sempre più. La frase “Non è certo questa piccola cosa che faccio la causa dei cambiamenti climatici” era scritta anche su un cartello tenuto da un ragazzino a una delle manifestazioni del friday for future, ma sotto c'era scritto: “dissero 3 miliardi di persone”.

I cambiamenti climatici, infatti, sono prodotti in gran parte dai comportamenti di 3 miliardi di persone, cioè da noi abitanti nel Paesi ricchi e dai ricchi dei Paesi poveri, mentre i loro effetti colpiscono già oggi soprattutto quei 4 miliardi di persone che poco o nulla contribuiscono ai cambiamenti climatici. Dobbiamo prendere coscienza che “queste piccole cose che facciamo” non le dobbiamo fare perché danneggiare altre persone (tra cui, oltre i 4 miliardi prima detti, ci sono anche i nostri figli e nipoti) è immorale. E, rientrando nella sfera morale, non ha alcuna importanza come gli altri si comportano: sono cose che non vanno fatte e basta. Come non facciamo violenza e rubiamo (anche se ci sono persone violente e ladre), così non dobbiamo avere comportamenti non ecosostenibili, anche se ci sono altre persone che si comportano in questo modo. Riguardo all'ultima scusa (“Non posso rovinarmi la vita per una cosa così lontana nel tempo”) va detto che gli effetti negativi dei cambiamenti climatici già sono in corso e aumentano di anno in anno e che il punto di non ritorno potrebbe essere probabilmente tra 20-30 anni, un tempo per niente lontano (così come gli anni 2000 o '90 non sono un passato remoto, ma recentissimo). I cambiamenti che dobbiamo mettere in atto non sono sconvolgenti: non dobbiamo mica ritornare nelle caverne o rinunciare alle conquiste della medicina e dell'informatica. Gran parte dei cambiamenti climatici, infatti, avvengono per comportamenti che possono essere considerati folli. Ecco alcuni esempi:

- Buttare alimenti nella spazzatura: se non sprecassimo più il cibo ridurremo del 7% i gas serra [3].
- Mangiare in piatti non di porcellana: quando usiamo piatti biodegradabili produciamo 5 volte più gas serra di quando usiamo quelli di porcellana (con lavaggio in lavastoviglie) [4];
- Scegliere verdura non di stagione: determina 3 volte più gas serra che quella di stagione [5];
- Bere acqua in bottiglia. Fabbricare una bottiglia di plastica da 1,5 litri produce 200g di CO2 e per trasportarla fino alle nostre case un altro bel po' [5]. Vale la pena produrre tutto questo gas serra quando l'acqua del rubinetto è più controllata e più sicura delle acque in bottiglia?
- Mangiare troppa carne (soprattutto bovina). Per produrre 1 Kg di carne vengono emessi circa 18 Kg di gas serra se la carne è bovina, 4 Kg se è di maiale, 2 Kg se di pollo; per produrre 1 Kg di legumi circa 0,8 Kg [6]. I nutrizionisti ci dicono che si può fare un'alimentazione corretta ed equilibrata anche senza mangiare carne e che i non vegetariani non dovrebbero mangiarne più di 2-3 volte alla settimana (meglio 1 sola volta), limitando al massimo quella bovina e quella secca (salumi ecc.), mentre bisogna mangiare almeno 3-4 porzioni di legumi alla settimana.

- Usare troppo il riscaldamento e i condizionatori. Se decidessimo di vestirci con abiti un po' più caldi così da accendere il riscaldamento solo quando fa veramente freddo, per esempio per la metà dei giorni che attualmente lo accendiamo, l'Italia produrrebbe quasi il 10% di gas serra in meno [7].
- Usare l'auto quando se ne potrebbe fare a meno. Il 30% degli spostamenti in auto servono per raggiungere una destinazione tra 0,7 e i 3 Km, il 25% degli spostamenti una destinazione tra 3 e 5 Km [8]. Se usassimo i muscoli invece che l'auto circolerebbe la metà delle auto che oggi circolano e l'Italia produrrebbe il 10% di gas serra in meno di quanto produce [6]. Se si considera che l'attività fisica ha enormi benefici sulla salute (riduce il rischio di malattie cardiovascolari e tumorali, di diabete, osteoporosi, sovrappeso e ha un effetto antidepressivo) e che, per avere il massimo dei benefici, bisognerebbe fare ogni giorno un'ora di attività fisica leggera (es. camminare in piano) e un'ora di attività fisica vigorosa (es. camminare in salita), non si riesce proprio a capire perché la maggioranza degli italiani si comporta in modo così folle [9].
Per far sì che non si arrivi a un aumento della temperatura del pianeta che determini loscioglimento del permafrost, l'Italia si è impegnata a ridurre le proprie emissioni di gas serra di circa il 40% rispetto a quelle attualmente emesse. Ognuno di noi dovrebbe cambiare i propri comportamenti più ecoinsostenibili in modo da ridurre del 40% il proprio contributo alla produzione di gas serra. E' una scelta saggia e dovrebbe essere per tutti un imperativo etico.

Note: 1) National Oceanic and Atmospheric Administration’s Centers for Environmental Information: State of the Climate in the 2018; 2) https://sondaggibidimedia.com/sondaggio-ipsos-economia; 3) ispra
www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/rapporti/spreco-alimentare-un-approccio-sistemico-per-la-prevenzionee- la-riduzione-strutturali-1; 4) http://pro-mo.it/wp-content/uploads/2018/06/1.%20Ricerca%20Life%20Cycle %20Assessment%20%28LCA%29%20comparativo%20di%20stoviglie%20per%20uso%20alimentare.pdf; 5) http://89.97.205.100/AzzeroCO2/calcolatore.jsp; 6) Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria http://sito.entecra.it/portale/public/documenti/sccai-cra-inea.pdf; 7) www.isprambiente.gov.it/files2018/pubblicazioni/rapporti/Rapporto_295_2018.pdf; 8) ) ISFORT 2012; 9) Samitz G, Egger M, Zwahlen M. Domains of physical activity and all-cause mortality: systematic review and doseresponse meta-analysis of cohort studies. International Journal of Epidemiology 2011.

La catastrofe dietro l'angolo, ma gli italiani pensano ad altro: che fare? (21/12/2019)

C'è una enorme discrepanza tra i problemi reali e le preoccupazioni dei cittadini e delle forze politiche.
Gli scienziati continuamente ci dicono che la situazione ambientale è estremamente grave. La concentrazione di gas serra nell'atmosfera è la più alta degli ultimi 800.000 anni, e purtroppo continua a crescere. Il livello degli oceani si è innalzato di 3 centimetri nell'ultimo decennio e gli oceanografi temono che l'enorme massa di acqua dolce che si scioglie dai poli possa alterare le correnti marine con effetti disastrosi per molti Paesi (in particolare quelli europei) [1].
L'Italia è investita in pieno da questi problemi. Gli eventi meteorologici estremi (siccità, bombe d'acqua, tempeste di vento) che interessano il nostro Paese aumentano di anno in anno: nel 1999 sono stati 17, nel 2009 213 e nei primi 11 mesi del 2019 1.543 [2]. Anche i danni causati da tali eventi sono sempre maggiori: si pensi ai milioni di alberi abbattuti in pochi minuti dalla Tempesta Vaia nel Nord-Est nell'ottobre 2018, all'acqua alta a Venezia (187 cm), all'alluvione a Matera e in Liguria nel novembre 2019 e a quella di Livorno del 2017 e nel beneventano nel 2015. I soli danni alla produzione agricola e alle opere edili provocati dai fenomeni meteorologici estremi ammontano a oltre 14 miliardi di euro nell'ultimo decennio. Le persone a rischio di vedere franare la propria abitazione sono 1.280.000, quelle a rischio alluvione 8.250.000 [3].
Tutti questi cataclismi sono stati determinati dall'aumento della temperatura media del pianeta di 0,5°C.
Gli scienziati ci avvertono che se non si prendono provvedimenti seri tra 30 anni la temperatura media aumenterà tra 1,5-3°C, con conseguenze molto più gravi e danni di centinaia di miliardi. Previsioni che sono estremamente attendibili considerando che l'aumento di 0,5°C della temperatura media del pianeta, con tutte le conseguenze che ora stiamo vivendo, erano già state predette nel 1972 dallo studio del MIT, base del rapporto sulla situazione ambientale dell'UNEP-ONU [4].
Gli scienziati ci dicono anche che già ora ogni anno in Italia oltre 40.000 persone (probabilmente intorno alle 50.000) muoiono per malattie causate dall'inquinamento atmosferico (tumori, patologie polmonari e cardiovascolari) [5].
Di fronte a una tale situazione ci si aspetterebbe una grande preoccupazione da parte dei cittadini e la richiesta di provvedimenti seri. Invece solo il 9% degli italiani ritiene che l'ambiente e i cambiamenti climatici devono essere una priorità del governo. Secondo gli italiani le priorità sarebbero, oltre la disoccupazione e la situazione economica, l'immigrazione (22%) e la riduzione delle tasse (17%) [6].
Un sondaggio IPSOS dà un quadro ancora più sconfortante: l'ambiente e i cambiamenti climatici devono essere una priorità del governo solo per l'8%, mentre l'immigrazione per il 37% e la sicurezza per il 24% [7]. Un analogo sondaggio dell'ottobre dà una situazione analoga ma con un 34% degli italiani che ritiene che tra le priorità c'è la riduzione delle tasse [8].
Ora come abbiamo illustrato nel messaggio n.20 del 7 ottobre la pressione fiscale in Italia non è per niente alta come si crede (per quanto riguarda le tasse di successione e sulle donazioni addirittura è tra le più basse del mondo). Una riduzione generalizzata delle tasse farebbe aumentare ancor più il debito pubblico e leverebbe risorse allo Stato per affrontare i problemi che ha di fronte.
Per quanto riguarda la sicurezza e la criminalità la situazione italiana è tra le migliori d'Europa. Siamo al penultimo posto sui 28 Paesi della UE come tasso di omicidi (9 volte di meno che in Lettonia). Anche come furti in casa e rapine non siamo messi male (9° posto): abbiamo un terzo delle rapine che avvengono in Belgio, Francia, Spagna e Regno Unito, la metà di quelle di Portogallo e Svezia, il 25% in meno del Lussemburgo e un livello quasi uguale a quello di Germania, Olanda, Irlanda, Malta e Grecia. Inoltre la criminalità è in continuo calo da oltre 20 anni [9].
Per quanto riguarda l'immigrazione il numero di stranieri che arriva in italia è così basso da non riuscire mai a compensare il calo demografico (in alcuni anni è stato 20 volte inferiore ad esso [10]). Inoltre il flusso di profughi e richiedenti asilo verso l'Europa e l'Italia si è ridotto notevolmente da quando l'ISIS ha perso il controllo di molti territori (anni 2016-2018), la situazione in Etiopia ed Eritrea è migliorata (grazie al governo del premio nobel per la pace Abiy Ahmed) e la guerra civile in Siria si è raffreddata. Per quanto riguarda i permessi di lavoro agli stranieri siamo all'ultimo posto in Europa: 0,2 nuovi ingressi per mille abitanti nel 2018 (la Polonia ne ha dati 16 ogni 1000 abitanti) [11]. Quindi non c'è nessuna invasione di stranieri, anzi ne arrivano troppo pochi. Infatti, secondo INPS e ISTAT ci servirebbero tra i 200.000 e i 250.000 stranieri all'anno, cioè 10 volte di più di quelli che attualmente arrivano. E', ovviamente, ci servono regolari, perché solo così pagano tasse e contributi INPS, non favoriscono il lavoro nero e l'evasione fiscale e possono avere un reddito sufficiente per avere una casa e fare una vita decente.
Certo se giornali, TV, politici e opinion leader continuamente ci parlano d'immigrazione, criminalità e tasse troppo alte raccontandoci una montagna di balle non c'è da meravigliarsi che la maggioranza dei cittadini pensi che questi sono i più gravi problemi che l'Italia ha e che quindi il governo deve affrontare.
Altri forse sono mossi da un egoismo idiota: “I soldi che guadagno li voglio tutti per me, senza dare niente allo Stato”. Non capendo che senza lo Stato non guadagnerebbero nemmeno un centesimo e non ci sarebbero sanità pubblica, strade, energia elettrica, acqua, trasporti, scuola, polizia, protezione civile, tutela dell'ambiente, pensioni ecc.
Altri ancora, forse, semplicemente cercano di rimuovere l'enorme problema del cambiamento climatico e dell'inquinamento, anche perché non vogliono cambiare comportamenti a cui sono affezionati. Mettono la testa sotto terra come gli struzzi per non vedere il pericolo che incombe, concentrandosi su questioni di scarsa o nulla rilevanza.
E' urgente invece darsi da fare per ridurre il più possibile le emissioni inquinanti, scongiurare situazioni catastrofiche e migliorare la situazione ambientale. Come?
Innanzitutto bisogna far capire ai governi, ai partiti, ai politici e agli amministratori che questa deve essere la loro priorità, che su questo soprattutto li giudicheremo. Devono smetterla di promuovere, sostenere e finanziare attività inquinanti (il trasporto privato, l'autotrasporto merci, le compagnie aeree, la ricerca di combustibili fossili ecc.), adottare provvedimenti per ridurre tali attività (tramite tasse ecologiche, divieti, limiti alle emissioni ecc.), favorire le tecnologie sostenibili (tramite sostegno alla domanda, incentivi economici, fondi alla ricerca ecc.), favorire gli investimenti in attività sostenibili e di “riparazione ambientale” e penalizzare quelli in attività inquinanti.
Contemporaneamente bisogna modificare i comportamenti personali: usare meno auto e moto e più i muscoli (fa anche molto bene alla salute, tanto che si consiglia di fare un'ora di attività fisica leggera e un'ora di vigorosa al giorno); mangiare poca carne (una volta alla settimana è più che sufficiente) e preferibilmente non di vitello e più verdure e legumi (anche questo aiuta a prevenire malattie e a stare bene in salute); accendere il calorifero solo quando è veramente necessario e non a temperatura eccessiva; consumare il meno possibile di energia elettrica (pochi elettrodomestici, ad alta efficienza energetica e utilizzati con intelligenza); bandire l'usa-e-getta; ridurre il più possibile l'uso della plastica e dell'alluminio; comprare meno cose e più durevoli; mangiare solo frutta e verdura di stagione e coltivata il più vicino possibile; preferire le cose prodotte vicino a quelle che vengono da lontano; non sprecare il cibo o altri beni; ridurre gli imballaggi e preferire i prodotti con pochi imballaggi; fare la raccolta differenziata in maniera scrupolosa; evitare i viaggi in aereo. E, in ultimo, fare un'opera d'informazione ed educazione (con garbo e rispetto, senza saccenteria e paternalismo).
Una recente ricerca dell'Università di Bologna ha evidenziato che una parte consistente della popolazione è trattenuta dall'avere comportamenti ecosostenibili dal timore di essere visti come “strani” e che c'è un effetto a cascata: se pubblicamente si hanno comportamenti ecosostenibili, altre persone, pronte a cambiare ma timorosi di farlo, iniziaranno a metterli in atto e questo spingerà altri ancora a sperimentare comportamenti più ecologici e poi ad adottarli, finché in quel contesto diverrà “norma sociale” comportarsi correttamente e una grande maggioranza adotterà tali comportamenti (non fosse altro che per conformismo).
Questo fa ben sperare, come fa ben sperare che gli adolescenti e i giovani siano le persone più sensibili alle tematiche ambientali e che hanno creato in tutto il mondo un movimento per spingere i governi a prendere provvedimenti e la popolazione tutta a rendere il proprio stile di vita più ecosostenibile. Loro hanno capito che combattere l'inquinamento e il cambiamento climatico oltre a essere un comportamento intelligente per salvaguardare la nostra vita e il nostro benessere, è un dovere morale, come prendersi cura dei propri figli o non distruggere con i propri comportamenti la casa nella quale tutti abitiamo.
Note: 1) National Oceanic and Atmospheric Administration’s Centers for Environmental Information: State of the Climate in the 2018; 2) European Severe Weather Database, 2019; 3) www.cmcc.it 2019; 4) MIT: Study of Critical Environmental Problems, 1972; 5) elaborazione su dati dello studio ESCAPE; 6) Eurobarometro giugno 2019; 7) https://sondaggibidimedia.com/sondaggio-ipsos-economia; 8) www.ipsos.com/it-it/ciak-migraction-indagine-sulla-percezione-del-fenomeno-migratorio-italia; 9) Eurostat: La criminalità in Europa, 2019; 10) Ministero degli Interni; 11) si veda www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/09/23/industriali-al-governo-servono-piu-migranti/5470330.

Nel 2018 i ricchi italiani hanno affidato 944 miliardi al private banking (03/12/2019)


Il 12% delle famiglie degli operai è in una situazione di povertà assoluta (cioè ha un reddito che non permette di soddisfare i bisogni essenziali: mangiare, vestirsi, avere una casa, provvedere alla salute e all’istruzione, muoversi, comunicare, informarsi). Nel 2007 solo l'1,5% delle famiglie degli operai era in questa condizione [1].
Questo è uno dei dati più inquietanti del rapporto dell'ISTAT La povertà in Italia. Le cause di un tale boom della povertà tra gli operai sono da ricercare nella mancata crescita dei salari (anzi nella decrescita perché i salari reali negli ultimi 10 anni sono diminuiti del 2%), nell'aumento del part-time involontario e nella riduzione dei servizi.
In totale in Italia 1.800.000 famiglie sono in situazione di povertà assoluta, cioè oltre 5 milioni di persone (l'8,4% degli italiani), di cui 1.260.000 minori. Nel 2008 erano la metà (940.000 famiglie, 2,6 milioni di persone).
L'aumento è avvenuto soprattutto nel 2011 e 2012 e tra il 2014 e il 2017 (cioè anche quando la crisi economica era finita).
La povertà ha colpito soprattutto gli stranieri (il rapporto considera solo gli stranieri regolari), le famiglie con figli (soprattutto quelle con 3 o più figli), con un solo genitore, del Sud Italia (qui il 12% delle famiglie è in povertà, contro il 6,8% del Nord Italia e il 6,6% del Centro).
Mentre 2,5 milioni di italiani diventavano poveri e molti poveri diventavano ancora più poveri i ricchi sono diventati ancora più ricchi: mentre nel 2007 l'1% più ricco possedeva il 17% della ricchezza totale italiana ora ne possiede il 24% [2].
Siamo il 5° Paese al mondo per numero di super-ricchi (persone con un patrimonio superiore a 100 milioni di euro) e al 9° posto per numero di milionari (persone con un patrimonio superiore a 1 milione di euro): ben 400.000 persone [3].
Il private banking (cioè la gestione finanziaria personalizzata da parte di banche di una somma di almeno 500.000 euro) ammonta in Italia a circa 944 miliardi di euro [4].
Questi dati danno un'immagine delle enormi disuguaglianze presenti nel nostro Paese. Disuguaglianze che sono andate aumentando bloccando i salari; rendendo sempre più precario, parziale e mal pagato il lavoro; riducendo le tasse a ricchi e benestanti (abolizione dell'IVA sui beni di lusso, riduzione delle tasse di successione e donazione, riduzione della progressione fiscale dell'IRPEF ecc.).
E anche riducendo i servizi. Il taglio dei finanziamenti ad ASL, ospedali, scuole, comuni, università, e vari enti pubblici non solo ha ridotto i servizi ma ha significato anche blocco delle assunzioni e diminuzione degli appalti, cioè aumento della disoccupazione e quindi aumento della povertà.
Il ritornello che continuamente abbiamo sentito e “Non ci sono soldi, quindi bisogna tagliare”. Ed effettivamente coll'impoverimento di gran parte degli italiani lo Stato finisce per incassare di meno con le tasse. Inoltre l'enorme debito pubblico ci costa un mare di soldi (nel 2018 ci sono costati 64 miliardi di interessi [5]). Ed è anche vero che vi sono molti sprechi e attività improduttive, ma, purtroppo, più che intervenire oculatamente per eliminarli o diminuirli, si è proceduto soprattutto con i tagli indiscriminati.
Quello che non si sente mai dire e che si può leggere solo sui giornali specializzati è che il private banking italiano è di 944 miliardi. Che è la dimostrazione che un'enorme massa di ricchezza è in mano a pochi e che non è investita in attività produttive ma nella speculazione finanziaria.
Quando si parla dell'economia italiana bisogna avere sempre presente l'enorme evasione/elusione fiscale: tra i 107 e i 190 miliardi all'anno [6]. Siamo al primo posto in Europa e con un enorme distacco dagli altri Paesi: in Italia l'evasione è più che doppia rispetto al Regno Unito o alla Spagna [6].
Un altro argomento di cui poco si parla sono i “regali” elargiti dallo Stato, frutto di “leggine” che vari gruppi di interesse sono riuscite a far approvare e che sembra nessun governo ha il coraggio di cancellare. Per esempio gli 880 milioni che ogni anno lo Stato dà ai produttori d'acqua minerale, grazie all'IVA agevolata sulle acque minerali al 10% invece che 22%; oppure i 457 milioni dati agli armatori grazie alla norma che stabilisce l'esenzione totale delle accise per i carburanti per le navi [7].
Ma invece di parlare di queste cose da anni si parla quasi esclusivamente di immigrati, di una presunta invasione quando il numero di stranieri che arriva in italia è sempre stato inferiore al saldo negativo della popolazione (cioè non riesce mai a compensare il calo demografico dell'Italia e in alcuni anni è stato 20 volte inferiore al saldo negativo [8]). Oppure di criminalità e di sicurezza, quando la criminalità da oltre 20 anni è in calo e l'Italia è uno dei Paesi dove i cittadini sono più sicuri [8].
Si fa credere che sono gli immigrati che tolgono il lavoro mentre è soprattutto la mancanza di risorse statali da investire nei servizi e per favorire la crescita economica e l'occupazione.
E la criminalità diminuirebbe ancora di più e la sicurezza e il decoro urbano sarebbero molto maggiori se si desse un'abitazione a chi non l'ha, un lavoro a chi lo cerca, un reddito a chi non è capace di procurarselo e si investisse nell'educazione, nella socializzazione e nel recupero di chi delinque.
Le risorse occorrenti per poter realizzare tutto ciò ci sono: vanno prese da chi è ricco e ha continuato ad arricchirsi anche negli ultimi 10 anni e da chi evade ed elude le tasse.
Certo non è facile e non lo si fa con un colpo di bacchetta, ma è possibile [9] e l'Unione Europea può essere uno strumento per realizzare provvedimenti efficaci (soprattutto nella lotta all'elusione fiscale)
Forse prima dei politici lo devono capire gli italiani. Perché se lo capissero smetterebbero di votare partiti e politici che invece di contrastare le disuguaglianze, combattere l'evasione e l'elusione fiscale e prelevare le risorse da chi ne ha in stragrande abbondanza hanno additato nell'immigrato, nel mendicante, nel senzatetto, nell'operaio o nell'impiegato pubblico la causa di tutti i problemi degli italiani.

Note: 1) ISTAT; 2) www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2019/01/Scheda-Italia_Inserto-Rapporto-Davos_2019.pdf; 3) Boston Consulting Group: Report: Global Wealth. Report 2019; 4) Magstat Consulting www.we-wealth.com/it/news/aziende-e-protagonisti/private-banking/private-banking-italia-alla-conquista-di-207-miliardi; 5) Ministero dell'Economia: DEF 2018; 6) Il Ministero delle Finanze stima 100 miliardi di evasione e 7 di elusione, la Corte dei Conti 130 miliardi di evasione/elusione all'anno e uno studio dell'Università di Londra ( Study and Reports on the VAT Gap in the EU-28 Member States: 2018FinalReport ) addirittura 190 miliardi; 7) 2) Ministero dell'Ambiente: Catalogo dei sussidi ambientali www.minambiente.it/sites/default/files/archivio/allegati/sviluppo_sostenibile/catalogo_sussidi_ambientali.pdf; 8) Ministero degli Interni; 9) Delle proposte concrete per ridurre l'evasione e combattere le disuguaglianze sono formulate dal gruppo degli economisti di Sbilanciamoci in una proposta di controfinanziaria http://sbilanciamoci.info/scarica-e-diffondi-la-controfinanziaria-2020.

I dati del Ministero delle Finanze e dell'Istat dicono che il Nord non è più efficiente del Sud (11/11/2019)

Nell’ultimo messaggio riportavamo i dati che mostravano come il Nord e il Centro Italia ricevano molti più finanziamenti da parte dello Stato rispetto al Sud Italia. Lo Stato ogni anno dà al Nord e al Centro 735 miliardi di euro e al Sud 291 miliardi. Dividendo queste cifre per il numero di abitanti risulta che ogni cittadino del Nord e del Centro riceve dallo Stato 17.065 euro all'anno, mentre ciascun cittadino del Sud 13.394 euro, cioè 3.671 euro all'anno di meno. Se lo Stato avesse fatto parti uguali tra tutti i cittadini il Sud avrebbe avuto 61,5 miliardi di euro all'anno in più e il Centro e il Nord 61,5 miliardi di euro in meno [1].
L’ex ministro Erika Stefani, leghista, per sostenere l’autonomia differenziata di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, ha riportato dei dati dellaRagioneria Generaleche evidenziavano come queste tre regioni erano quelle che ricevevano meno fondi dallo Stato e come le regioni del Sud fossero quelle che ne ricevevano di più. Una tesi sostenuta non solo dalla ministra ma da tutta la Lega e da molti giornalisti, opinion leader, politici. Ma la stessa Ragioneria dello Stato nel documento citato dalla ex ministra avverte che tali dati sono parziali perché si riferiscono solo ai trasferimenti diretti dello Stato alle Regioni cioè riguardavano solo il 48% delle spese correnti (trasferimenti ad amministrazioni locali, stipendi a dipendenti pubblici ecc.) e solo 21% delle spese in conto capitale (contributi per investimenti) [2]. Non venivano considerati i fondi dati a INPS, ANAS, CNR, Fondo per lo sviluppo e la coesione, Fondo per la crescita sostenibile, Fondo per la lotta alla povertà e all'esclusione sociale, ecc. I dati Svimez invece tengono conto anche di questi finanziamenti statali indiretti (cioè soldi che lo Stato da a enti o fondi e che questi danno in misura diversa ai vari territori). Possiamo dire che l’ex ministro leghista, nonché tutti quei partiti, politici e giornalisti che l’hanno seguita hanno diffuso una fake-news, una notizia falsa, una bufala. Infatti, come altro si può definire fornire dei dati parziali per dimostrare il contrario di quello che succede? La realtà invece è quella evidenziata dai dati del Ministero delle Finanze e Istat e illustrata nel nostro ultimo messaggio: gli enti locali del Sud forniscono meno servizi di quelli del Nord ma ricevono molti meno soldi da parte dello Stato. Basti pensare che ogni valdostano riceve ogni anno 25.492 euro e ogni campano solo 12.084.
Spesso si sente dire che il Nord e il Centro è giusto che ricevano più soldi perché sanno spenderli meglio e sono più efficienti, mentre il Sud è sprecone e inefficiente. Ricordiamo che l'efficienza è il rapporto tra i servizi realizzati e le risorse impiegate. L'agenzia SOSE del Ministero delle Finanze e Istat, in una sua pubblicazione [3], calcola questo rapporto utilizzando gli indicatori dei servizi offerti da comuni e regioni (il numero di passeggeri trasportati e il numero di Km percorsi da autobus, metropolitane, tram e funicolari in un anno; la percentuale di bambini di 0-3 anni iscritti agli asili nido; la percentuale di alunni a cui viene garantita la refezione scolastica ecc. ) e la spesa sostenuta. Viene anche calcolato un indicatore globale di tutti i servizi offerti (trasporti, sanità, politiche sociali, cultura, ambiente e gestione dei rifiuti, polizia locale, sostegno alle attività produttive), così da potere calcolare l'efficienza complessiva di un comune o di una regione. I risultati che emergono sono molto più complessi e meno schematici del luogo comune “Nord e Centro efficienti e Sud inefficiente”. Infatti nel 2010 il Comune più efficiente è Reggio Calabria seguito da Genova, Torino, Ravenna, e poi da Bari e Milano. Agli ultimi posti Taranto e Venezia. Napoli è un po' più in basso di metà lista (uguale punteggio di Roma e Bologna), ma meglio di Firenze e Padova.
Nel 2013 la situazione cambia notevolmente: Napoli, Bari, Foggia, con un bel balzo in avanti, si piazzano pari merito con Torino e Genova. Reggio Calabria precipita all'ultimo posto, Venezia rimane al penultimo posto e Firenze e Padova nella parte bassa della lista.
I dati del 2013 sono gli ultimi ufficiali, ma l'Università Cattolica di Milano nel 2019 pubblica uno studio relativo all'anno 2016. La situazione cambia ancora: la città più efficiente è Pisa, seguita da Parma e Padova. Milano Genova e Roma sono a metà lista, Torino precipita a tre quarti di lista e Napoli e Foggia addirittura tra le ultime [4].
Va detto che la metodologia di calcolo della Cattolica è diversa da quella del SOSE per cui non è corretto fare confronti con i dati del 2010 e 2013.
Stando agli ultimi dati ufficiali (2013) la regione più efficiente è il Molise, seguita dal Piemonte, Lombardia, Veneto, Puglia e Calabria, poi seguono Campania, Marche e Abruzzo, agli ultimi posti la Toscana e il Lazio (ma il Lazio, avendo la capitale, deve svolgere funzioni che non possono non peggiorare l'efficienza) [3].
Questi dati dovrebbero farci capire che la realtà è complessa e che i luoghi comuni nella migliore delle ipotesi sono delle schematizzazioni rozze e quasi sempre solo delle costruzioni mentali che non hanno alcun riscontro nella realtà, ma che continuiamo ad avere perché sono rassicuranti, perché rendono la realtà semplice e prevedibile.
Note: 1) http://lnx.svimez.info/svimez/wp-content/uploads/2019/05/2019_04_09_nota_regionalismo-7.pdf; 2) www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/Pubblicazioni/Studi-e-do/La-spesa-s/Anni-prece/SSR-2017-stima.pdf; 3) SOSE: Dalla perequazione dei costi alla perequazione dei servizi 2° parte www.sose.it/it/west/workshop-economico-statistico-e-tecnologico-2017; 4) https://osservatoriocpi.unicatt.it/cpi-Efficienza_dei_comuni_nelle_regioni_a_statuto_ordinario_OCPI_AB_220519.pdf.

 

Nord Sud: con gli stereotipi e i campanilismi ci perdiamo tutti (15/11/2019)

Nell’ultimo messaggio riportavamo i dati di un'agenzia del Ministero delle Finanze e ISTAT (SOSE) che mostravano come il luogo comune di un Nord e Centro Italia efficienti e del Sud Italia inefficiente e sprecone non risponde ai fatti, perché la situazione è molto meno schematica e varia anche nel tempo. Secondo gli ultimi dati ufficiali (purtroppo relativi al 2013) le città più efficienti sarebbero Torino, Genova, Napoli, Bari, Foggia, agli ultimi posti troviamo Reggio Calabria, Venezia e Padova. A livello regionale la regione più efficiente è il Molise, seguita dal Piemonte, Lombardia, Veneto, Puglia e Calabria, poi seguono Campania, Marche e Abruzzo, agli ultimi posti la Toscana e il Lazio [1].
Sull'efficienza/inefficienza va anche precisato che non è detto che dipenda sempre da colpe di chi gestisce e amministra.
L'efficienza dipende anche dal contesto in cui si opera (infrastrutture e servizi migliori, una popolazione più istruita e più ricca ecc.) e dalle risorse di cui si dispone. Vediamone alcuni esempi.
Se un'alta percentuale di persone non paga i biglietti dei mezzi pubblici il servizio sembrerà inefficiente perché risulterà che gli utenti trasportati sono pochi. Il numero degli utenti infatti viene desunto dal numero di marcature e se molti non marcano risulteranno meno della realtà. Questo comportamento riprovevole (se usufruisco di un servizio è giusto che lo paghi) e non lungimirante (se pochi pagano i biglietti la società che gestisce il servizio non avrà entrate sufficienti per comprare nuovi autobus, assumere altri autisti ecc. e quindi tutti saremo danneggiati) più facilmente si verificherà lì dove la popolazione è più povera e più ignorante o lì dove il servizio funziona peggio perché per molti decenni lo Stato ha dato meno soldi a chi doveva organizzarlo e gestirlo.
Un altro esempio: in un territorio pianeggiante è più facile realizzare servizi rispetto a uno montuoso ma (per fortuna) ancora abitato. Quindi realizzare un'assistenza domiciliare in Trentino, Alto Adige, Abruzzo, Calabria è molto più difficile e costoso che non in Emilia-Romagna.
Le caratteristiche di Venezia rendono più costoso l'erogazione di alcuni servizi. Roma, essendo la capitale e “ospitando” il papa e la Città del Vaticano, deve svolgere funzioni che incidono sull'efficienza.
Ancora, potere disporre di risorse adeguate è estremamente importante, perché permette di comprare attrezzature più efficienti, di ripararle o sostituirle prontamente se si guastano, di investire nella formazione e nell'aggiornamento del personale, di assumere figure professionali più consone al mutare del contesto (per esempio informatici, esperti in gestione aziendale o dietisti nelle ASL), di evitare i pagamenti ritardati che finiscono per far lievitare i prezzi e spesso determinano contenziosi legali con ulteriori spese per gli enti pubblici.
Alcuni pensano che per migliorare l'efficienza bisogna “punire” l'ente inefficiente (per esempio riducendo i fondi assegnati a quell'ente). Spesso tale strategia ha determinato un'ulteriore riduzione di fondi a chi già ne riceveva pochi, aumentando così le disuguaglianze tra i cittadini di una stessa nazione.
Le inefficienze purtroppo esistono ma per combatterle le soluzioni semplici (come quasi sempre succede) non funzionano. E' necessario, invece, un approccio complesso: analizzare la produttività e l'efficienza, e lì dove sono basse cercare di capire quali problemi ci sono (attrezzature vecchie? Contesto difficile? Poco o troppo personale o con qualifiche e non rispondenti alle esigenze? Pochi o troppi fondi? Scarsa professionalità? Scelte sbagliate? Malcostume? Corruzione? Ecc.) e agire di conseguenza.
Quello che sicuramente deve essere evitato è ragionare sulla base di luoghi comuni e stereotipi (“Sud inefficiente e sprecone, Nord efficiente e virtuoso”, “Meridionali pigri e indolenti, settentrionali stakanovisti e rampanti”) o in base a logiche campanilistiche ed egoiste (“Prima gli italiani, prima il Nord, il Centro, il Sud, la mia Regione, il mio Comune, il mio municipio, io”).
In questa maniera si alimentano solo i risentimenti e i conflitti, si crea l'humus ideale per l'emergere di demagoghi e truffatori e si finisce per stare peggio tutti.
Ormai è assodato che le disuguaglianze economiche e sociali sono un importante freno allo sviluppo, che la carenza di coesione sociale è un enorme problema per qualsiasi società, che il non saper fare squadra, rete, sistema è una grave debolezza e non solo per l'economia. Il declino dell'Italia e dell'Europa dipende anche da questi fattori.
Anche la matematica, con la teoria dei giochi, ha dimostrato che l'egoismo, il “prima io” (o l'insieme di cui reputo di far parte) è una strategia che ha molte più probabilità di fallire e danneggiare tutti (compreso chi la mette in atto) della cooperazione e condivisione.
Quindi, bandiamo i luoghi comuni e gli stereotipi, ogni forma di egoismo personale e sociale e battiamoci per una società più giusta, più fraterna, più solidale. Staremo tutti meglio.
Note: 1) SOSE: Dalla perequazione dei costi alla perequazione dei servizi 2° parte www.sose.it/it/west/workshop-economico-statistico-e-tecnologico-2017.

 

Un caso di pessima informazione da parte dei giornali (16/10/2019)

“Meno reati, ma sempre più stranieri a commetterli” (Corriere della Sera), “Criminalità: reati in calo, uno su tre commesso da cittadini stranieri” (Repubblica), “I dati non mentono, straniero un reato su tre” (Il Giornale), “Stranieri e criminalità: il problema esiste, lo dice il capo della polizia” (Panorama).
Quasi tutti i giornali hanno titolato o scritto così negli articoli che hanno ripreso le dichiarazioni del capo della polizia Gabrielli al Festival delle Città tenuto a Roma ai primi di ottobre.
Gli articoli si somigliano molto e somigliano a quello dell’ANSA titolato “Gli stranieri coinvolti in un reato su tre”. Ma il capo della polizia ha veramente dichiarato quanto riportato dai giornali e televisioni? No.
Testualmente ha detto: “Nel 2016 su 893mila persone denunciate e arrestate, il 29,2% erano stranieri; nel 2017 gli stranieri sono aumentati al 29,8%; nel 2018 sono arrivati al 32%”. Quindi tra le persone “denunciate e arrestate” la percentuale di stranieri è in aumento, e, attualmente, un denunciato o arrestato su 3 è straniero. Gabrielli, quindi, non ha detto che un reato su tre è commesso da stranieri. Ha solo spiegato che un denunciato/arrestato su tre è straniero. Sono due cose molto diverse e un giornalista, che dovrebbe conoscere bene la lingua italiana, dovrebbe saperlo e informare correttamente i suoi lettori/ascoltatori.
Se avete subito un furto o uno scippo o una rapina e avete sporto denuncia, quasi certamente l’avete sporta contro ignoti, perché è molto improbabile che sappiate i nomi di chi vi ha rubato, scippato o rapinato. Infatti in Italia il 95% delle denunce riguardanti i furti sono contro ignoti, il 97% delle denunce riguardanti i borseggi, il 93% di quelle sugli scippi e oltre il 97% dei furti di auto e ciclomotori sono contro ignoti [1]. Non solo, alcuni reati sono molto poco denunciati. Per esempio solo l’8% delle donne stuprate denuncia di aver subito una tale violenza [2].
Quindi su 100 persone che commettono reati come rapine, furti, scippi, stupri sono denunciate o arrestate circa il 3-8% (a seconda dei reati). Quindi del 92-97% di questi reati non sappiamo chi lo ha commesso e se è italiano o straniero.
Se questo 92-97% fosse commesso tutto da italiani e un terzo di quel 3-8% dagli stranieri, solo da 1 a 3 reati su 100 sarebbe commessi da stranieri. Certo è difficile che i reati non denunciati o con denunce contro ignoti siano commessi tutti da italiani, ma in alcuni casi ci si avvicina molto.
Per esempio, intervistando un campione di donne italiane, si viene a sapere che la maggioranza degli stupri è commessa dal partner (il 64%), poi da parenti (15%), da amici (10%), da datori di lavoro, colleghi, amici dei genitori [3]. Poiché è difficile che una donna italiana abbia partner, parenti, amici, datori di lavoro, colleghi e amici dei genitori stranieri, possiamo dire che la stragrande maggioranza degli stupri è commessa da italiani, e che meno del 10% è commesso da stranieri. Eppure circa il 40% dei denunciati e arrestati per stupro è straniero [3].
Pensare che quello che avviene nel 3-8% dei casi accade nel 100% dei casi è un grave errore. Soprattutto quando questo 3-8% non è un campione significativo. Infatti per essere significativo un campione deve essere preso con un metodo casuale (per esempio traendo a sorte un certo numero di casi) e i dati di Gabrielli non provengono da un campione siffatto. Inoltre non vi devono essere bias, cioè distorsioni. Nel nostro caso la probabilità di partenza di commettere un reato deve essere uguale negli stranieri e negli italiani, ma in Italia oggi non è così. Ecco alcuni esempi.
Se un italiano non ha con sé un documento di identità, questo non è un reato, ma per uno straniero sì.
Se a uno straniero è scaduto il permesso di soggiorno e rimane sul suolo italiano sta commettendo un reato, mentre a un italiano non potrà mai capitare di commettere un tale reato. Lo stesso si può dire per gli stranieri che sono entrati senza permesso in Italia (perché in fuga da guerre, regimi dispotici o dalla fame) finché non sono “regolarizzati” essi risultano colpevoli del reato di immigrazione clandestina, un reato che gli italiani, anche volendo, non possono compiere. Ora si stima che nel nostro Paese ci siano circa 550.000 immigrati irregolari, cioè 550.000 persone che per il semplice fatto di non avere un permesso di soggiorno sono considerate criminali dalla legge italiana. Di quel terzo dei denunciati o arrestati, quanti lo sono perché semplicemente immigrati irregolari, cioè persone che non hanno rubato un centesimo né torto un capello a qualcuno, ma che si trovano ad avere commesso un reato perché così ha deciso una legge del 2009 (legge 94) che ha introdotto un reato, che prima non esisteva e nel quale un italiano non può incorrere e che, anche per questo, molti giuristi ritengono anticostituzionale.
Se si fa una legge che dice che l’avere i capelli neri è un reato, poi sicuramente risulterà che chi ha i capelli neri commette più reati di chi li ha biondi. Ma perché è più delinquente? No, perché così ha deciso chi ha varato quella legge (la legge che introduce il reato di “clandestinità” l’hanno voluto Lega, Forza Italia e Alleanza Nazionale e i governi che dal 2009 a oggi si sono succeduti non l'hanno abrogata).
Ogni volta che leggiamo che una perquisizione in un campo o una fabbrica ha trovato x soggetti extracomunitari non in regola, significa che quelle x persone sono state denunciate o arrestate per il reato di immigrazione clandestina e che sono andati a ingrossare le fila degli “stranieri denunciati o arrestati” e degli “stranieri che commettono un reato”, anche se il reato, quello vero, quello che danneggia i produttori e gli imprenditori onesti nonché tutti noi è stato in realtà commesso da chi sfruttava questi poveri cristi, pagandoli quattro lire proprio perché “irregolari” e quindi senza diritti e senza possibilità di ribellarsi.
Quanto detto già spiega perché vi sono tanti stranieri tra i denunciati e arrestati. Ma c’è dell’altro.
Numerosi studi hanno dimostrato che gran parte delle persone, dei poliziotti e in misura minore dei pubblici ministeri e dei giudici ha pregiudizi negativi più o meno forti nei confronti degli stranieri, tra cui quello che più facilmente delinquono. La probabilità di essere fermato dalla polizia per un controllo è di 10 volte maggiore se si è stranieri [4]. Ovviamente poiché gli italiani sono meno “controllati” degli stranieri è più raro scoprire i nostri concittadini non in regola, mentre tra gli stranieri sarà estremamente frequente.
Purtroppo i pregiudizi degli agenti di polizia fanno anche peggio. Nei loro rapporti spesso si leggono frasi come queste [4]: “E’ stato tratto in arresto perché non svolge attività lavorativa, per cui si presume che tragga sostentamento da attività illecite”, “In considerazione della negativa personalità dell’indagato (trattasi di persona senza fissa dimora e senza regolare fonte di reddito) è stato trattenuto ... ”. Ora l’arresto o la denuncia dovrebbero avvenire non in base a presunzioni tutte da dimostrare, ma a qualche prova degna di questo nome. Invece finisce che se sei straniero, senza dimora, senza lavoro, povero, vestito di stracci ecc. e soprattutto se hai più di una di queste condizioni allora per ciò stesso sei un soggetto pericoloso, hai una personalità negativa e quasi certamente sei un delinquente, per cui meriti di essere denunciato e arrestato. Per fortuna molti di questi arrestati e denunciati sulla base di pregiudizi e supposizioni degli agenti di polizia poi sono assolti e scarcerati da parte dei giudici che vogliono qualche prova per emettere una condanna, ma nel frattempo hanno anche loro ingrossato le file degli stranieri denunciati o arrestati.
Da quanto detto appare chiaro che:
- non è vero che un terzo dei reati è commesso da stranieri;
- alcuni reati (che fino a 10 anni fa non erano tali perché considerati solo degli illeciti amministrativi) possono essere commessi solo da stranieri, per cui si è deciso per legge che 550.000 persone sono criminali pur non avendo fatto niente di male;
- uno straniero, per il semplice fatto di essere tale, ha molta più probabilità di essere controllato, denunciato, arrestato e, probabilmente, condannato, rispetto a un italiano e ciò anche se non ha fatto nulla di male:
- i dati citati da Gabrielli non dimostrano la maggiore delinquenzialità degli stranieri ma la discriminazione e i pregiudizi di cui sono vittime;
- i numerosi giornali che hanno scritto “in Italia un reato su 3 è commesso da uno straniero” hanno scritto il falso e hanno riportato in maniera del tutto errata le dichiarazioni del capo della Polizia (le uniche eccezioni che conosciamo sono Fanpage, Africa Rivista e Cronache di Ordinario Razzismo, che hanno spiegato come stanno realmente i fatti e Avvenire e Il Manifesto, che hanno riportato solo la notizia dei reati in calo).
Negli ultimi 20 anni la criminalità è nettamente diminuita (le rapine in banca si sono più che dimezzate, i furti d’auto sono diminuiti di circa il 25%, gli stupri del 30% [5]) eppure gli italiani si sentono più insicuri e l’80% ritiene che ci sia più criminalità [6]. Questo netto calo della criminalità è avvenuto mentre il numero di stranieri presenti sul nostro territorio andava aumentando sempre più, eppure la stragrande maggioranza degli italiani è convinta che essi sono un problema per l’ordine pubblico e la causa principale dell'infondato aumento della criminalità.
Perché accade questa cattiva percezione della realtà? Perché siamo influenzati dagli organi di informazione e da quello che dicono le persone che conosciamo [7]. Se quasi tutti i giornali e le televisioni ci raccontano che un reato su 3 è commesso dagli stranieri, le persone ci credono e ne parlano con altri e si diffonde e rafforza la paura verso gli stranieri. Se nei TG nazionali fra le prime 3 notizie c'è quasi sempre una di cronaca nera, molto spesso la seconda [6], la gente si convince che la criminalità è diffusissima. Se il 92% di tutti i servizi di Studio Aperto ha come tema la criminalità e soprattutto quella commessa da stranieri, se il 67% dei servizi TG5 fa lo stesso [6] è inevitabile che la gente vede delinquenti dappertutto e ha paura degli stranieri.
Che fare? Dobbiamo avere più spirito critico, non prendere per oro colato tutto quello che ci raccontano, non diffondere notizie prima di essere sicuri che siano vere (verificando su un sito antibufala quelle più eclatanti e strane). Bisogna poi diffidare di quei giornali e giornalisti che più volte hanno riportato notizie non vere o distorte e informarsi non solo attraverso i canali televisivi e i giornali più diffusi ma, almeno ogni tanto, anche attraverso organi di informazione piccoli ma autorevoli (ad esempio www.cronachediordinariorazzismo.org e www.asgi.it per le questioni relative agli stranieri oppure www.sbilanciamoci.info per le questioni economiche).
Ovviamente è fondamentale diffondere le notizie della Marco Mascagna, come questa che oggi ti abbiamo inviato.
Note: 1) http://dati.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=DCCV_DELITTIPS; 2) ISTAT 2017 www.istat.it/it/archivio/203838; 3) https://www.istat.it/it/violenza-sulle-donne/il-fenomeno/violenza-dentro-e-fuori-la-famiglia/numero-delle-vittime-e-forme-di-violenza; 4) Padovan D: Meccanismi di valutazione della moralità e dell’identità sociale degli attori soggetti a provvedimenti restrittivi, in MosconiG, Padovan D: La fabbrica dei delinquenti, Torino, 2005; 5) I dati sono tratti dai Rapporti sulla Criminalità del Ministero degli Interni; 6) www.fondazioneunipolis.org; 7) Coluccia A, Ferretti F, Lorenzi L, Buracch T: Media e percezione della sicurezza: analisi e riflessioni, Criminologia 2/2008.

 

Disuguaglianze e merito (26/09/2019)

Le ricerche scientifiche dimostrano che le persone sottostimano le disuguaglianze economiche presenti nel proprio Paese: si pensa che i poveri siano meno poveri e meno numerosi di quello che in realtà sono e che i ricchi siano meno ricchi [1, 2].
E' interessante che più si è ricchi e più si sovrastima il reddito medio dei poveri o di alcune categorie (operai semplici ecc.) e più si è poveri e più si sottostima il reddito di ricchi e benestanti (quello dei supermanager per molti poveri è talmente inimmaginabile che viene enormemente sottostimato o ci si rifiuta di rispondere) [1].
Una ricerca ha evidenziato che i ricchi prestano meno attenzione ai passanti e “non vedono” i poveri [3].
Se si chiede alle persone se ritengono di essere sottopagati, sono soprattutto i benestanti che rispondono di sì (il 24% dei laureati risponde “molto più basso del giusto”, mentre tra quelli che hanno al massimo il diploma sono il 20%) e mentre i primi danno come motivazione “perché io valgo di più”, i secondi danno come motivazione soprattutto “perché non riesco ad arrivare alla fine del mese” [1].
Molte ricerche evidenziano che ricchi e benestanti ritengono di valere molto e di meritarsi quanto guadagnano (e anche di più), mentre chi è povero o ha uno stipendio basso ha un giudizio più severo su di sé e bassa autostima [1, 4].
Deve far riflettere il fatto che in società nelle quali la disuguaglianza socio-economica è alta sono molto diffuse le opinioni che ciascuno meriti la propria condizione, che se si è ricchi o si ha una professione alta è perché si hanno molti talenti e ci si è impegnati duramente, mentre se si è poveri o si svolge una “professione” bassa è perché non si ha talento, non ci si è impegnati o si ha qualche vizio o difetto.
Queste convinzioni sono un significativo ostacolo verso una società più equa e solidale, perché fanno percepire le enormi disuguaglianze economiche come qualcosa di accettabile e addirittura di giusto: nella “gara” della nostra società vincono i migliori. E' la meritocrazia, che è buona e che, per questo, dovrebbe essere maggiormente messa in pratica. Ora, se meritocrazia significa che determinati posti devono essere occupati da chi ha più competenze e conoscenze per svolgere bene le funzioni proprie di quel posto, essa è sicuramente qualcosa di buono. Ma se meritocrazia significa che è merito delle persone avere quelle competenze e conoscenze e quindi guadagnare di più (anche enormemente di più) di chi non le ha, questo non è per niente giusto. I “meriti”, infatti, sono merito nostro solo in minima parte.
Infatti, alcuni “meriti” sono caratteristiche e disposizioni innate e quindi frutto del caso.
Il contesto nel quale si vive gioca poi un ruolo ancor più determinante, perché può permettere di far sviluppare e mettere a frutto i talenti avuti alla nascita e perfino di sopperire alla loro quasi totale assenza.
Se Einstein nasceva nel Camerun non avrebbe imparato nemmeno a leggere e scrivere. Se Zuckerberg, invece di essere figlio di due medici fosse stato figlio di due spazzini, non avrebbe mai iniziato a prendere lezioni private di informatica già a dieci anni e non si sarebbe mai potuto iscrivere all'Università di Harvad e non avrebbe mai creato facebook diventando uno degli uomini più ricchi del mondo. Se Lapo Elkann non fosse stato il trisnipote di Giovanni Agnelli, ricco proprietario terriero tra i soci fondatori della FIAT, ora, quasi certamente, non sarebbe nessuno.
In Gran Bretagna solo il 9,5% dei medici, avvocati e laureati in economia e commercio sono figli di operai, contadini e impiegati di basso livello [5].
In Italia il 65% dei figli di laureati è laureato, mentre solo il 14% dei figli di genitori con al massimo il diploma superiore lo è; il 73% degli studenti con almeno un genitore laureato frequenta un liceo, mentre è estremamente raro che un figlio di un laureato frequenti un istituto professionale [6].
Ma anche a parità di titolo di studio chi viene da una famiglia di basso reddito o istruzione occupa posti meno prestigiosi e guadagna meno (in Gran Bretagna in media 11mila sterline in meno all’anno per chi lavora in ambito finanziario, 9mila sterline in meno per chi è occupato nei media o nel settore giuridico e 5mila sterline per chi è medico) [7].
Chi viene da una famiglia ricca o benestante può iscriversi a scuole o università più prestigiose, può accettare di svolgere tirocini non retribuiti o stage sottopagati, può dedicare anche anni alla costruzione del proprio futuro, mentre chi viene da una famiglia non benestante è costretto a fare scelte diverse, dettate dalla necessità economica.
Non solo, chi ha genitori colti e benestanti si esprime meglio, si comporta in maniera “più distinta”, si veste meglio, frequenta ambienti che favoriscono incontri e relazioni con persone che contano ecc.: tutte cose che favoriscono il successo.
Le interviste ai laureati che provengono da famiglie di basso ceto dimostrano quanto pesi lo stress generato dal non sentirsi adatti nel proprio posto di lavoro, dal vivere ogni giornata con l’ansia di venire giudicati “di basso rango” e dal sentirsi costretti a fingere per allinearsi a un “atteggiamento dominante”. Sono meccanismi che portano alla convinzione di non valere abbastanza e che per questo non si fa carriera [4].
Queste differenze tra “ricchi” e “poveri” si determinano già poco dopo la nascita. I genitori laureati nel 40% dei casi comprano libri per i propri figli già prima che compiano l'anno e li sfogliano insieme e li illustrano e li leggono. Solo l'1% dei genitori con licenza elementare e solo il 10% di quelli con licenza media si comportano così [8]. I primi bambini a 4 anni hanno ascoltato in media 45 milioni di parole, gli altri solo 26 milioni [9]. Anche per questo, nei bambini a cui non si sono letti libri nei primi 3 anni di vita, la probabilità di scarso rendimento scolastico, di rifiuto della scuola e d'evasione scolastica aumenta enormemente.
Così, di generazione in generazione, le disuguaglianze si perpetuano e spesso si accentuano.
La nostra società non è meritocratica, perché conta soprattutto la famiglia in cui si è nati e il posto nel quale si è vissuto. L’ideologia meritocratica occulta tutto ciò e tende a giustificare le diseguaglianze che ci affliggono e che si perpetuano di generazione in generazione.
Un importante effetto collaterale di una cultura che interpreta i talenti come merito e non come doni, è una drammatica carestia di gratitudine, che è una caratteristica dei sistemi meritocratici. L'atteggiamento più o meno contrario contro le varie forme di sostegno a chi occupa i gradini bassi della scala sociale e l'indifferenza e l'indulgenza verso ricchi e benestanti che sottraggono decine e decine di miliardi alla collettività tramite “furbizie fiscali” (da avere la residenza propria o della propria azienda in un paradiso fiscale a fare risultare che un familiare risiede dove si ha la casa di villeggiatura) forse è segno proprio di questa mancanza di gratitudine per la fortuna che si è avuta e del non percepire la necessità di aiutare chi è stato molto meno fortunato e diminuire le disuguaglianze in modo che chi veramente ha meriti possa riuscire a metterli a frutto anche se nato in una famiglia povera e poco istruita.
Note: 1) https://journals.openedition.org/qds/623; 2) https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0085293; 3) https://qz.com/816188/science-shows-the-richer-you-get-the-less-you-pay-attention-to-other-people; 4) Chiara Volpato: Le radici psicologiche delle disuguaglianze, Laterza 2019; 5) https://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/0003122416653602; 6) www.lavoce.info/archives/52980/ma-lascensore-sociale-e-bloccato-dagli-anni-di-scuola; 7) https://blogs.lse.ac.uk/politicsandpolicy/introducing-the-class-ceiling; 8) Ronfani L, Sila A, Malgaroli G, Causa P, Manetti S: La promozione della lettura ad alta voce in Italia. Quaderni ACP 2006; 9) Hart B, Risley TR: The early catastrophe: The 30 million word gap. American Educator, 2003.

Anche le plastiche compostabili inquinano. Che fare? (21/08/2019)

La plastica è un prodotto utilissimo che ha migliorato enormemente le nostre condizioni di vita. Basta pensare al suo impiego in ambito sanitario: siringhe, flebo, guanti e contenitori sterili, endoscopi, cateteri, cerotti, punti di sutura, protesi (cardiache, vascolari, oculistiche, odontoiatriche, ecc.). Le plastiche ormai stanno dappertutto e, per questo motivo, se ne producono sempre di più. La produzione annua 30 anni fa era di 30 milioni di tonnellate, oggi e di 340 milioni (di cui il 20% nella UE).
Che fine fa tutta questa plastica? La maggioranza finisce in discariche, una parte viene bruciata, una è riciclata, un’altra viene dispersa nell’ambiente e una piccola quantità è riutilizzata più volte.
Poiché la plastica è una sostanza quasi indistruttibile, essa va sempre più aumentando nei mari, laghi, fiumi, spiagge, suoli e gli scienziati sono estremamente preoccupati.
Ha suscitato grande attenzione la notizia di un’ “isola di plastica” nel Pacifico grande oltre 3 volte l’Italia (1 milione di Kmq). Molti però ignorano che queste isole, pure se di dimensioni minori, sono più comuni di quanto si pensa e sono presenti anche nel Mediterraneo (per esempio tra l’isola d’Elba e la Corsica) e che il nostro mare, pur essendo solo l’1% di tutti i mari, contiene il 7% delle plastiche [1].
Pochissimi sanno che la plastica galleggiante sui mari è solo l’1% della plastica presente. Il 99%, infatti, è dispersa nella massa d’acqua o è depositata sul fondo. Non c’è ormai tratto di mare esaminato che non sia risultato inquinato da plastiche, anche quelli ritenuti più “sicuri”, perfino la Fossa delle Marianne [2]. Lo stesso può dirsi per spiagge, laghi, fiumi, suoli. Ovviamente più i fiumi sono inquinati e più laghi e mari sono inquinati; più la plastica è presente sul e nel suolo (comprese le spiagge) e più laghi, fiumi e mari se ne riempiono.
La plastica è quasi indistruttibile ma si frammenta, diventando sempre più piccola. Così le microplastiche, cioè plastiche di diametro inferiore a 5 millimetri (non trattenibili dagli impianti di depurazione), vanno aumentando sempre di più. Microplastiche sono prodotte anche nel lavaggio di indumenti di pile e quando si usano prodotti abrasivi (scrub ecc.). Mentre le plastiche di grandi dimensioni (es. sacchetti) possono danneggiare e uccidere solo alcuni animali (es. tartarughe, cetacei), le microplastiche possono essere ingerite da numerosissime specie e possono anche essere assimilate e distribuirsi nei vari organi.
I frutti di mare, per esempio, possono accumulare notevoli quantità di microplastiche. E’ facile capire che anche l’uomo, mangiando alimenti contaminati da microplastiche può finire per ingerirle e probabilmente assimilarle.
Malgrado gli scienziati da vari decenni mettono in guardia contro questi pericoli, non solo non si sono presi seri provvedimenti, ma anche la ricerca scientifica è carente. Non sappiamo bene come si comportano le microplastiche (sappiamo però che su di esse si depositano altri inquinanti, per esempio gli idrocarburi); non conosciamo quanta plastica ingerita viene assimilata dalle varie specie e cosa favorisce o contrasta l’assimilazione; non sappiamo quali danni la presenza di microplastiche può determinare e quali malattie può favorire.
Uno studio stima che ogni essere umano ingerisca da 39.000 a 52.000 particelle di plastica l’anno. Chi beve acqua in bottiglia di plastica assume molta più microplastica di chi beve acqua di rubinetto (fino a 20 volte di più) [3]. Per fortuna la stragrande maggioranza di questa plastica viene espulsa con le feci, ma più ne ingeriamo e più è probabile che una parte venga assimilata e, ad oggi, nessuno sa quali danni potrebbe determinare.
E’ come se fossimo le cavie di un enorme esperimento scientifico, ma quando sapremo i risultati sarà troppo tardi per prendere provvedimenti per salvaguardare noi e il mondo in cui viviamo. Per questo gli scienziati ci dicono che dobbiamo arrestare al più presto l’immissione di plastica nell’ambiente e studiare per bene il fenomeno per prendere successivamente provvedimenti più mirati.
Certo non possiamo impedire l’uso della plastica in medicina perché sarebbe un danno per la salute enorme, ma sicuramente possiamo eliminare tutti quegli usi della plastica di scarsa o nulla utilità.
La UE ha bandito dal 2021 alcuni prodotti di plastica: piatti e posate (ma non bicchieri), cannucce, vaschette di polistirolo, bastoncini cotonati (in Italia questi sono già vietati dall’1 gennaio 2019).
Già adesso sono in vendita piatti, bicchieri e contenitori in materiali compostabili. I più diffusi sono il PLA (acido polilattico) e i materiali cellulosici. Ma sono veramente più “ecologici”?
Alcune ricerche hanno valutato l’impatto dell’intero ciclo di vita (produzione, consumo, smaltimento) di piatti di plastica, PLA, cellulosa e piatti in ceramica lavati in lavastoviglie tipo mensa. Purtroppo le ricerche sono finanziate dai produttori di plastiche e, soprattutto, vista la nostra ignoranza sugli effetti delle microplastiche, non considerano i potenziali impatti sull’ambiente e sulla salute di tale forma di inquinamento. Per tali ragioni i dati riportati sull’impatto dei piatti e bicchieri di plastica sono poco attendibili e quasi certamente sottostimati (tali dati dimostrerebbero una quasi sostanziale parità di impatto tra piatti di plastica e piatti di PLA).
Il raffronto tra gli altri tipi di piatti è molto più attendibile e interessante. Nel caso che il 50% dei piatti fosse compostato e 50% incenerito e che quelli in porcellana finissero tutti in discarica e considerando 1000 piatti per quelli usa e getta e 1000 utilizzi di quelli di porcellana, quest’ultima avrebbe un impatto ambientale 4 volte inferiore ai piatti in PLA e 3 volte inferiore rispetto ai piatti in cellulosa. I bicchieri in vetro avrebbero un impatto 3 volte inferiore rispetto a quelli in PLA e 2 volte inferiore rispetto a quelli in cellulosa [4]. Ovviamente, se invece di essere lavati in lavastoviglie sono lavati a mano, l’impatto ambientale dei piatti di porcellana si riduce ancora di più.
Secondo un’altra analoga ricerca il piatto di porcellana risulta 5 volte meno climalterante di quello in cellulosa e 4,5 volte meno di quello in PLA e 7 volte con meno effetti cancerogeni del piatto PLA e in cellulosa. Nei vari impatti (sull’aria, mare, suolo, biodiversità, effetti secondari cancerogeni, altri effetti sulla salute umana ecc.) la porcellana vince sempre risultando da 30 volte a 0,5 volte meno impattante della cellulosa e da 10 a 2,5 volte meno del PLA [5].
Insomma i piatti in PLA e in cellulosa non sono privi di effetti ambientali negativi.
Ma c’è un altro aspetto da considerare. Attualmente in Italia sono prodotti ogni anno poco meno di 11 milioni di tonnellate di rifiuti umidi. Solo il 53% di esso viene raccolto in maniera differenziata e trattato in impianti di compostaggio o di biodigestione+compostaggio [6]. La causa principale di tale situazione è la carenza di tali impianti e l’inciviltà dei cittadini. Se si andrà diffondendo sempre più l’uso di stoviglie, contenitori e sacchetti compostabili il rischio è che tutti questi rifiuti non saranno compostati (come oggi metà dei rifiuti umidi non viene compostato), ma bruciati, messi in discarica o dispersi nell’ambiente.
La biodegradabilità di un piatto di PLA è abbastanza buona nelle condizioni ottimali di un impianto di compostaggio, ma se viene lasciato in un bosco, su una spiaggia o a mare, la sua biodegradabilità è molto meno buona e può persistere anche per anni.
Il rischio, quindi, è che succeda come per le stufe in pellet, pubblicizzate come “ecologiche” e “a basso impatto ambientale” e poi rilevatisi estremamente inquinanti (producono grandi quantità di polveri fini e ultrafini, le più pericolose).
Il problema principale, forse, è che non vogliamo cambiare le nostre abitudini fortemente impattanti sull’ambiente e vorremmo soluzioni tecnologiche che ci permettano di non farlo e le aziende ci illudono che è possibile.
Il modo ecologico di usare le stoviglie non può essere l’uso e getta (anche se in PLA o cellulosa) ma l’uso di stoviglie riutilizzabili e durature da lavare possibilmente a mano (nonché quello di non cambiare i piatti ad ogni portata).
Il problema del freddo non va risolto con le stufe in pellet, ma costruendo case ben coinbentate, vestendosi in maniera pesante d’inverno, con un impianto di riscaldamento con pannelli solari e caldaia a metano (e anche avendo un po’ più di sopportazione).
La mobilità ecologica non è quella basata su auto e moto elettriche (molto costose e di notevole impatto ambientale), ma quella basata sull’uso dei piedi, della bicicletta, dei mezzi di trasporto collettivo.
Insomma le bacchette magiche (anche tecnologiche) esistono solo nelle favole e non ci si può affidare a esse per risolvere problemi gravissimi e riguardanti noi, i nostri figli e nipoti. E’ necessario valutare per bene l’impatto di ogni tecnologia, merce, opera e bisogna sapere dire no a quelle troppo impattanti o di scarsa utilità, avere comportamenti più ecosostenibili, fare in modo che chi ci governi si interessi di più del bene dei cittadini e meno degli interessi economici delle grandi aziende e degli speculatori.
Purtroppo i cittadini italiani pensano che i problemi più gravi sono l’arrivo di qualche decina di migliaia di stranieri (utilissimi per il nostro Paese se li regolarizzasse), la piccola criminalità (in calo da 30 anni), le buche nelle strade e le ong e si dimenticano di problemi gravissimi come il cambiamento climatico, l’inquinamento, le enormi disuguaglianze, la povertà, la disoccupazione. Ovviamente pensano così soprattutto perché determinati giornali, TV, siti, politici e opinion leader vogliono così.
Per questo è importante fare un’opera di corretta informazione e di dialogo con chi ha paure immotivate e scarsa consapevolezza dei problemi effettivi.
Noi cerchiamo di dare il nostro contributo con queste “pillole di informazione” e con documenti e materiali informativi e didattici che puoi trovare sul nostro sito (www.giardinodimarco.it).
Note: 1) WWF: Fermiamo l’inquinamento da plastica: come i Paesi del Mediterraneo possono salvare il proprio mare, Report 2019; 2) Jamieson A et al: Microplastics and synthetic particles ingested by deep-sea amphipods in six of the deepest marine ecosystems on Earth, Royal Society Open Science, 2019; 3) Kieran D et al.: Human Consumption of Microplastics, Environmental Science & Technology, 2019; 4) http://www.ecodallecitta.it/docs/news/EDC_dnws3043.pdf; 5) http://pro-mo.it/wp-content/uploads/2018/06/1.%20Ricerca%20Life%20Cycle%20Assessment%20%28LCA%29%20comparativo%20di%20stoviglie%20per%20uso%20alimentare.pdf; 6) ISPRA: Rapporto rifiuti urbani 2018, www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/rapporti/rapporto-rifiuti-urbani-edizione-2018

 

Lasciare un segno: Gerard, Massimo, Giorgio e Marco (06/09/2019)

Ci sono troppe cose che non vanno nel nostro mondo e in Italia.
Non passa giorno senza che gli scienziati ci avvertano che siamo sull'orlo di un precipizio e che, se non cambiamo rotta, finiremo per caderci dentro.
I gas serra sono in continua ascesa e il loro valore attuale è il più alto degli ultimi 800.000 anni. Il monitoraggio dei ghiacci polari indica una continua diminuzione negli ultimi 30 anni. Il livello degli oceani si è innalzato di 3 centimetri nell'ultimo decennio e gli oceanografi temono che l'enorme massa di acqua dolce che si scioglie dai poli possa alterare le correnti marine con effetti disastrosi per molti Paesi (in particolare quelli europei) [1]. L'inquinamento atmosferico provoca ogni anno oltre 40.000 morti nel solo nostro Paese. Le microplastiche sono ormai presenti in ogni ambiente e anche nei prodotti che mangiamo e aumentano sempre più perché sono pressocché indistruttibili e la loro produzione continua e si incrementa.
Le disuguaglianze sono a un livello intollerabile dal punto di vista etico ed economico: 2 miliardi e 370 milioni di persone (il 30% degli uomini) sono in grave povertà, mentre l’1% della popolazione mondiale detiene il 50% dell'intera ricchezza [2]. In Italia l'1% più ricco detiene il 24% della ricchezza e l'80% più povero il 28% [3]; 4.700.000 persone sono “povere assolute” (cioè non guadagnano tanto da potere soddisfare i bisogni primari) e si stima che 50.000-100.000 persone sono senza tetto [4, 5].
Leggendo questi numeri angoscianti si è presi dallo sconforto e viene da pensare: “Sono problemi talmente grandi e planetari che io non posso fare nulla. Quindi meglio non angosciarsi, cercare di non pensarci e continuare a comportarsi come sempre”.
Questo atteggiamento, che può sembrare di buon senso, non è per niente saggio per vari motivi.
Alcune ricerche scientifiche hanno evidenziato che le persone socialmente impegnate soffrono meno di depressione e ansia e si dichiarano più felici. Non solo, darsi degli obiettivi, lottare per raggiungerli, prendersi cura di qualcosa o di qualcuno sono comportamenti che prevengono e curano la depressione. Avere comportamenti ecosostenibili sembra ridurre l'ansia generata dalla consapevolezza dei problemi ambientali e migliora l'autostima [6].
Quindi la nostra qualità della vita si salvaguarda di più attuando comportamenti ecosostenibili ed equi e impegnandosi socialmente che facendo finta che questi problemi non esistano e mettendo la testa sotto terra come struzzi.
Chi ritiene che il nostro comportamento è ininfluente dovrebbe considerare che si possono compiere delle azioni solo perché si ritiene giusto compierle, indipendentemente dalla loro efficacia pratica, perché la legge morale che è in noi lo esige. E chi ha un comportamento etico è sicuramente più stimabile di chi non lo ha.
Ma c'è da chiedersi se è vero che i nostri comportamenti ecosostenibili ed equi sono ininfluenti e se è vero che l'impegno non produce frutti.
Innanzitutto va detto che nessuno ci chiede di risolvere i problemi del mondo da soli, cosa veramente impossibile. Per fortuna ci sono milioni e milioni di persone che in vario modo si impegnano contro le disuguaglianze, il degrado dell'ambiente e gli altri problemi della nostra
società. Ci si può impegnare in vario modo: avendo comportamenti ecosostenibili e solidali e cercando di far prendere consapevolezza di questi problemi e della necessità del cambiamento a quante più persone è possibile (cioè sul piano culturale e, per certi versi, microeconomico); oppure collaborando con associazioni, gruppi, movimenti in iniziative di salvaguardia dell'ambiente, di lotta alle disuguaglianze, di solidarietà ecc. (cioè sul piano sociale); oppure appoggiando quelle forze politiche e quei candidati che lottano con coerenza contro le disuguaglianze e il degrado ambientale e collaborando con loro (cioè sul piano politico e, per certi versi, macroeconomico).
Quella che ci viene chiesta, in fin dei conti, è una scelta di campo: agire nel piano culturale, sociale, politico ed economico contro le disuguaglianze e il degrado ambientale, non per perpetuare e incrementare questi problemi..
Si potrebbe obiettare che anche facendo così non si risolvono questi problemi, perché le forze in campo sono impari: coloro che si impegnano per il cambiamento sono una minoranza e hanno inoltre meno potere.
Ciò oggi è sicuramente vero, ma non giustifica la rinuncia all'impegno e il fatalismo per vari motivi.
Innanzitutto se è vero che questa minoranza non riesce a determinare un cambiamento significativo o radicale essa riesce però a determinare un argine al degrado ambientale e alle disuguaglianze e talvolta dei miglioramenti. Per esempio l'impegno di gruppi minoritari contro il buco d'ozono e i gas che lo causano (i CFC) ha determinato, in un primo tempo, che alcune aziende hanno eliminato tali gas dai loro prodotti per fare in modo che potessero essere comprati da queste minoranze e, in un secondo tempo, il boom dei prodotti senza CFC e il Trattato di Montreal che vieta la produzione e la vendita di tali gas. L'effetto è stato che il buco d'ozono ha smesso di allargarsi e si è notevolmente ridotto.
Gli stessi accordi di Kyoto e di Parigi sui gas serra, benché insoddisfacenti e non risolutivi, pure hanno posto un certo argine alla loro produzione, concedendo in questo modo un maggiore tempo per affrontare in maniera efficace i cambiamenti climatici.
Lo stesso si può dire per l'impegno contro le disuguaglianze: certamente continuano ad esserci e si sono anche accentuate, ma grazie a tale impegno milioni di poveri hanno migliorato la loro situazione e altri non hanno fatto ulteriori passi indietro (forse l'aumento delle disuguaglianze è dovuto anche, o addirittura soprattutto, all'indebolirsi del fronte di chi le combatteva).
In secondo luogo i gruppi minoritari possono crescere fino a diventare maggioranze o, pur rimanendo minoranze, possono acquisire l'egemonia nella società.
Poiché gli effetti del degrado ambientale o delle eccessive disuguaglianze si vanno accentuando e interessano fasce sempre più ampie di popolazione, ciò favorisce la presa di coscienza di questi problemi e, quindi, la crescita e la determinazione di questi gruppi minoritari.
Vari studiosi si sono interrogati sul ruolo delle minoranze e su quali sono i fattori che fanno sì che una minoranza diventi influente o egemone.
Moscovici, un famoso psicologo rumeno-francese, con brillanti studi ed esperimenti ha evidenziato che i principali fattori sono l'avere una posizione alternativa rispetto a quella dominante, il saperla enunciare in maniera chiara, il portare argomentazioni, la fedeltà alla propria posizione (cioè il rimanervi saldamente fedele, opponendosi per tutto il tempo, senza cedimenti, alle pressioni del gruppo egemone), la coerenza (avere comportamenti coerenti con la propria posizione), l'unanimità (la minoranza deve essere compatta nell'esprimere la propria posizione) [7].
Altri studi hanno evidenziato che le argomentazioni sono più convincenti se veritiere, se fanno perno su contenuti valoriali o cognitivi degli interlocutori, se sono numerose e non contradditorie e se il soggetto che vuole il cambiamento si mostra attento all'interlocutore e "accogliente" (i comportamenti spocchiosi sono deleteri) [8].
Ovviamente è più facile avere consenso tra chi subisce il problema o condivide i valori posti dal gruppo minoritario.
In questa maniera la minoranza guadagna ascolto e stima e successivamente consenso, diventando sempre più influente fino a divenire egemone o maggioranza.
Insomma il futuro non è determinato ma offre innumerevoli possibilità che dipendono in grandissima parte da come le persone si comportano: se eticamente e con intelligenza, determinazione, coerenza e mitezza possono svolgere un ruolo di grande importanza e lasciare un segno positivo.
Questa estate tre amici hanno lasciato noi e questo mondo. Pochi giorni fa è toccato a Gerhard Pöter e a Massimo Lampa; nel mese di luglio a Giorgio Nebbia.
Gerhard Pöter, un prete dell'ordine domenicano, ha lasciato la Germania per impegnarsi contro la povertà e le disuguaglianze e ha fondato una comunità in uno dei quartieri più poveri di San Salvador (Sector Primero-Crediza). Con grande intelligenza e determinazione ha messo su una scuola per l'infanzia (l'Asilo Sector Primero, adottato dalla Marco Mascagna dal 1991), un laboratorio artigianale, una fattoria, un ambulatorio medico, un laboratorio di farmaci derivati da piante, un dispensario di medicinali, una scuola elementare e "la scuola sotto il cielo". In questa maniera ha migliorato le condizioni di vita di quella povera gente, ha dato un'educazione e un'istruzione a centinaia di bambini, lavoro a decine di salvadoregni, ha svolto un'importante azione di coscientizzazione sia nel Salvador che in Germania e Italia.
Massimo Lampa è stato non solo un insegnante ma un vero educatore, capace di instaurare relazioni educative significative con i suoi studenti. Tra i fondatori della Bottega del commercio equo e soldale E Pappeci (di cui è stato anche presidente) e, successivamente, del Friarielli-GAS (Gruppo d'Acquisto Solidale), con la sua opera silenziosa e mite Massimo ha sostenuto produttori attenti all'ambiente, alla salute e alla giustizia sociale e aiutato concretamente chi voleva avere consumi più equi e ecosostenibili. Inoltre varie escursioni che la Marco Mascagna propone ci sono state "insegnate" da Massimo.
Giorgio Nebbia, chimico, docente di merceologia ed ecologo, è stato uno dei padri dell'ambientalismo italiano. Ha scritto libri, articoli, tenuto conferenze in tutta Italia, formando generazioni di ambientalisti. Intellettuale acuto ha cercato di integrare ecologismo, marxismo e nonviolenza. Impegnato fortemente anche sul piano politico, è stato deputato della Sinistra Indipendente per due legislature (dal 1983 al 1992).
Il valore di queste tre persone, come di Marco, che ci ha lasciato l'8 settembre di 28 anni fa, sta proprio nella loro tensione morale, nella coerenza, nella mitezza, nella determinazione: sono la dimostrazione che ognuno può dare un contributo significativo per una società più giusta, più ecosostenibile, meno violenta, lasciando frutti e semi che germogliano e fruttificano.
Note: 1) National Oceanic and Atmospheric Administration’s Centers for Environmental Information: State of the Climate in the 2018; 2) https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2019/01/Bene-Pubblico-o-Ricchezza-Privata_Executive-Summary_Oxfam-2019.pdf; 3) www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2019/01/Scheda-Italia_Inserto-Rapporto-Davos_2019.pdf; 4) ISTAT: La povertà in Italia. 2018; 5) Coldiretti: La povertà alimentare e lo spreco in italia. 2018; 6) si veda la bibliografia riportata nel messaggio 1 dell'8 gennaio 2019 scaricabile dal nostro sito e dalla nostra pagina facebook; 7) Serge Moscovici, Psicologia delle minoranze attive, Bollati Boringhieri, 1981; 8) Cacioppo JT.; Petty RE, The Elaboration Likelihood Model of Persuasion,1984.

Ecco gli effetti delle politiche antiimmigrati: 56.000 irregolari in più e 15.000 italiani disoccupati in più (24/07/2019)

Da anni vari partiti, giornali, televisioni, opinionisti vanno dicendo che l'immigrazione è uno dei principali, se non il primo, problema dell'Italia.
Dicono che l'Italia non può accogliere una tale massa di persone (tra 4.000 e 181.000 all'anno, media 79.000, cioè una “massa” di persone pari allo 0,13% della popolazione italiana [1]), che con gli immigrati aumenta la criminalità (cosa non vera perché la criminalità è in diminuzione e gli immigrati delinquono meno dei nostri concittadini [2]), che tolgono il lavoro agli italiani (in realtà fanno i lavori che gli italiani non vogliono fare come badanti, colf, pastori, braccianti ecc. [3]), che la presenza di persone che dormono per strada o che chiedono l'elemosina è “contro il decoro delle città” (ed è vero, perché è una vergogna che ci siano persone così povere da non avere nemmeno una stanza dove abitare).
Il Governo 5Stelle-Lega (e in particolare il ministro Salvini) ha posto l'immigrazione quale principale problema della società italiana.
Vediamo i provvedimenti presi (decreto sicurezza 4 ottobre 2018 e riduzione del compenso per i servizi di accoglienza) che risultati hanno ottenuto dopo 9 mesi di loro applicazione.
Il decreto sicurezza ha reso più difficile avere asilo, protezione e accoglienza umanitaria da parte dell'Italia, ha ridotto le possibilità di rinnovo del permesso e ne ha diminuito la durata. In questa maniera molti stranieri che prima avevano un regolare permesso ora non lo hanno più, perché non rientrano nei nuovi requisiti.
L'effetto è stato (al 30 giugno 2019) che 56.000 stranieri che prima avevano un permesso ora non lo hanno più [4]. Quindi è aumentato in maniera consistente il numero di stranieri irregolari in Italia.
Uno straniero con tutti i documenti in regola facilmente trova lavoro, paga le tasse su quanto guadagna, versa i contributi INPS, trova una casa dove abitare.
Uno straniero irregolare può lavorare solo a nero, non paga tasse, non versa contributi, non riesce a trovare casa o la trova a prezzi più alti (è reato affittare una casa a un irregolare). Poiché lavorando a nero non si hanno diritti e si guadagna poco, molti stranieri irregolari preferiscono chiedere l'elemosina o vendere merce contraffatta o essere assoldati dalla camorra per spacciare droga. Un irregolare, proprio perché spesso disoccupato o con occupazioni da fame, facilmente finisce per vivere per strada, aumentando il numero dei senzatetto.
Quindi il “decreto sicurezza”, creando 56.000 stranieri irregolari ha diminuito il “decoro urbano” e la sicurezza dei cittadini e ha favorito la criminalità (il lavoro nero, l'evasione fiscale, la contraffazione, la camorra).
Un altro provvedimento del Ministro Salvini è stato quello di ridurre il compenso a chi si prende cura dell'accoglienza dei migranti (cooperative, società ecc.). Prima lo Stato dava 35 euro al giorno per ogni migrante assistito (quando era ministro Maroni la quota era di 45 euro), ora si danno 21,5 euro.
Con i 35 euro bisognava garantire agli stranieri assistiti un alloggio adeguato con relativa biancheria e pulizia, disinfezione e disinfestazione periodica; vestiario; colazione, pranzo e cena; prodotti per l'igiene personale; 2,5 euro pro-capite/pro-die all'assistito sotto forma di carte prepagate (schede telefoniche, snack alimentari, biglietti per il trasporto pubblico ecc.); servizi per l’integrazione (mediazione linguistica e culturale, corsi di italiano, servizio di informazione sulla normativa concernente l’immigrazione, sostegno psicologico, assistenza sociale).
Con i 21, 5 euro le cose da garantire sono invariate, tranne che il Ministero dell'Interno non richiede più il sostegno psicologico e sociale e i corsi di italiano.
Una persona che ha lasciato i parenti, la casa, il proprio Paese, che ha fatto un lungo e pericoloso viaggio, che probabilmente ha subito angherie e violenze, che ha visto familiari o amici subire violenze o morire, ha assolutamente bisogno di un sostegno psicologico per superare positivamente questi traumi e potersi inserire nella nostra società. Anche imparare la nostra lingua e i nostri usi e costumi è fondamentale per potersi integrare. Eppure il Governo non chiede più di garantire il sostegno psicologico e i corsi di italiano.
L'effetto di questo provvedimento salviniano è stato che molte cooperative hanno deciso di non partecipare più alle gare per l'assegnazione dei servizi di accoglienza/integrazione banditi dalle prefetture, perché con 21,5 euro non riescono a garantire i servizi richiesti e a dare i giusti compensi ai lavoratori ingaggiati (avvocati, mediatori culturali, ditte di pulizia, servizi mensa ecc.). Per esempio, le cooperative legate alla Caritas hanno deciso di non partecipare ad alcun bando perché bisogna dare la giusta paga ai lavoratori, per cui la Caritas si impegnerà nell'accoglienza/integrazione solo come attività di volontariato. Decisioni simili sono state prese dai valdesi, da Oxfam e da altre organizzazioni.
La riduzione della retribuzione per gli enti che si impegnano nell'accoglienza/integrazione decisa dal Governo 5Stelle-Lega ha determinato vari effetti negativi:
- molte persone hanno perso il lavoro (psicologi, insegnanti di italiano, mediatori culturali, avvocati, addetti alle pulizie e ai servizi mensa ecc.). Nei primi 4 mesi dell'anno 4.070 persone che lavoravano in enti che assistono rifugiati o richiedenti asilo hanno perso il posto. Il dato riguarda soggetti segnalati alla CGIL, ma il sindacato stima che ne siano almeno 5.000 e che entro fine anno saliranno ad almeno a 15.000, perché è in questi mesi che vanno in scadenza i vecchi contratti e devono essere rifatti i bandi [5]. Quindi si è tolto il lavoro agli italiani e non sono stati gli stranieri a toglierlo ma le scelte del Governo 5Stelle-Lega.
- poiché questi lavoratori che hanno perso il posto hanno diritto alla indennità di disoccupazione (alla NASpI), si stima che lo Stato dovrà sborsare circa 200 milioni di euro all'anno per pagare l'indennità a queste 15.000 persone [5].
- il danno economico è però maggiore perché va considerato anche l'indotto (per esempio i proprietari di case o alberghi che affittavano alle cooperative impegnate nell'assistenza, i fornitori di alimenti ecc.)
- c'è il rischio che ai bandi parteciperanno soprattutto quei soggetti che non hanno scrupoli a non garantire agli assistiti quanto previsto nel contratto con la Prefettura e ai lavoratori il giusto compenso
- ci saranno in Italia più stranieri che non sanno l'italiano, non conoscono le nostre leggi, i nostri usi e costumi, che hanno problemi psicologici. Cioè persone che non riescono a integrarsi o che non vogliono integrarsi e solitamente sono proprio questi stranieri che sono percepiti dalla popolazione come disturbanti, minacciosi, pericolosi (e talvolta lo sono realmente).
Insomma Lega e 5Stelle con i provvedimenti sui migranti hanno turlupinato soprattutto i loro elettori e fans. Prima hanno sollevato il “problema degli stranieri”, del decoro urbano, della delinquenza, della sicurezza e poi hanno preso provvedimenti demagogici che, invece di ridurre al minimo i problemi legati all'immigrazione e favorire i suoi effetti positivi, ha accentuato gli effetti negativi, per di più levando il lavoro a migliaia di italiani e ha ridotto gli effetti positivi.
Purtroppo tali turlupinature succedono spesso perché gli elettori, invece di basarsi sui dati di fatto, si basano sulle parole, sugli slogan, sulle battute, sull'antipatia e simpatia.
Per fare in modo che l'immigrazione sia un fattore positivo per la nostra società, senza che determini effettui negativi è invece necessario:

  1. varare una sanatoria per regolarizzare tutti quegli stranieri che lavorano (come badanti, colf, addetti alla ristorazione, all'agricoltura alla pastorizia, ecc.). Se l'Italia ha bisogno di questi lavoratori è bene che siano regolari, così pagano tasse e contributi e non incrementano il lavoro nero e l'evasione fiscale. Basta pensare che gli stranieri regolari versano ogni anno 14 miliardi di contributi sociali ricevendone meno di 7 miliardi, con un saldo positivo per l'INPS di 7 miliardi all'anno [6].
  2. Aumentare la possibilità di ingresso regolare. In pratica dal 2011 è impossibile arrivare in italia in maniera regolare per lavorare e ciò malgrado abbiamo bisogno di badanti, colf, braccianti, pastori ecc. se abbiamo bisogno di queste persone è giusto ed è utile alla nostra economia che entrino stranieri in maniera regolare per poter svolgere questi compiti (pagando, tasse, contributi ecc.). Il blocco dei permessi di lavoro ha solo aumentato il numero degli irregolari e del lavoro nero.
  3. Potenziare i corridoi umanitari per chi ha diritto all'asilo e alla protezione. Molti degli immigrati sono persone perseguitate dai fondamentalisti islamici o da governi illiberali. Accoglierli è un nostro dovere e un loro diritto, se avvenisse in maniera regolare tramite le ambasciate e con voli aerei, si contrasterebbero i trafficanti di uomini e si ridurrebbero i morti in mare.
  4. Organizzare un sistema diffuso d'accoglienza per favorire l'integrazione degli stranieri nella nostra società (insegnare a parlare in italiano, far conoscere le nostre leggi, usi e costumi ecc.). Cioè esattamente l'opposto di quello che ha fatto l'attuale Governo.

Accogliere chi è in difficoltà non è solo un dovere etico, è per noi anche una manna dal cielo per risolvere i nostri problemi (l'invecchiamento e la diminuzione della popolazione, il fatto che pochissimi italiani vogliono svolgere alcuni lavori).
Gli immigrati ci servono, sono indispensabili.Averli irregolari può essere utile solo a datori di lavoro senza scrupoli (per poterli sfruttare senza che possano ribellarsi e per utilizzarli come si usavano i crumiri nell'800) e ai politici che, invece di affrontare i problemi del Paese (la povertà, le enormi disuguaglianze, la finanziarizzazione dell'economia, i gravi problemi ambientali, l'enorme debito pubblico, l'aumento delle persone non autosufficienti ecc.), li usano come capro espiatorio per il malcontento diffuso al fine di guadagnare facili consensi.
Note: 1) www.openpolis.it/numeri/gli-sbarchi-italia-negli-ultimi-10-anni; 2) si vedano i Rapporti sulla criminalità del Ministero degli Interni e i Rapporti sulla sicurezza e insicurezza sociale della Fondazione Unipolis www.fondazioneunipolis.org; 3) www.mulino.it/isbn/9788815273048; 4) i dati sono del Ministero dell'Interno, si veda www.avvenire.it/attualita/pagine/i-56mila-esclusi-dallaccoglienza; 5) www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2019/05/oxfam_invece-si-pu%C3%B2_paper-accoglienza_2.05_digitale.pdfpagina 19; 6) https://ytali.com/2019/06/11/tito-boeri-senza-immigrati-regolari-piu-debito-e-meno-crescita.

Sui migranti l'ONU accusa l'Italia di tortura e di non rispettare i trattati sottoscritti (11/06/2019)

Se vi accorgete che sul ciglio della strada c'è un ferito in pericolo di vita, vi fermate a soccorrerlo o tirate avanti perché non volete seccature?
Vi fermate a soccorrerlo e non solo perché altrimenti rischiate fino a 3 anni di carcere per omissione di soccorso (fino a 4,5 anni in caso di morte del ferito), ma perché c'è una legge morale antica quanto l'uomo che dice che bisogna aiutare chi è in pericolo. Questo imperativo morale si basa sulla due elementari considerazioni:
1) che tutti possiamo trovarci in pericolo: se io soccorro oggi chi è in pericolo, domani qualcuno soccorrerà me se mi troverò in pericolo;
2) che non c'è molta differenza tra uccidere qualcuno e non soccorrere qualcuno che rischia la vita, perché in ambedue i casi la conseguenza è la morte di una persona. Infatti l'omicidio colposo è punito con la reclusione fino a 5 anni (7 se il caso deriva da violazioni del codice della strada o della sicurezza sul lavoro), l'omissione di soccorso con morte conseguente fino a 4,5 anni.
Sia per la morale che per la legge non sono scusanti ragioni quali “Dedicando il mio tempo ad aiutare quel disgraziato avrei perso un grande affare” o “Mi sarei macchiato il vestito nuovo” o “Avrebbe sporcato la tappezzeria della macchina di sangue”. Insomma, davanti a una persona che è in pericolo ogni altra istanza passa in secondo piano, perché la vita umana è sacra. Chi non rispetta questa norma morale è un essere abietto.
Questo principio è sancito anche da Convenzioni internazionali (sui diritti dell'uomo, sui rifugiati e richiedenti asilo, sul diritto in mare, contro la tortura, ecc.) che l'Italia ha firmato e si è impegnata a rispettare. L'ONU, sotto la cui egida sono queste convenzioni, ha il compito di verificarne l'effettiva applicazione, anche richiamando o condannando gli Stati che non rispettano gli impegni presi.
Una ventina di giorni fa l'ONU ha inviato un richiamo molto duro all'Italia perché non sta rispettando queste convenzioni [1].
Riportiamo i punti salienti di questo documento.
L'ONU ricorda che ogni Stato “ha il dovere di prestare assistenza a qualsiasi persona trovata in mare che rischi di perdersi e procedere il più velocemente possibile al salvataggio delle persone in difficoltà”, che “tutte le navi che incontrano persone in pericolo in mare devono trasportarle in un posto sicuro, indipendentemente da chi esse siano. Un'operazione di ricerca e soccorso non è terminata fino a quando le persone soccorse non abbiano raggiunto un posto sicuro”. Poiché “è stato ampiamente documentato che i migranti in Libia sono soggetti a diverse violazioni dei diritti umani, tra cui il traffico di persone, prolungate detenzioni arbitrarie in condizioni disumane, torture e maltrattamenti, uccisioni illegali, stupri e altre forme di violenza sessuale, lavori forzati, estorsioni e sfruttamento, la Libia non può essere considerata un posto sicuro ai fini dello sbarco dei migranti”. Inoltre la Guardia costiera libica è stata coinvolta in una serie di violazioni dei diritti umani, tra cui "il deliberato affondamento di imbarcazioni usando armi da fuoco" [2]. Quindi non intervenire in soccorso di persone in pericolo in mare in attesa che intervengano i libici o consegnare le persone alla guardia costiera libica è una violazione delle convenzioni internazionali sul Diritto in mare, sui Diritti dell'Uomo e anche sulla Tortura.
Infatti, secondo questa convenzione, il respingimento di persone che fuggono da situazioni di grave violazione dei diritti dell'uomo e la consegna di persone a Paesi “ove vi siano motivi sostanziali per ritenere che correrebbe un rischio personale e prevedibile di essere sottoposti a tortura” è un atto di tortura, perché ci si rende complici dei torturatori. Il documento dell'ONU ricorda all'Italia che “l'obbligo di non estradare, deportare o altrimenti trasferire è assoluto e non derogabile e si applica a tutte le persone senza discriminazione” come viene affermato nella Convenzione contro la tortura.
Il documento ricorda che l'Italia “è stata precedentemente condannata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo per violazione dell'art. 3 della Convenzione europea sui diritti umani e sul divieto di tortura perché i richiedenti erano stati esposti al rischio di maltrattamenti in Libia”.
Nel documento si accusa “il governo italiano a non provvedere sistematicamente a meccanismi di salvataggio a protezione della vita e della dignità delle persone”, Quindi le ONG sono indispensabili per fornire tali servizi che l'Italia non garantisce. Per tali motivi “lo Stato ha l'obbligo positivo di perseguire e facilitare l'attività umanitaria e l’obbligo negativo” di non ostacolarla. Cose che a giudizio dell'ONU non avvengono, pregiudicando così il diritto alla vita. E ciò è dimostrato anche dal fatto che “la restrizione delle attività delle navi di salvataggio delle ONG ha portato a una più alta percentuale di persone che muoiono in mare rispetto a prima”.
Il documento dell'ONU è un ennesima denuncia che gli accordi fatti con la Libia da Minniti (Governo Gentiloni) e da Salvini (Governo Conte) hanno sì portato a una diminuzione degli sbarchi, ma solo perché chi fugge da guerre e persecuzioni o dalla fame e dalla povertà viene trattenuto in Libia in situazioni disumane, dove molti di loro vengono torturati, maltrattati, stuprati, uccisi. Gli osservatori dell'ONU recentemente hanno documentato che “I detenuti sono lasciati senza cibo e acqua. Servizi igienici e docce sono rotti. Vengono negate le cure mediche e un focolaio di tubercolosi si sta diffondendo velocemente” [2].
L'ONU ci ricorda che chi appoggia e plaude alle politiche di trattenimento e respingimento in Libia dei migranti o chi sta zitto volgendo lo sguardo altrove si fa complice di questi crimini.
Note: 1) Il documento in italiano è riportato da Avvenire: www.avvenire.it/c/attualita/Documents/ONU-lettera%20AL%20ITA%2015_05_19_it.pdf; 2) Anche alcuni video documentano il comportamento contrario ai trattati internazionali della Guardia costiera libica: www.ilfattoquotidiano.it/2017/11/13/migranti-il-filmato-che-accusa-la-libia-frustate-sul-ponte-e-migranti-gettati-in-mare-nel-video-integrale-di-sea-watch/3975503/, https://www.youtube.com/watch?v=rxV0hDXuMGA, https://tg24.sky.it/mondo/2019/01/19/naufragio-gommone-libia-dispersi-ricerche.htm; 3) The Guardian ha pubblicato recentemente un breve filmato dai centri per migranti libici gestiti dal Governo che fa capire in quale situazione sono (https://youtu.be/1S8A947QIXg). Se questi sono i campi legali è facile immaginare le condizioni dei campi gestiti dalle milizie. LA CNN ha documentato la vendita di migranti come schiavi www.youtube.com/watch?v=QofZckBpEFc.

 

Troppe stranezze e ingiustizie nelle tasse sull'eredità e donazioni: una proposta per cambiarle (04/06/2019)

Un lavoratore dipendente con una retribuzione lorda di 23.000 euro all'anno, in tutta la sua vita lavorativa (dai 20 ai 65 anni) guadagna in totale circa un milione di euro (lordi), versa contributi per circa 200.000 euro e paga IRPEF (incluse le addizionali) per circa 220.000 euro [1].
Ipotizziamo che questo lavoratore vuole pensare anche ai suoi figli e, quindi, metta da parte ogni mese circa 165 euro (15% del salario netto): dopo 40 anni di lavoro disporrà di circa 90.000 euro.
Considerate adesso un giovane di 20 anni che erediti dai nonni l’equivalente di un milione di euro (cioè quanto il lavoratore precedente ha guadagnato nell'intera sua vita). Questo giovane, secondo l'attuale legge italiana non paga nemmeno un euro di tassa di successione. Se questo capitale di un milione di euro ogni anno si apprezzasse al tasso del 2%, genererebbe un reddito di 20.000 euro all'anno, per cui questo giovane, senza lavorare un giorno in tutta la sua vita, se la passerebbe come il lavoratore dipendente prima considerato. Dopo 45 anni di questa bella vita questa persona avrebbe ancora un milione di euro su cui contare, e potrebbe tramandare lo stesso vantaggio ai propri figli o nipoti.
Questo esempio fa capire come l'attuale tassazione sia ingiusta e come si perpetuano e si accentuano le disuguaglianze: i ricchi (e i loro figli e nipoti) diventano sempre più ricchi, i poveri (e i loro figli e nipoti), per quanti sforzi facciano, non riescono a uscire dalla situazione di povertà.
Infatti l'1% più ricco nel 2010 aveva il 17% della ricchezza totale, nel 2018 ne possedeva il 24,5%; il 10% più ricco nel 2010 aveva il 45% della ricchezza, nel 2018 ne possedeva il 56%; i “poveri assoluti” dal 2007 al 2017 sono più che raddoppiati (dal 4% all'8,5%); negli stessi anni la ricchezza dei 10 italiani più ricchi anche essa quasi raddoppiava (aumento dell'83%) e la ricchezza media pro capite diminuiva del 15% [2].
Queste enormi disuguaglianze economiche dipendono da una pluralità di cause. Qui vogliamo esaminare solo la normativa riguardante eredità e donazioni, che, invece di essere uno strumento per mitigare le disuguaglianze (come avviene in molti Paesi), è diventata in Italia un elemento che le accentua.
Non c’è nulla di male nel ricevere un’eredità o una donazione, ma poiché per costruire case popolari, far funzionare scuole, ospedali, protezione civile, tutela dell'ambiente e dei beni culturali, politiche sociali ecc. servono soldi è giusto che chi ha di più contribuisca con una maggiore proporzione rispetto a chi a meno. Oggi in Italia il 70% delle eredità generate a partire da patrimoni compresi fra i 2,5 e 6 milioni di euro e il 30% di quelle superiori a 10 milioni non pagano tasse di successione. Mentre circa il 15% delle eredità provenienti da patrimoni inferiori a 20mila euro sono tassati [1].
In Italia la legge stabilisce che se si eredita o si ha in dono da un genitore o un nonno un patrimonio fino a un valore di un milione di euro non si paga l'imposta di successione o sulle donazioni. Se il valore supera il milione si paga un'imposta del 4% sul patrimonio che eccede il milione di euro. Quindi, se si ereditano o si hanno in dono 1.200.000, euro si pagherà una tassa del 4% solo su 200.000 euro (cioè si pagheranno in tutto solo 8.000 euro). Se si eredita o si ha in dono da un fratello l'imposta è del 6% (sempre della quota oltre un milione di euro). Se si riceve un dono o un lascito da un estraneo l'imposta è del 8% e non esiste la franchigia del milione di euro. Quindi se si vuole donare o lasciare in eredità a un senza tetto un monolocale del valore di 50.000 euro, il senzatetto dovrà pagare 4.000 euro di tassa di successione/donazione, quanto paga un figlio o un nipote che ha avuto in eredità una casa del valore di 1.100.000 euro.
L'Italia è uno dei Paesi con la minore tassazione di donazioni ed eredità a figli e nipoti. Nei Paesi OCSE la tassa in media è del 15%, in Giappone arriva al 55%, in Francia al 45%, negli USA e nel Regno Unito è al 40% (in quest'ultimo, prima della Thatcher, arrivava anche all'80%), in Spagna e Irlanda al 34%, in Germania al 30%. Una tassazione come quella italiana, intorno al 4%, è presente in Guinea, Senegal, Mozambico, Zimbawe, Botswana [3].
Considerando le franchigie e le aliquote presenti nei vari Paesi, un erede che riceve un milione di euro dal nonno in Inghilterra paga 250.000 euro di tassa di successione, in Francia 195.000 euro, in Germania 75.000 euro e in Italia 0 euro [4].
Si consideri inoltre che se una persona con un capitale 7 milioni di euro lascia un milione di euro a ognuno dei suoi 5 figli e un milione a 2 suoi nipoti lo Stato non prende nemmeno un soldo di tassa di successione, perché la tassa è a carico di chi la riceve e non sul patrimonio donato o lasciato (fino al 1972 c'era una doppia tassazione: sul patrimonio complessivo e sulla quota ricevuta da ciascun erede).
Il nostro sistema non considera l'insieme delle donazioni avute, per cui, se una persona ogni anno per 20 anni riceve un milione di euro dal padre, non pagherà neanche un soldo di imposta sulla donazione.
Il meno che si può dire è che sono norme strane, che fanno sì che lo Stato incassi pochissimo da donazioni ed eredità.
Nel 2016, infatti, lo Stato ha incassato da tassa di successione e donazione solo 800 euro; se ad esse si aggiungono anche tutti le altre tasse e oneri accessori (trascrizione, catasto ecc.), che in parte sono a quota fissa (sia se si ereditano mille euro o 10 milioni la tassa è uguale), si arriva al massimo a 1,9 miliardi di euro all'anno [1].
Inoltre è strano e ingiusto che chi senza far niente eredità o ha in dono un capitale paga poco o niente (a meno che non sia un estraneo), mentre chi si suda il proprio stipendio paga, e spesso non poco (soprattutto se lavoratore dipendente).
Un gruppo di economisti ha proposto quindi di riformare la normativa sulle donazioni ed eredità [1]. La loro proposta prevede:
- ridurre la franchigia dall'attuale un milione di euro a 500.000 euro;
- fissare delle aliquote progressive: 5% tra 500.000 e un milione di euro, 25% tra un milione e 5 milioni, 50% per donazioni e lasciti sopra i 5 milioni;
- abolire la distinzione tra figli, nipoti, fratelli e sorelle ed estranei: per tutti ci sarebbero uguali franchigie e aliquote (quelle prima indicate);
- trasformare la tassa sulle donazioni e quella sull'eredità in un'unica tassa, quella “sui vantaggi ricevuti nel corso della vita”. Cioè il fisco registrerebbe tutte le donazioni ricevute nel corso del tempo per cui non si potrebbe più fare lo scherzetto di donare ogni anno una parte del patrimonio così da non pagare tasse o di donare, poco prima di morire, una parte dell'eredità che si vuole lasciare, così da non raggiungere la cifra sopra la quale si pagano le tasse o da ridurre al minimo le tasse da pagare.
- aggiornare i valori catastali delle case (attualmente sono in media un terzo del valore di mercato).
In questa maniera chi riceve in dono o in eredità meno di 500.000 euro non paga niente (anche se non parente del donante), chi riceve di più paga di più e chi riceve ingenti capitali versa parecchio, ma non tanto da disincentivare la produzione di ricchezza o favorire l'elusione e l'evasione fiscale (secondo alcuni studi ciò avviene se si tassano lasciti e donazioni oltre il 60-65%) [1].
Con queste nuove regole, inoltre, si favoriscono le donazioni e i lasciti a persone non della propria famiglia (per la parte consentita dalla legge, la cosiddetta “disponibile”) e quindi la possibilità che si donino o si lascino in eredità beni a persone povere o con redditi non elevati, invece di dare tutta l'eredità ai propri figli. D'altra parte i figli dei ricchi o dei benestanti quasi sempre sono già ricchi o benestanti di per sé, anche senza donazioni e lasciti dei genitori, perché hanno fatto studi più elevati, sono andati meglio a scuola, hanno avuto più opportunità, hanno una rete sociale che offre più vantaggi, ecc.
Se fossero in vigore queste norme invece di 1,9 miliardi di euro lo Stato avrebbe incassato da un minimo di 3,5 miliardi a un massimo di 7 miliardi (nella stima è considerata anche un aumento dell'elusione ed evasione fiscale) [1].
Con questi 1,5-5 miliardi in più ogni anno si sarebbe potuto risolvere del tutto il problema della casa per le giovani coppie e per le persone di basso reddito. Infatti negli ultimi 5 anni per costruire case popolari, ristrutturarle, aiutare le giovani coppie che comprano la prima casa, sostenere i non abbienti nel pagamento del fitto e aiutare gli sfrattati per morosità incolpevole, per tutto questo lo Stato ha stanziato tra i 300 e i 350 milioni all'anno [5].
Se avesse stanziato ogni anno 1,5-5 miliardi di euro invece di 300 milioni avremmo risolto questo drammatico problema e con esso certamente avremmo più posti di lavoro e più consumi (quindi meno crisi economica) e molto probabilmente meno rancore e insofferenza verso “le elite” e meno odio verso rom e migranti.
Note: 1) Forum Disuguaglianze e diversità: 15 proposte per la giustizia sociale https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/proposte-per-la-giustizia-sociale/; 2) https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2019/01/Scheda-Italia_Inserto-Rapporto-Davos_2019.pdf; 3) https://taxfoundation.org/estate-and-inheritance-taxes-around-world/#_ftn1; 4) Ronconi S: Imposte di sucessione in Europa: un confronto. https://www.sergioronconi.com/mercati-finanziari-economia-e-fiscalita/fiscalit%C3%A0/; 5) http://www.camera.it/leg17/522?tema=politiche_abitative.
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C'è chi ruba e viene fatto cavaliere del lavoro (17/05/2019)

Rubare non è una bella cosa. E' un'azione immorale ed è un reato.
In Italia la pena per un furto semplice (per esempio se si ruba una mela da un albero) è da 6 mesi e 3 anni, se è aggravato da 2 a 6 anni e se pluriaggravato da 3 a 10 anni (la pena spesso è anche maggiore, perché all'atto del rubare sono concomitanti altri reati).
Anche l'appropriazione indebita (quando ci si appropria di una cosa che non ci appartiene ma che è “nelle nostre mani”, per esempio la cassa di un condominio che si amministra) è un'azione immorale e un reato (pena da 2 a 6 anni, se non aggravata).
Trattenere per sé le somme che dovrebbero essere versate allo Stato come tasse (cioè l'evasione e l'elusione fiscale) è ugualmente una brutta cosa e un'azione immorale, ma, per lo Stato italiano, non è sempre un reato penale (spesso, infatti, è un semplice illecito, estinguibile con una somma di denaro). Evadere le tasse è un reato penale solo in determinati casi. Per esempio:
- se si falsificano i dati della dichiarazione e si evadono più di 30.000 euro oppure si tolgono dall'imponibile più di 1,5 milioni di euro (prima del d.lgs. 158/2015 del Governo Renzi la somma era di 1 milione di euro)
- se si omettono volontariamente dalla dichiarazione alcuni redditi evadendo più di 150.000 euro (prima del d.lgs. 158/2015 la somma era di 50.000 euro);
- se non si versa l'IVA e il mancato versamento è superiore a 250.000 euro (prima del d.lgs. 158/2015 la somma era di 50.000).
Non versando le tasse che spettano allo Stato si ruba qualcosa di estremamente importante a tutti i cittadini (soprattutto ai più poveri): i soldi che servono per costruire case popolari, per far funzionare la sanità, la scuola, la polizia, i servizi sociali, i trasporti pubblici, la protezione civile, per tutelare l'ambiente e il patrimonio culturale. Non si comprende, quindi, perché si punisce molto più severamente chi ruba una mela (furto semplice) che chi ruba 150.000 euro alla collettività.
In altri Paesi non avviene così. In Germania e in Inghilterra, per esempio, si rischia il carcere anche se si evade volontariamente un solo euro (pena da 1 a 5 anni in Germania, che possono diventare 10 nei casi aggravati, pena fino a 7 anni in Inghilterra).
Gli evasori (e politici e giornalisti che li appoggiano) vogliono far credere che l'evasione fiscale dipende dal fatto che c'è un'eccessiva tassazione, ma ciò non è per nulla vero. I Paesi con le tasse più alte sono Francia (46,2% del PIL), Danimarca, Belgio, Svezia, Finlandia, che hanno un'evasione molto più bassa dell'Italia (in Francia è la metà di quella italiana) [1].
Gli strumenti per combattere l'evasione non sono solo le pene severe, ma anche la limitazione all'uso del contante (abolizione delle banconote di gran taglio, obbligo di pagare con card o assegni o bonifici sopra una determinata cifra, promozione dei pagamenti con card, ecc.), l'incrociare i dati tra redditi dichiarati e beni e tenore di vita posseduti; l'adozione non solo della fatturazione elettronica ma anche degli “scontrini telematici”; lo split payment, ovvero il trattenere direttamente l’IVA sulle forniture alla pubblica amministrazione o a società da essa partecipate (introdotto in Italia solo dall' 1 luglio 2017), la certezza della pena (il contrario di quello che avviene in Italia dove ogni paio d'anni vine varato un condono, dove le persone che hanno più di 70 anni non possono andare in galera, dove si può arrivare facilmente alla prescrizione allungando il processo con cavilli).
L'Italia è il Paese europeo con la maggiore evasione fiscale (ammonta a circa 110 miliardi all'anno). Sono 110 miliardi di euro rubati a tutti i cittadini per rimanere nelle tasche di questa particolare tipologia di ladri.
Un'altra forma di ladrocinio è l'elusione fiscale, cioè utilizzare artifizi giuridici finalizzati a ridurre il carico tributario pur rispettando formalmente le norme fiscali. Un esempio di elusione fiscale è quello operato dalle grandi aziende del web che realizzano ingenti guadagni in un Paese non pagando alcuna tassa perché risiedono fiscalmente in un paradiso fiscale. Per contrastare questa elusione l'Italia ha introdotto la web tax il 27 dicembre 2013 (Governo Letta) ma è stata abolita nel marzo 2014 (Governo Renzi).
Un'altra forma di elusione fiscale è frazionare l'azienda in una serie di società alcune delle quali con sede in paradisi fiscali, in maniera tale da trasferire nel paradiso fiscale i guadagni realizzati. Tale trasferimento avviene tramite il pagamento di beni, servizi e consulenze offerte a prezzi eccessivi da società della medesima holding.
L'utilizzazione di paradisi fiscali per eludere il fisco è una pratica diffusissima. Tra le imprese italiane ricordiamo la FCA (ex FIAT), l'ENI, Intesa San Paolo, Unicredit, Finmeccanica, Mediaset, Enel, Ferrero, Luxottica, Gruppo L'Espresso [2, 3].
Spesso ai ricchi non basta che le proprie imprese paghino poco o niente di tasse, aumentando così in maniera enorme il proprio reddito, essi infatti spostano la loro residenza in un paradiso fiscale, spesso europeo (Montecarlo, Lussenburgo, Svizzera ecc.). Il sig. Ferrero e il sig. del Vecchio (Luxottica) hanno la residenza nel principato di Monaco (come anche vari personaggi dello spettacolo e dello sport).
La cosa più assurda è che queste persone che si sottraggono al pagamento delle tasse invece di essere additate al pubblico disprezzo sono anche riverite e perfino insignite di onorificenze. Per esempio Ferrero, Del Vecchio, Berlusconi, De Benedetti sono stati insigniti del titolo di cavalieri del lavoro, un'onorificenza che, secondo legge, richiede come requisiti “l'aver tenuto una specchiata condotta civile e sociale, l'aver adempiuto agli obblighi tributari nonché a quelli previdenziali e assistenziali a favore dei lavoratori, non aver svolto attività economiche e commerciali lesive dell’economia nazionale, né in Italia né all’estero”.
Questo fiume di denaro sottratto allo Stato e che finisce per la gran parte in paradisi fiscali è tra le principali cause del nostro deficit eppure pochissimi lo ricordano. Si preferisce invece mettere sul banco degli imputati i lavoratori del pubblico impiego (che essendo lavoratori dipendenti pagano fino all'ultimo centesimo di tasse), “i fannulloni”, “quelli che stanno seduti sul divano”, “i giovani schizzinosi”. Cioè per la gran parte proprio coloro su cui ricadono gli effetti negativi dell'evasione ed elusione fiscale. Insomma i derubati sono additati al pubblico disprezzo e dei ladri veri non se ne parla e vengono perfino onorati e riveriti.
Note: 1) OCSE 2018; 2) www.nens.it/archivio/le-imprese-italiane-affollano-i-%E2%80%9Cparadisi-fiscali%E2%80%9D; 3) www.pl-insurancebroker.com/wp-content/uploads/04.12.2014-Lussemburgo-paradiso-fiscale-delle-multinazionali.pdf

 

Arabi e islamici che salvano ebrei (12/04/2019)

Giusti tra le Nazioni” sono quelle persone non ebree che, a giudizio di una commissione di esperti israeliani, a rischio della vita e disinteressatamente hanno salvato uno o più ebrei dalla persecuzione nazifascista. La decisione è presa sulla base delle testimonianze dei salvati e di documenti e ai Giusti lo stato d'Israele concede la cittadinanza onoraria. Tra essi sono famosi Oskar Schindler, Giorgio Perlasca, Giovanni Palatucci, Bartali, il cardinale Elia Dalla Costa.
Tra i 24.850 Giusti vi sono poco più di settanta musulmani, in maggioranza albanesi e bosniaci.
Nella piccola Albania circa 2000 ebrei sono stati salvati sulla base del principio che “un buon musulmano protegge chi chiede rifugio” e del detto “La casa di un albanese è di Dio e dell'ospite”. Nessun ebreo albanese è finito nelle mani dei nazifascisti.
Giusto è anche l'islamico Selahattin Ulkumen, console turco a Rodi che salvò una cinquantina di ebrei e venne per questo arrestato. Oppure Abdol Hossein Sardari, console persiano a Parigi, che salvò circa 2000 persone convincendo le autorità tedesche che questi ebrei non erano semiti ma ariani, perché discendenti di persiani convertiti all'ebraismo sotto Ciro il Grande.
Secondo gli storici le persone di religione islamica che salvarono ebrei furono molte di più di 70. Alcuni casi sono accertati ed è quanto meno strano che non siano ancora riconosciuti come Giusti.
Per esempio Kaddour Benghabrit e Abdelkader Mesli, rispettivamente rettore e imam della moschea di Parigi, accolsero ebrei di origini magrebine e fornirono loro documenti falsi che attestavano che erano arabi. Si stima che 1700 ebrei ebbero salva la vita grazie a loro (sulla vicenda Ismael Ferroukhi, autore del premiato Viaggio alla Mecca, ha girato il film Les hommes libres). Sapendo che i tedeschi erano ormai a conoscenza della loro opera, Mesli fu trasferito alla moschea di Bordeaux, dove riprese la sua azione a favore degli ebrei e iniziò a collaborare con la resistenza. Arrestato, fu torturato perché rivelasse i nomi dei suoi “complici”, ma lui resistette. Fu trasferito prima a Dachau e poi a Mathausen, dove fu liberato dagli alleati.
Negli ultimi anni vari storici hanno studiato la persecuzione degli ebrei nei Paesi africani controllati da tedeschi e francesi e hanno scoperto numerosi casi di musulmani arabi che hanno protetto ebrei, spesso rischiando la vita.
All'emanazione delle leggi razziali da parte della Francia di Vichy (3 ottobre 1940), le autorità tunisine, algerine e marocchine cercarono di opporsi e di renderle vane. E' nota l'opposizione del sultano Mohamed V del Marocco che dichiarò che “non esistevano sudditi ebrei, ma solo sudditi marocchini” e che, se gli ebrei dovevano mettere la stella gialla, allora i francesi “dovevano ordinarne 10 in più, numero esatto dei membri della famiglia reale”.
Meno noto è che in Algeria esisteva la Lega Algerina dei Musulmani e degli Ebrei, un movimento progressista interreligioso. Il suo leader Shaykh Taieb el-Okbi, musulmano, nel 1942, avendo saputo che i francesi stavano incitando truppe musulmane a compiere un pogrom ad Algeri, si adoperò in ogni modo per impedirlo, anche emanando una fatwa (cioè una presa di posizione pubblica sulla base del Corano), rischiando così la vita.
Khaled Abdul Wahab, ricco tunisino, grazie alla sue conoscenze e alla sua ricchezza, salvò decine di ebrei nascondendole in una sua proprietà vicino Tunisi e probabilmente corrompendo i funzionari che non potevano non esserne a conoscenza. Una storia simile a quella dell'industriale Schindler, immortalato nel film di Spielberg
Abdul Jalil salvò vari ebrei nascondendoli nel labirinto di sale e salette del bagno turco di Tunisi, di cui era proprietario.
Si è scoperto che vari imam vietarono ai loro fedeli di ricevere i beni ebraici confiscati, perché contrario agli insegnamenti del corano, e che, probabilmente, molti bambini ebrei furono salvati da famiglie islamiche che li facevano passare per loro figli. D'altra parte il mondo arabo lungo la storia ha trattato gli ebrei molto meglio di quanto hanno fatto gli europei.
Nel 2013, finalmente, la Commissione israeliana ha riconosciuto un arabo, Mohamed Helmy, Giusto tra le Nazioni. Helmy salvò una famiglia ebrea a Berlino, nascondendola nella sua casa. Il riconoscimento è stato lungo e difficile. E anche la premiazione, che è avvenuta, qualche anno dopo la proclamazione, a Berlino e non a Gerusalemme, perché la famiglia Helmy non voleva recarsi a Israele e le autorità israeliane temevano proteste da parte di integralisti.
Le ricerche degli storici su queste vicende sono difficili perché molti ebrei hanno temuto e temono di dire di essere stati salvati da arabi e molti arabi di avere, loro stessi o loro parenti, salvato gli ebrei. Il conflitto tra Israele e i Palestinesi, i molti politici di entrambi i popoli che, per avere consenso, indicano nell'altro la ragione di tutti i propri mali, il fanatismo e l'integralismo religioso che si diffondono ogni volta che, a torto o a ragione, ci si sente minacciati hanno creato una forte inimicizia tra una gran parte degli arabi e degli ebrei. Inoltre per una parte consistente dell’opinione pubblica araba, la Shoah è vista come la causa principale della nascita di Israele e della tragedia arabo-palestinese. Perciò risulta scomodo e doloroso rivendicare la protezione di ebrei e ricordare che sono stati vittime di una politica di sterminio. Dall’altra parte, non sono pochi gli israeliani che demonizzano gli arabi, comparando l’antisionismo palestinese e musulmano con l’antisemitismo nazista.
Da questi studi si può concludere che arabi, europei, islamici, cristiani, atei e agnostici si comportarono nei confronti della persecuzione degli ebrei in maniera molto simile: i più pensavano ai fatti propri, una parte vedeva di buon occhio i provvedimenti contro “questi corpi estranei nella propria patria”, “questo scarto dell'umanità”, alcuni anche collaborando alla loro persecuzione, ma per una minoranza la discriminazione e la persecuzione di altri uomini, loro fratelli anche se di altra religione o etnia, erano considerate qualcosa di disumano e di profondamente ingiusto, contrario al corano, al vangelo o alle proprie convinzioni, e non pochi si sono dati da fare per salvare gli ebrei, anche se era difficile e rischioso.
Oggi onoriamo come Giusti questi ultimi, come egoisti, vili e codardi i primi e come criminali i secondi.
Tra qualche anno i nostri figli, studiando le discriminazioni e le angherie che rom, sinti, immigrati, islamici hanno subito e subiscono nel nostro Paese, come ci giudicheranno?

Bibliografia: 1) Satloff R: Tra i giusti. Storie perdute dell'Olocausto nei paesi arabi, Marsilio 2008; 2) https://it.gariwo.net

Mobilità sostenibile: le ricerche scientifiche dicono una cosa, la Regione fa tutto il contrario (07/04/2019)

Recentemente sono stati pubblicati alcuni studi molto interessanti sull'impatto ambientale, sanitario ed economico di diversi mezzi di trasporto.
Lo studio del Ministero dei Trasporti e dell'Agenzia per l'Energia svedesi ha calcolato l'impatto ambientale delle batterie delle auto elettriche, esaminando la letteratura scientifica sull'argomento, che, come affermano gli autori, “spesso non è trasparente” e “non si comprende bene come sono scelti i dati di partenza e le ipotesi di modellizzazione, portando a una situazione in cui il confronto dei risultati diventa molto difficile”. E' facilmente immaginabile perché ciò avviene: perché i produttori di batterie e auto elettriche sono coloro che spesso finanziano tali studi e hanno tutto l'interesse a mostrare che l'auto elettrica “è ecologica” e ha un impatto trascurabile sull'ambiente (il messaggio 24 del 17/11/18 ne smaschera una, vedi http://www.giardinodimarco.it/archivio.htm). Malgrado tale criticità lo studio cerca di stimare quanta energia è necessaria per fabbricare una batteria a litio e quanti gas serra sono prodotti. Le quantità sono considerevoli: per produrre una batteria a litio sono necessari da 350 a 650 Mega Joule di energia per kWh e sono emessi da 150 a 200 Kg di gas serra (CO2 equivalenti) per kWh (le batterie delle auto variano da 20 a 100 kWh). Lo studio segnala inoltre che, se si vorranno recuperare i metalli (costosi e tossici) presenti nella batteria (cobalto, nichel, rame, litio), saranno necessarie ingenti quantità di energia e saranno emessi rilevanti emissioni di gas serra, perché la tecnologia oggi disponibile e la “piromettallurgia” [1].
Un'altra pubblicazione ha cercato di calcolare i gas serra emessi e l'occupazione di spazio di vari veicoli, per passeggero trasportato. Il veicolo con la maggiore emissione di gas serra è l'automobile a benzina/gasolio, seguita dall'auto elettrica, dalla moto, dal treno, tram, autobus, auto elettrica in condizioni di contesto ideali (cioè se il 100% dell'energia fosse prodotto da solare, eolico e idroelettrico), bici e in ultimo se si andasse a piedi. Il mezzo che occupa più spazio è l'auto (elettrica o no non fa differenza), seguita (a una certa distanza) da moto, bici, autobus, tram, treno e l'andare a piedi. Va segnalato che la moto, per quanto riguarda i composti organici volatili (potenti cancerogeni), è di gran lunga il più inquinante di tutti gli altri mezzi [2].
Riguardo all'occupazione di spazio, si consideri che in Italia per trasportare 160 persone occorrono 133 auto (nelle nostre città vi sono in media 1,2 persone per auto), che formano, da fermi, una fila lunga 800m e larga circa 2m. Se queste 160 persone vanno in un autobus occorrono 2 grandi autobus o uno snodato, con una lunghezza totale di 19-20 metri di lunghezza e 2,5 di larghezza. Se vanno in bici determinano una fila di circa 190 metri di lunghezza e 0,7m di larghezza (vedi foto sulla nostra pagina facebook) [2].
Un altro studio ha calcolato i costi per la collettività dell'uso dell'automobile, della bicicletta e dell’andare a piedi (sulla base di ricerche e dati riguardanti l'unione europea), considerando l'impatto sanitario (costo degli anni di vita persi o con disabilità o malattia a causa dell'inquinamento e degli incidenti), la costruzione di nuove strade e parcheggi e la manutenzione di quelli esistenti e i danni non sanitari dovuti all'inquinamento. Gli autori stimano che i cittadini della UE hanno un danno pari a circa 500 miliardi di euro all'anno dovuto all'uso dell'automobile. Di contro, l'uso della bicicletta, con i costi relativi (costruzione e manutenzione di piste e percorsi ciclabili, incidenti senza il coinvolgimento di veicoli a motore) e i benefici sulla salute, determina un vantaggio economico di 24 miliardi, mentre l'andare a piedi determina tra esternalità negative e positive un vantaggio economico di 66 miliardi all'anno. I costi causati dall'auto sono solo parzialmente coperti dalla tassazione su veicoli e combustibili presente nei vari Paesi UE, contravvenendo così a uno dei principi fondamentali dell'Unione: il “Chi inquina paga”. Quindi pedoni, ciclisti, utenti dei mezzi pubblici finiscono per pagare i costi determinati da chi usa l'automobile [3].
Un'altra ricerca è stata condotta in Australia, nella città di Melbourne, e ha calcolato i costi dell'uso dell'auto, tram e bicicletta per gli spostamenti casa-lavoro (periferia-centro). Questo studio ha considerato oltre all’inquinamento e ai suoi effetti sulla salute e sui manufatti, agli incidenti e alla costruzione e manutenzione delle infrastrutture, anche il tempo impiegato dai vari mezzi. La ricerca ha evidenziato che il mezzo più rapido è il tram (in media, per raggiungere una meta distante 10 Km in linea d'aria, si impiegano 35 minuti, di cui 10 di attesa e 25 di tragitto), la bici ci mette in media 39 minuti e l'automobile tra i 26 e i 45 minuti a seconda del traffico (che a Melbourne non è mai come nelle nostre città, considerando che solo il 36% degli spostamenti avviene in auto, mentre da noi sono solitamente tra il 65 e il 75%). Nell'articolo non si parla del tempo impiegato dall'auto per cercare un parcheggio (forse a Melbourne non esiste questo problema?).
La conclusione dello studio è che per raggiungere una meta distante 10 Km in linea d'aria l'auto determina un costo per la collettività di 53 dollari, il tram di 31 e la bici di 3 dollari [4].
Insomma, da tutte queste ricerche (anzi, da tutte le ricerche non pagate dai produttori di auto e moto) emerge che la maniera più “ecologica”, più salubre e più economica per spostarsi è andare a piedi. Segue l'andare in bicicletta o con mezzi pubblici (tram, autobus, treni, funicolari). Auto e moto sono i mezzi meno ecologici, meno salutari e meno economici. L'auto elettrica dal punto di vista ambientale è inquinante quasi come quella convenzionale (perché produzione e smaltimento delle batterie sono molto inquinanti e perché la produzione di energia avviene in gran parte da combustibili fossili). Inoltre costa molto e, quindi, dal punto di vista economico è meno conveniente.
Malgrado tutto ciò, quando si parla di “mobilità verde” subito si pensa all'auto elettrica, una tecnologia più vecchia dell'auto a benzina e a gasolio (inventata nel 1832, ha dominato il mercato dell'auto fino al 1900). Ci si dovrebbe interrogare sul perché.
Mentre quasi tutti gli altri Paesi e città europee realizzano fitte reti di piste ciclabili (anche costruendo ex novo strade, ponti e tunnel esclusivamente dedicati a questo mezzo o trasformando strade per automobili in piste ciclabili) e servizi di bike-sharing diffusi e semplici e adottano provvedimenti per scoraggiare l'uso di auto e moto (ticket per circolare, zone a traffico limitato, eliminazione di aree di sosta e parcheggi dal centro della città, woonerf ecc.), da noi si fa poco o niente e si pensa che la bicicletta è un passatempo e non il mezzo di trasporto più pratico, meno costoso, meno inquinante e più salubre per spostarsi in città. Non c’è da meravigliarsi se da noi a piedi o in bici ci va solo una minoranza di persone (quasi sempre meno del 15% degli spostamenti è fatto utilizzando i muscoli, mentre nella maggioranza delle città di altri Paesi UE sono oltre il 50% [5]), se le nostre strade sono perennemente ingorgate facendo andare gli autobus a una velocità 4 volte inferiore a quella delle altre città (se non ci fosse il traffico è come se avessimo quadruplicato il numero di autobus circolanti), se abbiamo il maggio numero di morti per inquinamento (oltre 40.000 all'anno).
Mentre finivamo di scrivere questa nota abbiamo appreso che la Regione ha rigettato la richiesta della Sopraintendenza di sottoporre alla VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) il parcheggio di piazza degli Artisti-Via Camaino-De Bustis. Le motivazioni sono queste: perché “soddisfa la domanda di parcheggi pertinenziali”, aumenta la disponibilità di parcheggi di destinazione, “favorendo la fluidità del traffico veicolare”. Mentre dal Portogallo alla Finlandia si vanno eliminando i parcheggi dal centro della città e dalle zone congestionate (Parigi ha eliminato quasi 20.000 posti sosta) e si cerca di scoraggiare l'uso dell'auto e promuovere quello dei muscoli e dei mezzi pubblici, in Regione Campania si fa tutto il contrario. Per la Regione Campania almeno per altri 104 anni (5 anni per costruire il parcheggio e 99 di vincolo d'uso) ci si sposterà con le automobili. Questo dimostra che uno dei principali problemi della nostra Regione è l'estrema ignoranza, arretratezza culturale, miopiadi chi è chiamato a decidere e a programmare o, se vogliamo pensare al peggio, all'asservimento agli interessi di parte.
Per fortuna c'è la Sopraintendenza che, sia in questa vicenda che in altre riguardanti la nostra città, sta operando sulla base delle evidenze scientifiche e nell'interesse della collettività. Essa esprimerà il suo parere e le sue prescrizioni attinenti alla tutela dei beni archeologici, artistici e paesagistici su un'area che, in quanto rientrante nel Centro Storico di Napoli, è patrimonio dell'UNESCO. Tenendo conto delle osservazioni presentate alla Regione nel richiedere la VIA, siamo sicuri che non smentirà la linea che sta seguendo.

Note: 1) http://www.ivl.se/download/18.5922281715bdaebede9559/1496046218976/C243%20The%20life%20cycle%20energy%20consumption%20and%20CO2%20emissions%20from%20lithium%20ion%20batteries%20.pdf; 2) https://benzinazero.wordpress.com/2018/10/14/confronto-co2-prodotta-e-spazio-urbano-occupato-dai-diversi-mezzi-di-trasporto; 3) Gossling S et al: The Social Cost of Automobility, Cycling and Walking in the European Union. Ecologica Economics, 158, 2019, 65-74; 4) http://blog.deloitte.com.au/divorcing-growth-car; Terril D, Sommek D: Divorcing growth from the car. Deloitte, 9, 2018; 5) ISFORT: 15° Rapporto sulla mobilità degli italiani, 2018.

Decine e centinaia di migliaia di euro date dallo Stato ai ricchi ma nessuno protesta (09/03/2019)

L'articolo 53 della Costituzione afferma che “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Ciò significa che chi ha di più deve versare allo Stato proporzionalmente più di chi ha meno. Quindi le aliquote (percentuali di prelievo sulla ricchezza posseduta) devono crescere al crescere di quanto si possiede (per scaglioni di reddito, come avviene in Italia, o in maniera continua, come in Germania).
Nel 1974 in Italia c'erano 32 scaglioni di reddito con aliquote che andavano dal 10% al 72%. Nel 1983 sono state ridotte a 9 con aliquote che andavano dal 18% al 65%. Oggi sono solo 6, con aliquote che vanno dal 23% al 43%.
Come si vede, nel corso degli anni, è stato aumentato il prelievo su chi guadagna di meno e diminuito su chi guadagna di più, cioè si è ridotta la progressività del sistema tributario. Oggi una persona come Berlusconi, che guadagna 4,5 milioni di euro all'anno, viene tassato con la medesima aliquota di chi guadagna 75.000 euro. Se ci fossero ancora le aliquote del 1983 una persona come Berlusconi pagherebbe 1.300.000 euro di tasse in più di quanto ne paga ora. Quindi le riforme sulla tassazione fatte negli ultimi 36 anni hanno regalato ai super ricchi centinaia e milioni di euro ogni anno e hanno tolto soprattutto al ceto medio centinaia e migliaia di euro ogni anno.
A rendere meno progressiva la tassazione c'è anche l'escamotage dei redditi a tassazione separata. La stragrande maggioranza delle persone non ricche ha una sola fonte di reddito: il suo lavoro. La stragrande maggioranza dei ricchi e super ricchi ha invece una pluralità di fonti di reddito: il suo lavoro, i redditi da capitali (interessi, dividendi), quelli da imprese (partecipazioni e utili), quelli fondiari (fitti). Se questi redditi sono tassati separatamente, succede che una persona che ha un reddito da lavoro di 75.000 euro viene tassato con l'aliquota del 43% e un'altra persona che ha anche lui un reddito di 75.000 euro, ma risultante da 50.000 euro di reddito da lavoro e 25.000 euro da altri redditi, non sarà tassato con l'aliquota del 43%, ma con l'aliquota del 38% (che è l'aliquota dello scaglione compreso tra 28.000 e 51.645 euro) per i 50.000 euro di reddito da lavoro e con altre aliquote molto sotto il 43% per le altre tipologie di reddito (12,5% sugli interessi sui titoli di Stato, 21% per i redditi da affitti, 24% per i redditi da società di capitali, 26% sui guadagni sui depositi bancari).
Negli ultimi decenni mentre i governi aumentavano la tassazione sugli stipendi dei lavoratori dipendenti diminuivano le tasse sui redditi di impresa. Per esempio i redditi da società di capitale: erano tassati al 37% nel 2000, al 36% nel 2001, al 34% nel 2003, al 33% nel 2004, al 27,5 nel 2008, nel 2015 l'aliquota è stata portata al 24% (ma con decorrenza dal 2017). Una bella sequela di regali ai ricchi e super ricchi (sono sopratutto loro che hanno quote di società di capitale) con i soldi di tutti i contribuenti, ma soprattutto del ceto medio (in particolare dei lavoratori dipendenti, i cui stipendi sono rimasti al palo).
Insomma, grazie a questa riduzione delle tasse ai ricchi, lo Stato, di fatto, ha elargito loro ogni anno un paio di miliardi di euro. Si è calcolato che la sola riduzione dell'aliquota IRPEF ha fatto guadagnare nel solo 2016 ai 10.000 italiani più ricchi circa 100.000 euro ciascuno [1].
Oggi vi sono persone contrarie a dare qualche decina o centinaia di euro a chi non ha un reddito sufficiente per soddisfare i propri bisogni primari, un provvedimento da anni adottato in tutti i Paesi europei. Chi sa perché queste persone non hanno detto niente quando venivano elargite decine e centinaia di migliaia di euro ai super ricchi? Probabilmente perché non lo sapevano. C'è da chiedersi: perché quando si danno soldi ai ricchi e super ricchi non lo sa quasi nessuno, mentre se si danno soldi ai poveri o agli immigrati se ne fa un gran parlare e si grida allo spreco?

Note: 1) Artifoni R, De Lellis A, Gesualdi F: Fisco e debito: gli effetti delle controriforme fiscali sul nostro debito pubblico, CADTM, 2018

 

Non stiamo sulla stessa barca. Alcuni stanno in yacht

Ogni abitante del nostro pianeta possiede in media 48.613 euro, una cifra più che dignitosa [1]. Ma non bisogna mai accontentarsi delle medie. Infatti, se si analizza meglio la situazione, scopriamo che 790 milioni di persone nel mondo guadagnano non più di 1,7 euro al giorno (51 euro al mese) e che nei Paesi Poveri ci sono altre 900 milioni di persone che guadagnano tra 1,7 e 2,80 euro al giorno (cioè tra 51 e 84 euro al mese) e che nei Paesi a medio e alto reddito vi sono 678 milioni di persone che guadagnano tra 1,7 e 4,9 euro al giorno (tra 51 e 147 euro al mese). In totale 2 miliardi e 370 milioni di persone vivono in situazioni di grave povertà. Dalla parte opposta troviamo l’1% della popolazione mondiale che detiene il 50% dell'intera ricchezza e il 10% più ricco che ne detiene l’88% [2].
Ora immaginate un'enorme pagnotta che basta e avanza per nutrire 100 individui, ma ecco che una persona se ne prende metà e altre 9 persone i 4/5 rimanenti. Ne rimane solo un decimo della pagnotta e 90 persone competono per prenderne almeno un pochettino.
Anche in Italia le disuguaglianze sono enormi: l'1% più ricco si prende il 24% della pagnotta, il 4% che viene dopo l'altro 20%: in totale il 5% più ricco si prende il 44% della pagnotta. Il 20% più ricco il 72%, per cui l'80% della popolazione italiana deve dividersi il 28% che resta [3].
Questa maggioranza che si trova costretta a competere per accaparrare quel poco che resta si guarda in cagnesco e litiga e sembra non sapere che il grosso della pagnotta se la sono presa ricchi e superricchi. Gran parte degli italiani, infatti, ce l'ha con gli immigrati perché “ci tolgono il lavoro”, “ci costano x euro al giorno”, “minacciano il nostro benessere”. Una buona parte ce l'ha con chi chiede l'elemosina, con chi lava i vetri o vende fazzolettini di carta, con chi dorme per strada e con i poveri in genere perché “se sono poveri e anche colpa loro che si industriano poco” (stanno “seduti sul divano”). Molti giovani ce l'hanno con i lavoratori anziani e con i pensionati “che hanno troppe garanzie” e ci sono anche lavoratori anziani e pensionati che ce l'hanno con i giovani. Molti se la prendano con i piccoli commercianti, perché hanno i prezzi troppo alti e non fanno sempre lo scontrino; altri con i tassisti, perché troppo esosi e non vogliono la concorrenza; altri con gli insegnanti, che lavorano poco e si lamentano sempre; altri con gli impiegati statali in genere che non sgobbano quanto dovrebbero; altri con gli autisti dei mezzi pubblici, con i vigili urbani, con gli spazzini, con i giardinieri ecc. ecc. Insomma il rancore e il conflitto è rivolto se non esclusivamente in maniera di gran lunga preponderante verso quell'80% di persone che deve spartirsi quel 34% di pagnotta che resta.
Perché ci si dimentica che il 5% più ricco si è appropriato del 44% della pagnotta? Perché non ce la prendiamo con loro?
Se la ricchezza fosse più equamente distribuita staremmo tutti meglio, non ci sarebbero più poveri e senzatetto e ci sarebbe anche meno criminalità.
Non solo. Se la ricchezza è nelle mani di pochi ne risente negativamente l'intera economia. In tal caso, infatti, la domanda di beni e servizi è scarsa e, quindi, gli imprenditori non investono per produrre beni o servizi, perché sanno che la probabilità di rimetterci è altissima. Meglio quindi giocare nella finanza o comprare lingotti d'oro o diamanti. In questa maniera i posti di lavoro saranno sempre pochi e i disoccupati molti e il rischio di bolle finanziarie e di crisi sarà alto. Ormai quasi tutti gli economisti e anche la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, ci dicono che le disuguaglianze sono a un livello tale da essere un freno per l'economia e tra le cause principali di molti problemi della nostra società (la fame, l'analfabetismo, l'emigrazioni, il degrado ambientale, i conflitti sociali, la criminalità, la sfiducia nelle istituzioni ecc.). Eppure tantissimi ce l'hanno con i migranti, con i poveri e con chi arranca per prendersi un poco di quel che resta della pagnotta e non con i ricchi. E sui giornali, le televisioni, internet si parla e si aizza il rancore verso queste categorie di persone e non verso i ricchi. Ce la prendiamo con i piccoli evasori fiscali quando i ricchi sono i più grandi evasori fiscali (si stima che i ricchi italiani hanno oltre 170 miliardi di euro in paradisi fiscali [4]). Si dice che la maggioranza dei poveri è tale perché non ha voglia di lavorare e non si dice che il 40% dei ricchi italiani non ha mosso un dito per possedere la sua ricchezza, avendola ereditata da un suo genitore [5]. Ce la si prende coi senzatetto perché sporcano le strade e non con i ricchi che con i loro aerei privati, yacht, ville inquinano l'aria, il mare, l'ambiente in genere alla grande, avendo un'impronta ecologica di molte volte superiore a quella di un senzatetto.
Il tragico è che la situazione negli ultimi anni è andata peggiorando sia nel mondo che in Italia. Nel 2000 l'1% più ricco del pianeta possedeva “solo” il 25% della ricchezza totale, oggi ne possiede il 50%; in Italia nel 2007 l'1% più ricco possedeva il 17% della ricchezza totale ora il 24%. Nella UE siamo all'ottavo posto tra i Paesi con maggiori disuguaglianze [2,3].
Come molti economisti dicono lottare contro la povertà senza lottare contro l'eccessiva concentrazione di ricchezza è velleitario.
Purtroppo alcuni temi quali la lotta ai paradisi fiscali e la regolazione della finanza non sono mai all'ordine del giorno: non ne parlano i politici, né i giornalisti e gli opinion leader e nemmeno i cittadini. Ne parlano solo gli addetti ai lavori e quello che dicono sembra non interessare nessuno.
Altri argomenti, quali una maggiore progressività delle tasse (cioè chi guadagna poco non paga niente e all'aumentare del guadagno si paga percentualmente di più: 10%, 20%, 30%, 40%, 50% ecc.), la patrimoniale o il prelievo statale sulle eredità (interventi oggi auspicati da quasi tutti gli economisti e anche dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale), sembrano delle bestemmie e, non appena qualcuno le propone o chiede di discuterne, subito una schiera di politici, giornalisti e opinion leader fanno credere che uno Stato cattivo vuole “mettere mano nelle tasche degli italiani” e rubare quei quattro spiccioli che si è guadagnato con una vita di sacrifici. Cioè si fa credere a chi ha qualche piccolo risparmio o proprietà di stare sulla stessa barca dei ricchi e superricchi. E così succede che una buona parte di quel 80% che si spartisce il 28% della ricchezza si erge a difendere quel 20% che si è preso il 72% della pagnotta.
Note: 1) Credit Susisse Rapporto sulla Ricchezza Globale 2018; 2) https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2019/01/Bene-Pubblico-o-Ricchezza-Privata_Executive-Summary_Oxfam-2019.pdf; 3) www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2019/01/Scheda-Italia_Inserto-Rapporto-Davos_2019.pdf; 4) https://www.wallstreetitalia.com/paradisi-fiscali-pil-super-ricchi-evasori-italia; 5) https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2018/01/Rapporto-Davos-2018.-Ricompensare-il-Lavoro-Non-la-Ricchezza.pdf;

Quale alimentazione per la salute nostra e del nostro pianeta

Che l’alimentazione sia importante per la nostra salute è risaputo. Se non mangiamo a sufficienza o non assumiamo tutti i nutrienti che ci servono (proteine, zuccheri, grassi, sali minerali, vitamine, acqua) stiamo male e facilmente contraiamo malattie infettive. Tra i poveri questo accade ancora di frequente: nel mondo 820 milioni di persone soffrono la fame e ogni giorno 8.500 bambini sotto i 5 anni muoiono per malattie dovute alla malnutrizione [1].
Anche se mangiamo troppo o male (poca verdura e frutta, troppi salumi, fritture e cibi arrostiti) abbiamo una maggiore probabilità di avere una malattia (obesità, tumore, infarto, ecc.). Nel mondo 672 milioni di persone sono obese e nei Paesi ricchi il 30% dei tumori ha un’origine nelle cattive abitudini alimentari [2].
Quello che non tutti sanno è che la nostra alimentazione ha un impatto consistente sull’ambiente e che questo varia molto a seconda delle nostre abitudini alimentari.
Per produrre una porzione di carne di vitellone (100 grammi, equivalenti a circa 200 calorie e 20g di proteine) occorrono circa 700 grammi di foraggio, che richiedono 0,7 mq di superficie agricola; per produrre una porzione di legumi secchi (60 grammi, equivalenti a 200 calorie e 17 g di proteine) occorrono solo 0,25 mq. Mangiare troppa carne, quindi, non solo non fa bene alla salute, ma è deleteria per l’ambiente, perché costringe ad aumentare le terre coltivate col conseguente aumento dell’inquinamento dovuto alla produzione e all’uso di fertilizzanti, pesticidi, macchine agricole e diminuzione degli ambienti “selvaggi” e della biodiversità. Sulla base di queste considerazioni si sente spesso sostenere che l’alimentazione più ecosostenibile è quella vegana, seguita da quella vegetariana e che se tutti fossimo vegani o vegetariani per il nostro pianeta sarebbe la cosa migliore.
E’ vero tutto ciò?
L’ecologia è la scienza della complessità, perché l’ambiente è un sistema complesso. Quindi, prima di affermare qualcosa bisogna cercare di considerare i vari elementi di questo sistema e le loro connessioni e tutti i possibili effetti determinati dalle nostre azioni. Se non si procede in questo modo si possono prendere scelte che poi si dimostrano deleterie. Per esempio, si è incentivato l’uso del pellet, considerandolo un combustibile ecologico e poi si è visto che la sua combustione provoca una grande emissione di polveri ultrafini, tanto che oggi nel Nord e Centro Italia è la prima fonte di questo pericoloso inquinante [3].
Negli ultimi anni vi sono state varie ricerche per verificare quale regime alimentare è quello che ha il minore impatto sull’ambiente. Tali ricerche non sempre sono concordi, perché utilizzano diverse metodologie e approcci. Una cosa è considerare l’impatto ambientale di una minoranza di persone che segue un determinato regime alimentare e un'altra l’impatto che si avrebbe se tutti gli uomini seguissero quell’alimentazione. Per esempio se tutti gli uomini fossero vegani bisognerebbe decidere che fare di tutti quegli scarti vegetali che oggi sono utilizzati come cibo per gli animali; non avremmo più letame e questo potrebbe tradursi in un aumento di fertilizzanti di sintesi (in realtà potrebbe essere sostituito col compost). Bisogna inoltre considerare che un terzo delle terre libere del nostro pianeta non può essere utilizzato per l’agricoltura (è molto spesso nemmeno per piantarci boschi), ma può essere utilizzato come pascolo [4]: perché non farlo, visto che a determinate condizioni è un intervento che sequestra gas serra? [5]. Inoltre vi sono intere zone del nostro pianeta che possono essere utilizzate solo come pascolo, se non lo si fa si dovrebbe aumentare di molto l’importazione di prodotti agricoli verso quelle zone e ciò avrebbe un impatto negativo sull’ambiente.
Una cosa è considerare l’impatto di un regime alimentare teorico e un’altra analizzare i reali consumi di persone che seguono una data alimentazione. Per esempio una ricerca italiana ha evidenziato che l’alimentazione vegana concretamente praticata in Italia ha un impatto superiore a quello che ci si aspetta, perché i vegani tendono a mangiare prodotti che vengono da lontano (con conseguente inquinamento dovuto ai trasporti) e che subiscono lavorazioni industriali che hanno un impatto sull’ambiente [6].
Poi ci sono differenze nei medesimi regimi alimentari. Si può essere onnivori mangiando poca o molta carne, mangiando soprattutto carne bovina o di altro genere. Infatti le carni (come i vegetali) non hanno tutte gli stessi effetti sull’ambiente. La carne bovina è quella che ha il maggiore effetto negativo, mentre quella suina e ovina ha un impatto molto più basso. I ruminanti – mucche, pecore, capre, cavalli, cervi, caprioli, ecc. – producono notevoli quantità di metano, un gas serra 20 volte più climalterante dell’anidride carbonica. Suini e ovini non sono ruminanti e producono pochissimo metano. Inoltre, mentre ci vogliono 6-8 chili di mangime per fare un chilo di carne di bovino, per avere la medesima quantità di carne di maiale o pollo ne occorrono solo 1,5 chili (ma si usano più granaglie).
Gli ecologi, inoltre, invitano a considerare anche le particolari condizioni locali. Se in una zona vi è un’eccessiva quantità di un determinato animale, tale da alterare gli equilibri di quell'ecosistema, la cosa migliore da fare spesso è mangiarlo. Ciò può valere per il cinghiale in varie zone del nostro territorio (soprattutto se cacciato non con la “battuta” ma con la “girata”) e per gli insetti (ad esempio le cavallette), che possono anche essere allevati, con un impatto ambientale minore degli allevamenti bovini, ovini e suini [7, 8].
Insomma come si può capire la questione è molto più complessa di come molti pensano. Ciò non deve essere una ragione per sostenere che il proprio regime alimentare è il migliore, né un alibi per non cercare di avere un’alimentazione più ecosostenibile.
Quello che è certo è che un’alimentazione troppo ricca di carne fa male alla salute e all’ambiente (soprattutto se è carne bovina e conservata). L’alimentazione vegetariana sembra la più ecosostenibile, seguita da quella onnivora con scarso consumo di carne (in particolare se non bovina), da quella vegana e in ultimo da quella onnivora con alto consumo di carne (cioè quella praticata dalla maggioranza delle persone dei Paesi ricchi).
Un recente rapporto pubblicato su Lancet su alimentazione-salute-ambiente conclude con i seguenti obiettivi da perseguire su scala globale: raddoppiare il consumo di verdura, frutta, legumi e frutta secca oleosa (noci ecc.); dimezzare il consumo di carne e di zuccheri semplici; ridurre gli sprechi alimentari, i fertilizzanti di sintesi (sostituendoli con letame e compost), le monoculture, i combustibili fossili, i pesticidi [9].
Per la situazione italiana i consigli che i nutrizionisti danno sono i seguenti: mangiare 3 porzioni di verdure al giorno e 2-3 porzioni di frutta (ambedue solo di stagione); legumi 3-4 volte alla settimana; pesce 1-2 volte alla settimana (preferibilmente azzurro); carne massimo 1-2 volte alla settimana (preferendo quella non bovina e solo eccezionalmente quella conservata); latte o yogurt un bicchiere al giorno; formaggi una porzione alla settimana; zuccheri semplici (bibite dolci, caramelle, dolciumi ecc.) il meno possibile; frutta secca, cereali e olio extravergine tutti i giorni in quantità proporzionale all'attività fisica che si fa (l'ideale è fare 1 ora di attività fisica leggera e 1 ora di attività fisica vigorosa al giorno, meglio se frazionate [10]). E, ovviamente, cucinare solo quello che effettivamente si ha bisogno di mangiare (così da ridurre lo spreco alimentare), acquistare prodotti locali e fare una scrupolosa differenziazione dei rifiuti, così da produrre compost di qualità, risparmiare energia e materie prime e inquinare di meno.
Fare tutto ciò dipende solo da noi e determinerebbe un miglioramento della nostra salute, dell'ambiente in cui viviamo e di quello in cui vivranno i nostri figli e nipoti.
I Governi possono però fare molto per indurre tali comportamenti: obbligare a etichette chiare che facciano capire l'impatto sulla nostra salute e sull'ambiente dei cibi che acquistiamo, eliminare i sussidi a tutti quei prodotti che hanno un impatto negativo (lo Stato elargisce ogni anno 880 milioni di euro a chi acquista acqua minerale, 447 milioni di euro a chi acquista pesticidi e 191 milioni a chi compra pesticidi [11]), tassare quei prodotti ad alto impatto (bibite dolci, carne bovina, salumi, fertilizzanti di sintesi, pesticidi, ecc.).
In questa maniera, inoltre, entrerebbero nelle casse dello stato alcuni miliardi di euro che potrebbero essere impiegati in interventi di tutela ambientale producendo posti di lavoro.
Note: 1) FAO 2018; 2) OMS 2018; 3) Risorse Economia e Ambiente https://aspoitalia.wordpress.com/2015/12/30/inquinamento-il-colpevole-nascosto; 4) www.bbc.com/future/story/20160926-what-would-happen-if-the-world-suddenly-went-vegetarian; 5) Godfray C et al: Meat consumption, health, and the environment, Science 20 Jul 2018; 6) Rosi a et al: Environmental impact of omnivorous, ovo-lacto-vegetarian, and vegan diet Scientific Reports, luglio 2017; 7) www.isprambiente.gov.it/contentfiles/00006600/6683-linee-guida-gestione-cinghiale.pdf/; 8) www.fao.org/docrep/019/i3264it/i3264it.pdf; 9) Willet W et al.: Food in the Anthropocene: the EAT–Lancet Commission on healthy diets from sustainable food systems, Lancet 2019; 10) Samitz G, Egger M, Zwahlen M: Domains of physical activity and all-cause mortality: systematic review and dose-response meta-analysis of cohort studies. Int. J Epidemiol 2011; 11) www.minambiente.it/sites/default/files/archivio/allegati/sviluppo_sostenibile/catalogo_sussidi_ambientali.pdf.

Ci chiederanno: “Da che parte stavate e cosa avete fatto per impedire tutto questo?”

Privazione della libertà e detenzione arbitrarie; tortura; violenza sessuale; estorsione; lavoro forzato; uccisioni illegali”. Tutto questo avviene in Libia nei centri di detenzione dei migranti gestiti dalle autorità libiche. Lo afferma l'ultimo rapporto dell'ONU sulla situazione di tali centri [1]. L'indagine, infatti, «non include i centri di detenzione gestiti da gruppi armati». Inoltre il rapporto indica che su 5.300 persone detenute esaminate «3.700 hanno bisogno di protezione internazionale» e dunque meriterebbero di venire trasferiti in Europa e non di stare in carcere.
La politica dell'Italia e dell'Europa, negli ultimi anni, è stata quella di fermare i migranti in Libia e in Turchia (e in Niger), dando a questi Paesi ingenti finanziamenti. E' interessante ripercorrere le tappe di questa strategia e, in generale, della politica nei confronti del fenomeno migratorio, e di come, passo dopo passo, si è arrivati alla situazione attuale, di naufraghi lasciati morire in mare, di “porti chiusi”, indifferenza per la sofferenza di questi nostri fratelli (se non ostilità e odio).
L'arrivo significativo di stranieri in Italia avviene dalla metà degli anni '90.
Nel 1998 viene varata la legge Turco-Napolitano che prevede che il Governo stabilisca ogni anno quante persone hanno diritto a entrare in Italia per lavorare, a queste viene rilasciato un permesso, per cui diventano immigrati “regolari”. La legge prevede anche che uno straniero regolare possa ospitare per un anno un connazionale (garantendogli alloggio, vitto e assistenza sanitaria) per consentirgli d'iscriversi alle liste di collocamento e di cercare un lavoro.
Nel 2002 viene varata la legge Bossi-Fini che abolisce la possibilità che uno straniero ospiti un connazionale per un anno (e, poiché nessuno prende un lavoratore senza conoscerlo, costringe le persone a venire irregolarmente per avere un lavoro) e discrimina i migranti a seconda del Paese da cui provengono: quelli provenienti da Paesi arabi e africani molto più difficilmente hanno il permesso, per cui possono venire solo illegalmente (spesso tramite barconi). L'effetto della Bossi-Fini è stato un aumento degli immigrati irregolari e la necessità di procedere a sanatorie per regolarizzarli.
Nel 2009 (Ministro degli Interni il leghista Maroni) viene varato il Pacchetto Sicurezza che prevede norme per rendere più facili le espulsioni e per contrastare gli irregolari (pene per chi affitta agli irregolari, reato d'ingresso e soggiorno illegale, aggravante della “clandestinità” se si commette un reato, ecc.). Queste norme non hanno incrementato granché le espulsioni ma hanno fatto peggiorare la situazione degli stranieri irregolari (fitti più alti per avere un alloggio; impossibilità di denunciare reati, vessazioni o sfruttamento di cui si è vittime ecc.). Il Pacchetto Sicurezza ha anche aumentato il numero degli irregolari grazie all'introduzione dell'obbligo di dimostrare la disponibilità di un alloggio conforme a determinati requisiti, che una parte consistente degli stranieri regolari non poteva permettersi. Il medesimo Ministro (Maroni) vara anche una sanatoria (l'ultima) per 295.000 irregolari.
Nel periodo 1998-2009, tra permessi rilasciati e sanatorie, si è data in media ogni anno la possibilità di entrare regolarmente in Italia per motivi di lavoro a 201.400 stranieri (senza contare i 31.000 stagionali all'anno). Dal 2010 al 2018 sono stati rilasciati ogni anno in media solo 21.900 permessi di lavoro non stagionale, cioè un decimo di quanti ne sono stati rilasciati tra il 1998 e il 2009 [2]. Nel 2014 e nel 2015 (Governo Renzi) non è stato rilasciato nessun permesso per lavoro non stagionale. In realtà quasi tutti questi permessi sono serviti a regolarizzare persone già presenti in Italia, per cui possiamo dire che di fatto dal 2010 in poi si è impedito a persone straniere di venire in Italia regolarmente a lavorare.
Dal 2011, in seguito alle rivolte avvenute in vari Paesi arabi, alla guerra in Libia e in Siria, all'espandersi dei territori controllati dall'ISIS e da Boko Haram e, successivamente, all'acuirsi del conflitto tra Etiopia ed Eritrea (2016), è aumentato il flusso di perseguitati e profughi che hanno cercato scampo in Europa e che l'Europa (e l'Italia), contravvenendo ai suoi principi ha in gran parte rigettato indietro. Ricordiamo, infatti che il Trattato di Ginevra dice che “Nessuno Stato contraente potrà espellere o respingere in alcun modo un rifugiato verso le frontiere dei luoghi ove la sua vita o la sua libertà sarebbe minacciata” (art. 33) e che la nostra Costituzione afferma che “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto di asilo nel territorio della Repubblica” (art. 10)
Nel 2011 viene istituita l'operazione Aeneas col compito di contrastare l'arrivo di migranti dalla Libia. In seguito all'enorme emozione per la morte di 366 persone vicino Lampedusa, il 13 ottobre 2013 viene varata l'operazione Mare Nostrum (Governo Letta) col fine non più di contrastare l'arrivo di migranti, ma d'impedire nuove stragi e arrestare i trafficanti, obiettivi effettivamente raggiunti, se si considera che in poco meno di 13 mesi vengono salvate 150.000 persone e arrestati 728 trafficanti [3]. Purtroppo nell'anno della missione Mare Nostrum (2014) aumenta il numero di sbarchi: 170.000. I partiti di destra sostengono che la causa dell'impennata di sbarchi e proprio la missione, per cui il primo novembre 2014 (Governo Renzi) viene chiusa l'operazione Mare Nostrum e varata la “Triton” con finalità di “sorveglianza marittima delle frontiere”. In realtà gli sbarchi diminuiscono di poco nel 2015 (154.000) e addirittura aumentano nel 2016 (181.000), di converso diminuiscono i trafficanti arrestati e aumentano i morti (3.500 nel 2014, 3.800 nel 2015, 4.100 nel 2016) [4].
Nel 2015, seguendo lo slogan “aiutiamoli a casa loro”, viene costituito il Fondo Fiduciario Europeo di Emergenza per l’Africa (Trust Fund) per finanziare iniziative per «affrontare le cause profonde delle migrazioni irregolari». Il fondo è costituito per il 90% dai fondi europei per l'aiuto allo sviluppo e per il 10% da fondi nazionali (in parte di aiuto allo sviluppo), per cui solo il 5% sono risorse nuove. I progetti finanziati dal Trust Fund, al contrario degli altri progetti di aiuto allo sviluppo, sono fuori dal controllo del Parlamento Europeo. Dei 4,09 miliardi di euro stanziati sono stati spesi 3,1 miliardi. Mentre nel primo anno i progetti finanziati erano effettivamente di aiuto allo sviluppo, dal secondo anno si cambia strategia e si inizia a finanziare progetti di dissuasione dell'emigrazione, controllo delle frontiere, respingimenti e detenzione dei migranti. Attualmente si stima che metà delle somme spese non sono per “aiutarli a casa loro”, ma per impedire, spesso in tutti i modi, che vengano da noi [5, 6].
Nel 2017 (Governo Gentiloni) l'Italia firma un accordo con Al Sarraj (presidente della Libia, ma che ne controlla solo una parte), nel quale l'Italia si impegna a offrire “supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l'immigrazione clandestina”, “finanziamento dei centri d'accoglienza” e “formazione del personale libico all’interno dei centri di accoglienza”. Quindi i centri di accoglienza nei quali l'Onu ci dice che avvengono “privazione della libertà e detenzione arbitrarie; tortura, violenza sessuale; estorsione; lavoro forzato; uccisioni illegali”, sono finanziati dall'Italia e il personale che vi opera è formato dal nostro Paese. Il mese successivo l'Italia dà 4 motovedette alla Libia e impegna una sua nave per aiutarla nell'opera di controllo delle frontiere marine (poiché nessuno cerca di entrare in Libia via mare l'operazione in realtà serve per non far uscire persone dalla Libia). Nel luglio 2017 il Governo italiano ventila la possibilità di chiudere i porti alle navi delle ong, avvalorando la tesi dei 5Stelle di fungere da “taxi del mare”. Il 31 luglio il Governo rende obbligatoria per le ong la firma di un codice di condotta (firmeranno solo 5 ong delle 9 operanti). Sempre nel luglio 2017 il Trust Fund finanzia un progetto italiano di formazione delle guardie di frontiera e di fornitura di mezzi militari e di polizia per “affrontare i flussi migratori”.
Tutto ciò viene fatto malgrado in Libia vi sia una guerra civile e sia in atto un embargo UE che vieta di fornire materiale bellico e addestramento ai militari, e malgrado numerosi rapporti denuncino le modalità disumane con le quali sono trattati i migranti. Ma l'importante è assecondare la paura e l'ostilità di molti cittadini verso gli stranieri e, quindi, arrestare i flussi di migranti, invero sempre di molto inferiori al calo della popolazione italiana. Infatti essi vanno da un minimo di 4.400 (anno 2010) a un massimo di 181.000 (anno 2016), con una media di 79.000 sbarchi all'anno, mentre il calo della popolazione è di circa 200.000 persone all'anno [4, 7].
Nell'agosto 2017, grazie al sostegno dell'Italia, la Libia dichiara una sua SAR (area di ricerca e soccorso in acque internazionali) e vieta ad altre imbarcazioni di operare in tale zona. Ciò porta altre due ong a interrompere le loro operazioni di soccorso nel tratto di mare tra Italia e Libia in quanto “non esistono più condizioni di sicurezza per i propri equipaggi”. I migranti trovati in mare in questa zona da questo momento ritorneranno in Libia, malgrado non sia, secondo il diritto internazionale marittimo, un “luogo sicuro”.
Nel giugno 2018 (Governo 5Stelle-Lega) inizia la politica dei porti chiusi alle navi che hanno salvato migranti, dei “me ne frego” e di ostentazione del cinismo.
Nel luglio viene varato il decreto legge 84 col quale vengono cedute a titolo gratuito alla Libia 10 navi motovedette e 2 navi, da 27 metri, classe Corrubia. Inoltre sono stanziati 2.470.000 euro per gli interventi di messa in efficienza delle navi e addestramento del personale libico.
Nell'ottobre viene varato il decreto sicurezza che rende più difficile avere asilo e protezione per chi fugge da guerre e persecuzioni e rende più dura la loro vita in Italia.
E' necessario cambiare radicalmente la politica sull'immigrazione. L'Italia ha bisogno di lavoratori stranieri perché gli italiani non vogliono fare i badanti, i pastori, i braccianti, i muratori e perché la sua popolazione diminuisce ogni anno di 200.000 abitanti, ha troppo vecchi e pochi giovani. Accogliere chi fugge da guerre e persecuzioni è un obbligo morale e giuridico che squalifica chi non lo ottempera. E' anche un investimento perché quando i rifugiati ritorneranno nei loro Paesi, manterranno legami col nostro utili per garantire la sicurezza e gli scambi economici. Lasciare che queste persone muoiano in mare o nel deserto o nelle carceri libiche, contribuendo con lauti finanziamenti e fornitura di materiale, è un crimine paragonabile a quello della shoà. I nostri figli, come i figli dei tedeschi, ci chiederanno noi da che parte eravamo e cosa abbiamo fatto per impedire tale tragedia. Per questo prendiamo posizione, facciamo sentire la nostra voce, testimoniamo i valori di fratellanza e solidarietà, forniamo informazioni e conoscenze che sono un facile rimedio contro paure irrazionali e pregiudizi.
Note: ONU: Desperate and Dangerous: Report on the human rights situation of migrants and refugees in Libya. 20 December 2018; 2) Ministero degli Interni; 3) Crescenzi G: Frontex e le operazioni congiunte nel Mediterraneo: da Mare Nostrum a Triton, LUISS 2016; 4) www.openpolis.it/numeri/gli-sbarchi-italia-negli-ultimi-10-anni; 5) www.concorditalia.org/wp-content/uploads/2017/11/rapporto-completo-EUTF.pdf; 6) www.actionaid.it/app/uploads/2017/12/Fondo_Africa_Il-compromesso_impossibile.pdf; 7) ISTAT

Un vuoto di memoria (e non solo)

Tra pochi giorni si celebrer à il giorno della memoria, istituito con la legge 211/2000per “ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio”. Una lodevole legge per ricordare i 6 milioni di ebrei uccisi per il semplice fatto di appartenere al popolo ebraico e “affinché simili eventi non possano mai più accadere”.
Insieme agli ebrei furono uccisi, per il semplice fatto di appartenere al popolo romanì, almeno 500.000 persone. Ma per queste 500.000 persone non è stata istituita una giornata della memoria, né lo Stato organizza commemorazioni, né vi sono circolari del Ministero della Pubblica Istruzione che invitano le scuole a trattare questo tema. Come mai?
Allora ci sembra utile ricordare questo genocidio. Lo facciamo consigliando la visione del bel lavoro teatrale di Pino Petruzzelli“Porrajmos: l'olocausto dimenticato degli zingari”, trasmesso da RaiTre nel 2010 alle 9.40 di mattina (sic!), e presente su youtube frazionato in 6 video
https://www.youtube.com/watch?v=-seKmFQMv_I
https://www.youtube.com/watch?v=Ev_eiakW914
https://www.youtube.com/watch?v=Faat4v-xAs4
https://www.youtube.com/watch?v=zA1dYsWLagA
https://www.youtube.com/watch?v=lm8BuwulPY8
https://www.youtube.com/watch?v=4pQvYO3yGcw
Forniamo qualche informazioni sulla persecuzione delle persone appartenenti al popolo romanì e, in ultimo, riportiamo alcune poesie di poeti romanì.
Gli “zingari” presentano molti tratti in comune con i “giudei”: hanno una forte identità nazionale (lingua, tradizioni, costumi, musica, danza) ma non un proprio Stato nazionale (gli ebrei lo hanno solo dal 1948) e sono dispersi nelle altre nazioni, per cui sono sempre minoranza; entrambi i popoli hanno subito i medesimi pregiudizi e le medesime accuse (erranti per punizione divina, rapitori di bambini, infanticidi, untori, imbroglioni, gente subdola e che si crede superiore e si autocommisera) e spesso le medesime crudeltà e angherie: confinamento in ghetti, espulsioni, deportazioni, uccisioni in massa, divieto di sposare persone di altra etnia, obbligo di segni di riconoscimento (per gli zingari spesso consisteva nel taglio di un orecchio) ecc.
La differenza fondamentale è che vi sono ebrei capitalisti, borghesi, proletari e sottoproletari, mentre “gli zingari” sono quasi tutti sottoproletari, perché uno “zingaro” (tranne poche eccezioni come gli Orfei o Yul Brinner) può diventare ricco solo se nasconde la sua identità e abiura alla sua cultura. Altre due differenze importanti sono che il popolo romanì (rom, sinti, kalè, ecc.) è ariano (più di quello tedesco e molto più di quello italiano) e che, al contrario degli ebrei, raramente ribellatisi ai nazisti, numerosi sono gli episodi di ribellione degli “zingari”, con conseguenti morti in scontri armati e fucilazioni sul posto (e questo è uno dei motivi che rende difficile stimare con buona approssimazione il numero di romanì uccisi).
Nei primi decenni del 900, sulla base di pseudoteorie scientifiche si sostenne che “gli zingari” hanno il gene della delinquenza e della asocialitàe che “non possono stare in mezzo a noi”. Come dirà Himmler: “Bisogna creare una nuova morale, rude e brutale, che ignori la compassione e i problemi di coscienza”. In Germania, in Italia e in altri Paesi si attuano provvedimenti di espulsione dai confini nazionali, da città e paesini, di possibilità di fermo senza limiti di tempo (cioè reclusioni senza avere subito un processo), di deportazione in campi (spesso di lavoro forzato).
Dal 1934 in Germania(e nei Paesi scandinavi) si inizia a procedere in maniera più o meno coatta alla sterilizzazione “degli zingari” (63.000 nella sola Svezia).
Nel '35 sono vietati i matrimoni e i rapporti sessuali tra “ariani” e soggetti di razze inferiori o degenerate (“ebrei”, “negri” e “zingari”).
Nel 36 sono organizzati vari campi di concentramento per “zingari”, da utilizzare come forza lavoro gratuita.
Nel 1937 (legge sulla cittadinanza) zingari ed ebrei vengono privati dei loro diritti civili. Inizia l'allontanamento di persone di etnia romanì dalle SS, forze armate, uffici pubblici.
Nel '38 i bambini romanì sono cacciati dalle scuole. Inizia la deportazione di persone di etnia romanì nel campo di concentramento di Buchenwald.
Nel '39 tutte le proprietà di persone di etnia romanì sono confiscate. Internamento di “zingari” a Dachau e Ravensbruck.
Nel '40 inizia l'uso dei bambini “zingari” come cavie per esperimenti, tra cui studi sugli effetti dei cristalli di cianuro e del gas zyklon-B, sul decorso di malattie (spesso procurate ad arte) curabili ma non trattate o incurabili, sugli effetti di menomazioni e lesioni. I bambini zingari sono considerati le migliori cavie perché di razza ariana e perché numerosi: oltre il 50% degli zingari internati nei campi di concentramento sono infatti bambini.
In Italia viene ordinato che tutti gli zingari devono essere racchiusi in campi di detenzione in quanto stranieri (anche se presenti in Italia da secoli e anche se del tutto integrati).
Fucilazione in massa e deportazioni di “zingari” nei territori conquistati dai nazifascisti (25.000 fucilati nella sola Croazia). Spesso nei villaggi rom i nazifascisti obbligavano tutti a chiudersi nelle loro case a cui poi appiccavano il fuoco.
Nel '42, malgrado le leggi razziste, rimangono ancora non poche persone di etnia romanì tra soldati e ufficiali e perfino nelle SS, per cui viene varata una norma che consente di esentare dalla deportazione gli “zingari” “legalmente coniugati con individui di sangue tedesco”, “socialmente integrati con lavoro regolare e residenza stabile”, impegnati “sotto le armi, o congedati per ferite di guerra o con decorazioni” o impiegati in “lavori importanti per lo sforzo bellico”, a condizione però che si facciano sterilizzare.
Il 16 maggio 1944 i 6.000 zingari di Auschwitz si ribellano ai tedeschi che vogliono portarli alla camera a gas. L'ordine sarà eseguito il 2 agosto.
Nel 1945 ha fine la Germania nazista e il mondo intero è inorridito per l'olocausto degli ebrei. Per i crimini contro i romanì, a differenza che per gli ebrei, non si terrà nessun processo. Tutti conoscono il termine ebraico shoah, ma pochi gli equivalenti termini romanì porrajmos (divoramento) e samudaripen (genocidio). Il dott. Ritter (direttore del Centro di Ricerca Igiene Razziale) e la sua collaboratrice, dott.ssa Justin, non sono stati processati e hanno mantenuto il loro posto di lavoro statale. Ritter e Justin sono gli autori delle teorie sulla inferiorità genetica degli zingari, sul gene dell'asocialità e della delinquenza e, nelle loro relazioni e scritti, hanno propugnato la necessità di una “soluzione finale” tramite sterilizzazione o eliminazione fisica delle persone di etnia romanì. La Germania solo nel 1979 ammetterà che l'uccisione di mezzo milione di zingari è avvenuta per motivi razziali ma ribadisce che i romanì non hanno diritto alla restituzione delle proprietà né ad alcun risarcimento.
In Italia tutte le minoranza linguistiche storiche sono riconosciute e tutelate dalla legge tranne una, quella romanì.

Bibliografia: Spinelli S: Rom questi sconosciuti, Edizioni Mimesis 2016; Lewy G, La persecuzione nazista degli zingari, Einaudi, 2002.
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Poesie romanì

Auschwitz
Faccia incavata,
occhi oscurati,
labbra fredde;
silenzio.
Cuore strappato
senza fiato,
senza parole,
nessun pianto.
Santino Spinelli

Maledizione zingara
Gelide mani nere rivolte al cielo,
la palude ricopre la testa
schiacciata,
un grido soffocato si eleva,
nessuno ascolta.
Un popolo inerme
al massacro condotto,
nessuno ha visto
nessuno ha parlato.
Cadaveri risorti
dalla palude,
orribili visi mostrati al sole,
il dito puntato
verso chi
ha taciuto!
Santino Spinelli

Hanno calpestato il violino zigano
Hanno calpestato il violino zigano
cenere zingara è rimasta,
fuoco e fumo
salgono al cielo.
Hanno portato via gli Zingari:
i bambini divisi dalle madri,
le donne dagli uomini,
hanno portato via gli Zingari.
Jasenovac è pieno di Zingari
legati ai pilastri di cemento,
pesanti catene ai piedi e alle mani,
nel fango in ginocchio.
Sono rimaste a Jasenovac
le loro ossa,
denuncia di disumanità.
Altre albe schiariscono il cielo
e il sole continua a scaldare gli Zingari.
Rasim Sejdic

È finita la storia dei Sinti
È finita la storia dei Sinti.
I violini tacciono,
le chitarre non hanno più anima,
le giovani donne non danzano più:
non hanno più piedi.
I fuochi si sono spenti,
gelida è la notte.
La nebbia ha dissolto i cuori dei Sinti.
La terra si è dissolta col loro sangue.
Non ci sono più carrozzoni nella verde periferia,
né violini innamorati,
né fiori nei bruni capelli:
non ci sono più capelli bruni.

Oggi una carovana si è accampata
alla porta del paradiso.
Paula Schöpf

Non credere
Non credere
che sono cattivo,
in verità
ti do il mio cuore.
Gagi, dammi la mano,
vieni con me, non temere,
la mia porta è aperta.
Ed io penso di tutti bene.
Aiutiamoci l’un l’altro
Viviamo come fratelli in questo mondo.

Rasim Sejdic

Gagiò, tu sei mio fratello
Gagiò, tu sei mio fratello,
una madre ci ha partoriti,
un padre ci ha dato l’anima.
Per molti anni incontrandoci
ci siamo guardati fissi,
la tua mano non mi hai porto,
non mi hai chiesto dove io andassi,
se i miei figli avessero da mangiare,
dove io dormissi.
Accendo il fuoco davanti alla mia tenda,
copro i bimbi contro il freddo.
Piangendo dico alla mia vita:
“Dov’è mio fratello
che sieda con me presso il fuoco
e divida con me un pezzo di pane?”
Risponde la vita:
“Il sole è tuo fratello, il vento tua sorella.
il fuoco il tuo Dio, la pioggia tuo padre,
la terra tua madre”.
Mi alzo, mi asciugo le lacrime,
spengo il fuoco, smonto la tenda,
prendo i figli tra le braccia
e busso alla porta del gagiò:
“Bianco gagiò, fratello mio,
anche se sono rom, di pelle scura,
sono tuo fratello,
la mia vita è dura, la tua migliore,
aprimi la porta,
stendimi la mano e dimmi
che sono tuo fratello!”:
Il mio fratello gagiò
non ha aperto la sua porta.
Marko Aladin Sejdic

La nostra lingua
Natarajah, il Signore della Danza,
ai nostri lontani padri,
dove nella valle scorre il fiume Indo,
diede il liuto, lo strumento caro agli Zingari.
Molte corde sono d’oro,
al di sopra l’altre sono argentee,
e tutte cantano così come nel sanscrito.
Ma si ode, come dentro nella canzone
vi ha qualche parola persiana od armena,
e le greche odo io là;
si ha altrove parole valacche,
ci sono le ungheresi, altrove le slave...
Ma tutte esse, straniere,
presto si fondono nella lingua dei bramani,
nella lingua ch’è la sola ricchezza
che noi abbiamo nella nostra vita.
Perciò serbatela, non dimenticatela,
per i nostri bambini conservatela!
Leksa Manus

Auguri di un sereno e felice 2019 (09/01/2019)

Oggi anno festeggiamo il nuovo anno come l'arrivo di qualcosa di bello, ricco di buone opportunità e che ci apre quindi alla speranza. Se fossimo contenti solo per l'aver vissuto un altro anno, avremmo dovuto festeggiare la fine del vecchio più che l'arrivo del nuovo. Possiamo dire che il Capodanno è la festa degli ottimisti: se pensassimo che il nuovo anno sarà uguale o peggio dei passati ci sarebbe molto poco da festeggiare. Ci viene in mente il venditore di almanacchi di Leopardi: il poeta considera l'ottimista venditore come un illuso (e anche un po' truffatore) e il pessimista passeggere come il saggio. Ma le cose stanno realmente così? Abbiamo fatto bene o male a festeggiare il nuovo anno?
Varie ricerche hanno studiato l'ottimismo (e il pessimismo) e i suoi effetti.
In economia il pessimismo è quasi sempre nefasto e spesso catastrofico, potendo una crisi anche in situazioni di robustezza dei fondamentali economici. D'altra parte l'ottimismo (spesso creato ad arte) può innescare una bolla economica che ad un certo punto esplode determinando guai più o meno grandi.
In psicologia da tempo viene studiato l'ottimismo irrealistico, cioè un atteggiamento di aspettativa di risultati positivi e di fiducia che però non è fondato su fatti. Un tale atteggiamento è foriero di guai. Per esempio, fumare uno o due pacchetti di sigarette, andare in auto ad alta velocità, fare una scalata quando non si ha l'adeguata preparazione o attrezzatura, pensando “sì, è rischioso, ma mica deve succedere qualcosa di negativo proprio a me”, è un “ottimismo irrealistico”. Anche giocare d'azzardo nasce spesso da un ottimismo irrealistico, perché le probabilità di perdere sono di gran lunga superiori a quelle di vincere. Lo stesso si può dire per le persone che si affidano a guaritori o a rimedi di nessuna efficacia per guarire da malattie o per chi spera che i cambiamenti climatici, l'inquinamento dell'aria e dei mari si risolvano da sole o non determinino la lunga sequenza di guai previsti da un'enorme mole di studi scientifici e che si possa, quindi, continua ad avere un modello di società e uno stile di vita ecoinsostenibile. L'ottimismo irrealistico è indice di insipienza e non certo di saggezza e nemmeno di coraggio.
Analogamente esiste un “pessimismo irrealistico”, che non è per niente saggio e può essere foriero di guai. Pensare che non vale la pena smettere di fumare, fare un'alimentazione corretta e un bel po' di attività fisica perché tanto “un infarto o un tumore se deve venire viene lo stesso”. Non prendendo aerei, treni, navi o auto guidate in maniera rispettosa delle norme di sicurezza per la paura di un incidente, oppure non uscire la sera e la notte o guardare con sospetto e ansia ogni persona perché si pensa che altrimenti saremmo derubati o aggrediti non è da saggi, perché le probabilità di tali eventi sono molto scarse [1], mentre la probabilità che tali atteggiamenti determinino problemi nella vita sociale è molto alta: infatti, avere molte relazioni sociali e amicali è uno dei più importanti fattori di benessere e felicità.
Negli ultimi anni sono state compiute varie ricerche di psicologia e di medicina sull'ottimismo/pessimismo e sui loro effetti.
Innanzitutto, per capirci, si intende ottimismo (ottimismo disposizionale) un atteggiamento di generica aspettativa di risultati positivi verso la vita e di fiducia. Tale atteggiamento viene rilevato con appositi test (il LOT – Life Orientation Test e l'OPI Optimism Pessimism Instrument [2]. Questo atteggiamento di vedere il bicchiere mezzo pieno invece che mezzo vuoto (e che quindi è ben diverso dall'ottimismo irrealistico) sembra determinare molti vantaggi. Chi ha alti punteggi a questi test, rispetto a chi ha bassi punteggi, ha meno probabilità di essere sovrappeso o obeso, di avere un infarto, un ictus, di essere rioperato alle coronarie, di avere stenosi carotidee e, se anziano, minore probabilità di morte nei 10 anni successivi al test [3, 4].
Inoltre tendono più facilmente a riconoscere le risorse a disposizione, ad essere perseveranti, a sopportare la fatica, a raggiungere i loro obiettivi, ad avere buone relazioni di coppia, amicali e sociali e ad avere una più amici, a impegnarsi in attività di volontariato; di converso tendono a non “catastrofizzare” e “ruminare” [3, 5, 6, 7]
L'impegnarsi in attività di volontariato sembra di per sé un fattore salutogeno: i volontari più raramente soffrono di depressione e hanno stili di vita migliori [8, 9]. Gli anziani che si impegnano in attività di volontariato più raramente soffrono di depressione, decadimento cognitico, demenza e hanno un maggiore benessere percepito [10]
Anche l'ISTAT conferma che chi si impegna in attività gratuite a favore di altri o della comunità è più felice (il 48% dei single si dichiara “molto soddisfatto” contro il 27% dei single non impegnati e il 52% dei non single impegnati contro il 36% di quelli non impegnati) ed è più ottimista (36% contro il 26%) [11]. Inoltre ha più fiducia negli altri (35% contro il 21%) e affermano che da quando hanno iniziato ad impegnarsi per gli altri si sentono più soddisfatti (50%), hanno allargato le loro relazioni sociali (42%), hanno cambiato il modo di vedere le cose (28%), migliorato le loro capacità di relazionarsi agli altri (22%) [12].
Quindi le ricerche scientifiche indicano che, tranne i casi di ottimismo irrealistico, l'ottimista è più saggio del pessimista e chi si dà da fare per gli altri lo è ancora di più.
Se poi molte persone si impegnano per aiutare chi è in difficoltà, combattere le ingiustizie, l'inquinamento e la violenza il mondo diventerà un posto migliore e tutti staremo meglio.
E allora di nuovo buon anno.

Note: 1) si veda il nostro messaggio 24 del novembre 2017 www.giardinodimarco.it/archivio.htm; 2) Scheier MF, Carver CS, Bridges MW: Distinguishing optimism from neuroticism (and trait anxiety, self-mastery, and self-esteem): A re-evaluation of the Life Orientation Test. Journal of Personality and Social Psychology, J Pers Soc Psychol, 1994; 3) Carver CS, Scheier MF, Segerstrom SC: Optimism. Clinical psychology review, 2010; 4) Labarthe DR, Kubzansky LD, Boehm JK, et al.: Positive cardiovascular health: a timely convergence. Journal of the American College of Cardiology, 2010; 5) Carver CS, Scheier MF: Dispositional optimism. Trends in cognitive sciences, 2014; 6) Carver CS, Kus LA, Scheier MF: Effects of good versus bad mood and optimistic versus pessimistic outlook on social acceptance versus rejection. Journal of Social and Clinical Psychology, 1994; 7) Helweg-Larsen M, Sadeghian P, Webb MS: The stigma of being pessimistically biased. Journal of Social and Clinical Psychology, 2002; 8) Hannah MC, Schreier MF et al: Effect of Volunteering on Risk Factors for Cardiovascular Disease in Adolescents”, JAMA Paediatrics 2013; 9) Jenkinson CE et al.: Is volunteering a public health intervention? A systematic review and meta-analysis of the health and survival of volunteers, BMC Public Health 2013; 10) Anderson ND et al: The benefits associated with volunteering among seniors: a critical review and recommendations for future research. Psychol Bull. 2014; 11) Istat: www.istat.it/storage/rapporto-annuale/2018/capitolo4.pdf; 12) Istat www.istat.it/it/files/2015/05/Rapporto-Annuale-2015.pdf.

Martedì 20 novembre ore 19.30, al Grenoble, il nostro spettacolo di solidarietà per l'Asilo Sector Primero (17/11/2018)

Il nostro spettacolo per raccogliere fondi per l'Asilo di San Salvador si terrà martedì 20 novembre. Musica e teatro con bravissimi artisti per una serata piacevole e importante per i nostri amici del Salvador. Si esibiranno:
- Crossover Ensemble a cura di Marco Sannini, con un omaggio a Leonard Bernstein (non potranno ovviamente mancare alcuni famosi pezzi di West Side Story);
- Alessandro Schiano Moriello, giovane ma già affermato pianista (secondo classificato al Premio Pianistico Internazionale Sigismund Thalberg), che eseguirà musiche di Rossini;
- Antonella Ippolito che reciterà un monologo tratto da Italo Calvino;
- Il coro di voci bianche “Le Voci del 48” con Massimo Tomei (piano) diretti da Salvatore Murru, che presenteranno pezzi molto vari (da JS Bach a una filastrocca);
- Alba Brundo, giovane arpista, si esibirà in alcuni pezzi romantici e neoclassici.
Biglietto 15 euro acquistabile presso le botteghe del commercio equo e solidale “E Pappeci” (Via Orsi 72 e Via Mezzocannone 103, Napoli) oppure dalle ore 18.30 del 20 novembre al Grenoble.
L'intero ricavato va all'Asilo Sector Primero di San Salvador. Per entrare al Grenoble occorre un documento d'identità

L'auto elettrica è più conveniente! Ma è una bufala (17/11/2018)

Altroconsumo a ottobre ha presentato una ricerca sull'auto elettrica condotta da una società (Element Energy) per conto della European Climate Foundation. La ricerca riguardava l' “analisi dei costi totali” (acquisto, manutenzione, ecc.) di auto elettriche, a benzina, diesel e ibride dopo 4, 5 e 7 anni di uso [1]. I risultati sono che l'auto elettrica è la più conveniente dal punto di vista dei costi totali. La notizia è stata lanciata due volte dall'agenzia di stampa ADN Kronos e riportata oltre che da Altroconsumo da giornali e siti (Libero, La Stampa, Wired, Today, Vita, Forumelettrico ecc.), spesso con figure che illustravano l'enorme convenienza dell'auto elettrica sulle altre [2].
Poiché un auto elettrica costa circa il doppio dell'omologo modello a benzina (es. Smart for two euro 12.000-13.000, Smart for two elettrica 23.000-24.000) e la batteria (quella della Smart costa circa 11.000 euro) va cambiata dopo circa 4 anni, ci è sembrato strano e abbiamo voluto approfondire. Abbiamo reperito lo studio in questione (non è stato semplice) e ce lo siamo letti [3].
Su 35 pagine del rapporto la descrizione dei materiali e metodi con i quali è stata condotta la ricerca è poco più di una pagina e dice ben poco. In una nota a fondo pagina di questa sezione troviamo che nel calcolo dei costi dall'auto elettrica sono stati tolti 6.000 euro, perché è il bonus che attualmente la Francia dà a chi acquista una tale tipo di auto. Due pagine dopo (non nel paragrafo sui metodi usati) troviamo scritto che nel calcolare i costi dell'auto elettrica “non è stato calcolato il costo del cambio della batteria”.
Nella presentazione fatta da Altroconsumo e negli articoli di giornale non si specificava che non si era considerato il costo del cambio della batteria e si era calcolato un bonus (francese) che oggi c'è e domani potrebbe non esserci. Certo se dai costi dell'auto elettrica si sottraggono almeno 18.000 euro (6.000 euro di bonus acquisto e 11.000 della batteria) l'auto elettrica conviene, ma se dall' “analisi dei costi totali” si leva il costo maggiore non è più un' “analisi dei costi totali”. Insomma la notizia della convenienza dell'auto elettrica è una bufala costruita ad arte da Element Energy (che l'ha realizzata), sotto l'egida di Altroconsumo (e dall'analoga associazione francese) e dell'European Climate Foundation (che ha finanziato lo studio).
Se si fa una ricerca con Internet sull'effetto serra, sull'auto elettrica, sull'incenerimento dei rifiuti ci si incappa sicuramente in qualche sito pseudo-ecologista che tranquillizza sul cambiamento climatico o che ascrive la maggiore responsabilità all'agricoltura industriale (e non alla produzione di energia, all'edilizia e ai trasporti), che dipinge l'auto elettrica come la soluzione dell'inquinamento da veicoli e gli inceneritori come la soluzione “ecologica” al problema rifiuti. Non è facile riconoscere le fonti serie da quelle poco serie o in conflitto d'interesse (nel caso dello studio sulla convenienza dell'auto elettrica la Element Energy è in conflitto d'interesse, visto che è un produttore di energia elettrica). Il consiglio è di diffidare di chi prospetta soluzioni semplici, di chi vuol fare credere che basta fare una cosa (una sola, tipo mettere inceneritori o usare le auto elettriche) e il problema si risolve, di chi prospetta solo soluzioni tecnologiche, di chi dipinge una soluzione come “priva di effetti collaterali”. Le questioni ambientali (come anche l'immigrazione, la delinquenza, il sottosviluppo ecc.) sono questioni complesse, con una pluralità di fattori causali e di effetti e devono essere affrontati tenendo conto di questa complessità e con diversi approcci e interventi.
Per quanto riguarda l'auto elettrica si deve considerare che:
- le batterie vanno cambiate ogni 3-4 anni: se tutte le auto fossero elettriche significa che ogni anno ci sarebbero da smaltire 1.300.000 batterie vecchie (del peso solitamente di oltre un centinaio di Kg), cioè oltre 130.000 tonnellate di rifiuti speciali all'anno;
- bisognerebbe aumentare molto la produzione di energia elettrica per far funzionare milioni di auto elettriche (in Italia circolano attualmente 44 milioni tra auto e moto) e la produzione di energia elettrica è, attualmente, la principale causa dell'effetto serra.
Le aziende che costruiscono veicoli elettrici chiedono incentivi per far decollare una tecnologia che affermano ecologica, ma che non è tale.
Considerando i 44 milioni di veicoli passeggeri circolanti, per avere un minimo effetto sull’inquinamento dell’aria delle nostre città bisognerebbe sostituire almeno il 20% dei mezzi a benzina/gasolio con veicoli elettrici. Ciò significa dare incentivi per 8,8 milioni di veicoli. Il costo per lo Stato di una tale operazione si aggirerebbe sui 50 miliardi di euro (6.000 euro x 8,8 milioni di veicoli). Una cifra enorme che potrebbe essere spesa per qualcosa di più utile. Con questa cifra si potrebbero costruire 600 Km di metropolitana (45 linee 1 del metrò napoletano), oppure 5000 Km di linee tranviarie in corsia protetta, oppure comprare oltre 350.000 autobus, tutti provvedimenti che farebbero migliorare in maniera strabiliante il trasporto pubblico, potendo così limitare l'uso del mezzo privato. In questa maniera si ridurrebbe non solo l'inquinamento atmosferico ma anche il traffico.
Gli interventi più utili contro l’inquinamento atmosferico nei centri urbani sono questi: spostare quote di passeggeri dal trasporto privato a quello pubblico (cioè incentivare il trasporto pubblico e disincentivare quello privato), promuovere pedonalità e ciclabilità, ridurre l'uso del pellet, coibentare meglio gli edifici (per quanto riguarda Napoli anche ridurre le emissioni delle navi ed elettrificare il porto).
Questi provvedimenti, per di più, favorirebbero soprattutto i poveri, mentre l'auto elettrica, che è molto costosa, i ricchi.
Note: 1) https://www.altroconsumo.it/organizzazione/media-e-press/dossier-tecnici/2018/costi-possesso-automobile; 2) https://www.adnkronos.com/sostenibilita/world-in-progress/2018/09/28/ricerca-altroconsumo-auto-elettrica-conviene_yfGUe9oe7ERecNfd36HW7N.html; 3) https://www.quechoisir.org/action-ufc-que-choisir-cout-de-detention-des-vehicules-gare-aux-idees-recues-n59369/

Cosa fare per combattere le disuguaglianze e la povertà (31/10/2018)

Gli ultimi dati ISTAT ci dicono che anche nel 2017 le disuguaglianze e la povertà sono andate aumentando nel nostro Paese. I “poveri assoluti” (cioè coloro che hanno un reddito che non permette di soddisfare le esigenze primarie) sono oltre 5 milioni (8,5 italiani su 100). La presenza di poveri è frequente soprattutto tra i minori e i giovani (il 12%, cioè 1.208.000 minori, e il 10% delle famiglie con “capofamiglia” inferiore a 35 anni è in povertà assoluta), tra gli operai (il 12% è in povertà assoluta), tra le persone di bassa istruzione (l'11% delle famiglie con “capofamiglia” con titolo di studio “licenza elementare” è povero, contro il 4% di quelle con “capofamiglia” diplomato), nel Meridione (l'11,4% dei meridionali è povero), nelle famiglie miste o composte di soli stranieri (16,4% e 29,2%).[1].
Eppure il 2017 è stato l'anno con il maggiore aumento della ricchezza dell'ultimo decennio (+1,5%). Ma, come avviene ormai da anni, e non solo in Italia, l'aumento della ricchezza va a finire quasi tutto nelle mani dei ricchi e benestanti, per cui le disuguaglianze aumentano sempre di più. I poveri diventano sempre più poveri (tra il 2008 e il 2016 il 10% più povero degli italiani ha visto il proprio reddito diminuire di oltre il 30%) [2].
Che fare per uscire da questa situazione ingiusta e pericolosa?
La povertà e le disuguaglianze hanno una pluralità di cause e quindi non è possibile risolverle con un unico provvedimento. C'è bisogno di un insieme di interventi, i principali sono questi [3]:
- Ridistribuire la ricchezza tramite il fisco. Su questo ormai tutti gli economisti sono d'accordo. Si devono tassare non solo i redditi ma anche i patrimoni e in maniera più progressiva (chi guadagna o possiede di più deve essere tassato di più). Anche il Fondo Monetario Internazionale e l'OCSE ora lo dicono, perché le disuguaglianze sono un freno allo sviluppo e un fattore di instabilità economica: chi ha molti soldi li gioca in attività finanziarie rischiose e se i poveri sono troppi diminuisce la domanda di beni e servizi, che determina crisi delle imprese e disoccupazione [4, 5]. Aumentando la tassazione della ricchezza lo Stato può incassare di più e riuscire a mettere in atto quei provvedimenti contro le disuguaglianze e la povertà che hanno un costo.
- Combattere il lavoro nero. Lavoro nero significa sfruttamento dei lavoratori (paghe basse, non rispetto delle norme di sicurezza e dei diritti del lavoratore) ed evasione fiscale (il guadagno dell'imprenditore in nero non risulta e quindi non paga tasse).
- Combattere l'evasione fiscale e i paradisi fiscali. Si stima che l'evasione fiscale comporti 111 miliardi di minori entrate per lo Stato ogni anno [6]. La maggioranza di questa evasione è operata da ricchi e benestanti, che, per di più, spesso trasferiscono i propri capitali illegalmente all'estero (si stima che oltre 180 miliardi di euro non sono tassati perché depositati in paradisi fiscali) [7].
- Investire in istruzione, salute e politiche sociali. Le persone più povere sono anche le meno istruite; le persone meno istruite e più povere sono anche quelle che si ammalano di più e che più facilmente diventano disabili; le persone ammalate e disabili più facilmente diventano povere. Non si possono combattere la povertà e le disuguaglianze senza rompere questo tragico circolo vizioso. Secondo il premio Nobel per l'Economia Amartya Sen investire in istruzione e salute è tra gli interventi più importanti per combattere povertà e disuguaglianze. E bisogna iniziare il prima possibile, fin dai primi mesi di vita (promozione dell'allattamento al seno e di una sana alimentazione, lettura ad alta voce dal 1 anno di vita, ecc.).
- Sostegno al reddito. Quando una persona non ha un reddito sufficiente per soddisfare i bisogni primari (mangiare, vestirsi, avere una casa ecc.) è un dovere della società assisterlo. Ma è anche un investimento per prevenire i fenomeni dei senza tetto, dell'accattonaggio, della microdelinquenza, delle lotte tra i poveri, del sorgere ed estendersi di atteggiamenti e ideologie fasciste, naziste, razziste. Il sostegno al reddito è anche un intervento per aumentare la domanda di beni e servizi e quindi per rilanciare l'occupazione.
- Aumentare la forza dei lavoratori. Negli ultimi decenni i lavoratori hanno visto diminuire i loro salari e i loro diritti, mentre i datori di lavoro hanno aumentato i loro guadagni. Per contrastare tutto ciò bisogna ridare forza ai sindacati, rivedere le norme sul lavoro, dare maggior peso ai contratti nazionali e introdurre un salario minimo.
- Investire in attività che creino utilità e ricchezza. Ogni anno l'inquinamento, il dissesto idrogeologico, il traffico automobilistico, l'incuria del patrimonio ambientale, storico e artistico determina un danno stimabile nell'ordine di varie decine di miliardi di euro e ogni anno, per cercare di rimediare a questi danni, si spendono vari miliardi di euro (spesso per mettere “toppe” costose e di effimera utilità). E' necessario allora che lo Stato investa di più nella tutela dell'ambiente e del proprio patrimonio culturale. In questa maniera lo si valorizza anche e si aumenta il turismo.
Bisogna anche investire in infrastrutture che siano sicuramente produttive (purtroppo l'Italia è piena di strade, aeroporti, impianti sportivi ecc. che sono costate un banco di soldi, che non hanno prodotto nessuno sviluppo e, in vari casi, hanno causato anche gravi problemi ambientali). Sicuramente bisogna potenziare il trasporto su ferro che è tra quelli meno inquinanti e l'interconnessione nave-ferro: è assurdo che in Italia solo il 13% delle merci viaggi su treno (in Germania è il 24% e il 13% viaggia su fiume, in Austria il 42%) e che alcuni porti (p. esempio quello di Napoli) non hanno una connessione diretta con la ferrovia [8].
- Velocizzare la giustizia civile. Un processo civile in Italia dura in media quasi il doppio di quello degli altri Paesi [9]. Si stima che tale lentezza costi circa 40 miliardi all'anno e sia uno dei fattori che frena gli investimenti stranieri nel nostro Paese.
Purtroppo negli ultimi decenni i governi hanno fatto quasi sempre, chi più chi meno, il contrario di quanto prima elencato.
Nel 2001 è stata abolita la tassa di successione (poi ripristinata da Prodi in forma molto tenue).
Nel 2003 ai ricchi e benestanti è stata ridotta l'IRPEF dal 45% al 43% e a chi possiede un reddito annuo lordo inferiore a 15.000 euro è stata aumentata dal 18,5% al 23%.
Nel 2011è stata varata una “flat-tax” per i proprietari di case che affittano (“cedolare secca”). Nel 2014 è stata confermata con aliquota al 10%.
Nel 2008 è stata abolita la tassa sulla prima casa (in realtà anche sulla seconda, perché basta che un familiare si faccia la residenza presso la seconda casa e tutto è a posto). La tassa è stata poi ripristinata nel 2011 e di nuovo abolita nel 2015.
Si sono fatte leggi sul lavoro volute dagli imprenditori e fortemente contrastate dai sindacati. Si sono tagliati i fondi alla sanità (nel 2013 sono stati spesi circa 117,5 miliardi di euro, nel 2016 110 miliardi [9]) e all'istruzione (nel 2008 l'Italia spendeva il 4,8% del PIL, nel 2012 e nel 2014 si è raggiunto il minimo storico 3,6% del PIL per poi risalire al 4,1% nel 2016) [10]. Si sono spesi soldi in opere inutili.
L'attuale governo Lega-5Stelle sembra non avere il quadro della complessità delle cause delle disuguaglianze. In progetto vi sono due provvedimenti di segno opposto (sostegno al reddito e flat tax), tra i primi provvedimenti varati un condono agli evasori (che, a detta del Governo, porterà nelle casse dello Stato solo 180 milioni [11]), il decreto sicurezza che, come abbiamo visto nel nostro ultimo messaggio, fa aumentare lavoro nero ed evasione fiscale, una riforma delle pensioni che sottrae 10 miliardi alle casse dello Stato per elargirli a chi non se la passa tanto male e nel 30% dei casi se la passa meglio della media dei pensionati [12].
Chi si batte per la giustizia deve far sentire la sua voce contro provvedimenti che vanno contro i poveri e aumentano le disuguaglianze; deve impegnarsi in un'opera di informazione, perché a molte persone sfuggono l'acuirsi delle disuguaglianze e gli “effetti secondari” di promesse elettorali e di provvedimenti demagogici; deve anche informare su quali sono gli interventi che andrebbero presi per migliorare la situazione.
Noi della Marco Mascagna cerchiamo di svolgere questo compito e di dare un sostegno qui ed ora a chi sta in difficoltà. Lo facciamo col microcredito per gli abitanti del Rione Sanità, con il fondo che ogni anno diamo all'Asilo Sector Primero e con la nuova attività che abbiamo intrapreso (“Leggo per te”). “Leggere” libri a bambini di 1-3 anni, figli di genitori di bassa istruzione e basso reddito, è, infatti, un importante intervento per impedire che i figli dei poveri abbiano già segnato il loro destino di povertà. Se vuoi saperne di più leggi l'avviso che diamo nel seguito di questo messaggio.
Note: 1) https://www.istat.it/it/files//2018/06/La-povert%C3%A0-in-Italia-2017.pdf; 2) www.cattaneo.org/2018/10/25/nuova-sinistra-e-vecchie-disuguaglianze-2; 3) Si vedano Franzini M, Pianta M: Disuguaglianze. Quante sono, come combatterle, Laterza 2016 e Franzini M, Granaglia E, Paladini R, Pezzoli A, Raitano M, Visco V: Contro la disuguaglianza: come e perché, Eticaeconomia 2017; 4) IMF: Fiscal Monitor: Capitalizing on Good Times, April 2018; 5) OECD: The role and Design of net wealth taxes in the OECD, 2018; 6) http://www.mef.gov.it/inevidenza/documenti/Rapporto_evasione_2017.pdf; 7) http://www.wallstreetitalia.com/paradisi-fiscali-pil-super-ricchi-evasori-italia; 8) Eurostat 2016; 9) UE https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/justice_scoreboard_2018_en.pdf; 9) Riportiamo i dati del finanziamento effettivamente erogato e non di quello messo nel bilancio di previsione che spesso è maggiore, la fonte è Corte dei Conti Rapporto 2016 www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sezioni_riunite/sezioni_riunite_in_sede_di_controllo/2016/rapporto_coordinamento_finanza_pubblica_2016.pdf; 10) ISTAT; 11) https://valori.it/condono-beffa-il-governo-lega-m5s-ammette-fruttera-solo-180-milioni/ guadagnare; 12) https://quifinanza.it/lavoro/pensioni-altola-di-boeri-alla-riforma-della-legge-fornero/230612

Creare i problemi per poi cavalcarli (18/10/2018)

I cittadini dovrebbero giudicare i governi e i partiti politici sulla base di quello che fanno. Se non si andasse più dietro a battute, slogan, cinguettii ma si esaminassero leggi e proposte di legge, si darebbe un duro colpo alla demagogia e si comprenderebbe anche quale è la strategia politica che si sta seguendo, potendo dare un giudizio basato sui fatti.
La Marco Mascagna ha sempre cercato di fare questo esaminando e giudicando atti quali il decreto Sblocca-Italia [1], la decisione del Comune di costruire un impianto di compostaggio a Scampia [2], i provvedimenti fiscali del Governo Renzi [3], i provvedimenti di sostegno al reddito dei vari Governi [4], il decreto sulla sicurezza e il decoro urbano [5], la legge sul caporalato [6], i provvedimenti Minniti contro l’immigrazione [7] la proposta di flat tax [8].
Con questa nota esaminiamo i provvedimenti “antiimmigrazione” del “decreto sicurezza” voluto dalla Lega e approvato dal Governo Conte.
Il decreto, secondo la nostra Costituzione, è un provvedimento eccezionale, con il quale l’esecutivo (il Governo) esercita anche la funzione legislativa (che spetta al Parlamento). Proprio perché contrasta con la divisione dei poteri, che è il presupposto dei regimi democratici, la Costituzione afferma che il decreto legge può essere varato solo “in casi straordinari di necessità e di urgenza” e la Corte Costituzionale ha precisato che il contenuto deve essere "specifico, omogeneo e corrispondente al titolo". Il titolo del decreto sicurezza è il seguente “Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, nonché misure per la funzionalità del Ministero dell'Interno e l'organizzazione e il funzionamento dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata” e già appare chiaro che il contenuto non è omogeneo. Infatti la protezione internazionale, cioè l’obbligo che abbiamo di accogliere e proteggere chi fugge da guerre e da situazioni dove non è garantito “l’effettivo esercizio delle libertà democratiche” (art. 10 della Costituzione) è una cosa, l’immigrazione un’altra, la sicurezza è altro ancora (i dati smentiscono la bufala che gli immigrati delinquono di più [9]) e l’utilizzazione dei beni sequestrati alla mafia centra come il cavolo a merenda.
Non solo, tutti questi argomenti non rivestono nessun carattere di “necessità e urgenza” da configurare un “caso straordinario”. Infatti, richiedenti asilo e immigrati sono in numeri risibili per una popolazione di 60 milioni di abitanti in netto calo demografico (circa 200.000 italiani in meno ogni anno): nel 2017 sono arrivati solo 110.000 stranieri (richiedenti asilo e immigrati), nei primi 9 mesi del 2018 solo 21.000 stranieri [10]. Anche i reati sono in netto calo [11] e quindi non c’è nessuna “necessità e urgenza”. Quindi è lo stesso Ministero degli Interni che con i suoi dati smentisce il Ministro degli Interni che dichiara la “necessità e urgenza” di un provvedimento su questi argomenti.
Va detto che, purtroppo, negli ultimi 20 anni quasi tutti i governi hanno emesso decreti non omogenei (si pensi alle 296 pagine e alle decine di argomenti diversi dello Sblocca-Italia, che la Corte Costituzionale ha, in parte, dichiarato illegittimo) o che non rispondevano ai requisiti di necessità e urgenza (il caso più eclatante è il decreto Monti che abrogava le Province, cassato dalla Corte Costituzionale per tali motivi).
Il decreto abroga la “protezione umanitaria” sostituendola col “permesso di soggiorno per motivi speciali”, ne riduce drasticamente le possibilità di rinnovo, diminuisce la durata del permesso (da 2 a 1 anno per le vittime di sfruttamento lavorativo e violenza domestica e per chi soffre di “condizioni di salute di eccezionale gravità”) e non contempla più la protezione per i minori, per le persone rese vulnerabili da un vissuto particolarmente violento (persone torturate o che hanno visto morire loro cari in mare ecc.) e per chi dimostra di essersi profondamente integrato in Italia. Attualmente circa l’80% delle protezioni umanitarie concesse riguardano questi casi ora abrogati [12].
Abrogare, ridurne la durata e non permetterne il rinnovo della protezione umanitaria per l'80% delle persone che attualmente la ottengono non è solo una cattiveria contro soggetti particolarmente fragili o in grave difficoltà, ma significa creare decine di migliaia di stranieri irregolari. Tutti coloro ai quali è stata un tempo riconosciuta non potranno rinnovarla né ovviamente potranno essere rimpatriati, visto che la procedura prevede l'esistenza di accordi con gli stati di origine, accordi che nella maggioranza dei casi non esistono. Quindi un tale provvedimento non diminuisce gli stranieri sul nostro territorio: fa solo aumentare gli irregolari. Se si considera che la legge vieta di affittare case e dare lavoro agli irregolari è facile dedurre che la conseguenza di un tale provvedimento sarà un aumento del lavoro nero e dei fitti a nero (cioè dell'evasione fiscale) e un aumento di persone che dormono per strada, chiedono l'elemosina (se la paga oraria a nero è di 2 euro l'ora, lo faremmo anche noi) e che possono essere tentati a delinquere per sbarcare il lunario e per vendicarsi di come l'Italia li tratta. Il decreto Salvini quindi favorisce quelle situazioni che creano nella gente l'avversione verso gli stranieri (“dormono per strada, non lavorano, chiedono l'elemosina, delinquono, sono arroganti ecc.”) e la richiesta di politiche dure contro queste persone, cavalcate proprio da Salvini e dalla Lega.
Lo stesso meccanismo si crea con un'altra norma del decreto, quella che ridimensiona fortemente lo SPRAR, cioè il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati. Tale sistema è realizzato con fondi statali dagli enti locali e dall'ANCI, che possono coinvolgere associazioni, cooperative e altri enti. Attualmente sono interessati 1200 comuni e 35.881 stranieri, con una media di 30 stranieri per comune [12]). Nei progetti SPRAR i rifugiati o richiedenti asilo sono avviati in un processo di autonomia, tramite percorsi di integrazione, scuola di lingua, tirocini, lavori socialmente utili, lavori veri e propri. I progetti SPRAR sono obbligatoriamente personalizzati, coinvolgenti pochi stranieri, che risiederanno in appartamenti presi in affitto dai comuni o tramite l’accoglienza in famiglia; il comune controlla l’utilizzo dei fondi tramite un revisore dei conti apposito; il personale deve avere titoli professionali adeguati all’incarico, con curricula e qualifiche richieste dal Manuale SRAR; un tutor dell’ANCI segue il buon andamento del progetto e almeno due volte all'anno vi è un'ispezione; le spese indirette per la gestione non possono superare il 10%. Tutte queste condizioni hanno reso lo SPRAR trasparente, pulito (nessun illecito è mai stato accertato), efficace ed efficiente (è studiato e preso ad esempio da vari Paesi europei).
Il decreto sicurezza stabilisce che i richiedenti asilo, che si stima rappresentino circa la metà dei beneficiari dei progetti SPRAR, non possono usufruire dello SPRAR ma devono essere assistiti dai Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS). I CAS sono grandi centri con centinaia di stranieri (nel 70% dei casi tra 80 e 300 persone, ma talvolta più di 500 persone [13]), affidate dalle Prefetture quasi sempre a privati (imprese o cooperative), che lo fanno solo per soldi e non certo per ragioni etiche. I criteri di gestione dei CAS e i controlli sono molto meno stringenti di quelli dello SPRAR (un'indagine ha rilevato nel 60% dei casi gravi carenze nei servizi alla persona, e nell'insegnamento dell'italiano nel 68% dei casi; nel 2017 solo il 40% ha avuto un'ispezione [13]). Praticamente gli stranieri sono “parcheggiati” nei CAS senza fare niente, bighellonando per gran parte del tempo nelle strade vicine. Tutti gli scandali sulla gestione degli stranieri hanno riguardato questi centri (Roma capitale, CAS di Mineo ecc.).
Anche in questo caso, quindi, il decreto incrementa le situazioni che determinano insofferenza verso gli stranieri (grande concentrazione di stranieri su un piccolo territorio, “Sono tutto il giorno a bighellonare e a fare caciara a spese nostre”; scandali sulla gestione degli stranieri ecc.) e la percezione di insicurezza dei cittadini, perché è su tali percezioni (e non sui dati di fatto) che gran parte degli elettori opera le proprie scelte politiche.
Insomma un circolo vizioso nel quale gli elettori di questo partito sono danneggiati e turlupinati. Cosa che purtroppo succede spesso a quegli elettori che, invece di vasarsi sui dati di fatto, si basano sulle parole, sugli slogan, sulle battute, sull'antipatia e simpatia.
Ciò rende necessaria una grande opera d'informazione, di lotta alle bufale, di demistificazione, di svelamento dei raggiri operati da tanti politici nei confronti dei cittadini.
Per fortuna ci sono varie organizzazioni che svolgono un puntuale lavoro d'informazione su questi temi [14] e che operano concretamente per migliorare la condizione degli stranieri e, in questo modo, eliminare quelle condizioni che portano all'insofferenza verso queste persone. Visitare i loro siti e leggere i loro rapporti è utile per avere un quadro reale della situazione ed elementi per svolgere una propria opera d'informazione e demistificazione.
Note: 1) messaggio dell'8/11/14; 2) messaggio 7/2/15; 3) messaggi 3 e 23 ottobre 2015; 4) messaggio 24/1/17; 5) messaggio 25/3/17; 6) messaggio 26/10/16; 7) messaggio 7/9/17; 8) messaggio 17/1/18; 9) si veda il messaggio del 27/10/2017; 10) http://www.interno.gov.it/sites/default/files/cruscotto_statistico_giornaliero_17-10-2018.pdf; 11) si vedano i Rapporti Criminalità del Ministero degli Interni; 12) ANCI, Caritas, Migrantes: Rapporto sulla protezione internazionale in Italia 2017; 13) In Migrazione: Straordinaria accoglienza, dossier https://www.inmigrazione.it/it/dossier/straordinaria-accoglienza; 14) Lunaria www.lunaria.org; VITA vita.it; Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione www.asgi.it; Società Italiana di Medicina delle Migrazioni https://www.simmweb.it; Fondazione Migrantes www.migrantesonline.it; Stranieri in Italia www.stranieriinitalia.it.

 

Tutte tranne una (27/09/2018)

La Costituzione italiana non solo vieta qualsiasi discriminazione in base a lingua, “razza”, religione (art.3), ma prescrive che le minoranze linguistiche devono essere tutelate (art.6). La dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e quella sulla Diversità Culturale affermano che “i diritti culturali sono parte integrante dei diritti dell'uomo” e che “la difesa della diversità culturale è un imperativo etico, inscindibile dal rispetto della dignità della persona umana”. Per questo varie norme statali indicano che nelle scuole devono essere studiati e valorizzati i dialetti e la cultura del luogo; per questo è stata varata una legge che riconosce e tutela 12 minoranze linguistiche “storiche”; per questo Regioni, Province e Comuni varano provvedimenti e iniziative per salvaguardare la cultura locale.
Comuni che hanno un solo abitante di lingua occitana sono riconosciuti dallo Stato “Comuni occitani”, con tutto il corredo di obblighi e diritti che ne discende. Addirittura vi sono comuni in cui i pochi occitani presenti non sanno più capire e parlare questa lingua e lo Stato li riconosce “Comuni occitani” [1].
In Italia tutte le minoranze linguistiche storiche sono tutelate tranne una: quella romanì. Comunità romanes sono sicuramente presenti in Italia dai primi anni del 1400, arrivate dai Balcani, per fuggire ai turchi (come gli albanesi ancora presenti in Calabria). La lingua romanì è simile al sanscrito (il popolo romanì è originario dell'India, probabilmente appartenente alla casta militare, costretta a lasciare il Paese per le invasioni arabe). Questa lingua è parlata, in vari “dialetti”, da tutti i popoli romanì (in Europa rom, sinti, kalè, manouches, romanichals, romanisael, nominati dai non romanì in vari modi: zingari, gitani, gipsy, bohemiens, nomadi). Esistono canzoni, poesie, romanzi, racconti, scritti in questa lingua e vi sono stati e vi sono romanì famosi: Antonio Solaro (autore del più importante ciclo di affreschi di Napoli), August Krogh (Nobel per la medicina), Charlie Chaplin, Yul Brynner (che è stato anche presidente dell'International Romanì Union), Michael Caine, Rita Hayworth, Bob Hoskins, gli Orfei, Antonio Cansino, Joaquin Cortès, Django Reinhardt, Elvis Presley, Ronnie Wood, i Gipsy King, George Cziffra, Mateo Maximoff, Menyhert Lakatos, Bajram Haliti, Santino Spinelli. La musica di questo popolo ha influenzato grandi musicisti (Liszt, Brahms, Ravel, Bartòk, De Falla, Stravinskij ecc.), nonché la musica popolare di altri popoli (napoletana, ungherese, spagnola ecc.) e il jazz (il jazz manouche è un particolare stile di questa musica). Il popolo romanì ha feste, tradizioni, costumi propri (come i ladini, i napoletani ecc.). Dopo sardi, friulani e germanici sono la minoranza più numerosa: i rom e sinti “storici” (cioè presenti da circa 6 secoli in Italia) sono circa 50.000, considerando quelli che parlano romanes. Molti rom e sinti, infatti, hanno rinunciato alla loro lingua e cultura per sfuggire alle persecuzioni e alla discriminazione. In Italia ci sono molti più discendenti di “zingari” di quanto si crede, soprattutto in Abruzzo e Campania. Studi su questa popolazione e sui cognomi hanno infatti scoperto che i cognomi Zingarelli, Zingaretti, Gizzi, Romano, Morelli, Moretti, Bevilacqua, Spinelli, Berlingeri, Spada, del Duca, De Rosa, Leonetti, Guarnieri erano propri o frequentemente dei rom (Spinelli e Berlingeri perché nel napoletano questi nobili protessero i rom, che quindi si denominavano e venivano chiamati “degli Spinelli”, “di Spinelli”, “Spinelli”) [2].
A questi 50.000 rom e sinti italiani si sono aggiunti altri 50.000-80.000 rom stranieri, provenienti dalla Romania e Bulgaria (soprattutto dopo la caduta del comunismo) e dall'ex Yugoslavia (in seguito alla guerra civile), venuti qui per sfuggire alle discriminazioni e persecuzioni, fino a episodi di uccisioni in massa (un vero genocidio in Kosovo).
Quasi tutti questi rom (come la gran parte dei 50.000 rom e sinti italiani) non sono nomadi da molto tempo (mantengono forme di nomadismo quasi solo giostrai, circensi e chi svolge lavori stagionali), ma si continua a considerarli “nomadi”. In particolare l'Italia spesso ha considerato i rom poveri che sono fuggiti dai Balcani dei “nomadi stranieri” invece che rifugiati, non dando loro l'assistenza dovuta a chi fugge da guerre e persecuzioni, per cui queste persone si sono accampate dove potevano, venendo scacciati dopo settimane, mesi e in qualche caso anni. Altre volte sono stati rinchiusi in “campi nomadi”, anche essi provvisori per le proteste degli abitanti e i conseguenti sgomberi. Tra il 2003 e il 2007 nella sola Milano vi sono stati 350 sgomberi di “campi rom”. A ogni sgombero la perdita di gran parte delle proprie cose, il cercare un nuovo posto in cui stare, sapendo che sarà per poco.
Rendendo “nomade” chi non lo era più e relegandolo in “campi” provvisori nel mezzo del nulla, si rende difficile anche l'istruzione scolastica dei bambini e si leva ogni speranza e prospettiva di miglioramento e di integrazione. Di fatto i rom dei campi (26.000 persone, di cui circa 10.000 bambini di 0-12 anni [1]) possono vivere solo rovistando i rifiuti, chiedendo l'elemosina o rubando, perché ogni altra strada è stata resa estremamente difficile se non impossibile dalla politica nei loro confronti. Infatti, molti comuni impediscono l'iscrizione di rom e sinti nella propria anagrafe, altri li escludono dalle liste per le case popolari, per tutte queste persone è difficilissimo trovare un lavoro a causa dei pregiudizi nei loro confronti.
Il paradosso è che chi ha creato questo problema tuona contro i rom e prospetta “soluzioni finali” (“scacciamoli tutti”) impraticabili e di nessuna utilità (se sono cacciati da un Comune andranno in quello vicino e se questo li caccia andranno in un altro o torneranno nel primo).
Malgrado le chiarissime indicazioni della nostra Costituzione sull'uguaglianza dei cittadini, sulla tutela delle minoranze e dei profughi, malgrado l'Italia abbia firmato la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo, quella sulla Diversità Culturale e le Convenzioni sulla tutela dei profughi, esiste un “razzismo istituzionale”, e questo alimenta il razzismo delle persone, creando un circolo vizioso crudele e pericoloso. Il “razzismo istituzionale”, infatti, assicura i presupposti oggettivi per sentimenti di ripulsa, fastidio, odio nei confronti di una categoria di persone. “Non sono razzista ma i rom non li sopporto perché rubano, rovistano nei rifiuti, chiedono l’elemosina, non portano i bambini a scuola”. Ma è la politica attuata nei loro confronti e nei confronti dei profughi di questa etnia che fa tutto per emarginarli, per rendere difficile il diritto alla casa, al lavoro, all’istruzione, che li incattivisce e porta una minoranza di loro a tali comportamenti.
A questo va aggiunto che la stampa scrive di rom e sinti solo per episodi delittuosi: “Rom ruba” (anche se sarebbe più pregnante scrivere “Un povero ruba”, “Un emarginato incattivito ruba”), alimentando lo stereotipo del rom ladro e i pregiudizi nei loro confronti. Mai che giornali e televisioni parlino degli scrittori, dei musicisti, degli artisti romanì. Perché ogni volta che si nomina il grande Chaplin o qualcuno dei personaggi più amati tra quelli citati, non si dice “Il rom ...”? Perché sono così poche le poesie e i romanzi romanì tradotti in italiano? Perché non si organizzano rassegne, festival, eventi sulla questa cultura? Perché non si parla delle persecuzioni di cui sono stati e sono vittime? Perché i 500.000 uccisi nei campi di concentramento nazisti sono così poco commemorati? Perché non si parla dei campi di concentramento fascisti per “zingari”? Perché si tace del contributo dato alla resistenza da rom e sinti?
E' il “razzismo istituzionale” che crea sentimenti di antipatia, fastidio, odio e comportamenti discriminatori, razzisti e violenti da parte di sempre più persone. Sentimenti che i politici fomentano e cavalcano promettendo e attuando una politica ancora più discriminatoria e razzista contro i rom.
Bisogna rompere il circolo vizioso “politica razzista”-“razzismo dei cittadini”. Lo devono fare sopratutto i cittadini che hanno ancora sentimenti di umanità e giustizia, combattendo i pregiudizi, avvicinandosi a questo popolo, conoscendo e facendo conoscere la loro cultura, chiedendo una diversa politica nei loro confronti: smetterla con la discriminazione e favorire l'integrazione e lo scambio culturale. Un primo atto dovrebbe essere che lo Stato li riconosca come minoranza linguisitica al pari dei ladini, occitani, albanesi, sardi, friulani ecc. Lo chiedono da tempo le organizzazioni rom e sinti italiane. E' un'ingiustizia e un'idiozia non farlo.
Note: 1) https://it.wikipedia.org/wiki/Valli_occitane; 2) www.21luglio.org/21luglio/wp-content/uploads/2018/04/Rapporto_Annuale-2017_web.pdf.
Spinelli S: Rom questi sconosciuti, Edizioni Mimesis 2016; Piasere L: Scenari dell'antiziganismo, SEID, 2012.

 

Noi siamo i migliori. Lo dicono tutti (13/09/2018)

Nel mondo vi sono 196 stati (compresi Vaticano e Palestina). Noi siamo portati a pensarli come a entità basate su confini precisi, sulla sovranità entro questi confini e su valori, cultura e lingua comuni (in Italia gli italiani, in Francia i francesi e così via). Ogni stato col suo bel colore distinto dagli altri come nelle carte geografiche delle scuole elementari e medie.
La realtà è più complessa: è come il camice di un pittore dove un colore sfuma in un altro, si sovrappone, si frammischia.
La sovranità di uno Stato è limitata dai trattati e accordi internazionali (e spesso anche dai rapporti di forza), i confini non sono come ce li immaginiamo (chi di noi si immagina che il confine più lungo dello stato francese e quello col Brasile? I confini tra alcuni stati sono più flebili di quelli tra altri stati e spesso i territori di confine hanno un'autonomia che regioni “centrali” non hanno). Soprattutto in questi 196 stati sono presenti ben 5.000 etnie, ognuna con la propria lingua e cultura.
In Italia, per esempio, vi sono minoranze recenti (quelle dovute alle migrazioni degli ultimi decenni: rumeni, albanesi, marocchini, cinesi, ucraini, filippini, indiani, moldavi, egiziani, pakistani, srilankesi, nigeriani, senegalesi, ecc.) e altre presenti da secoli: popoli romanes (rom e sinti), albanesi, catalani, croati, francesi, francoprovenzali, friulani, germanici, greci, ladini, occitani, sardi, sloveni. Le minoranze storiche (tranne rom e sinti) sono riconosciute, tutelate e valorizzate dalla nostra legislazione, le altre no. Ognuna di queste etnie ha una propria lingua (in realtà molti linguisti considerano il sardo e il friulano un dialetto o una lingua italoromanza come il napoletano, il piemontese, il lombardo, il veneto ecc.), dei propri usi e costumi, una propria cultura che è importante preservare e far conoscere, perché, come afferma la Dichiarazione Universale sulla Diversità Culturale, “la diversità culturale è, per il genere umano, necessaria quanto la biodiversità per qualsiasi forma di vita; essa costituisce il patrimonio comune dell'Umanità e deve essere riconosciuta e affermata a beneficio delle generazioni presenti e future” [1].
Noi napoletani non siamo un'etnia diversa dagli italiani, né una minoranza linguistica (il napoletano viene considerato dalla maggioranza dei linguisti un dialetto o una lingua italoromanza), ma sarebbe una vera sciagura se questo dialetto scomparisse, se nessuno più sapesse parlare e comprendere il napoletano, se le nostre tradizioni e la nostra cultura si perdessero. La Dichiarazione sulla Diversità Culturale afferma infatti che la difesa della diversità culturale è un imperativo etico, inscindibile dal rispetto della dignità della persona umana. Essa implica l'impegno a rispettare i diritti dell'uomo e le libertà fondamentali, in particolare i diritti delle minoranze e dei popoli autoctoni”, ricorda che “i diritti culturali sono parte integrante dei diritti dell'uomo” e che “bisogna vigilare affinché tutte le culture possano esprimersi e farsi conoscere”. Una dichiarazione importante e, per di più, sottoscritta da tutti i 196 stati del mondo.
Tutti i Paesi sono multietnici e multiculturali, chi più, chi meno, e tutti lo sono da tempo.
Molti desidererebbero uno stato monoidentitario (una sola etnia, una sola lingua, una sola cultura e una sola religione), ritenendo che ciò sia meglio. Ma un tale stato può essere realizzato solo facendo violenza alle minoranze. Il concepire e cercare di realizzare lo stato come monoidentitario, basato sull'antico “cuius regio eius religio”, è stato causa di tragiche e spietate guerre fratricide e di “pulizie” etniche e religiose. Sono gli stati monoidentitari quelli problematici, perché non basati sulla realtà dei fatti. Studi geografici e storici hanno evidenziato che il multiculturalismo non è di per sé causa di conflitti e sembra invece essere un fattore di sviluppo sociale ed economico (vedi USA, Gran Bretagna, Malaysia). In realtà sono le disuguaglianze economiche, politiche e sociali che sono fortemente correlate con i conflitti. Spesso, quando vi sono queste disuguaglianze, si utilizza la diversità etnica e culturale per mobilitare un gruppo (oppresso o oppressore) contro l'altro [2]. Il multiculturalismo favorisce la libertà culturale, la possibilità di scegliere costumi, comportamenti, credenze: favorisce cioè il progresso umano. E noi italiani, che siamo il frutto di molteplici incroci tra oschi, etruschi, latini, greci, popolazioni germaniche, arabi, spagnoli, francesi dovremmo saperlo bene. Ciò che frena il progresso umano sono i pregiudizi, che incasellano automaticamente le persone in una categoria o gruppo attribuendo loro, individualmente, le caratteristiche preconfezionate, solitamente negative, ritenute tipiche di quella categoria o gruppo (“Tutti sanno che i napoletani …”, “I rom sono tutti…”, ecc.).
Un'altra cosa importante è rendersi conto che ogni popolo pensa che la propria cultura sia la migliore. I tedeschi si sentono migliori di tutti gli altri, e perfino eminenti filosofi alemanni hanno dichiarato tale superiorità e la necessità che gli altri popoli si facessero guidare da questo popolo. I francesi pensano lo stesso e così gli inglesi, gli italiani, gli statunitensi, i cinesi, gli arabi ecc. ecc. Ogni popolo enfatizza i suoi aspetti positivi e glissa o minimizza quelli negativi. I tedeschi e gli italiani, per esempio, hanno molti pregi e hanno dato molto all'umanità, ma spesso dimenticano che hanno dato anche il fascismo e il nazismo, le leggi razziali, la seconda guerra mondiale e lo sterminio di 6 milioni di ebrei e di oltre mezzo milione di zingari.
E' necessario allora prendere coscienza che ogni popolo, anche quello che reputiamo meno “civile” ed “evoluto” si ritiene il più “civile” ed evoluto”; che la nostra visione della realtà non è scevra di pregiudizi (tutt'altro) e che è necessario invece un rispetto e riconoscimento culturale reciproco. Come ha detto un filosofo studioso dei rapporti tra diversi “A meno che non si abbiano seri motivi per desiderare che i rapporti tra individui di diversi gruppi funzionino male, è bene escludere il più possibile dalla conversazione anche interiore il sapere generale sui gruppi umani” [3]. Se è bene escludere “il sapere generale sui gruppi” (cioè potremmo dire i pregiudizi che hanno un fondamento nella realtà), a maggior ragione è necessario allontanare i pregiudizi che non hanno fondamento nella realtà ma solo sul sentito dire e sui luoghi comuni.
A tal proposito è interessante e divertente questa riflessione di un giovane rom raccolta dal più importante studioso italiano del popolo romanès: “Vivete solo di pregiudizi. Per voi noi si nasce col violino in mano e con due sole strade percorribili: il furto o il violino. Non si scappa da lì: o suoni o rubi. Il fatto che ci possano essere rom onesti e rom stonati a voi non passa nemmeno per l'anticamera del cervello. Dio ha dato ad ognuno la propria croce: a noi ha dato quella di sopportarvi” [4].
Note: 1) www.unesco.org/new/fileadmin/MULTIMEDIA/HQ/CLT/diversity/pdf/declaration_cultural_diversity_it.pdf: 2) Fukuda Parr: Lo sviluppo umano: 4° rapporto. La diversità culturale in un mondo di diversità. Rosenberg e Tellier; 3) Baroncelli F: Il razzismo è una gaffe, Donzelli 1996; 4) Piasere L: Scenari dell'antiziganismo, SEID, 2012.

 

L'eccezione conferma … che la regola è sbagliata (07/09/2018)  

E' possibile dare un giudizio su qualcosa che non si conosce?
Tutte le persone intelligenti risponderanno: “No”. Eppure tutti praticano questa assurdità. E' un modo di funzionare della nostra mente, che cerca di risparmiare la fatica di reperire, esaminare ed elaborare dati, preferendo farsi guidare dal pregiudizio, cioè da un giudizio previo, su qualcosa che non si conosce ancora, un giudizio sulla base del sentito dire o di superficiali impressioni.
Per secoli si è stati convinti che le donne non fossero adatte alla matematica e alle scienze. E non lo pensavano solo persone rozze e poco acculturate. Ne erano convinti filosofi e scienziati e le donne stesse. Al massimo si poteva riconoscere loro qualche altro pregio (Darwin scrive: «Le donne, anche se superiori agli uomini per qualità morali, intellettualmente sono inferiori»). In realtà la ricerca scientifica ha dimostrato che non esistono differenze tra maschi e femmine nel ragionamento astratto. Una revisione degli studi su matematica e genere (che ha preso in esame 500.000 soggetti) ha concluso che “Gli stereotipi sull’inferiorità femminile in matematica sono in aperto contrasto con i dati scientifici reali” e che differenze tra maschi e femmine si sono trovate solo in Paesi dove il pregiudizio su matematica e donne è forte e dove gli studi scientifici sono loro preclusi [1].
Infatti i pregiudizi possono “autorealizzarsi” e così rafforzare il pregiudizio medesimo: si ha il pregiudizio che una donna non abbia attitudine per la scienza e quindi non le si fanno studiare materie scientifiche, le si proibisce l'iscrizione a licei e università (fino a 150 anni fa in Italia e in molti Paesi occidentali), non si assegnano cattedre e se fa una scoperta scientifica fondamentale il Nobel viene assegnato al suo professore o a un suo collega. E' successo a Nettie Maria Stevens (ruolo dei cromosomi nell'ereditarietà), a Rosalind Franklin (scopritrice della struttura del DNA e RNA), a Jocelyn Bell-Burnell (scopritrice delle pulsar), a Lise Meitner (ha spiegato la fissione nucleare), Chien-Shiung Wu (studiosa delle forze deboli). Il risultato di tutte queste azioni, frutto del pregiudizio sull'incapacità delle donne di fare scienza, è che solo poche donne hanno avuto il Nobel o insegnano in cattedre prestigiose o dirigono progetti di ricerca.
Anche noi napoletani siamo vittime di pregiudizi: i napoletani sono scansafatiche, ladri, furbi, incivili, sporchi: spesso ne sono convinti gli stessi napoletani, però ognuno pensa di essere l'eccezione. Lo stesso vale anche per le donne: una ricerca ha evidenziato che la maggioranza delle donne condivide i pregiudizi sulle donne, ma quasi tutte ritengono di essere l'eccezione a questa regola, dimostrando così che il pregiudizio che hanno è falso (se la stragrande maggioranza fa eccezione, non può dirsi “eccezione” ma “condizione più diffusa”).
Al Sud la maggioranza non usa il casco, io sono un'eccezione”. I dati ci dicono che il 93,2% dei guidatori di moto e ciclomotori lo indossa [2].
Una delle frasi più idiote che il pensiero umano ha formulato è “L'eccezione conferma la regola”. Secondo logica invece “L'eccezione conferma che la regola è sbagliata”. In realtà “l'eccezione conferma la regola” è solo una strategia stupida per non accettare i dati della realtà che cozzano con il nostro pregiudizio. Se riteniamo che i napoletani sono scansafatiche, ladri, furbi, incivili, sporchi, di fronte a un napoletano che non ha queste caratteristiche o ne ha di opposte - e che quindi mette in crisi il nostro pregiudizio - ce ne usciamo con “non sembra un napoletano”, “è l'eccezione che conferma la regola”, e così possiamo rimanere col nostro pregiudizio.
Ancora oggi è estremamente diffuso il pregiudizio che “gli zingari” rapiscono i bambini (nei primi secoli della nostra era lo si diceva dei cristiani e fino a pochi decenni fa degli ebrei). Ricercatori dell'Università di Padova hanno voluto verificare quante condanne per rapimento di bambini sono state pronunciate nei confronti di rom e sinti. Il risultato è zero. Le denunce sono numerose, le condanne per tentato rapimento molte meno, ma di rapimenti accertati neanche l'ombra [3]. Allora è necessario domandarsi se non sia la paura delle mamme italiane che la zingara rapisca il bambino la causa di tante denunce di tentato rapimento e se non sia lo stereotipo della zingara rapitrice di bambini che la fa condannare per tentato rapimento (le condanne per tentato rapimento, a differenza di quelle per rapimento che devono basarsi su dati oggettivi, spesso hanno come unico elemento probante la parola di “non zingari” contro quella degli “zingari”).
Spesso gli stereotipi e i pregiudizi sono rinfocolati da chi ne può trarre vantaggio. Per molti anni amministratori campani, uomini politici e gruppi industriali del Nord (Impregilo) hanno sostenuto che “i campani sono antropologicamente refrattari alla raccolta differenziata”. Una buona scusa per non organizzarla e per lucrare sui rifiuti (ecoballe, trasporti ecc.). Oggi la raccolta differenziata in Campania è al 52%, superiore a quella del Lazio (42%), della Liguria (44%), della Toscana (51%), a dimostrazione che campani e abitanti del Nord e del Centro non sono poi così diversi [4].
Un altro esempio sono i sinistri automobilistici. La provincia di Napoli è solo al 26° posto per percentuale di sinistri automobilistici (in testa vi sono Genova, Firenze, Milano, Livorno, Modena, Padova) [5]. Eppure la maggioranza degli italiani e dei napoletani pensa che Napoli sia ai primi posti e di questo approfittano le compagnie di Assicurazione per tenere alti i premi.
In questi anni in Italia, e non solo in Italia, si sono costruite carriere politiche e raccolti consensi elettorali sulla paura dello straniero, dell'extracomunitario, dello zingaro, rinfocolando pregiudizi con dati falsi (il numero di stupri e altri reati commessi da stranieri) ed enfatizzando i comportamenti incivili o delittuosi commessi da questi soggetti (“extracomunitario uccide …, rapina, ruba ecc.” titolano i giornali, ma mai “italiano uccide, rapina, ruba ecc.” e in tal caso la notizia non ha lo stesso rilievo).
Le ricerche, i dati e le leggi della statistica ci dicono che i nostri pregiudizi quasi sempre non hanno alcun fondamento e, se lo hanno, non ci sono utili per prevedere le caratteristiche di un soggetto appartenente a un determinato gruppo. Eppure, malgrado ciò, gli stereotipi sono duri a morire, perché sono rassicuranti: ci piace pensare che il mondo sia prevedibile, semplice e schematico.
Fin da piccoli siamo stati abituati a pensare la diversità tra gli uomini come una diversità di colori (“razziali”: bianchi, negri, gialli, pellerossa ecc.; statali: italiani, francesi, tedeschi, inglesi, arabi, ecc.; regionali: Lombardi, Toscani, Campani, Siculi ecc). La realtà è molto più complessa: non è come le carte geografiche appese nelle aule scolastiche con ogni nazione e regione con il suo bel colore. Piuttosto è come il camice di un pittore dove un colore sfuma in un altro, si sovrappone, si frammischia a un altro. E i colori non sono determinati geneticamente e nemmeno dal territorio in cui si nasce o si vive, ma da una pluralità di fattori e sono frutto anche di scelte volontarie. Insomma è una realtà molto complessa e le semplificazioni creano solo problemi.
Noi siamo napoletani, ma non abbiamo niente in comune con camorristi, ladri, sfaticati, incivili (napoletani e non). Siamo più vicini agli stranieri che non a quegli italiani che vorrebbero che questi poveri cristi stessero nel loro Paese o in Libia a fare la fame, a marcire in un campo di detenzione o a subire guerre o dittature. Sentiamo straniero chi pensa solo a se stesso e alla sua famiglia, chi dice “prima noi del Nord” o “prima gli italiani”, chi crede che quel che conta sono i soldi o il potere, chi disprezza chi è povero, chi calpesta gli altri o tace di fronte alla discriminazione e all'ingiustizia. Più che napoletani, italiani, europei, occidentali ci sentiamo parte della grande famiglia umana, vicini soprattutto ai fratelli che sono poveri, emarginati, in difficoltà e sul fronte opposto da chi vuole che tali rimangano. Come diceva Don Milani “Io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri”. Una frase che piaceva molto a Marco Mascagna. E non poteva essere diversamente per una persona concretamente dalla parte degli ultimi, ecumenica nell'indole, che andava al di là delle appartenenze (collaborava con tre associazioni ambientaliste, era cattolico ma critico con molte posizioni della gerarchia, di sinistra ma capace di dialogare con chi era di destra).
L'8 settembre sono 27 anni che Marco ci ha lasciato, ma è come se stesse ancora con noi.

Note: 1) http://www.apa.org/pubs/journals/releases/bul-136-1-103.pdf; 2) ISS: Progetto Ulisse, 2016; 3) Tosi Cambini S: La zingara rapitrice, CISU 2008; 4) ISPRA: Rapporto Rifiuti Urbano 2017; 5) ISTAT 2016.

 

Sui vaccini un combattimento tra galli che non ci piace (16/08/2018)

Bianco o nero. Per alcuni la realtà non ha le mille gradazioni del grigio e nemmeno le infinite sfumature dell’intera gamma dei colori. 40 anni di “dibattiti televisivi” organizzati come un combattimento tra galli con le opposte tifoserie hanno prodotto questo effetto. C’è solo il Bene (che coincide con il mio “partito”) e il Male (gli “altri”), le cui posizioni sono estremizzate, deformate, caricaturizzate. Non è necessario ascoltare le tesi dell’altro (o degli altri) per confutarle con dati e argomentazioni o per accettarle se veritiere e convincenti; non è necessario approfondire la questione, studiare, cercare falsificazioni e verifiche. O sei dei nostri o sei “con quelli là” e tra le due parti può esserci solo lo scontro o l’insulto mai il dialogo rispettoso e l’argomentare.
Noi della Marco Mascagna abbiamo sempre rifiutato di essere una tifoseria e abbiamo sempre cercato di approfondire le questioni con “metodo scientifico”. Sulla “Terra dei fuochi” siamo stati insultati (“servi degli inquinatori”) e accusati di essere negazionisti, solo perché ponevamo all’attenzione fatti quali l’aumento dell’aspettativa di vita (e non la sua riduzione come si sarebbe dovuto verificare se veramente eravamo tutti “intossicati”), la riduzione dei tassi di incidenza standardizzati dei tumori (e non il loro aumento, come si sosteneva), l’incapacità delle piante evolute (i nostri ortaggi) di assorbire tossici presenti nel terreno, il mancato riscontro di contaminanti nella stragrande maggioranza dei terreni e in tutti gli ortaggi esaminati. E siamo stati accusati di essere “i soliti ambientalisti isterici” solo perché ricordavamo che la gestione dei rifiuti speciali è pessima, che il fumo dei roghi aggrava il già grave inquinamento atmosferico dovuto al trasporto su gomma, che è meglio riciclare che incenerire.
Ora è in corso un altro combattimento di galli, questa volta sulle vaccinazioni. O si è a favore della legge Lorenzin sull’obbligo vaccinale o si è no-vax.
Noi non siamo né con gli uni né con gli altri, e crediamo che sia utile anche in questo caso porre all’attenzione alcuni fatti.
Le vaccinazioni sono una scoperta cruciale nella storia della medicina e hanno salvato la vita a milioni di persone [1]; non è vero che causano l’autismo [2, 3, 4, 5], i loro effetti collaterali sono rari e quelli gravi rarissimi [3, 4]; i vaccini polivalenti oggi in uso contengono molto meno antigeni di un vaccino monovalente di 50 o 40 anni fa e non sovraccaricano per niente il sistema immunitario di un bambino [6]. Chi dice il contrario non è bene informato.
Ma lo stesso si deve dire per tutti quelli (e sono tanti, soprattutto politici e giornalisti) che dicono "In tutti i Paesi europei le vaccinazioni sono obbligatorie". Ciò non è vero. La realtà è questa: in 19 Paesi europei non è obbligatoria nessuna vaccinazione e solo l’Italia e la Lettonia primeggiano nelle vaccinazioni obbligatorie [7].
Fino al decreto Lorenzin l’Italia aveva 4 vaccinazioni obbligatorie (antipolio, antidifterica, antitetanica ed antiepatite B) e l’obbligatorietà era più nominale che sostanziale perché, con la legge di depenalizzazione 689/81, l'omessa vaccinazione da reato è diventata un illecito amministrativo; col decreto legge 273/1994 viene abolita la possibilità di segnalare al Tribunale dei Minori i genitori inadempienti; con DPR n° 355/1999 è stato soppresso il divieto di frequenza scolastica per i non vaccinati, divieto che la Corte Costituzionale ha dichiarato in contrasto con il principio dell’istruzione obbligatoria per tutti i minori. Ma c'è di più, il Piano Nazionale per le Vaccinazioni 1997-2000 ha prospettato l’opportunità di un superamento dell'obbligo vaccinale e il Piano Nazionale Vaccini 2005-2007 ha permesso la sospensione dell’obbligo vaccinale per le Regioni che volevano sperimentarla. Sulla base di tali indicazioni la Regione Veneto ha approvato una legge regionale (LR 7/2007) che sospende l'obbligo vaccinale e le regioni Piemonte e Lombardia hanno sospeso le sanzioni amministrative nei casi di rifiuto delle vaccinazioni [8] Quindi dal 1997 al 2016 i vari Ministri della Salute hanno visto di buon occhio la non obbligatorietà dei vaccini e hanno lavorato per realizzarla, poi nel 2017 un improvviso cambio di direzione.
Le coperture vaccinali sono state a livelli soddisfacenti fino al 2013 per i vaccini obbligatori (antipolio, antidifterica, antitetanica e anti epatite B), e anche per la pertosse e per l'Hemofilo, ma non per il morbillo, la parotite, la rosolia e la varicella (9). Dal 2013 si assiste ad un lieve calo delle coperture delle vaccinazioni obbligatorie, dell’antipertosse e dell’anti-emofilo mentre le coperture delle altre vaccinazioni continuano lentamente ad aumentare, ma meno di quanto programmato [9]. Se si esamina la situazione nelle varie regioni e province autonome italiane appare una situazione molto diversificata, con la Provincia di Bolzano, la Val d'Aosta, il Friuli-Venezia Giulia con le coperture più basse (67% per Bolzano contro una media nazionale dell'87%) e con una variabilità tra un anno e l’altro [9]. Tutto ciò rende poco credibile che il calo delle vaccinazioni dipenda dal venire meno dell’obbligo in alcune regioni o dall’azione degli antivaccinisti. E' molto probabile, invece, che abbiano un ruolo rilevante altri fattori, che rendono meno facile per i genitori praticare la vaccinazione ai loro figli in quel determinato contesto o periodo temporale [10]. Negli ultimi anni il personale delle ASL si è ridotto sempre più e molti centri vaccinali sono stati chiusi o hanno funzionato part-time, rendendo più difficile ai genitori far praticare le vaccinazioni ai loro figli, soprattutto in zone montane come quelle di Bolzano, Val d’Aosta e Friuli. Che ci siano difficoltà a vaccinare più che contrarietà ai vaccini è dimostrato anche dal fatto che molti vaccinano con ritardo. Per esempio, sono ben il 5% dei nati nel 1994 che esegue la vaccinazione antimorbillosa con un ritardo di massimo un anno (87,3% a 24 mesi, 92,4% a 36 mesi). Quindi ascrivere, come fanno alcuni “vaccinisti”, tutti quelli che non praticano le vaccinazioni entro i termini previsti al partito dei no-vax è sbagliato
Gli antivaccinisti in Italia sono solo lo 0,7% dei genitori [11] eppure, “i galli pro Lorenzin” ascrivono a questo gruppo chiunque sollevi anche un piccolo dubbio su una qualsiasi vaccinazione o sulla necessità dell’obbligatorietà di 10 vaccinazioni. Va detto che gli antivaccinisti sono sì un’esigua minoranza ma molto convinta e attiva, soprattutto su Internet, e dicono molte sciocchezze, fanno spesso “ragionamenti illogici” e tendono a far leva sull’emotività e a spaventare le persone. Tutte cose riprovevoli. Ma anche i “vaccinisti” non sono esenti da tali difetti.
Per esempio il dott. Burioni in un’intervista afferma “Il mercurio è stato eliminato dai vaccini” [12]. In realtà il mercurio è ancora presente in alcuni vaccini per adulti. Il prof. Galassi, docente di storia della medicina, ha affermato “Il rifiuto dei vaccini è il più grande rischio per la specie umana: peggio della bomba atomica” [13]. O, ancora, si fa credere che l' "effetto gregge" esista per tutte le vaccinazioni (per antitetanica e antidifterica non esiste) o che sia sempre al 95% di copertura, cose non vere.
Il dibattito sui vaccini ha purtroppo smesso di essere una discussione scientifica (su quali vaccini puntare, se cercare di eradicare la malattia o no, quale livello di copertura è necessario per realizzare l’effetto gregge ecc.) per diventare uno scontro politico, un combattimento di galli che purtroppo piace tanto a una parte dei cittadini. Un dibattito che, come abbiamo visto, non tiene conto della realtà. E non ne tiene conto anche perché varie ricerche hanno evidenziato che le posizioni sui vaccini dei genitori sono molto diversificate: ad un estremo vi sono gli antivaccinisti, contrari alle vaccinazioni tout court, all’altro estremo coloro che non vivono la vaccinazione come un problema, anzi, come un’efficace difesa. Tra questi due estremi vi è una pluralità di posizioni, caratterizzate da questi dilemmi: “Per il bene di mio figlio è meglio fare o non fare questa particolare vaccinazione? Meglio farla ora o più tardi? Meglio insieme ad altre o no? Di chi mi posso fidare per avere lumi in proposito?” [10]. E questi genitori non sono per nulla “antiscientifici” e dogmatici, anzi danno un gran valore alla conoscenza scientifica [14] e non sono per niente contrari alle vaccinazioni, infatti nella stragrande maggioranza alla fine decidono di vaccinare i figli e se solo ci fosse il sospetto di un inizio di epidemia si precipiterebbero ai centri vaccinali. Questa ampia e plurale fetta di genitori teme solo che il rapporto benefici/rischi oggi sia basso, oggi che queste malattie sono così rare (“Perché rischiare gli effetti collaterali della vaccinazione se la probabilità di contrarre la malattie contro cui è diretta oggi è remota? Perché rischiare un effetto collaterale al proprio figlio per salvaguardare qualche bambino che non neppure si conosce?”) [10]. Questi genitori pongono problemi reali, vivono dilemmi etici e non è giusto (e nemmeno utile per aumentare le coperture vaccinali) colpevolizzarli, disprezzarli o prenderli in giro.
In ultimo non possiamo non dire che oggi i nostri principali problemi sanitari non sono le malattie infettive (come si è dimostrato anche con la pandemia A/H1N1 del 2009, che ha causato centinaia di morti e non decine di milioni come la pandemia di Spagnola del 1918, pur avendo coperture molto basse, in Italia del 19%), ma le malattie cronico-degenerative (dovute all'invecchiamento della popolazione, all’alimentazione eccessiva ed errata, alla diffusa sedentarietà, a livelli di inquinamento intollerabili, ad abitudini voluttuarie come il fumo e l’alcol) e le disuguaglianze di salute (i poveri e le persone di bassa istruzione si ammalano di più, diventano disabili e muoiono molto prima di ricchi e benestanti). Non possiamo non ricordare che gli interventi di prevenzione oggi ritenuti più utili ed efficaci sono la promozione della lettura ad altra voce ai bambini tra 1 e 3 anni [15, 16] e la lotta al tabagismo (tramite le metodologie del “consiglio breve” e del “counselling breve” da parte dei sanitari e interventi scolastici) [17], interventi sconosciuti ai nostri politici e quasi del tutto trascurati dal nostro SSN.
Insomma i combattimenti dei galli sono primitivi, incivili, vergognosi, essere parte di una delle tifoserie non è una bella cosa, farsi prendere dall’emotività e dalla passione del combattimento offusca la mente. L’ascolto, il dialogo rispettoso, il confronto con i dati di realtà, la ricerca di possibili falsificazioni delle proprie tesi sono invece indice di civiltà, di amore per la verità, di maturità e di saggezza.
Note: 1) Bedford H, Elliman H: Concerns about immunisation, BMJ. 2000 Jan 22; 2) Gerber JS, Offitt PA: Vaccines and autism: a tale of shifting hypoteses, Clin Infect Dis, 2010; 3) Institute of Medicine: Adverse Effects of Vaccines: Evidence and Causality, 2011; 4) American Academy of Paediatrics: Vaccine Safety: Examine the evidence, 2013; 5) Taylor LE et al: Vaccines are not associated with autism: an evidence-based meta-analysis of case-control and cohort studies, Vaccine, 2014; 6) Glanz JM et al: Association Between Estimated Cumulative Vaccine Antigen Exposure Through the First 23 Months of Life and Non-Vaccine-Targeted Infections From 24 Through 47 Months of Age, JAMA 2018; 7) European Center for Desease Prevention and Control: http://vaccine-schedule.ecdc.europa.eu/Pages/Scheduler.aspx; 8) Ministero della Salute: www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_1721_allegato.pdf; 9) www.salute.gov.it/portale/documentazione/p6_2_8_3_1.jsp?lingua=italiano&id=20; 10) https://prevenzione.aulss9.veneto.it/docs/RicercheScelteVaccinali/Indagine-Determinanti-Scelta-Vaccinale-Report.pdf; 11) Giambi et al: Parental vaccine hesitancy in Italy, results from a national survey, Vaccine, 2018; 12) https://www.blogmamma.it/mercurio-e-vaccini-intervista-al-dr-burioni-video; 13) http://espresso.repubblica.it/attualita/2017/11/30/news/altro-che-bomba-atomica-e-il-rifiuto-dei-vaccini-il-piu-grande-rischio-1.315260; 14) Gullion JS et al: Deciding to opt out of childhood vaccination mandates, Public Health Nurs. 2008; 15) Duursma E et al: Reading aloud to children: the evidence. Arch Dis Child 2008; 16) American Academy of Pediatrics 2008 http://www.brightfutures.aap.org/3rd_Edition_Guidelines_and_Pocket_Guide.html; 17) Faggiano F et al.: Prevenzione primaria del fumo di tabacco.Linee-Guida. SNLG, 2013.
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Un nuovo video documenta le torture contro i migranti in Libia: non possiamo, non dobbiamo più tacere (13/08/2018)

Il Corriere della Sera ha pubblicato un video che documenta le torture a cui vengono sottoposti i migranti in Libia (https://www.corriere.it/video-articoli/2018/01/24/inferno-libia-oggi-vi-ammazziamo-tutti-migranti-torturati-video-chiedere-riscatto/2a2dce8c-0144-11e8-b515-cd75c32c6722.shtml)
Su Internet ve ne sono decine e tutte da fonti autorevoli (ONU, Medici Senza Frontiere, Televisione Danese, RAI ecc.). Qui di seguito ve ne segnaliamo alcuni:
https://www.youtube.com/watch?v=VeTsLhyXFig
https://www.youtube.com/watch?v=vlLdIDDccy4
https://www.youtube.com/watch?v=YuTTFhP4H-k
https://www.youtube.com/watch?v=xf47SxvdapQ
https://www.youtube.com/watch?v=RedUCC5ncIk
https://www.youtube.com/watch?v=X-TUjL3NWg8
https://www.youtube.com/watch?v=3sxhwEDKWSE
ONU, Amnesty International, Medici Senza Frontiere, Human Right Watch hanno pubblicato rapporti che denunciano le situazione disumane nelle quali sono tenuti i migranti in mano ai trafficanti e nei campi di concentramento gestiti dalle “autorità pubbliche” (le virgolette sono d'obbligo considerando la situazione di semianarchia presente nel Paese e la commistione tra autorità pubbliche e trafficanti).
Ma tutte queste denunce non sono servite a fermare la politica di bloccare i migranti in Libia perseguita prima dal Ministro Minniti del Governo Gentiloni e ora dal Ministro Salvini del Governo Conte.
La cosa più grave è che tale politica è vista con favore dalla maggioranza degli italiani: l'anno scorso il 63% era d'accordo con Minniti [1], ora il 59% è d'accordo con Salvini (tra cui il 29% degli elettori del PD) [2].
Ciò che emerge da tutti i sondaggi è la percezione totalmente distorta che la stragrande maggioranza degli italiani ha del fenomeno migratorio: si sovrastima enormemente il numero di migranti che giunge nel nostro Paese, di stranieri presenti in Italia, di reati che commettono, si è convinti che siamo il Paese che più accoglie stranieri, che ha più richieste di asilo (siamo al 16° posto in Europa), si ignora che ogni anno circa 100.000 italiani emigrano all'estero per avere un lavoro e uno stipendio migliore, che l' “immigrazione clandestina” esiste perché dal 2012 l'Italia ha ridotto quasi a zero i permessi di ingresso per lavoro (facendo un gran regalo ai trafficanti, a chi gestisce i centri di detenzione e a chi sfrutta il lavoro nero), che l'arrivo di lavoratori stranieri ha un effetto positivo per la nostra economia e che secondo ISTAT, ONU e INPS ne dovrebbero arrivare molti di più.
Tutte cose che noi della Marco Mascagna diciamo da anni. Ma tutto ciò non basta. Bisogna dialogare con chi non la pensa come noi e riuscire a destrutturare questa percezione distorta della realtà; bisogna controbbattere alle menzogne e ai luoghi comuni falsi presenti su blog, siti, giornali, pagine facebook e liste Whatsapp; bisogna far percepire il migrante non come un alieno che vuole invaderci ma come un uomo come noi, con i nostri stessi sentimenti, speranze, bisogni, è necessario indurre le persone a mettersi nei panni di questi nostri fratelli, perché al loro posto avremmo potuto esserci noi.
Sulla nostra pagina facebook e sul nostro sito trovi i messaggi che abbiamo scritto su questo tema e che pensiamo possano essere di aiuto in questo impegno etico e politico che dobbiamo perseguire con costanza, tenacia e determinazione, secondo i principi della nonviolenza. Te ne ricordiamo i principali:
Alcune cose che pochi sanno sugli immigrati (messaggio 14 del 2 luglio 2018)
Luoghi comuni (falsi) sugli immigrati (messaggio 13 del 19 giugno)
Perché, chi l'ha determinato e a chi serve il “problema immigrati” (messaggio 12 del 6 giugno 2018)
Meglio che muoiano? (messaggio 8 del 28 marzo)
La criminalità diminuisce sempre di più ma gli italiani pensano il contrario. Come mai? (messaggio 23 del 26 ottobre)
La Marco Mascagna alla marcia contro razzismo e intolleranza, per la giustizia e l’uguaglianza (messaggio 22 del 16 ottobre 2017)
Il dovere di restare umani e di dire “Non in mio nome” (messaggio 19 del 4 settembre 2018)
La demografia smaschera la demagogia (messaggio 8 del 9 marzo 2017)
Svegliamoci e prendiamo posizione (messaggio 5 dell'8 febbraio 2017)
Disumani (messaggio 25 del 16 novembre 2016)

Note: 1) https://www.termometropolitico.it/1265049_sondaggi-ong-minniti.html; 2) https://www.corriere.it/politica/18_giugno_16/politica-porti-chiusi-convince-59percento-italiani-elettore-pd-tre-395f07c4-70d2-11e8-8f08-e72858c58491.shtml

 

Luoghi comuni (falsi) sugli immigrati (23/06/2018)

Varie indagini dimostrano che gran parte degli italiani hanno convinzioni sull'immigrazione che non corrispondono alla realtà. Ciò è stato determinato soprattutto da alcuni organi di informazione e alcune forze politiche che hanno diffuso per anni notizie false sull'immigrazione. Come diceva Oscar Wilde “Nulla è più efficace di un luogo comune”. E sui migranti (e purtroppo non solo su loro) circolano molti luoghi comuni che, proprio per essere tali, sono ritenuti certi dalla maggioranza delle persone. Esaminiamone alcuni:
“E' un'invasione”, “Un'enorme massa di persone preme alle nostre porte”, “Un esodo biblico”. Queste sono frasi sulla bocca di quasi tutti e di tutti i giornali più venduti. I dati ci dicono che:
- negli ultimi 10 anni circa 700.000 persone sono sbarcate in Italia (con un picco di 181.000 nel 2016), cioè 70.000 all'anno, pari a 1 immigrato all'anno ogni 864 italiani. Solo un folle o un imbroglione può dire che 864 persone sono invase da una persona [1, 2];
- fino al 2015 la maggioranza di queste persone (secondo stime anche il 90%) lasciava l'Italia per recarsi in altri Paesi europei, poi, con l'accordo sugli hotspot e il III regolamento di Dublino firmato dall'Italia, la situazione si è invertita, e ora si stima che il 90% rimanga in Italia. Anche se tutti rimanessero in Italia e l'Italia accogliesse 200.000 persone all'anno, si tratterebbe di 1 persona ogni 300 italiani all'anno. Non è un'invasione, è la quota ottimale secondo ISTAT, INPS e ONU per affrontare il grave problema dell'invecchiamento della popolazione [3, 4, 5];
- attualmente, dopo oltre 25 anni di immigrazione, ci sono in Italia 5 milioni di stranieri regolari e 491.000 irregolari. Per un Paese di 60 milioni di abitanti, non è molto [6, 7].
Non possiamo accoglierli tutti noi”, “L'Europa ci ha lasciato soli”.
L'Italia non è il Paese con più stranieri. La Germania ha 8,7 milioni di stranieri, il Regno Unito 5,6 milioni, l'Italia 5,0 milioni, la Spagna e la Francia 4,4 milioni. Va considerato che l'Italia dà la cittadinanza con molta più difficoltà di altri Paesi (in particolare della Francia, dove vige lo ius soli), per cui in Italia sono contati come stranieri anche figli di stranieri, nati in Italia e vissuti qui per 18 anni.
L'Italia è all'11 posto in Europa per numero di rifugiati ogni 100 abitanti. Veniamo dopo Svezia (2,3%), Malta (1,8%), Norvegia (1,1), Austria (1,1), Cipro (1,0), Svizzera (1,0), Germania (0,8), Olanda (0,6), Danimarca (0,6), Francia (0,5): in Italia sono lo 0,2%
Non siamo al 1° posto nemmeno per richieste di asilo. Nel 2016 la Germania ha avuto 750.000 richieste, l'Italia 122.000. La Grecia (10,7 milioni di abitanti) 51.000. Se si considerano le richieste di asilo tra il 2010 e il 2016 siamo sempre dopo la Germania e poco al di sopra della Francia.
Se si considerano le richieste d'asilo per 100 abitanti siamo al 16° posto, al primo posto va la Svezia (4%), la tanto vituperata Malta ci supera di molto: 2,7 richieste di asilo ogni 100 abitanti contro le 0,8 richieste dell'Italia [8, 9].
“Diamo 35 euro al giorno agli stranieri e niente agli italiani”
I 35 euro per immigrato sono dati agli italiani che gestiscono i centri di accoglienza. Di questi soldi 2,5 euro sono dati all'immigrato per le sue esigenze personali (contatti con i familiari ecc.), il resto serve all'organizzazione per spese di alloggio, vitto, pulizia, stipendi ecc. Qualche organizzazione, per guadagnarci al massimo, tiene gli immigrati in condizioni disumane, altre si prodigano perché spinti da passione etica.
“Ci rubano il lavoro”, “Gli stranieri sono un peso per l'Italia”
I dati Istat mostrano come i lavoratori immigrati tendono a fare lavori che gli italiani rifiutano esercitare: collaboratori domestici, badanti, venditori ambulanti, pastori, braccianti, facchini. Se non ci fosse chi fa questi lavori l'economia avrebbe ripercussioni negative e si perderebbero molti posti nei lavori collegati (p. es. se non ci fossero i pastori si perderebbero posti nelle industrie casearie e nel commercio) [10];
Tra imposte e contributi previdenziali i cittadini stranieri versano 16,5 miliardi di euro all’anno. Mettendo a confronto queste entrate con tutte le uscite rivolte agli immigrati (anche per non farli venire e tenerli chiusi nei centri) il saldo è in attivo per lo stato italiano di ben 3,9 miliardi di euro [10].
“Continuando ad accoglier i migranti diventeremo un paese islamico e le donne dovranno girare col velo”
La maggioranza degli immigrati è cristiana, i mussulmani sono il 32%. La percentuale di persone di religione islamica in Italia è stazionaria [11].
“Le ONG favoriscono l'immigrazione clandestina”, “Se non ci fossero le navi delle ONG non partirebbero”, Le navi delle ONG sono taxi del mare”.
L'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale ha effettuato una ricerca per vedere se i flussi di migranti hanno una relazione con la presenza delle navi delle ONG. La conclusione è la seguente: “I dati mostrano che tra il 2015 (anno nel quale iniziano ad operare le ONG) e oggi le attività delle ong non hanno fatto da pull factor (cioè non sono un fattore di attrazione) e non sono correlate con l’aumento dei flussi. Che le ong operassero in mare o meno i flussi non ne erano influenzati. Non c’è una correlazione neanche minima tra le due cose” [12]. Quindi le navi delle ONG non favoriscono le partenze, cercano di impedire che le persone muoiano in mare. Ma sembra che alcuni politici e cittadini italiani questo desiderano: che muoiano in mare o nei lager libici, purché non arrivino in Italia.
Dall'inizio dell'anno al 22 maggio 2018 10.659 migranti sono giunti in Italia e 384 sono morti in mare nell'area controllata dall'Italia, l'anno scorso i migranti giunti in Italia nello stesso periodo sono stati 60.000: probabilmente 50.000 sono stati fermati nei lager libici, con grande gioia di Minniti e di tanti italiani [13]. Ma Salvini non può essere da meno e sta facendo di tutto per dimostrarlo. In questa gara a chi è più duro (cioè più cinico) chi ci rimette sono i poveri migranti: dal 2015 al 2017 la probabilità di morire in mare per arrivare in Italia è triplicata [14]
Note: 1) ISMU http://www.ismu.org/2017/02/online-dati-sui-richiedenti-asilo-anni-2010-2016/; 2 Ministero degli Interni; 3) ONU Department of Economic and Social Affairs Population Division,Word Population Ageing 1950-2050,www.un.org; 4) ISTAT, Il futuro demografico del Paese: www.istat.it/it/archivio/48875; 5) INPS Centro Studi e Ricerche 2017; 6) ISTAT; 7) ISMU: XXIII rapporto sulle migrazioni www.ismu.org/wp-content/uploads/2017/12/Comunicato-23esimo-rapporto-ISMU.pdf; 8) Eurostat 2018; 9) UNHCR 2018; 10) https://www.mulino.it/isbn/9788815273048; 11) CESNUR Centro Studi Nuove Religioni; 12) https://www.ispionline.it; 13) IOM 2018 http://www.italy.iom.int/it/arrivi-mare-e-migranti-dispersi; 14) www.amnesty.it/morti-nel-mediterraneo-le-complicita-dei-governi-europei/

 

Perché, chi l'ha determinato e a chi serve il “problema immigrati” (11/06/2018)

Per capire la “questione immigrati”, perché è diventata un problema e se gli interventi attuati hanno migliorato o peggiorato la situazione, è molto utile ripercorrere la storia degli interventi governativi degli ultimi 20 anni su questo tema, anche per dare un giudizio sull'operato delle forze politiche.
Nel 1998 viene varata la legge Turco-Napolitano che prevede quote annuali di ingresso per cittadini stranieri chiamati a lavorare da datori di lavoro (cioè uno straniero può venire in Italia solo se dimostra che un datore di lavoro lo vuole assumere). Ogni anno il Governo stabilisce con un “decreto flussi” la quota di stranieri che possono entrare in Italia per lavoro: a questi viene rilasciato un permesso, per cui diventano immigrati “regolari”.
L'impianto della legge Turco-Napolitano viene mantenuto dalla legge Bossi-Fini del 2002 con alcune modifiche di cui due particolarmente importanti:
1) sono concessi con grande difficoltà permessi a stranieri che provengono da Paesi che non contrastano l'emigrazione e/o che non accolgono gli espulsi dall'Italia e il diniego del permesso non deve essere più motivato (e, di conseguenza, non è più appellabile);
2) è abolita la possibilità che uno straniero regolare possa ospitare per un anno un connazionale (garantendogli alloggio, vitto e assistenza sanitaria) per consentirgli di iscriversi alle liste di collocamento per cercare un lavoro.
La prima norma ha determinato l'impossibilità per persone di Paesi con forte emigrazione o con relazioni non buone con l'Italia di entrare legalmente nel nostro Paese. Di conseguenza sono state rifiutate dall'Italia persone particolarmente bisognose di emigrare (per povertà o per fuggire da regimi poco democratici).
La seconda norma lasciava in piedi solo la possibilità di entrare per chiamata diretta del datore di lavoro di uno straniero ancora non presente in Italia. Poiché i datori di lavoro molto difficilmente assumono qualcuno che non hanno neanche visto, ciò ha determinato la necessità di entrare in maniera irregolare in Italia per cercare un lavoro (e spesso svolgerlo per un certo periodo di tempo), ritornando poi nel proprio Paese per poter essere chiamati dal datore di lavoro. Una procedura costosa, farragginosa e ipocrita.
L'effetto di questi due provvedimenti è stato un aumento degli immigrati irregolari e la necessità di procedere a sanatorie per venire incontro ai datori di lavoro (in particolare alle famiglie che avevano in casa un/una badante o un/una colf a cui si erano affezionati).
Nel 2009 (Ministro degli Interni Maroni) viene varato il Pacchetto Sicurezza (legge 94/99) che prevede norme per rendere più facili le espulsioni e per contrastare gli irregolari (pene per chi affitta agli irregolari, reato di ingresso e soggiorno illegale, aggravante della “clandestinità” ecc.). Queste norme non hanno incrementato granché le espulsioni (ma le hanno rese più arbitrarie) e non hanno ridotto il numero degli irregolari. Hanno invece peggiorato la loro situazione (fitti più alti per avere un alloggio; impossibilità di denunciare reati, vessazioni o sfruttamento di cui si è vittime, per non finire sotto processo o espulsi; ecc.).
Il Pacchetto Sicurezza ha anche aumentato il numero degli irregolari grazie all'introduzione dell'obbligo di dimostrare la disponibilità di un alloggio conforme a determinati requisiti (verificati da ASL e Comune). Se prima una coppia di coniugi o alcuni connazionali abitavano in uno stesso appartamento ed erano tutti regolari ora quell'appartamento diventa idoneo per una sola persona e gli altri diventano così irregolari, non avendo la possibilità economica di prenderne uno adeguato.
Il Pacchetto Sicurezza, inoltre, ha allungato la permanenza degli stranieri nei CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) a 6 mesi. Successivamente la legge 129/2011 (Governo Berlusconi) ha ulteriormente prolungato la permanenza nei CIE fino a 18 mesi.
L'accordo UE sugli hotspot, siglato nel 2015 dal Governo Renzi, dispone che in questi centri si proceda a un sommario interrogatorio del migrante per smistarlo a un centro di prima accoglienza (se si ritiene che abbia diritto all' “asilo”) o a un CIE (per identificarlo ed espellerlo).
La legge Minniti (46/2017, Governo Gentiloni) ha cambiato composizione e procedure per l'accertamento del “diritto d'asilo” (un solo grado di giudizio, esame solo sulla documentazione scritta senza contraddittorio e senza bisogno di convocare il richiedente ecc.).
Tutte queste ultime leggi hanno portato a un enorme aumento dei costi e del personale addetto a gestire gli stranieri (per la gran parte cooperative e società) e a una drastica riduzione delle ammissioni all' “asilo” (e quindi a un aumento degli irregolari). Nel 2012 solo il 22% delle domande di “asilo” veniva respinto, nel 2013 e nel 2014 il 39%, nel 2015 il 59%, nel 2016 il 56%, nel 2017 il 53% [1].
E' particolarmente istruttivo anche analizzare i decreti flussi (cioè il numero di stranieri che ogni anno possono venire in Italia per lavoro avendo il relativo permesso) e le sanatorie degli stranieri irregolari.
Dal 1998 a oggi il numero di permessi stabiliti per anno:
1998: 58.000
1999: 278.000 (58.000 permessi più 214.000 irregolari sanati)
2000: 63.000
2001: 89.400 (di cui 39.400 stagionali)
2002: 773.500 (79.000 permessi e 694.000 sanati)
2003: 79.500 (di cui 68.500 stagionali)
2004: 115.500 (di cui 50.000 stagionali)
2005: 180.000 (di cui 45.000 stagionali)
2006: 580.000 (di cui 80.000 stagionali)
2007: 47.100
2008: 150.000
2009: 375.000 (80.000 stagionali e 295.000 sanati)
2010: 80.000 stagionali
2011: 160.000 (di cui 60.000 stagionali)
2012: 52.850 (di cui 39.000 stagionali)
2013: 47.850 (di cui 30.000 stagionali)
2014: 10.000 stagionali
2015: 13.000 stagionali
2016: 30.850 (di cui 13.000 stagionali)
2017: 30.850 (di cui 13.850 stagionali)
Da questi dati emerge in maniera evidente:
1) il ridursi negli ultimi anni dei permessi concessi: nel periodo 1998-2009 la media dei permessi rilasciati è di 232.000 all'anno; dal 2010 in poi di 53.000. Il Governo Renzi è quello che supera tutti per esiguità dei permessi rilasciati (17.950 all'anno di cui il 56% per stagionali), i governi di destra quelli che hanno rilasciato più permessi;
2) il prevalere dal 2009 in poi dei permessi per lavoro stagionale (massimo 6 mesi).
Quello che i dati non dicono è che gran parte dei permessi rilasciati (soprattutto negli ultimi 6 anni) sono serviti a regolarizzare persone che già erano regolari e che sono diventate irregolari grazie alle norme introdotte. In alcuni anni solo il 10% della quota (pari a 1000-3000 persone) è servita a far entrare nuove persone o a regolarizzare persone da sempre irregolari [2].
L'aumento degli sbarchi dal 2011 in poi dipende in parte dalle guerre in Medio Oriente e in Africa e dall'avanzata dei fondamentalisti islamici, che fa fuggire chi può, ma dipende anche dall'impossibilità di entrare nel nostro Paese attraverso percorsi legali, come avveniva prima.
La popolazione italiana negli ultimi 20 anni è diminuita di 1,5 milioni di abitanti, attualmente ogni anno c'è un saldo negativo di circa 150.000 abitanti e nei prossimi 12 anni è prevista una diminuzione di circa 3 milioni di abitanti, con 4 milioni di vecchi in più [3]. Abbiamo quindi un estremo bisogno di immigrati giovani per badare ai nostri vecchi, per svolgere lavori che gli italiani non vogliono svolgere (badante, pastore, bracciante, colf, operaio non qualificato, inserviente ecc.), per avere una massa di adulti che paghi i contributi per garantire le nostre pensioni. Secondo l'ISTAT abbiamo bisogno di almeno 200.000 immigrati all'anno [4], eppure negli ultimi anni abbiamo permesso solo a 3.000-5.000 persone di arrivare in Italia per lavoro e abbiamo dato asilo o protezione a circa 34.000 persone all'anno.
Invece di “mandare via i 600.000 irregolari presenti nel nostro Paese” (come dice Salvini falsando i dati, perché sono 491.000 [4]) li dovremmo regolarizzare tutti. In questa maniera i 137.000 migranti chiusi nei CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) potrebbero riacquistare la libertà e guadagnarsi da vivere senza gravare sulle casse dello Stato, mentre gli altri 354.000 che ora lavorano a nero potrebbero far valere i loro diritti di lavoratori e finire di essere sfruttati. In questa maniera, inoltre, i loro datori di lavoro verserebbero tasse e contributi con enormi vantaggi per le casse dello Stato e dell'INPS.
Accogliere chi è in difficoltà non è solo un dovere etico, è per noi anche una manna dal cielo per risolvere i nostri problemi. I Governi che si sono succeduti in Italia hanno varato provvedimenti che, invece di facilitare l'ingresso legale e controllato dei migranti - indispensabili al nostro Paese - hanno creato una massa di 491.000 irregolari che, proprio per essere irregolari, lavorano a nero, hanno salari da fame, spesso preferiscono chiedere l'elemosina invece di lavorare (se la paga oraria è di 2 euro l'ora, lo faremmo anche noi) o, in pochi casi, delinquere. Tale situazione peggiora anche la condizione degli italiani poveri, che vedono in questi disperati dei concorrenti (“ci tolgono il lavoro”, “lo rendono con meno garanzie”).
Gli immigrati ci servono, sono indispensabili. Averli irregolari può essere utile solo a datori di lavoro senza scrupoli (per poterli sfruttare senza che possano ribellarsi e per utilizzarli come si usavano i crumiri nell'800) e ai politici che, invece di affrontare i problemi del Paese (la povertà, le enormi disuguaglianze, la finanziarizzazione dell'economia, i gravi problemi ambientali, l'enorme debito pubblico, l'aumento delle persone non autosufficienti ecc.), li usano come capro espiatorio per il malcontento diffuso al fine di guadagnare facili consensi.

Note: 1) dati del Ministero degli Interni; 2) www.rivistapaginauno.it/la_schizofrenia_dell%27accoglienza.php; 3) ISTAT: Il futuro demografico del Paese: www.istat.it/it/archivio/48875 anche l'ONU e l'INPS stimano un fabbisogno simile: ONU Department of Economic and Social Affairs Population Division,Word Population Ageing 1950-2050, INPS Centro Studi e Ricerche 2017; 4) ISMU: XXIII rapporto sulle migrazioni www.ismu.org/wp-content/uploads/2017/12/Comunicato-23esimo-rapporto-ISMU.pdf;

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Per rilanciare l'economia è prioritario ridurre le disuguaglianze e introdurre una tassa sui patrimoni: ora lo dicono anche il FMI e l'OCSE (25/05/2018)

L'OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) e il FMI (Fondo Monetario Internazionale) per molti anni hanno predicato la necessità di riforme strutturali tese a ridurre le tasse, diminuire la spesa pubblica, liberalizzare i mercati anche tramite la privatizzazione di beni pubblici. Oggi entrambi hanno cambiato idea.
Il FMI, analizzando la situazione italiana, afferma che per ridurre il debito e mettere a posto i conti pubblici è necessario ridurre il carico fiscale sui lavoratori e aumentare quello su “ricchezze, immobili e consumi”, cioè introdurre una “patrimoniale soggettiva” (che tassi cioè il patrimonio complessivo della persona), reintrodurre la tassa sulla prima casa abolita dal Governo Renzi, e aumentare l'IVA sui beni non di prima necessità (ridotta dal Governo Berlusconi). Altri provvedimenti necessari per il FMI sono il sostegno alle fasce più deboli, il taglio della spesa primaria corrente e l'aumento degli investimenti [1].
L'OCSE, nell'ultimo rapporto [2], ammette che le ricette indicate in questi anni non hanno portato ai risultati sperati, ma ad una stagnazione economica e all'aumento delle disuguaglianze. In particolare il rapporto sottolinea che le disuguaglianze economiche risultano dannose per la crescita di lungo periodo e che le politiche strutturali non servono se non sono accompagnate da misure che distribuiscano in modo più equo la ricchezza prodotta.
Da tempo la maggioranza degli economisti ha richiamato l'attenzione sul ruolo delle disuguaglianze economiche e dell'aumento dei poveri come freno allo sviluppo economico: più poveri ci sono e più i consumi, e quindi le vendite, calano; più i disoccupati e i precari aumentano e più i salari diminuiscono e, quindi, aumentano i poveri; più i salari diminuiscono e più le imprese riescono a fare buoni utili anche vendendo meno e sono meno interessati all’innovazione; più il sistema produttivo è stagnante e meno è conveniente investire in esso, mentre diventa più conveniente dirottare i capitali in attività finanziarie; più aumenta la finanziarizzazione e più l’economia è instabile e a rischio di crisi.
L'ultimo rapporto dell'OCSE fa sua questa analisi e punta il dito soprattutto sul fatto che l'aumento di ricchezza da parte dei più ricchi non si traduce né in aumento dei consumi, né degli investimenti produttivi ma solo in un aumento delle attività finanziarie speculative e, più soldi si hanno più cresce la propensione a investire in attività finanziarie ad alto rischio.
Secondo l'OCSE se non si contrasta questa situazione le disuguaglianze andranno sempre più ad aumentare e l'economia sarà sempre più debole e instabile. Già ora nei 18 paesi OCSE il 40% più svantaggiato detiene solo il 3% della ricchezza. Il 10% più ricco/benestante possiede il 50% e l’1% più ricco ne detiene il 20%. Bisogna quindi levare soldi ai ricchi e darli ai poveri.
Il rapporto punta l'attenzione sulle politiche fiscali attuate in questi ultimi decenni, che hanno ridotto la progressività della tassazione (la fiscalità è progressiva se all'aumentare della ricchezza aumenta la percentuale del reddito o della ricchezza patrimoniale che va versata allo Stato: cioè chi più ha percentualmente deve pagare di più). In questi ultimi decenni vari Paesi hanno abrogato o ridotto le imposte patrimoniali e quelle di successione e hanno diminuito le aliquote per i redditi più alti e per i redditi da capitale e da impresa. Per esempio il valore medio dell’aliquota dell’imposta sul reddito delle società è diminuita dal 47% al 24% tra il 1981 e il 2017, quello dell’aliquota applicata ai dividendi dal 75 al 42%, le aliquote medie IRPEF dei soggetti ad alto reddito: dal 65,7% nell’81 si sono ridotte al 41,4% nel 2008. Cioè si è dato tanto ai ricchi levandolo ai poveri (tramite tagli alla spesa sociale, aumento delle tariffe e blocco dei salari).
L'Italia tra i vari Paesi OCSE è tra quelli che più si è data da fare in questa assurda politica a favore di ricchi e benestanti e contro i poveri e le persone di basso reddito. Infatti:
- ha ridotto moltissimo la progressività fiscale. Nel 1974 vi erano 32 diversi scaglioni di reddito, l'ultimo quello sopra i 500 milioni (corrispondente a circa 2 milioni e 850 mila euro) pagava l'82% di quanto guadagnava. Oggi ci sono solo 5 scaglioni e l'ultimo paga solo il 43%. In questi anni e come se si fossero quasi dimezzate le tasse ai ricchi e raddoppiate le tasse alle persone di basso reddito;
- ha abolito la tassa sulla prima casa (anche se di lusso) e, in realtà, anche sulla seconda casa, perché lo Stato, in barba all'obbligo di coabitazione per i coniugi, permette che un coniuge abbia la residenza in un comune e l'altro lo abbia dove ha la seconda casa;
- ha ridotto le imposte di successione per i grandi patrimoni;
- ha diminuito le tasse per chi affitta case e palazzi;
- ha abolita l'IVA sui beni di lusso.
Per ridurre le disuguaglianze e favorire lo sviluppo economico bisognerebbe fare il contrario di quello che si è fatto in questi ultimi decenni. Ma, secondo l'OCSE, anche questo non è sufficiente ed è necessario che si introduca una “patrimoniale soggettiva”, cioè una tassa sulla ricchezza che tassi non solo alcuni possessi (le case, i terreni, ecc.), ma l’intero patrimonio di un soggetto (compresi titoli finanziari, imbarcazioni, auto, opere d'arte ecc.), in maniera progressiva (niente tassa patrimoniale per chi ha un patrimonio misero e tassa via via maggiore al crescere del patrimonio).
FMI e OCSE oggi dicono quello che gli economisti di sinistra stanno dicendo da molti anni (si vedano le proposte del gruppo Sbilanciamoci) [3].
Purtroppo il programma di governo di Lega e 5Stelle va in tutt'altra direzione da quella indicata dagli economisti di sinistra e, ora, anche dall'OCSE e dal FMI e continua (peggiorandola) l'assurda politica fiscale seguita dai governi di Destra e di Centrosinistra.
Il Fatto Quotidiano, che certo non è ostile ai 5Stelle-Lega, ha calcolato l'effetto che le due sole aliquote (comprese le deduzioni e il cumulo tra coniugi previste dall'accordo Lega-5Stelle) avrebbero sulle varie classi di reddito. Dividendo la popolazione italiana in 10 classi sulla base del reddito, l'effetto è il seguente: il 10% più povero in media pagherebbe solo lo 0,4% di tasse in meno, il 10% più ricco il 51,8% in meno [4].
In termini assoluti significa che chi guadagna meno di 8.174 euro all'anno non avrà nessun vantaggio, chi guadagna fino a 15.000 euro risparmierà al massimo 500 euro di tasse e chi guadagna sopra gli 80.000 euro avrà un vantaggio tra i 21.000 e vari milioni di euro di risparmio (quest'ultimo per i supericchi alla Berlusconi).
Insomma si continua nella politica fiscale a favore ricchi e benestanti e non dei poveri e delle persone di basso reddito.
Questo regalo a ricchi e benestanti costerà circa 50 miliardi di euro all'anno. Lega e 5Stelle dicono che la maggiore disponibilità di spesa da parte delle persone (ricche o benestanti) farà aumentare i consumi e quindi dovrebbe migliorare l'economia e le entrate. Credono cioè nella vecchia ricetta del FMI e OCSE ora criticata da questi stessi organismi. Il Corriere della Sera ci crede ancora e ha calcolato che se si verifica l'effetto positivo previsto potrebbero entrare circa 24 miliardi di nuove entrate [5]. Ma, anche così, una tale riforma costerebbe 26 miliardi di euro. Se si vogliono spendere 26 miliardi (o più realisticamente 50 miliardi), invece di fare un regalo ai ricchi non è meglio utilizzarli per contrastare le disuguaglianze, tutelare l'ambiente, ridurre i tempi di attesa per le prestazioni sanitarie, potenziare i trasporti pubblici, l'istruzione, la ricerca scientifica e la tutela del patrimonio artistico e culturale?
1) IMF: Fiscal Monitor: Capitalizing on Good Times, April 2018; 2) OECD: The role and Design of net wealth taxes in the OECD, 2018; 3) www.sbilanciamoci.org/controfinanziaria; 4) www.ilfattoquotidiano.it/2018/05/15/flat-tax-m5s-lega-alla-classe-media-non-serve-la-meta-dei-risparmi-va-ai-ricchi/4356881; 5) www.ilpost.it/2018/05/18/costo-programma-lega-movimento-5-stelle.

Sit-in contro il megaparcheggio di Piazza degli Artisti-Via Camaino-De Bustis. La lotta continua e possiamo vincere (25/05/2018)

Il 16 maggio alle 7 di mattina un gruppo di ambientalisti (tra cui noi della Marco Mascagna) e di mercatali ha inscenato un sit-in per impedire che prendessero il via i carotaggi per la costruzione del megaparcheggio di Piazza degli Artitsi-Via Camaino-De Bustis. I carotaggi sono irregolari perché non c'è il parere della Sopraintendenza che è obbligatorio per una zona di interesse archeologico (la zona è quella del borghetto posto sul valico della Via Antiniana per Colles di epoca romana). Ma la Polizia non ha voluto sentire ragioni. Ci siamo allora seduti per terra stretti l'uno all'altro per impedire la recinzione dell'area di lavoro e l'avanzare della scavatrice. La Polizia è intervenuta sgombrando a forza la piazza. Purtroppo non eravamo molti e la Polizia ha avuto facile gioco. Poi, non sappiamo chi, ha bloccato varie strade del Vomero con cassonetti, creando il caos e bruciando anche un cassonetto che abbiamo spento noi “NO BOX”.
Questo parcheggio serve solo a far guadagnare l'impresa che ha presentato il progetto. Sembra che, ad oggi, abbiano già incassato un paio di milioni di euro da sprovveduti cittadini, che non avranno indietro un euro, viste le clausole previste e la polizza contratta con la Argo Group, con sede nella Bermuda e base operativa a Malta per le sue attività europee, che hanno il marchio della neo costituita Argo Global Societas Europeas (SE) che ha un Capitale Sociale interamente versato di soli 112.000 euro.
Noi continueremo la nostra lotta contro questa speculazione che ha anche un iter molto “sospetto” (da noi dettagliatamente denunciato con un esposto alla Magistratura). Se saremo in tanti a far sentire il nostro NO, a partecipare alla manifestazioni e prossimi sit-in possiamo vincere.

Spese folli (16/05/2018)

La spesa militare italiana e mondiale continua a crescere. Nel 2017 la spesa militare mondiale è stata pari a 1.739 miliardi di dollari (oltre il 2,3% del Pil, cioè circa 230 dollari per ogni abitante del nostro pianeta, bambini e anziani compresi). La spesa, in realtà, è maggiore, perché non sono contate le spese militari di alcuni Paesi in guerra (Yemen, Siria, Quatar, Emirati Arabi ecc.) [1].
Gli 11 Paesi che hanno speso di più nel 2017 sono: Stati Uniti, Cina, Russia, Arabia Saudita, India, Francia, Regno Unito, Giappone, Germania, Corea del Sud, Italia [1].
L'Italia ha speso circa 29 miliardi di dollari nel 2017, con un incremento del 2% rispetto al 2016. Negli ultimi 5 anni la spesa militare italiana è aumentata di circa il 10%, e purtroppo continuerà ad aumentare, perché i Governi che si sono succeduti in questi anni hanno preso impegni per l'acquisto di nuove armi [1].
Per esempio, malgrado le promesse di Renzi (“Non capisco perché buttare via così una dozzina di miliardi per gli F35”) [2] e le mozioni parlamentari che chiedevano un dimezzamento del numero di cacciabombardieri F35, il Governo Renzi ha confermato l'acquisto di 90 F35, per un costo di circa 14 miliardi di euro (circa 150 milioni di euro ad aereo).
Si è preferito invece tagliare i finanziamenti alla Sanità (nel 2013 erano 117,5 miliardi, nel 2014 115,5 nel 2015 111 e nel 2016 110 miliardi) [3[. Eppure già nel 2013 eravamo tra i Paesi che spendono di meno per la Sanità e di più per la Difesa.
Per l'istruzione e per la cultura siamo il Paese che spende di meno in Europa (7,9% del PIL per l'istruzione, contro una media UE-28 del 10,2%, e 1,4% del PIL, contro una media UE del 2,1%). Anche per povertà, diritto all'abitazione e lotta all'esclusione sociale siamo tra quelli che spendono di meno: in euro/abitante spendiamo meno di Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, Francia, Germania, Regno Unito, Olanda, Danimarca, Svezia [4].
Insomma si taglia la spesa per la salute, si lesinano soldi all'istruzione e alla cultura, non si finanzia la costruzione di case popolari, si stanziano fondi del tutto insufficienti per interventi a favore di chi ha un reddito mensile sotto i 500 euro o è senza-tetto, ma si spendono fior di miliardi per Difesa e armamenti. Armamenti che, spesso (come per gli F35), a detta di esperti in cose militari, sarebbero anche “molto costosi e con funzionalità limitate” e determinanti una “sudditanza tecnico-operativa” nei confronti degli USA [5].
L'acquisto di armi da parte degli Stati è il settore dove più regna la corruzione: il commercio di armi rappresenta circa il 2% di quello mondiale totale, ma è responsabile del 45% della corruzione [6].

Corruzione significa acquisto di armi non necessarie, non idonee o non ottimali per il ruolo che il Paese svolge, dal costo spropositato. Come ha detto un ex Segretario alla Difesa spagnolo: "Non avremmo dovuto comprare sistemi che non useremo, per situazioni di conflitto che non esistono e, quel che è peggio, comprati con fondi che non avevamo allora e che non abbiamo adesso". [7]

Gli esosi impegni per l'acquisto di armi sono infatti anche tra le cause dell'ingente debito di molti Paesi. La Grecia, per esempio, per vari decenni è stato il Paese europeo che più spendeva per la Difesa (il doppio della media UE), comprando armi sopratutto dalla Germania, dalla Francia e dall'Olanda. Eppure quando la Grecia è andata in crisi i Paesi UE (in primis la Germania.

In ultimo, spesso si fa credere che acquisto di armamenti è un modo per sostenere l'industria nazionale e creare posti di lavoro. In realtà vari studi evidenziano che l'industria bellica è quella che produce meno occupazione per finanziamenti ricevuti. A parità di investimento costruire linee ferroviarie e metropolitane crea il 50% dei posti di lavoro in più che non costruire sistemi d'arma, investire in istruzione crea il doppio dei posti di lavoro [8].
Una buona rete di trasporti, un buon sistema d'istruzione sono elementi indispensabili per lo sviluppo economico di un Paese. Sono anche due elementi che migliorano la qualità della vita e favoriscono la felicità dei cittadini. Le armi tutt'altro.

Note: 1) www.sipri.org si veda www.vita.it/it/article/2018/05/02/spese-militari-mondiali-oltre-i-1700-mld-di-dollari/146698; 2) #anchebasta 08:55 - 6 lug 2012; 3) Riportiamo i dati del finanziamento effettivamente erogato e non di quello messo nel bilancio di previsione che spesso è maggiore, la fonte è Corte dei Conti Rapporto 2016 www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sezioni_riunite/sezioni_riunite_in_sede_di_controllo/2016/rapporto_coordinamento_finanza_pubblica_2016.pdf; 4) 1) Eurostat 2015; 5) www.analisidifesa.it/2016/03/i-dubbi-di-israele-sullf-35; 6) https://altreconomia.it/al-mercato-delle-armi; 7) https://www.peacelink.it/sociale/a/38286.html; 8) https://www.peri.umass.edu/fileadmin/pdf/published_study/PERI_military_spending_2011.pdf.

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Se ci rende infelici meglio cambiare (14/04/2018)

In fin dei conti se fossimo felici tutto il resto avrebbe meno importanza. E se tutti fossero felici, cosa potremmo desiderare di più? La felicità dovrebbe quindi essere il principale criterio per giudicare le scelte da farsi. Se una scelta non produce o favorisce la felicità dovrebbe essere scartata per un'altra che si è sperimentato la favorisca. Il saggio si comporta così. Anche lo Stato dovrebbe comportarsi ugualmente. Il problema è come “misurare” la felicità dei cittadini e come scoprire quali fattori la fanno aumentare o diminuire.
Negli ultimi decenni c'è stato un fiorire di studi psicologici, sociologici ed economici su questi temi. In alcune nazioni vi sono periodiche indagini sulla “felicità dichiarata” (chiedendo a un campione di persone se sono felici o no oppure se, nell'ultimo mese o anno, sono stati molto, abbastanza, poco felici, piuttosto o molto infelici).
Negli USA dal 1946 indagini del genere sono riproposte periodicamente. Sappiamo così che la felicità media è andata sempre più aumentando fino alla metà degli anni '60, da allora è in calo. Le persone che dichiarano di essere molto felici sono andate aumentando fino alla metà degli anni '50 per poi diminuire sempre più.
Dagli anni '70 in poi sono aumentate le persone depresse e i suicidi di adulti e adolescenti ed è diminuita la loro età media.
Il reddito medio degli statunitensi è andato sempre aumentando (tranne alla metà degli anni '70 e con la crisi del 2008), in maniera lieve tra il 1946 e il 1960 e più accentuata nei decenni successivi. Le disuguaglianze di reddito sono andate diminuendo fino ai primi anni '50, poi sono rimaste stazionarie e dalla fine degli anni '60 sono aumentate sempre più (il livello attuale è superiore a quello di fine '800).
L'aumento della felicità media dal 1946 alla metà degli anni '60 può essere spiegato con la curva di Easterlin: all'aumentare del reddito aumenta la felicità, con alti rendimenti quando si è poveri e con rendimenti via via decrescenti fino ad arrivare a una soglia oltre la quale la felicità non aumenta più o diminuisce. Dal 1946 agli anni '60 il reddito delle classi basse è andato aumentando e un'ampia fascia di popolazione è uscita dalla povertà. Quindi c'era da aspettarsi un forte incremento della felicità. Ma la curva di Easterlin non spiega il diminuire della felicità dagli anni '70, perché la gran maggioranza degli statunitensi è ben sotto la soglia oltre la quale l'aumento di reddito fa diminuire la felicità.
Secondo gli studiosi non c'è una sola spiegazione ma un insieme di fattori e non c'è accordo su quali di questi incida di più. Li possiamo così riassumere:
1) negli ultimi decenni i ricchi e una quota di benestanti sono diventati ancora più ricchi peggiorando il loro livello di felicità; una quota di benestanti è diventata un poco più ricca non cambiando il livello di felicità; una parte dei benestanti, del ceto medio e dei ceti bassi ha peggiorato la propria situazione diventando così meno felice;
2) dalla metà degli anni 60 è sempre più diminuito il quadro di certezze valoriali e di senso. Ricerche hanno evidenziato che avere una fede religiosa, che offre senso all'esistente e al proprio operare, è un importate fattore di felicità, come anche condividere e percepire saldi i valori e i costumi del contesto in cui si vive. Nella metà degli anni '60 il numero dei credenti è diminuito e gran parte dei valori e dei costumi tramandati per secoli sono entrati in crisi o sono stati contestati, senza che si sia ricomposto successivamente un nuovo quadro condiviso e saldo;
3) l'attuale modello economico rende difficile il realizzarsi dei fattori che determinano o favoriscono la felicità. Gli studi di psicologia hanno evidenziato che la felicità dipende soprattutto dall'autostima-accettazione di sé stessi, dalla qualità/quantità delle relazioni (familiari, amicali, di lavoro, di vicinato, sociali), dall'impegnarsi per gli altri (amare qualcuno, prendersi cura di persone bisognose, svolgere attività sociali, cercare di “cambiare il mondo” ecc.), dal senso di sicurezza (certezza del futuro, criminalità percepita, minacce alla salute ecc.), dal tempo impiegato in attività ricreative (giocare, fare attività fisica, ballare, ascoltare musica, leggere, vedere un film, passeggiare, coltivare un hobby ecc.). Negli USA dagli anni '70 e ancor più dal 1980 il modello economico è stato basato sulla precarietà, su una sfibrante competitività (quello che si fa non è mai abbastanza e bisogna fare più del collega, del vicino, del concorrente), sul controllo del lavoratore, sull'aumento delle ore di lavoro straordinarie, sui turni festivi e notturni. Tutte queste cose non favoriscono certo l'autostima, la qualità/quantità delle relazioni umane, il senso di sicurezza e riducono il tempo per impegnarsi per gli altri e per le attività ludico-ricreative. Inoltre gli organi di informazione continuamente parlano di minacce incombenti: criminalità (anche se in diminuzione), minacce alla salute vere (p. es. inquinamento) e false (vaccini, alimenti quali il latte e i suoi derivati, ecc.), minacce ambientali (p. es cambiamenti climatici).
Secondo alcuni economisti siamo entrati in una nuova fase del capitalismo (fase di “crescita endogena negativa”), nella quale la crescita è garantita dall'infelicità che viene prodotta dalla crescita stessa. L’uomo contemporaneo, infatti, ha la possibilità di sostituire i beni gratuiti con consumi costosi. Se per esempio il mare vicino casa diventa inquinato, posso andare in una piscina a pagamento o prendere un aereo per qualche paradiso tropicale o costruirmi una piscina nel mio giardino. Se sono insoddisfatto di me o della realtà posso affogare la mia insoddisfazione nell'alcol, nel cibo o nella cocaina. Se non ho una famiglia o non l'ho felice posso comprare i biscotti Pincopallo la cui pubblicità non mostra le caratteristiche del prodotto ma fa vedere una felice famigliola che si gode in pace e amore la prima colazione o posso vedermi, tra una pubblicità e un'altra, la telenovela di una famiglia più o meno infelice della mia.
Quindi l'infelicità può essere un forte motore per la crescita economica, la quale produce un ulteriore deterioramento di quei beni non acquistabili (l'amore, l'amicizia, l'autostima, il senso esistenziale ecc.) che sono all'origine della felicità. L'attuale economia si basa su un “processo di sostituzione” fondato sulla distruzione di beni gratuiti che determina infelicità e insoddisfazione che gli esseri umani colmano con un consumo di beni di mercato ancora più dissennato.
Alcune ricerche hanno confermato che più la cultura del consumo è radicata e meno l’uomo ha relazioni autentiche e più cercherà di rimediare alla sua solitudine con un maggiore consumo, secondo uno squallido circolo vizioso.
E' grottesco che si continui a definire “progresso economico” una tale tragica china e che giornali, televisioni, opinion leader ed economisti cerchino di convincerci che si tratti effettivamente di progresso, che così deve essere per il nostro bene e che non può essere altrimenti. Tutto ciò non è sano, somiglia troppo a una grave nevrosi: si scivola in una situazione che produce infelicità, ma invece di mettere in atto azioni per uscirne si continuano a perpetuare le medesime strategie e ci si convince che siano le migliori e le sole possibili.
Levare ai ricchi per dare ai poveri significa operare per la felicità di entrambi e di tutti. Avere meno soldi per l'ultimo ritrovato, il capo di vestiario firmato, la nuova moto o la nuova auto, il locale o la vacanza alla moda ecc. in cambio di più tempo libero, di un ambiente più salubre e piacevole, di servizi sanitari e sociali migliori, di più istruzione e cultura è da saggi.
Poiché l'impegnarsi per gli altri favorisce l'essere felici, lottare per un mondo migliore in cui sia più facile per tutti essere felici è una strategia che dovremmo sicuramente praticare.
Per approfondire: 1) Guzzi G: Gli squilibri dello sviluppo economico: disuguaglianze e infelicità dal secondo dopoguerra a oggi http://tesi.eprints.luiss.it/15486/1/176011.pdf; Bruni L: Economia e Felicità, http://www.treccani.it/enciclopedia/economia-e-felicita_%28XXI_Secolo%29

Meglio che muoiano (28/03/2018)

Il 18 marzo a Monginevro (1900 metri di altezza) un uomo, una donna all'8° mese di gravidanza e due bambini (due e quattro anni), stremati camminano nella neve per cercare di attraversare il confine. Una guida alpina francese li vede, li soccorre e li porta all’ospedale.
La guida ha obbedito ad un imperativo morale antico come l'uomo “Aiutare chi è in pericolo”, basato sulla semplice considerazione che tutti possiamo trovarci in pericolo. Nelle legislazioni questo principio di fraternità e di buon senso si è concretizzato in un reato, l'omissione di soccorso, che in Italia è punito con un massimo di 3 anni di carcere e in Francia di 5. Se la guida alpina non avesse soccorso quelle persone poteva rischiare 5 anni di carcere.
Ma così era fino a qualche anno fa. Oggi la priorità non è obbedire alla legge morale, non è salvare un bambino che sta per nascere e la donna che sta per partorirlo, non è aiutare un bambino di 4 anni che da ore cammina nella neve e nemmeno il suo fratellino di 2 anni e il padre che, mentre cammina nella neve, tiene in braccio da ore. La priorità oggi è tenere lontano i migranti, cioè quei poveri e disperati che fuggono da guerre, da regimi crudeli, da terroristi o dalla povertà.
La guida alpina francese è stata condotta in gendarmeria e rischia 5 anni di carcere per aver violato le leggi sull’immigrazione. Il messaggio è chiaro: meglio che muoiano che arrivino da noi.
In Italia un episodio simile.
Il 15 marzo l'ONG ProActiva Open Arms su richiesta della Marina Italiana interviene per salvare un'imbarcazione alla deriva con oltre 200 migranti, alcuni sono in evidente stato di denutrizione e disidratazione, un neonato è in gravissime condizioni. L'imbarcazione si trova a 73 miglia dalle coste libiche, in acque internazionali sotto la responsabilità dell'Italia per eventuali soccorsi in mare, cioè è una zona SAR (Ricerca e Soccorso) italiana secondo l'IMO (International Maritime Organization). Sopraggiunge una motovedetta libica che ingiunge di trasferire le persone salvate sulla loro nave (richiesta totalmente illegittima) [1]. L'ONG rifiuta e i suoi operatori sono minacciati di morte dai libici (Dateci i migranti che avete recuperato, altrimenti spariamo”) [2]. Momenti drammatici, il comandante della nave parla col Comando italiano che comunica che il coordinamento delle operazioni è stato affidato alla Libia, cosa contraria al diritto internazionale marittimo perché la Libia non ha alcun riconoscimento in tal senso dall'IMO e non è un “luogo sicuro” per quelle persone. I Libici, vista la fermezza dell'OpenArms desistono. L'ONG chiede all'Italia di comunicare il “luogo sicuro più vicino” in cui trasferire le 216 persone soccorse (157 uomini, 31 donne e 28 bambini). Il Comando italiano, malgrado le Convenzioni firmate dicano che “il Governo responsabile per la regione SAR in cui sono stati recuperati i sopravvissuti è responsabile di fornire un luogo sicuro”, non risponde. L'ONG avverte che il neonato è in gravissime condizioni e l'Italia dice di contattare Malta, cosa che l'ONG fa. Un'imbarcazione maltese preleva il bimbo e la madre. La nave continua a chiedere di avere indicazioni sul “luogo sicuro” dove sbarcare le persone soccorse. Arriva allora questa comunicazione “Potete sbarcare in un porto italiano solo quando verrà chiesta l’autorizzazione dal Governo spagnolo, dato che battete bandiera spagnola”. La richiesta è del tutto nuova per l'ONG spagnola che negli ultimi 3 anni ha tratto in salvo 27.000 persone e che solo 4 giorni prima ha portato al porto di Pozzallo 92 migranti, tra cui molti denutriti (uno di loro, un eritreo di 22 anni che fuggiva dalla crudele dittatura di Aferwerki e da un campo di concentramento libico, morirà di fame poche ore dopo lo sbarco). L'ONG comunica il gravissimo stato di alcuni migranti e l'urgenza che siano ricoverati in ospedale. Le autorità italiane aspetteranno oltre 24 ore per dare l'autorizzazione: il porto di Pozzallo.
La nave arriva di sera, ma non viene data l'autorizzazione all'attracco, che avverrà solo il mattino dopo. 6 persone sono ricoverate d'urgenza, il comandante e il responsabile della missione sono fermati e interrogati per 6 ore, tutto il personale della nave è in stato di fermo giudiziario, la nave sequestrata [3].
Anche qui il messaggio è chiaro: purché non arrivino in Italia meglio che muoiano, in mare (sembra che l'intervento della motovedetta libica abbia reso impossibile il salvataggio di alcuni naufraghi), nei lager libici, di fame.
Giustamente il presidente dell'OpenArms ha dichiarato “La solidarietà è diventata un crimine”. Un crimine che l'Italia, con questo episodio, vuole combattere anche non rispettando trattati e convenzioni che ha sottoscritto.
Nel corso di questi ultimi anni e mesi abbiamo assistito all'abbandono dell'operazione Mare Nostrum che ha decuplicato il rischio di morte in mare di chi fugge da guerre, dittature e dalla fame; agli accordi con Sarraj e con i trafficanti libici affinché non facciano partire gli esuli, i profughi e i migranti economici, trattenendoli in campi di concentramento; alle calunnie contro le ONG “taxi del mare”; al decreto Minniti contro i senzatetto e gli extracomunitari; a imposizioni senza senso (ad esempio l'obbligo di personale armato) contro le ong che collaborano per il soccorso in mare (imposizioni che hanno ridotto ad un terzo le navi impegnate); ad una continua propaganda d'odio verso gli stranieri accusati di essere criminali, di essere causa della crisi economica, di islamizzare l'Italia, di portare malattie (anche se i dati dimostrano che sono tutte notizie false); al risorgere del razzismo e alla nascita di partiti xenofobi. Ora si vuole criminalizzare chi ancora ha sentimenti di pietà e di fraternità, chi pensa che la solidarietà e la giustizia siano valori da cui scaturiscono scelte e azioni concrete.
Molte persone, attraverso slogan come “prima gli italiani”, “prima i francesi” o “prima i veneti” sono stati convinti che la causa dei loro problemi e del loro disagio sono chi sta peggio di loro. Non sono gli “stranieri” la causa dei nostri problemi, della povertà, della disoccupazione, della precarietà e del degrado. Lo sono persone e gruppi di potere dello stesso nostro continente, nazione, regione. Lo è il 10% più ricco che detiene il 54,7% della ricchezza [3], lo sono quei politici che hanno diminuito le tasse ai ricchi e tolto servizi e diritti ai cittadini, aumentando le disuguaglianze (nel 2010 il 10% più ricco possedeva solo il 45% della ricchezza oggi il 54,7%, negli ultimi 3 anni i poveri assoluti sono aumentati di 700.000 unità) [4]. Lo è chi specula in borsa facendo andare in fumo posti di lavoro e risparmi arricchendosi senza produrre niente.
Prima io, poi gli altri” è il principio della barbarie, lo slogan “Muoiano i deboli” è quello fatto proprio dal nazismo.
La civiltà è nata quando l'uomo ha riconosciuto nell'altro uomo un proprio simile, un proprio fratello e ha fatto propri imperativi morali “Aiuterai chi è in difficoltà, darai da mangiare a chi ha fame e a bere a chi ha sete, vestirai chi è senza vestiti e accoglierai lo straniero, perché anche tu potrai trovarti in difficoltà, avere fame, sete, essere ignudo e perché anche tu potrai essere straniero”.

Note: 1) Per un'illustrazione delle normative sul soccorso in mare si vedano www.unhcr.it/wp-content/uploads/2015/12/Soccorso_in_Mare.pdf e www.mediterraneocronaca.it/2018/02/02/nuova-operazione-di-frontex-themis; 2) si veda il video www.youtube.com/watch?v=G4JQuWEipK0; sul caso si vedano gli articoli pubblicati su Vita www.vita.it.

Inquinamento fuori casa, inquinamento a casa: come difendersi (12/03/2018)

Nell'ultimo messaggio abbiamo visto come, insieme alla Polonia, l'Italia è il Paese europeo con l'aria più inquinata [1]. Tale situazione determina oltre 40.000 morti ogni anno ed è causata soprattutto da scelte politiche che hanno portato a un eccessivo numero di veicoli (610 auto ogni 100 abitanti, mentre la Germania ne ha 550, la Francia 483, la Spagna 471, l'UK 452, il Portogallo 451) e a un enorme uso del pellet per riscaldare case solitamente male coibentate [2, 3, 4].
Come è possibile difendere la propria salute da questo inquinamento? Uscendo il meno possibile da casa? Tenendo ben chiusi i finestrini della propria auto e gli infissi del proprio appartamento?
In realtà questi accorgimenti non ci proteggono dall'aria inquinata, anzi, peggiorano la situazione.
L'aria presente in casa o in auto viene dall'esterno e, quindi, ha la stessa concentrazione d'inquinanti. Si potrebbe credere che, abitando a un piano alto di un palazzo, l'aria sia meno pericolosa, ma in realtà la riduzione del rischio è quasi nulla, perché gli inquinanti più pericolosi (PM2,5, composti organici volatili, ossidi di azoto, ozono) sono leggeri e si diffondono velocemente, raggiungendo anche i terrazzi degli alti palazzi. Gli inquinanti che si concentrano a qualche metro dal suolo sono le polveri grossolane (quelle visibili a occhio nudo), che non sono pericolose perché, se inspirate, non arrivano neanche in gola, arrestandosi nei primi centimetri della cavità nasale, dalla quale saranno espulse con una soffiata di naso o uno sternuto.
Le ricerche ci dicono che l'aria presente in casa o nell'abitacolo dell'auto è solitamente più inquinata di quella esterna [5]. In casa possono esserci infatti altre fonti d'inquinamento: il fumo di tabacco, i fumi e gli odori prodotti dalla cottura degli alimenti, le sostanze rilasciate da vernici, colle e preparati ignifughi presenti su arredi e pareti e da elettrodomestici (stampanti, lavastoviglie, ecc.), stufe a gas, a cherosene o elettriche (in stanze con una di queste stufe la concentrazione di ossidi di azoto e da 2 a 4 volte superiore a quella dell'aria esterna) [5].
Spesso, per rendere la casa più pulita, la si rende più inquinata: deodoranti, detergenti spray, lucidanti, igienizzanti, antiparassitari e battericidi danno un contributo non irrilevante all'inquinamento dell'aria di case, uffici e veicoli (il cosiddetto inquinamento indoor). Anche gli animali domestici contribuiscono a questo inquinamento con peli, forfora, parassiti e “schifezze” portate dall'esterno.
Le ricerche hanno evidenziato che il locale più inquinato è la cucina e che in casa la concentrazione di composti organici volatili (benzene, idrocarburi policiclici aromatici, aldeidi, acetone ecc.), NOx, PM2,5, ftalati è più alta rispetto a quella presente all'esterno. Nell'abitacolo dell'auto la concentrazione dei composti organici volatili è risultata mediamente tripla rispetto a quella dell'aria esterna [5].
Per ridurre l'inquinamento indoor gli accorgimenti più efficaci sono: non fumare e non far fumare a casa e in auto; aprire spesso finestrini, finestre e balconi; tenere la cappa in funzione quando si cucina (se non è in funzione l'NO2 aumenta di circa il 70%) e cambiare spesso il filtro; eliminare moquette, peluche, tappeti; usare il meno possibile detersivi, igienizzanti, antiparassitari, deodoranti (l'acqua, nella maggior parte dei casi, è più che sufficiente per pulire la casa); non tenere il calorifero troppo alto (il caldo, soprattutto quello umido, favorisce il proliferare di muffe, batteri e parassiti) e gli elettrodomestici per molto tempo accesi.
Areando spesso la casa si riduce moltissimo (fin quasi a zero) anche l'inquinamento da radon, un gas radioattivo emesso dal suolo e dalle pareti delle costruzioni, che si stima determini ogni anno 3.000 morti in Italia.
La maniera più efficace per ridurre l'inquinamento indoor è ridurre l'inquinamento outdoor.
Se vogliamo respirare aria pulita dentro e fuori dalle nostre case dobbiamo chiedere a chi ci governa e amministra di non dare più sussidi (16,1 miliardi ogni anno) ad attività inquinanti e al trasporto su gomma ma a tram, autobus, metropolitane, biciclette; di non costruire più superstrade, autostrade, raccordi, tangenziali, ma linee ferrate, piste ciclabili, percorsi pedonali; di limitare la circolazione dei veicoli diesel, di scoraggiare l'uso di auto e moto, di istituire ztl, aree e percorsi pedonali, piste ciclabili, servizi di bike-sharing; di approvare una legge contro il consumo di suolo.
Ovviamente dobbiamo anche utilizzare il meno possibile auto e moto per spostarci. In questo modo non solo inquineremo meno l'aria ma, facendo più attività fisica, avremo meno probabilità di avere un tumore, un infarto, un ictus, di ammalarci di diabete tipo 2 o di osteoporosi. Infatti, numerose ricerche hanno dimostrato che se ogni giorno si cammina a passo svelto per 60 minuti (anche frazionati in 3-4 episodi) la probabilità di avere un cancro al seno si riduce del 30%, quella di avere un tumore dell'intestino del 40% e quella di avere un infarto o un ictus o di soffrire di diabete tipo 2 o di osteoporosi del 50% [6, 7].
Insomma essere attivi (sia come cittadini che come persone) ci fa stare meglio e allunga la vita (non solo a noi ma anche agli altri).
Note: 1) EEA 2016; Ministero Ambiente: Rapporto ISPRA Emissioni e Qualità dell'Aria, edizioni 2017, 2015, 2013; 2) ESCAPE, Lancet 2013; 3) Eurostat 2014; 4) ISPRA 2011; 5) http://www.airc.it/prevenzione-tumore/per-tutti/attivita-fisica 6) WHO: Global health risks: mortality and burden of disease attributable to selected major risks, 2009.


L'Italia rischia una multa per l'inquinamento dell'aria. Di chi è la responsabilità? (03/03/2018)

La notizia è arrivata poco prima che entrasse in vigore la legge sulla mobilità ciclistica, che finanzia con circa 80 milioni l'anno per 6 anni interventi a favore dell'uso della bicicletta: la UE ha aperto una nuova procedura d'infrazione contro l'Italia perché il livello d'inquinanti nell'aria è troppo alto, notevolmente sopra i limiti stabiliti dalle norme comunitarie. Se le cose non dovessero cambiare rischiamo di dovere pagare una salatissima multa alla UE.
Un'analoga procedura d'infrazione era stata aperta circa dieci anni fa e poi archiviata nel 2013, perché il Governo aveva convinto la Commissione Europea che da quell'anno sarebbe stata varata una strategia globale a livello nazionale, regionale e comunale, così da rientrare nel giro di un paio di anni nei limiti UE (non oltre 35 giorni all'anno con livelli eccessivi di PM10).
Nel 2013 le città capoluogo che avevano superato il limite erano state 47, nel 2014 33, l'anno seguente 48, nel 2016 33 e l'anno scorso 39 città hanno sforato i limiti [1, 2]. Secondo gli studiosi le differenze tra un anno e un altro dipendono unicamente dalle condizioni meteorologiche: se piove più spesso l'inquinamento scende, se è più frequente la “cappa di calore” (tecnicamente “inversione termica”) aumenta l'inquinamento.
Nel 2017 5 città (Torino, Cremona, Alessandria, Padova e Pavia) hanno avuto il triste primato di avere per oltre 100 giorni livelli d'inquinamento oltre i limiti consentiti (spesso con livelli superiori al doppio della soglia massima). Una situazione intollerabile non solo dal punto di vista giuridico, ma soprattutto per la salute dei cittadini.
L'inquinamento atmosferico è tra le principali cause di malattia e morte, determina ogni anno oltre 40.000 decessi in Italia [3]. Questa tragedia lascia indifferenti i nostri governanti e, purtroppo, anche tantissimi cittadini. La si considera una fatalità, qualcosa da accettare con rassegnazione o cancellare dalla nostra mente, perché niente si può fare. Cosa che non è per niente vera. L'inquinamento atmosferico dipende da precise scelte che si compiono al livello europeo, nazionale, regionale, comunale e di singoli cittadini.
La UE. E' la Commissione europea che stabilisce i limiti massimi di emissioni che auto, moto e camion possono emettere, come devono essere eseguiti i test di verifica dell'emissioni e quali sanzioni vanno comminate. Ora, invece di varare dei limiti rigorosi che non mettano a grave rischio la salute, ogni 2-3 anni la UE riduce i limiti di un pochino(i famosi euro 3, euro 4, euro 5, euro 6), avvantaggiando così le case automobilistiche, perché ogni x anni bisogna comprare un nuovo modello per poter circolare in città. Inoltre i test stabiliti dalla UE sono inaffidabili: una ricerca ha evidenziato che nessuna auto euro 6, anche nuova di zecca, rispetta i limiti di legge e che 7 auto su 10 emettono il triplo degli ossidi di azoto stabiliti [4]. L'Italia nella UE è tra i Paesi che più ha difeso questa sconcertante situazione. Infatti si è battuta perché alle industrie automobilistiche fosse concesso un “fattore di conformità 3”, cioè che queste non possono essere sanzionate se il livello di ossidi di azoto emesso dalle auto (nuove di zecca) su strada è il triplo di quanto stabilito dalle norme e testato in laboratorio.
Il Governo italiano ogni anno elargisce 16 miliardi di euro ad attività inquinanti (autotrasporto merci, motori diesel, impianti a gasolio e carbone, inceneritori, industrie inquinanti, stufe a pellet ecc.), finanzia profumatamente autostrade e superstrade, ha ridotto i finanziamenti al trasporto pubblico locale, non contrasta il consumo di suolo con la conseguente crescita di case, capannoni, strade, centri commerciali e scomparsa di aree verdi.
Per fare un solo esempio il Governo ha dato alla Lombardia 4 milioni di euro per combattere l'inquinamento atmosferico e 250 milioni per costruire la Malpensa-Vigevano, che farà aumentare l'inquinamento. Per di più ha vincolato i 4 milioni elargiti a interventi su impianti zootecnici e a “sostituzione dei veicoli inquinanti con altri di minore impatto” (non sia mai che la Regione li impieghi per creare ztl, piste ciclabili, servizi di bike-sharing ecc.) [2].
Le Regioni spesso non sono attente a contrastare il consumo di suolo, il trasporto su gomma, le attività inquinanti e a favorire il trasporto pubblico. Le aziende di trasporto regionali (ad es. quella che gestisce la Circumvesuviana, Cumana e Circumflegrea) sono spesso gestite in maniera clientelare e inefficiente.
I Comuni hanno paura a emanare provvedimenti che contrastino l'uso di auto, moto e camion (tramite ticket per circolare, ztl, riduzione degli spazi di sosta nelle aree congeste ecc.) e spesso non si impegnano a favorire la pedonalità e ciclabilità. Inoltre le aziende di trasporto pubblico sono frequentemente mal gestite.
I cittadini usano l'auto anche per piccoli spostamenti (il 30% degli spostamenti in auto serve per raggiungere mete distanti tra i 700m e i 3 Km) [5] e protestano ad ogni provvedimento comunale che cerca di contrastare l'uso di auto, moto e camion.
Grazie a questa politica l'Italia ha il record di 610 auto ogni 100 abitanti, mentre la Germania ne ha 550, la Francia 483, la Spagna 471, l'UK 452, il Portogallo 451. Per di più il 42% delle auto è diesel (siamo il Paese UE nel quale si vendono più auto a gasolio) [6].
Grazie a questa politica si è avuto un boom di caldaie e stufe a pellet che, a parità di calore, emettono 250 volte più polveri fini di una a metano. Siamo al primo posto nel mondo per consumo di pellet (per il 90% di origine straniera) e il riscaldamento domestico è diventato la principale fonte di polveri fini in gran parte dell'Italia (passando dal 32% al 60% del contributo a livello nazionale e facendo aumentare le concentrazioni di polveri nell'aria) [7].
L'anomalia italiana è lampante guardando l'immagine allegata: il maggiore inquinamento da polveri fini è in Italia e Polonia. Eppure l'Italia, grazie al suo clima mite, ha meno necessità di riscaldare case e uffici.
Un intervento falsamente a favore della qualità dell'aria e della salute dei cittadini sono i finanziamenti per l'acquisto di auto e autobus elettrici: un ulteriore regalo pubblico all'industria automobilistica. UE, Governo e Regioni sempre più frequentemente danno ai Comuni finanziamenti per l'acquisto di veicoli elettrici e talvolta gli stessi Comuni fanno questa scelta. Un veicolo elettrico costa circa il doppio di un veicolo a combustibile, perché le batterie sono molto care. La loro durata è relativamente breve (3-5 anni), cioè dopo 3-5 anni bisogna cambiare la batteria spendendo una banca di soldi.
Due esempi recenti a confronto illustrano l'assurdità di tale scelta.
Il Comune di Bergamo ha acquistato 12 autobus elettrici da 70 posti (più un sistema di ricarica rapido) per un costo di 6,5 milioni di euro (540.000 euro a veicolo da 70 posti).
Il Comune di Bologna ha acquistato 20 autobus a metano da 100 posti per un costo di 4,3 milioni (215.000 euro a veicolo da 100 posti).
Tra 3-5 anni il Comune di Bergamo, se vuole fare ancora girare gli autobus dovrà sborsare 3 milioni di euro per acquistare le nuove batterie e dopo altri 3-5 anni altri 3 milioni. Se Bergamo avesse fatto la stessa scelta di Bologna con 6,5 milioni avrebbe acquistato non 12 ma 30 autobus da 100 posti, dopo 3-5 anni altri 15 autobus e dopo altri 3-5 anni di nuovo 15 autobus. Che a Bergamo, città con circa 65.000 auto, ci siano 12 autobus elettrici invece che a metano, non cambia di una virgola il totale delle emissioni inquinanti; che Bergamo aumenti la sua offerta di trasporto pubblico di 30 autobus da 100 posti e di ulteriori 15 autobus ogni 3-5 anni invece darebbe un significativo contributo al miglioramento del trasporto pubblico, tale da potere permettere incisivi interventi di contrasto all'uso di auto e moto. Ma quello che le aziende automobilistiche non vogliono è proprio una riduzione dell'uso dell'auto: meglio allora dire che la soluzione è l'auto elettrica così si continueranno a vendere auto sia a motore che elettriche guadagnare ancora di più. Che poi gli italiani continuano a morire per l'inquinamento dell'aria, per loro (e per chi li appoggia), è un piccolo spiacevole effetto negativo, di cui i cittadini se ne dovrebbero fare una ragione.
Note: 1) Ministero Ambiente: Rapporto ISPRA Emissioni e Qualità dell'Aria, edizioni 2017, 2015, 2013; 2) Legambiente: Mal'aria 2018; 3) ESCAPE, Lancet 2013; 4) Trasport and enviroment: Dieselgate: Who? What? How? September 2016 www.transportenvironment.org/sites/te/files/2016_09_Dieselgate_report_who_what_how_FINAL_0.pdf
5) ISFORT 2012; 6) Eurostat 2014; 7) ISPRA 2011
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Perché gli italiani sono diventati rancorosi, cattivi e sfiduciati e cosa si può fare migliorare questa situazione (16/02/2018)

Rancorosi, incattiviti, sfiduciati: così l'ultimo rapporto del CENSIS sulla situazione sociale dipinge gli italiani. Ovviamente non tutti gli italiani sono così, ma una gran parte sì.
Quello che particolarmente preoccupa è che gli italiani rancorosi, incattiviti e sfiduciati sono aumentati in maniera vertiginosa in questi ultimi anni.
Tale dato è tre volte preoccupante:
1) perché è indice di qualcosa che non funziona nella nostra società;
2) perché la convivenza e la qualità della vita peggiorano quando una gran parte di cittadini ha tali sentimenti;
3) perché da tale situazione nascono l'intolleranza, la violenza, il razzismo, il venir meno del patto sociale, il fascismo, come la psicologia sociale, la sociologia e la storia ci insegnano.
Cosa non funziona nella nostra società e causa tale sentimenti?
Le cause individuate sono queste: l'impoverimento di larghe fasce della popolazione, il timore d'impoverirsi (o in genere di peggiorare la propria condizione economica), la difficoltà/impossibilità di potere fare progetti per il futuro a causa di un reddito scarso o precario, l'acuirsi delle disuguaglianze (con i ricchi e benestanti che hanno sempre di più, e gli altri sempre di meno); la diffusione di notizie (spesso false) e di narrazioni che suscitano o rinfocano rancore, cattiveria, sfiducia.
Si comprende come la politica e l'informazione giocano un ruolo decisivo nel favorire tale pericolosa situazione o, al contrario, nello spegnerla. Se aumentano la povertà, le disuguaglianze, la precarietà la situazione non può non peggiorare. Se si sollecita l'intolleranza e il rancore è difficile che la situazione possa migliorare.
Se si leggono i dati sulla situazione italiana non si può non dare un giudizio negativo sulla politica e sull'informazione.
Le famiglie in povertà assoluta (cioè che non hanno mezzi sufficienti per soddisfare i loro bisogni essenziali) erano il 5,7% nel 2014 e sono stati il 6,3% nel 2016 Cioè negli ultimi 3 anni si è passati da 4.102.000 persone povere a 4.742.000: 700.000 poveri assoluti in più.
Le famiglie in povertà relativa erano il 9,7% nel 2014, sono il 10,6% nel 2016. Cioè negli ultimi 3 anni si è passati da 7.815.000 persone a 8.465.000: 650.000 poveri “relativi” in più.
Gli operai sono la categoria che più si è impoverita: nel 2014 il 9,7% di essi si trovava in povertà assoluta, nel 2016 il 12,6%. Quelli in povertà relativa sono passati dal 15,5% del 2014 al 18,7% del 2016.
Si potrebbe pensare che è colpa della crisi economica (e così molti politici e opinion leader hanno affermato), ma non è vero: dal 2014 la ricchezza dell'Italia è in aumento. Nel 2014 il PIL è cresciuto dello 0,1%, nel 2015 dello 0,7% nel 2016 dello 0,9% e anche la spesa media delle famiglie è cresciuta: +0,4% nel 2014, + 1,7% nel 2015 e +1,5% nel 2016. Se la ricchezza aumenta ma aumentano anche i poveri significa che i soldi sono finiti nella tasca di ricchi e benestanti. Il 10% più ricco infatti in questi anni è passato dal detenere il 45% della ricchezza (anno 2010) al 54,7% (anno 2016). Sono cioè aumentate le disuguaglianze economiche, come anche il calcolo dell'indice di Gini conferma: nel 2013 era 0,296 nel 2016 ha toccato la cifra record di 0,331 (uno dei maggiori incrementi nei Paesi OCSE).
L'aumento della povertà e delle disuguaglianze è dipeso da 3 ordini di fattori:
1) da rapporti sempre più sbilanciati tra padroni e lavoratori: questi ultimi hanno visto ridursi le loro tutele e i loro salari (nel migliore dei casi come potere d'acquisto);
2) dal peggioramento degli interventi di redistribuzione della ricchezza (tassazione, sussidi e pensioni), che ha danneggiato soprattutto i più poveri tra i poveri. Per esempio con l'abolizione della tassa sulla prima casa (che costa ogni anno 4 miliardi di euro allo Stato) chi ne ha una di proprietà risparmia un po’ di soldi (anche un bel po’ se è grande e di lusso), ma chi non ha una casa di proprietà non ha alcun vantaggio. E' come se il Governo avesse preso 4 miliardi di euro e li avesse dati in maniera direttamente proporzionale alla ricchezza posseduta dai cittadini: di più a chi ha di più, un pochino a chi ha pochino e niente a chi non ha niente (tra il 20% più povero il 66% non ha casa di proprietà e tra il 5% più povero nessuno). Anche con altri provvedimenti (p. es. detrazioni per la sanità integrativa, le agevolazioni per le crociere, viaggi in aereo, taxi e auto diesel che abbiamo visto nel messaggio n. 4) si sono dati soldi a ricchi e benestanti e niente ai poveri;
3) dal peggioramento dei servizi pubblici (sanità, politiche sociali, trasporti pubblici, scuola ecc.). Per esempio il Governo ha ridotto i finanziamenti al Sistema Sanitario Nazionale (nel 2013 si sono spesi circa 117,5 miliardi di euro, nel 2016 110 miliardi) e ciò ha determinato una maggiore spesa per la salute da parte del singolo cittadino (in media 85 euro in più nel 2016 rispetto al 2015).
Mentre il Governo regala 16,1 miliardi ogni anno a chi inquina l'ambiente, le risorse destinate alla povertà, all'esclusione sociale e al diritto all'abitazione sono scarse: l'Italia nella UE è tra quelli che spende meno (in euro/abitante spendiamo meno di Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, Francia, Germania, Regno Unito, Olanda, Danimarca, Svezia). E le scarse risorse non vanno ai più poveri. Per esempio il bonus di 80 euro del Governo Renzi, che costa allo Stato 9 miliardi di euro all'anno, va ai lavoratori e alle persone in cassa integrazione che guadagnano tra gli 8.174 euro e i 26.600 euro all'anno. Chi guadagna meno di 8.174 euro all'anno non ne ha diritto.
Per quanto riguarda l'informazione si è instaurato il seguente circolo vizioso: fasce di popolazione di fronte a nuovi fenomeni si preoccupano; → politici, giornalisti e blogger (spesso ignoranti, talvolta privi di scrupoli) per avere consenso cavalcano queste paure, diffondendole e proponendo soluzioni semplici e accattivanti (ancorché disumane); → fasce sempre più consistenti di popolazione sono spaventate e si affidano a queste soluzioni semplicistiche; → la maggioranza dei politici e sempre più giornalisti hanno timore a esprimere posizioni diverse per non perdere consensi e decidono di cavalcare anche loro queste paure; → l'allarme sociale e la richiesta di interventi semplicistici si allarga sempre più nella popolazione.
Di fronte a questa situazione non si può stare con le mani in mano. Bisogna darsi da fare, parlare, denunciare, informare. Avere a cuore i poveri e soprattutto i più poveri tra i poveri. Questi sono trascurati da tutti perché la maggioranza di loro non vota e non partecipa alla vita politica. Dobbiamo allora stare dalla loro parte e fare nostri i loro bisogni. In questa maniera faremo anche i nostri interessi, perché in una società meno rancorosa, cattiva, sfiduciata si vive meglio, perché se tutti hanno quel che serve per vivere diminuisce la delinquenza e il degrado, perché le disuguaglianze sono un freno allo sviluppo.

Note: i dati sono tutti di fonte ISTAT tranne quelli sulla sanità che sono tratti dal Rapporto della Corte dei Conti 2016

www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sezioni_riunite/sezioni_riunite_in_sede_di_controllo/2016/rapporto_coordinamento_finanza_pubblica_2016.pdf;

Ogni anno il Governo elargisce 16 miliardi a chi inquina e deturpa l'ambiente (07/02/2018)

“Se ci fossero più soldi si potrebbero fare tante cose, ma non ce ne sono”.
Questa frase l'abbiamo sentita tante volte. Mancano risorse per assumere infermieri, dietisti, ostetriche, medici nelle ASL e negli ospedali. Mancano risorse per dare un aiuto e un futuro ai senzatetto e alle persone in povertà assoluta (4.742.000) [1]. Mancano risorse per varare un piano per rendere le costruzioni antisismiche, per acquistare autobus, treni, metropolitane, per migliorare la nostra rete ferroviaria, per finanziare la ricerca scientifica, la scuola, l'università, il restauro dei centri storici, la tutela del patrimonio artistico e culturale.
Ovviamente mancano risorse anche per tutelare l'ambiente e ridurre l'inquinamento, però, in compenso, lo Stato investe notevoli risorse per distruggere l'ambiente e inquinarlo. Sì, proprio così. Ogni anno il Governo impegna ben 16,1 miliardi per agevolare produzioni, attività, pratiche di sicuro impatto negativo sull'ambiente.
Non è l'accusa delle associazioni ambientaliste o di qualche partito d'opposizione. Lo afferma un documento ufficiale del Ministero dell'Ambiente [2].
Ecco i principali finanziamenti di sicuro impatto negativo sull'ambiente elargiti dal Governo nel 2016:

Molte di queste prebende sono in atto da oltre 20 anni (agevolazioni per il gasolio, per armatori e compagnie aeree), altre sono state introdotte negli anni 2000 (gli interventi a favore di TIR, camion e pullman), ma, quel che è certo è che tutti i Governi degli ultimi 25 anni hanno confermato questi enormi finanziamenti a imprese a forte impatto negativo sull'ambiente.
Per esempio, il miliardo di euro al trasporto merci su gomma è stato introdotto dal Governo Berlusconi nel 2001, ma confermato dal Governo Prodi nel 2007 e da quello Monti nel 2012, con specifiche leggi.
Il Governo Renzi ha fatto di peggio.
Nel 2014 il Parlamento ha approvato una legge delega, che per la prima volta ha dato mandato e potere al Governo di rivedere tutti questi finanziamenti ambientalmente negativi. Ebbene il Governo ha fatto scadere i termini senza attuare alcunché. Il Parlamento nel 2015 ha ridato tali poteri al Governo, che nuovamente ha fatto scadere i termini senza varare alcun decreto legislativo in proposito [3].
Se in Italia l'83% del trasporto merci (sopra i 50 Km) avviene in TIR, il principale motivo è che le aziende di autotrasporto ricevono attraverso varie modalità circa 2 miliardi di euro di finanziamento all'anno.
Se l'Italia ha 16 milioni di auto a gasolio (il 42% del parco autovetture) è perché il Governo agevola con circa 4 miliardi di euro all'anno questa tecnologia di trasporto, che è la più inquinante in assoluto (più della benzina e molto più del metano) [4].
Perché regalare quasi 8 miliardi a modalità di trasporto molto inquinanti e non impiegare questi soldi per comprare autobus, metropolitane, treni, bici per bike-sharing, per costruire piste ciclabili e ammodernare le linee su ferro?
Perché il Governo regala 880 milioni alle multinazionali delle acque minerali? Eppure è lo stesso Ministero dell'Ambiente che segnala che la sola produzione delle bottiglie di plastica per l'acqua minerale produce ogni anno 1.300.000 tonnellate di CO2 ed è facile immaginare l'inquinamento atmosferico provocato dai camion che trasportano da una parte all'altra dell'Italia ogni anno circa 13 milioni di tonnellate di acqua.
Perché regalare 654 milioni ogni anno a proprietari di industrie che emettono gas serra?
L'inquinamento atmosferico causa ogni anno oltre 40.000 morti in Italia [5]; i gas serra alterano il clima aumentando i periodi di siccità, le bombe d'acqua e le alluvioni, con danni alle persone e all'economia ingentissimi (145 morti e 40.000 persone evacuate per alluvioni tra il 2010 e il 2016; 7,7 miliardi di danni tra il 2013 e il 2016 [6]); i costi esterni del trasporto su gomma (inquinamento e incidenti) ammontano ad alcune decine di miliardi di euro all'anno [7], eppure i vari Governi che si sono succeduti negli ultimi 25 anni, invece di affrontare come si deve questi problemi, hanno investito ogni anno circa 16 miliardi di euro per foraggiare chi è il principale responsabile di questa situazione (multinazionali del petrolio, dell'auto, dei fertilizzanti e pesticidi, delle acque minerali, compagnie aeree e navali, proprietari di industrie inquinanti).
Questo fiume di soldi non solo danneggia l'ambiente, ma determina anche un effetto economico regressivo: avvantaggia chi ha dimenticandosi dei poveri. E ciò non solo perché questi finanziamenti, andando soprattutto ad aziende multinazionali e nazionali, finiscono in gran parte nelle tasche di chi ne ha la proprietà, ma anche perché riducono il costo di alcuni beni che non sono appannaggio di tutti e che i poveri non possono permettersi: i viaggi in aereo, le crociere, le auto diesel più potenti e che più consumano, i condizionatori d'aria, asciugapanni elettrici, cantinette frigo e altri elettrodomestici ad alto consumo di energia, le vacanze sulla neve, l'uso del taxi per spostarsi.
Un'altra dimostrazione che i nostri Governi hanno più a cuore ricchi e benestanti che poveri e non abbienti.
1) ISTAT: La povertà in Italia www.istat.it/it/archivio/202338; 2) Ministero dell'Ambiente: Catalogo dei sussidi ambientali www.minambiente.it/sites/default/files/archivio/allegati/sviluppo_sostenibile/catalogo_sussidi_ambientali.pdf; le leggi deleghe sono la n. 23 dell'11/3/2014 (si veda in particolare l'articolo 15), e successiva proroga del 27/6/2015; 4) Ministero dei Trasporti: Conto Nazionale Trasporti 2015-2016; 5) Lo studio VIIAS del Ministero della Salute ha calcolato 34.500 morti all’anno per il solo PM2,5. Altri studi internazionali (ESCAPE 2013 ed EEA: Air Quality in Europe 2015) danno stime sensibilmente maggiori; 6)  www.legambiente.it/sites/default/files/images/rapporto_cittaclima_2017.pdf;  7) L'ultimo studio commissionato dal Ministero dei Trasporti purtroppo è del 2005 e dava una stima di 38 miliardi di euro.
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Le “tasse” che ci vengono comminate di soppiatto (29/01/2018)

Dal 2005 al 2016 la spesa sanitaria privata è aumentata da 25 miliardi a 35,5 miliardi [1]. In media nel 2016 ogni italiano (neonati e centenari compresi) ha speso di tasca propria 590 euro per curarsi invece dei 430 euro che spendeva nel 2005: 160 euro in più.
Circa un 20-25% di tale cifra è servita per comprare “prodotti” che il SSN non ha mai passato (presidi omeopatici, farmaci di classe C o di autocura ecc.) e una quota difficilmente stimabile è servita per fare analisi o terapie non necessarie, che il SSN difficilmente avrebbe erogato. Considerando anche tali quote, si può stimare che ogni italiano nel 2016 ha speso circa 300 euro di tasca propria per avere “prodotti” che sarebbero dovute essere forniti dal sistema sanitario nazionale (prestazioni diagnostiche, curative, riabilitative o preventive). E' come se ogni italiano avesse pagato una tassa di 300 euro ed è come se questa tassa dal 2005 al 2016 fosse aumentata di circa 85 euro a persona (per una famiglia di 4 persone sono 320 euro di tassa in più, per lo Stato un “guadagno” di oltre 5 miliardi, quindi poco più di quello che lo Stato non incassa più con l'abolizione dell'ICI sulla prima casa).
Ma le medie, come sempre, deformano la realtà. Infatti la tassa è stata pagata da chi ha problemi di salute e quindi soprattutto dalle persone di classe medio-bassa e bassa. Infatti, mentre tra gli adulti laureati solo il 12% è in cattivo stato di salute, tra quelli con licenza media inferiore è il 46% e tra quelli che non l'hanno conseguita è il 62% [2]. Molti hanno deciso di non pagare questa tassa e hanno rinunciato a curarsi: tra il 2013 e il 2016 sono stati 1,2 milioni di persone in più.
Perché aumenta la spesa dei cittadini per la salute? I motivi principali sono due:
1) le lunghe attese per avere una prestazione. Per una visita cardiologica l'attesa media è di 67 giorni, per una oculistica 87 giorni, per una ortopedica 66 giorni, per fare una colonscopia 93 giorni, per una risonanza magnetica 80 giorni. Ma anche queste sono medie che nascondono la realtà: i tempi di attesa sono molto più lunghi al Sud che al Nord e, quindi, sono soprattutto i cittadini del Sud Italia che ricorrono alla sanità privata o che rinunciano a curarsi;
2) il ticket: se per avere una prestazione sanitaria dal SSN devo spendere quanto spendo per andare da un privato, scelgo quest'ultimo (tra l'altro disponibile anche tutti i pomeriggi).
La principale causa delle lunghe attese e dei ticket sono i tagli al fondo sanitario nazionale: nel 2013 si sono spesi circa 117,5 miliardi di euro, nel 2014 115,5 miliardi, nel 2015 111 miliardi, nel 2016 110 miliardi (il 6,7% del PIL) [3].
Il Governo per i prossimi anni ha previsto ulteriori tagli: nel 2018 il 6,5% del PIL e nel 2019 il 6,4% del PIL. E ciò anche se l'Organizzazione Mondiale della Sanità invita gli Stati a non scendere mai sotto il 6,5% del PIL perché ciò determina un peggioramento delle condizioni di salute della popolazione.
Questi continui tagli alla Sanità hanno portato ad avere 3 posti letto ogni mille abitanti (la media OCSE è 4 e la Germania ne ha 8), 5,4 infermieri ogni mille abitanti (la media OCSE è 9 e la Germania ne ha 10,2), un numero di dietisti, assistenti sanitari, ostetriche ridicolo (intorno a 1 ogni 100.000 abitanti), una carenza di medici in quasi tutte le specialità. Eravamo al 1° posto nella classifica degli Stati che tutelano la salute, poi siamo scesi al 2° posto e dal 2016 siamo al 3° posto. Ma lo siamo soprattutto perché pochi Paesi sviluppati spendono così poco per la Sanità (nella UE siamo al 19° posto per spesa sanitaria pubblica pro capite) e questo dato ci fa guadagnare vari posti.
Gli economisti ci dicono che la presenza/assenza di disuguaglianze economiche dipende da tre ordini di fattori [4]:
1) i rapporti tra capitale e lavoro da cui consegue il numero di disoccupati e occupati, di lavoratori stabili e precari nonché il livello dei salari;
2) le politiche di redistribuzione della ricchezza (tassazione, sussidi e pensioni);
3) i servizi pubblici fuori mercato (sanità, scuola, politiche sociali, trasporti pubblici ecc.).
Nell'ultimo messaggio abbiamo visto come lo slogan “meno tasse” si sia concretizzato in meno tasse per i ricchi e benestanti (riduzione delle aliquote dei redditi alti, abolizione della tassa sulla casa indipendentemente dall'essere una casa modesta o sfarzosa, riduzione dell'IVA sui prodotti di lusso e aumento per quelli non di lusso, riduzione delle tasse sul reddito delle imprese, riduzione delle tasse di successione soprattutto per le cospicue eredità). Un ulteriore aiuto ai benestanti sono gli sgravi fiscali per la sanità integrativa (nel 2016 ammontanti a 800 milioni di euro di minori entrate per lo Stato) e, per tutti tranne i poveri e i ceti bassi, le detrazioni per le spese mediche. Tutto ciò porta ovviamente a meno entrate per lo Stato che sono compensate da tagli ai servizi pubblici fuori mercato (quello che è successo per la Sanità è accaduto anche per la Scuola, l'Università, le Politiche sociali, i Trasporti pubblici ecc.).
Insomma le disuguaglianze sono aumentate perché si è fatta una politica che le ha enormemente favorite: si è dato ai ricchi e benestanti togliendo ai poveri e ai ceti bassi. E anche alle persone appartenenti al ceto medio: si sono trovati qualche centinaio di euro in più grazie all'abolizione del'ICI o delle tasse di successione (i poveri non hanno casa di proprietà e non hanno molto da ereditare dai propri genitori) ma hanno dovuto sborsare varie centinaia, talvolta migliaia, di euro per accertamenti, terapie mediche e chirurgiche o per permettere un'istruzione qualificata ai loro figli.
Note.
1) I dati citati sono di varie fonti istituzionali e sono riportati nel “Secondo Rapporto GIMBE sulla sostenibilità del SSN. 2017” www.rapportogimbe.it/2_Rapporto_GIMBE_Sostenibilita_SSN.pdf; 2) Ist. Sup. di Sanità: Studio PASSI 2011 Campania; 3) Riportiamo i dati del finanziamento effettivamente erogato e non di quello messo nel bilancio di previsione che spesso è maggiore, la fonte è Corte dei Conti Rapporto 2016 www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sezioni_riunite/sezioni_riunite_in_sede_di_controllo/2016/rapporto_coordinamento_finanza_pubblica_2016.pdf; 4) si veda Pianta M.: Diseguaglianze: le ragioni del loro aumento, le politiche che mancano, in Costituzionalismo.it 3/2017 www.costituzionalismo.it;
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Attenzione ai truffatori (17/01/2018)

L'esistenza dei truffatori è permessa da due “difetti” dell'uomo: il desiderio di avere un consistente vantaggio rispetto a un “costo” basso (di realizzare “un affare”) e il poco spirito critico (la creduloneria, il fidarsi delle apparenze, senza esaminare razionalmente e con dati di fatto la questione).
A molti farebbe piacere avere qualche migliaia di euro in tasca solo tracciando un segno su un foglio, ma, se qualcuno ci promette questo, dovremmo insospettirci e cercare di capire se sotto non ci sia una truffa.
Da alcuni giorni è iniziata la campagna elettorale per le elezioni del prossimo marzo e fioccano le promesse: “Taglieremo le tasse, via la tassa su questo, daremo x euro a tutti i ...”.
Per esempio, la coalizione di destra (Lega Nord, Forza Italia e Fratelli d'Italia), promette meno tasse e, per dare peso a questa promessa, ha messo nero su bianco nel suo programma di Governo la flat-tax. Cos'è? E' l'abolizione delle varie aliquote di tassazione del reddito delle persone fisiche, sostituendole con un'unica aliquota uguale per tutti (il programma non specifica quale sarà, ma la Lega promette il 15% e Forza Italia il 23%).
Oggi, a seconda se si guadagna di più o di meno, si pagano in proporzione più o meno tasse. Con la flat-tax esisterebbe un'aliquota unica indipendentemente dal reddito. Se fosse attuata i cittadini avrebbero un “regalo” (perché pagherebbero meno tasse) che dipende dal loro reddito. Nella tabella seguente è riportato il prospetto di questi “regali” (non sono calcolate deduzioni e detrazioni):

Fascia di reddito in euro

Aliquota attuale

Regalo” minimo e massimo in euro con flat-tax al 15%

Regalo” minimo e massimo in euro con flat-tax al 23%

0 - 8.174

0%

Nessun regalo

Nessun regalo

8.174 - 15.000

23%

0 - 546

Nessun regalo

15.001 - 28.000

27%

546 - 3.130

0 - 2.090

28.001 - 55.000

38%

3.130 - 11.290

4.132 - 9.130

55.001 - 75.000

41%

11.290 - 20.540

9.130 - 18.940

>75.000

43%

20.540 - vari milioni

18.940 - vari milioni

Quindi ai poveri nessun regalo, ai superricchi vari milioni di regalo.
Una tale riforma farebbe entrare ogni anno 30-40 miliardi di euro in meno nelle casse dello Stato (30 miliardi secondo Berlusconi con flat-tax al 23%, 40 miliardi secondo la Lega con flat-tax al 15%, ma vari economisti dicono che queste stime andrebbero aumentate almeno del 20%). Quindi, o si dovrebbe tagliare la spesa pubblica per Sanità, Scuola, Politiche sociali, Ambiente, Trasporti, Ricerca, Beni culturali (visto che la Destra ha promesso niente tagli alla Difesa e alla Previdenza) o si dovrebbero trovare nuove entrate per 30-50 miliardi di euro ogni anno (con nuove tasse) o un mix di entrambe le cose. E' facile capire che la riduzione delle tasse a ricchi e benestanti verrebbe pagata soprattutto dai ceti di reddito basso e medio (quelli che non possono permettersi la sanità privata, che usano i trasporti pubblici, che usufrusicono di servizi sociali, che non mandano i figli in scuole private ecc.).
Bisogna ricordarsi che con le tasse lo Stato non solo si approvvigiona delle risorse necessarie per svolgere i suoi compiti, ma, grazie alla progressività delle aliquote, fa sì che le disuguaglianze economiche non siano troppo accentuate, perché ciò causa conflitti sociali e delinquenza, frena lo sviluppo economico e crea situazioni indegne di un Paese civile (per esempio che 55.000 persone non abbiano un tetto o che 1.400.000 persone rinuncia a curarsi perché non ha i soldi). [1]
Negli ultimi 40 anni, con lo slogan meno tasse, si sono fatti cospicui “regali” ai ricchi pagati dai ceti medi e bassi, e così sono aumentate la povertà, le disuguaglianze e il rancore sociale. [2,3]
Nel 1974 vi erano 32 diversi scaglioni di reddito: il primo comprendeva i redditi da 0 a 2 milioni di lire (corrispondenti a circa a 11,400 euro di oggi, considerando il potere di acquisto), l'ultimo quello sopra i 500 milioni (corrispondente a circa 2 milioni e 850 mila euro). La prima aliquota era del 10%, l'ultima del 82% (sì, l'82% del reddito sopra i 500 milioni se lo intascava lo Stato).
Nel 1983 gli scaglioni sono stati ridotti a 9. Il primo comprende i redditi fino a 11 milioni di lire (16.800 euro), l'ultimo quello sopra i 500 milioni (763.000 euro). Il primo scaglione viene alzato al 18% (quindi i poveri e le persone di basso reddito iniziano a pagare quasi il doppio di quanto pagavano 10 anni prima), l'ultimo viene ridotto al 65% (inizia un regalo annuale di diversi milioni a ciascun super ricco).
Nel 1986 il primo scaglione è ridotto a 6 milioni (6.600 euro di oggi), tassato con l'aliquota del 12%. Un regalo ai più poveri, ma un aggravio per chi guadagna da 6 a 11 milioni (13.000 euro di oggi) che viene tassato del 22% e a chi guadagna tra le attuali 13.000 e 16.800 euro che si trova a versare non più il 18% ma il 27% del proprio reddito allo Stato. Per i ricchi e benestanti invece un nuovo regalo: l'aliquota scende al 62% per i redditi sopra i 600 milioni (660.000 euro di oggi).
Nel 1989 nuovo grande regalo ai ricchi: l'aliquota scende al 50% sopra i 300 milioni (546.000 euro).
Nel 1998 gli scaglioni si riducono a 5, il primo (fino a 15 milioni, 9.700 euro di oggi) viene tassato con il 18,5%. Se ai poveri si chiede il 6% in più, ai ricchi viene fatto un altro regalo riducendo l'aliquota dell'ultimo scaglione (sopra i 135 milioni, 87.000 euro) al 45,5% (cioè pagheranno il 4% in meno).
Nel 2003 il primo scaglione è fino a 15.000 euro e l'aliquota è innalzata al 23% (una vera stangata sui poveri da parte del Governo Berlusconi).
Nel 2005 gli scaglioni si riducono a 4. Il primo è fino a 26.000 euro (aliquota 23%). Viene fatto ancora un regalo ai ricchi riducendo l'ultima aliquota (43%), per i redditi sopra i 100.000 euro
Nel 2007 si ritorna ai 5 scaglioni, decidendo di far pagare di più chi guadagna tra i 15.000 e 26.000 euro. Infatti il primo scaglione (con aliquota 23%) è fino a 15000 euro, il secondo (da 15000 a 28000 euro) è tassato col 27%.
I dati prima riportati illustrano chiaramente che dal 1974 a oggi le tasse per i ricchi sono diminuite sempre di più, mentre si sono presi sempre più soldi ai ceti bassi e medi (soprattutto ai mediobassi). Ciò è ancora più evidente se si considerano anche le deduzioni fiscali e le detrazioni (calcolando cioè l'aliquota effettiva). Per esempio, che nel 2005 l'aliquota effettiva del secondo scaglione è maggiore di quella del terzo, cioè pagava più tasse chi guadagnava di meno.
Va poi considerato che negli ultimi anni si sono ridotte le imposte di successione per i grandi patrimoni, si sono ridotte le tasse per chi affitta case e palazzi, è stata abolita l'IVA sui beni di lusso, (per cui si paga la medesima IVA per una pelliccia di ermellino, una fuoriserie, un quaderno o una matita) si è abolita la tassa sulla prima casa, anche se di lusso e di centinaia di metri quadri (in realtà la tassa è abolita anche sulle seconde case, perché basta che il coniuge o un figlio porti la residenza dove si ha la seconda casa e non si paga niente).
Insomma, bisogna stare attenti ai truffatori, avere spirito critico (esaminare razionalmente, sulla base di dati certi, i pro e i contro delle proposte) e avere a cuore innanzitutto i bisogni di chi è povero, di chi fa fatica ad arrivare alla fine del mese. Fare i loro interessi significa anche costruire una società più giusta, più equa, meno pacifica, più sicura, più bella.
Fonti: 1) Ufficio parlamentare di bilancio: Rapporto 2016; 2) Libro bianco sulla tassazione in Italia www.ssef.it/sites/ssef/files/Documenti/Rivista%20Tributi/Supplemento%201-%20Libro%20Bianco/Capitoli%201%20-%20I.pdf; 2) ISTAT indici di conversione dei valori monetari storici.

Le molte cose fatte nel 2017 e gli impegni per il 2018 (07/01/2018)

Il 2017 si è concluso ed inizia un nuovo anno. Vogliamo fare un bilancio di quello trascorso per capire come essere più incisivi nel 2018.
Ci siamo impegnati:
- per i poveri, gli emarginati e i perseguitati:

- per la salvaguardia dell'ambiene e della salute

- per dare informazioni veritiere, combattere pregiudizi e opinioni non suffragate dai fatti
lo abbiamo fatto soprattutto con le nostre “Notizie dell'Associazione Marco Mascagna”, il messaggio di posta elettronica che ormai arriva ad oltre 3000 persone, molte delle quali lo diffondono a loro volta ai loro contatti.
Nel 2017 ci siamo interessati della strombazzata ma inesistente epidemia di meningite (“Ma sono malati in testa?), dell'esiguità del fondo di sostegno al reddito dei poveri rispetto ai fondi dati a ricchi e benestanti (“Sostegno al reddito: di chi?”), della disumana e stupida politica contro gli immigrati (“Svegliamoci e prendiamo posizione”, “La demografia smaschera la demagogia”, “Restiamo umani”, “Disumani”), dell'inquinamento da pellet (Cos'è ecologico, cos'è ecosostenibile”), di come i dati smentiscono il luogo comune che la pubblica amministrazione ha troppi dipendenti e costa troppo (“E' vero che in Italia la spesa pubblica è altissima?”), di poveri e senza tetto (“Cos'è decoroso, cos'è urgente e necessario”), del commercio delle armi (“Fare affari sulle tragedie”), di come la speculazione finanziaria fa aumentare ogni anno di più il debito dell'Italia e di altri Paesi (“Fare sacrifici per arricchire i ricchi?”), del consumo di suolo, delle proposte degli economisti critici per uno sviluppo economico equo e ecosostenibile, di come non è assolutamente vero che la criminalità aumenta e gli immigrati delinquano più degli italiani, di come mass-media e gruppi di potere sollecitano paure immotivate, della situazione dei rifiuti. Abbiamo anche ricordato Don Milani con un'antologia di sue frasi.
Abbiamo inoltre fatto piacevoli escursioni in bellissimi posti della Campania, del Lazio e dell'Abruzzo. Camminare non solo per raggiungere una meta, vedere dei bei posti, fare moto, ma anche per stare insieme, per scambiare idee, per conoscersi meglio per praticare la convivialità.
Non è poco quello che abbiamo fatto (molto spesso in collaborazione con altre associazioni e gruppi, perché l'unione fa la forza), ma possiamo fare di più.
Non siamo pochi e se ognuno dà un suo piccolo contributo possiamo essere molto più incisivi. Quindi, nel nuovo anno, diffondiamo i messaggi della Marco Mascagna, partecipiamo alle attività dell'associazione e coinvolgiamo anche altre persone, diamoci da fare per raccogliere fondi per l'Asilo Sector Primero, firmiamo gli appelli di Amnesty International e delle altre organizzazioni che vi segnaliamo.
Auguriamo a tutti un buon 2018 e, se ognuno dà il suo piccolo contributo di impegno, il 2018 potrà essere un buon anno anche per tante altre persone.

 

Quale regalo di Natale? Un regalo per aiutare i bambini dell'Asilo Sector Primero di San Salvador (16/12/2017)

Da oltre 25 anni la Marco Mascagna finanzia l’Asilo Sector Primero di San Salvador promosso da un domenicano nostro amico che si è trasferito lì per aiutare le persone che abitano nel Sector Primero, la baraccopoli sorta sull’ex discarica dei rifiuti (per avere un’idea della situazione guarda il video www.youtube.com/watch?v=g2ju1E6FD74)
Varie persone dell’associazione hanno trascorso periodi di tempo lì e abbiamo un fitto scambio di mail con Gerard e le maestre.
L’asilo si regge sul nostro finanziamento (almeno 10.000 euro all’anno), e, oltre all’istruzione e al levare dalla strada questi bimbi, garantisce colazione, pranzo e merenda.
Puoi aiutare l’asilo in vari modi:
1) comunicare ai tuoi familiari e amici che il regalo che più desideri per Natale è una donazione pro-Asilo;
2) regalare uno dei CD dell'Associazione (Una musica per … con musiche di Pio e Umberto Russo Krauss, eseguite da Daniela del Monaco e Paolo Rescigno; Laudate e Requiem di Pio Russo Krauss). Un “assaggio” di queste musiche lo trovi sul sito dell’Associazione (http://www.giardinodimarco.it/sud.h...) e su Youtube (www.youtube.com/watch?v=3QOuS-lN-ro, https://youtu.be/AIIFsbvpYUM e www.youtube.com/watch?v=KkU0afysWoU). I cd puoi comprarli presso le botteghe del commercio equo e solidale E Pappeci (Via Orsi 72 e Via Mezzocannone 103);
3) regalare una donazione: a chi regala una donazione inviamo la cartolina regalo che spiega questo “dono solidale”(vedi immagine allegata, l’originale è ad alta definizione);
4) regalare una bottiglia di un eccelente liquore fatto in casa: limoncello, mirto, 4 agrumi, sui 40° di alcol oppure vino nociato (sui 25°) o una confezione di squisiti roccocò casalinghi;
I versamenti possono essere fatti su ccp. 36982627 oppure sul ccb Banca Fideuram iban IT21G0329601601000064226269, intestando a Associazione Marco Mascagna, Via Ribera 1 80128 Napoli, e specificando nella causale “donazione pro asilo”.
Le donazioni sono detraibili dall’imponibile.

Riflessioni sul nostro mondo e sul Natale (16/12/2017)

In Italia circa 51.000 persone non hanno casa e vivono per strada [1] . Nel solo 2016 sono stati eseguiti 35.000 sfratti [2]. Gli appartamenti sfitti sono 7 milioni (di cui 4,3 milioni sono case di vacanza e 2,7 milioni appartamenti privi di uso) [3].
Il Governo, invece di garantire un tetto a chi dorme per strada, ha varato la legge su “decoro e sicurezza urbana”, che prevede sanzioni per chi si sdraia nelle stazioni, sui marciapiedi, sulle panchine dei centri storici e situate vicino ai monumenti. Aumentano gli episodi di intolleranza e di violenza verso questi poveri e il favore verso i provvedimenti contro di loro.
Dal 2013 al 15 giugno 2017 sono annegati nel Mediterraneo 15.000 persone che fuggivano da guerre, da dittature, dall'ISIS, da persecuzioni oppure dalla fame, dalla mancanza di qualsiasi possibilità di lavoro [4]. La UE e l'Italia invece di accogliere questi disperati e di creare canali di ingresso sicuri e legali (come i trattati internazionali prescrivono) spendono milioni di euro per cercare di bloccarli in Libia, Turchia, Sudan, Eritrea, Niger, finanziando così dittatori e perfino trafficanti e gettando i migranti nelle mani di persone senza scrupoli [5, 6]. Come ha detto il Commissario ONU per i Diritti Umani "La politica dell'Unione Europea di assistere la guardia costiera libica nell'intercettare e respingere i migranti nel Mediterraneo è disumana. La sofferenza dei migranti detenuti in Libia è un oltraggio alla coscienza dell'umanità. La comunità internazionale non può continuare a chiudere gli occhi sugli orrori inimmaginabili sopportati dai migranti in Libia” [7]. Un'altra agenzia ONU (l'OIM) ha scritto: “I trafficanti di ieri sono le forze anti-trafficanti di oggi” [6].
Gli stranieri presenti nel nostro territorio sono accusati di essere ladri, stupratori e rapinatori anche se i dati dicono che delinquono meno degli italiani [8]. Così acquistano maggiore potere i partiti e i gruppi razzisti, xenofobi o che promettono di “ripulire la città di zingari, senzatetto, accattoni”.
I cittadini italiani in povertà assoluta sono 4.750.000, di questi 1.290.000 sono bambini e ragazzi. Negli ultimi anni in Italia la povertà è aumentata, ed è aumentata anche la ricchezza di ricchi e benestanti, per cui il divario tra il 20% degli italiani più ricchi e il 20% degli italiani più poveri è aumentato del 9% [9].
I poveri si vergognano della loro situazione, la vivono come una colpa e una parte della popolazione li disprezza, prova sentimenti di repulsione e di antipatia. Come se l'essere povero fosse una scelta e non una condizione disgraziata da cui oggi è difficilissimo uscire (chi assumerebbe un senzatetto?).
La spesa militare mondiale nel 2013 è stata di 1.435 miliardi di euro (quasi 4 miliardi di euro al giorno), con un aumento in termini reali dello 0,5% rispetto all'anno precedente e di circa il 40% in più di quella degli anni '90. L'Italia è all'11° posto, superando Paesi come Brasile, Israele, Australia, Spagna [10]. Nella finanziaria 2018 è prevista una spesa di 25 miliardi: il 5% in più rispetto al 2017, che già aveva visto un aumento del 10% sul 2016 [11]. Mentre la spesa militare aumenta ogni anno quella per la sanità diminuisce, in media dello 0,1% all'anno dal 2010 al 2016 [12].
Tra qualche giorno si festeggerà la nascita di Gesù. E lo faranno in tanti, quasi tutti. E ciò stride con la situazione illustrata dai dati prima citati, perché Gesù fu un povero, un senzatetto (“Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” Lc. 9,58); uno straniero (figlio di Galilei - popolazione disprezzata dai Giudei - nato in Giudea); una persona che ha sempre manifestato una scelta preferenziale per i poveri, gli emarginati, gli esclusi; uno che ha gridato “Guai ai ricchi” (Lc 5,24), che ha affermato che il criterio per giudicare la bontà e la realizzazione di una persona è il suo comportamento verso chi è nel bisogno (“Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito” Mt. 25,35); un nonviolento, un predicatore di pace e di fratellanza universale (“Amatevi gli uni gli altri” Gv. 13,34, “Amate i vostri nemici, fate del bene a chi vi vuol male” Lc 6,27).
Come è possibile che si possa festeggiare la nascita di un simile personaggio e poi fare il contrario di quello che lui ha detto e fatto? Come è possibile che la fratellanza, valore non solo cristiano ma anche laico (fraternité, egalité, liberté), possa essere così negata nel nostro mondo?
Per fortuna ci sono persone che si battono contro l’ingiustizia e la violenza, che praticano concretamente la fratellanza, l’uguaglianza e la libertà e che non stanno zitti di fronte a chi semina l'odio, che si mettono dalla parte dell'immigrato, del senza-tetto, del povero e dell'emarginato.
Sono pochi? Forse sono molto più di quanto pensiamo.
Quanti sono a conoscenza dei molti gruppi di volontari che si danno da fare per i senza dimora, come la fondazione Leone, il Centro Buglione, La Tenda, Il Centro Astalli, la Ronda del Cuore ecc.? A Napoli tra associazioni, enti ecclesiali, cooperative e fondazioni sono circa 70 i gruppi che prestano assistenza a queste persone.
Quanti sanno delle persone che col consenso dei Ministeri dell'Estero e degli Interni, ma senza un euro di contributo statale organizzano l'ingresso legale di persone in fuga da guerre e dittature e il loro soggiorno presso famiglie. In un solo anno il progetto Corridoi Umanitari della Comunità di S. Egidio, Chiese Evangeliche e Tavola Valdese ha salvato circa 1.000 persone.
E come non ricordare l'encomiabile lavoro delle ong operanti in mare che nel solo 2016 hanno salvato 46.796 migranti. O le decine di migliaia di persone che a ridosso di ferragosto hanno firmato l'appello a favore delle ONG e contro la politica antiimmigrazione del Governo?
Quanti conoscono i gruppi di musulmani che si battono contro i fondamentalisti e per la pace? Quanti hanno saputo del convegno tenutosi a Torino dal titolo “Islam contro islamismo”, nel quale gli islamici si sono interrogati su perché una parte di musulmani assume posizioni violente e intolleranti e su quali sono le radici della violenza nella loro religione? Un esempio che dovrebbe seguire chiunque si riconosce in una religione o in una qualsiasi corrente di pensiero (fosse anche quella di “non averne alcuna”).
Insomma, malgrado le molte ingiustizie e problemi del nostro mondo e malgrado i giornali e le televisioni enfatizzano il peggio dell'uomo, favorendo la diffidenza, la paura, l'egoismo e l'assenza di speranza, la realtà è molto più variegata e composita, vi è tanto che non va ma anche molto bene, e la situazione può evolvere in peggio ma anche molto in meglio.
Soprattutto vi sono innumerevoli persone oneste, miti, che praticano i valori della fratellanza, dell'uguaglianza, della libertà, che lottano per la giustizia e per la pace.
Non sono la maggioranza? E' vero, non lo sono. Ma la Storia ci insegna che sono sempre state le minoranze che hanno reso il mondo migliore. E’ grazie a minoranze, ma coerenti e determinate, che la schiavitù non è più ammessa, che la democrazia si è affermata, che le donne hanno compiuto passi enormi di emancipazione, che sono state varate norme per tutelare i lavoratori, per dare assistenza ai malati, per aiutare chi è in difficoltà, per combattere l’inquinamento, per mettere un freno alla violenza e alla sopraffazione.
Noi ci sentiamo parte di queste minoranze. Crediamo che le nostre piccole azioni e il nostro piccolo impegno non è sterile proprio perché sono state sempre le minoranze attive a innescare e realizzare processi di cambiamento.
Festeggeremo con piacere e con coerenza la nascita di quel nazareno povero e mite, nato in terra straniera, che ci ha lasciato un messaggio ancora oggi attualissimo e rivoluzionario. Con questo spirito auguriamo a tutti un buon Natale.

1) www.istat.it/it/archivio/175984; 2) http://ucs.interno.gov.it/FILES/allegatinews/1263/Pubblicazione_sfratti_2016.pdf;
3) Istat: XV censimento generale della popolazione e delle abitazioni; 4) UNHCR 2017; 5) www.africa-express.info/2017/03/01/accordo-sui-migranti-con-il-sudan-europa-e-italia-complici-delle-violazioni-dei-diritti-umani; 6) OIM https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/N1711623.pdf; 7) UHNCR 15/11/17; 8) Ministero della Giustizia 2017 www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14.wp si veda il nostro messaggio n.23 del 25/10/17; 9) Istat 2017; 10) SIPRI 2017; 11) http://milex.org/2017/11/17/italia-cresce-la-spesa-pubblica-in-armamenti; 12) https://www.ambrosetti.eu/ricerche-e-presentazioni/rapporto-meridiano-sanita-2017/

Facciamo il punto sulla situazione dei rifiuti in Italia e in Campania (01/12/2017)

E' uscito il nuovo Rapporto Rifiuti Urbani del Ministero dell'Ambiente ed è l'occasione per fare il punto sulla situazione in Italia e nella nostra Regione.
La produzione di rifiuti, in calo dal 2006, aumenta di poco nel 2016 (+0,8% rispetto al 2015 [* alcuni giornali hanno detto +2%, ma 1,2% riguarda rifiuti che prima non venivano considerati, e, quindi, non è corretto contarli]). Analogo aumento si verifica in Campania, che è però al quintultimo posto nella produzione di rifiuti con quasi 50Kg/ab/anno sotto la media nazionale (le Regioni che più producono rifiuti sono Emilia, Toscana, Valle d'Aosta, Liguria). Tra le grandi città Napoli è sotto la media nazionale, producendo molto meno rifiuti per abitante di Catania, Venezia, Firenze, ma più di Trieste, Messina, Torino, Milano.
I rifiuti raccolti in maniera differenziata aumentano, ma lentamente e sono notevolmente sotto l'obbligo di legge (65%): In Italia il 51% dei rifiuti è raccolto in maniera differenziata (52,5% includendo anche materiali che prima non venivano conteggiati) con un aumento del 3% sull'anno 2015 e di quasi il 25% rispetto al 2012. Notevoli sono le variazioni regionali e provinciali: 73% il Veneto, 15% la Sicilia, con la Campania al 52% che guida le Regioni del Sud e Centro. Solo 4 Regioni hanno rispettato la legge raccogliendo almeno il 65% dei rifiuti in maniera differenziata (Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-VG e Lombardia). L'aumento della raccolta differenziata è dovuto soprattutto all'umido (che è la frazione più abbondante dei rifiuti). In Campania la provincia più virtuosa è quella di Benevento (71% di RD), la meno virtuosa quella di Napoli (47%). La capoclasse è la Provincia di Treviso (88% di RD). La raccolta differenziata a Napoli città è al 31%, superata da tutte le grandi città del Nord e del Centro, ma meglio di tutte le altre grandi città del Sud (eccetto Bari).
In Italia il 46% dei rifiuti viene riciclato (il 20% come compost e biogas), il 25% va in discarica e il 20% viene bruciato, l'1% va all'estero e l'8% ad altri trattamenti.
La Campania ha una gravissima carenza di impianti di compostaggio: solo 4 impianti, che nel 2016 hanno trattato 26.000 tonnellate. Solo Valle d'Aosta, Molise e Liguria hanno compostato meno rifiuti di noi. L'Abruzzo, che ha un quinto degli abitanti della Campania, ha compostato 8 volte più rifiuti della Campania. La Lombardia ha compostato 940.000 tonnellate di rifiuto, 38 volte più della Campania.
Non siamo messi meglio con gli impianti di biodigestione-compostaggio (quelli che producono biogas e compost e che, secondo le ricerche sono quelli più rispettosi dell'ambiente). In Campania vi sono solo 2 impianti, che hanno trattato 46.000 tonnellate di rifiuti. Il Friuli, che ha un quinto degli abitanti della Campania, tratta in tali impianti 7 volte di più di noi.
La raccolta differenziata dell'umido in Campania ammonta a 708.000 tonnellate e di queste solo 72.000 sono trattati in Campania, perché non abbiamo sufficienti impianti di biodigestione-compostaggio e compostaggio. Quindi oltre 600.000 tonnellate di rifiuti organici, per essere trattati, vanno in altre Regioni (soprattutto in Veneto), con costi economici (circa 150 milioni all'anno) e ambientali notevoli.
Però siamo la terza regione per quantità di rifiuti inceneriti. L'inceneritore di Acerra (il più grande inceneritore italiano) brucia 726.000 tonnellate all'anno, pari al 28% di tutti i rifiuti prodotti e produce 200.000 tonnellate di ceneri che vengono smaltite a Brescia con un impatto ambientale consistente.
La Campania ogni anno paga una multa di 48 milioni alla UE per non avere rispettato le direttive comunitarie (a dire il vero, la maggioranza delle regioni non le rispettano e c'è chi è peggio di noi, ma noi siamo stati multati e altri no).
Nel 2012, il Piano Regionale Rifiuti prevedeva che nel 2015 si dovevano bruciare 1,5 milioni di tonnellate di rifiuti (il 60% dei rifiuti prodotti) e compostare solo 100.000 rifiuti. Previsioni e obiettivi del tutto sballati, come la Marco Mascagna denunciò pubblicamente. Se avessero fatto come noi dicevamo (per esempio compostare 800.000 tonnellate l'anno per il 2015) oggi non dovremmo spendere un mare di soldi per portare i rifiuti in altre regioni, non pagheremmo la TARSU più alta d'Italia, la raccolta differenziata sarebbe ben maggiore, non pagheremmo più la multa EU e si poteva chiudere una linea di incenerimento dell'inceneritore di Acerra.
Da questi dati, infatti, emerge che il principale problema della Campania è l'estrema carenza di impianti di biodigestione-compostaggio e di compostaggio che fa andare in perdita tutti i Comuni che fanno la raccolta differenziata dell'umido.
Quasi tutte le regioni (Campania compresa) hanno una raccolta differenziata insufficiente (rispetto agli obblighi di legge 65% e agli obiettivi UE 75%). Il fatto che la Provincia di Treviso è ormai al 90% è segno che tale obiettivo è del tutto realistico.
Perché il 90% di raccolta differenziata non è raggiunto in tutta Italia? I motivi sono vari, tra cui:
- per organizzare una buon sistema di raccolta differenziata occorrono soldi e se non ci sono impianti di compostaggio e biodigestione-compostaggio o se i cittadini non differenziano scrupolosamente (i riciclatori pagano in proporzione della purezza del rifiuto) il servizio diventa subito in perdita;
- se la raccolta differenziata aumenta troppo non ci sono più rifiuti per inceneritori e discariche e questo va contro gli interessi di vari soggetti
- una parte della popolazione è pigra e incivile e, se può, non fa la raccolta differenziata o la fa male, rendendo il sistema economicamente poco redditizio;
- alcune amministrazioni preferiscono accondiscendere a quella parte della popolazione pigra e incivile non organizzando un serio sistema di raccolta differenziata.
Pensiamo che si possa affermare che mentre fino a qualche anno fa erano soprattutto aziende, criminalità, amministratori a impedire una corretta gestione dei rifiuti, oggi, probabilmente, è una parte dei cittadini (quelli che non fanno la raccolta differenziata o che la fanno male, che protestato se si vuole fare un impianto di compostaggio o di biodigestione-compostaggio, che non pagano la TARSU ecc.) il principale ostacolo ad una corretta gestione dei rifiuti.

Disumani (19/11/2017)

"La politica dell'Unione Europea di assistere la guardia costiera libica nell'intercettare e respingere i migranti nel Mediterraneo è disumana. La sofferenza dei migranti detenuti in Libia è un oltraggio alla coscienza dell'umanità. La comunità internazionale non può continuare a chiudere gli occhi sugli orrori inimmaginabili sopportati dai migranti in Libia”.
Questo il duro comunicato dell'ONU sulla strategia adottata dal nostro Governo con l'avvallo e il finanziamento della UE per bloccare chi fugge da guerre, regimi dispotici e fondamentalisti islamici (Iran, Eritrea, Etiopia, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Nigeria, Niger, Ciad, Ghana, Gambia ecc.) o semplicemente dalla fame e dalla povertà.
La CNN ha poi documentato (anche con un video) la vendita all'asta di migranti in Libia [1].
Sea Watch, una ong tedesca, e la Marina Militare Italiana hanno filmato come la Guardia Costiera libica “salva i migranti” (picchiandoli, partendo a tutta velocità mentre i migranti sono appesi alle corde, lanciando patate ai volontari che si prodigano per salvare chi sta annegando) [2, 3].
I fatti accaduti in questi giorni stanno aprendo gli occhi a tanti che avevano creduto alle rassicurazioni del ministro Minniti che i salvataggi in mare sarebbero stati effettuati dalla Guardia costiera libica, che i migranti nei “CIE libici” sarebbero stati trattati come in Italia, rimpatriando i non aventi diritto e accogliendo gli altri. Una favola raccontata come se fosse realtà, a cui molti hanno voluto credere. Ora si moltiplicano i “Non sapevamo”, “Non immaginavamo”, “Episodi da condannare” ecc. Lacrime di coccodrillo e dichiarazioni ipocrite. In realtà sapevano e sanno benissimo qual è la situazione in Libia. Bastava leggere i rapporti di Amnesty, di Human Right Watch, dell'ONU, degli istituti di studi geopolitici. Oppure sentire le innumerevoli testimonianze dei migranti che sono giunti in Italia o leggere le inchieste del New York Times, del Washington Post, del Guardian, dell'Indipendent, dell'agenzia Reuters (inchieste spesso documentate con foto e video) [4, 5, 6, 7, 8].
Amnesty: “Rifugiati e migranti sono vittime di gravi abusi da parte di gruppi armati, contrabbandieri e trafficanti di esseri umani, oltre che delle guardie dei centri di detenzione amministrati dalle autorità governative”; “I Centri di detenzione sono spesso gestiti dai gruppi armati che operavano al di fuori dell’effettivo controllo del Governo. In queste strutture sono tenuti in condizioni squallide e sottoposti a tortura e altri maltrattamenti da parte delle guardie, compresi pestaggi, sparatorie, sfruttamento e violenza sessuale”; “In alcune occasioni, la guardia costiera si è resa responsabile di abusi, anche aprendo il fuoco contro le imbarcazioni o abbandonandole in mare aperto e picchiando i migranti e i rifugiati, a bordo delle loro motovedette e all’arrivo sulla costa” [9].
Human Right Watch: “La Guardia costiera libica usa metodi violenti nel trattare i migranti”, “E' collusa con i trafficanti di esseri umani”; “Vengono ricondotti in Libia dove li attende un trattamento disumano fatto di torture e stupri fino ad essere ricattati e venduti come schiavi sessuali o per lavori abbrutenti”; "Gli osservatori sono rimasti sconvolti da ciò che hanno visto: migliaia di uomini, donne e bambini emaciati e traumatizzati, ammassati l'uno sull'altro, bloccati in capannoni” [10].
ONU (OIM): “La situazione in Libia è terribile. Le notizie di 'mercati degli schiavi' si uniscono alla lunga lista di orrori" (dichiarazione dell'aprile 2017); “Il capo della Guardia costiera di Zawiyah è contemporaneamente a capo di una milizia in combutta con i trafficanti”; “I trafficanti di ieri sono le forze anti-trafficanti di oggi” [11].
Potremmo continuare a lungo. La realtà è questa: l'Italia ha fatto accordi con un Governo non unanimamente riconosciuto, con “sindaci”, capimilizie e trafficanti (spesso queste tre figure coincidono), dando loro ingenti somme (decine di milioni di euro) purché fermino i migranti che vogliono venire in Italia, facendo finta di non sapere che in Libia vige l'anarchia (230 milizie che controllano altrettanti parti del territorio) [9]. Che questo avrebbe comportato altri morti, torture, schiavismo, stupri lo sapevano benissimo. Il giorno in cui il Governo italiano esultava per l'accordo raggiunto Amnesty dichiarava: “Oggi le autorità italiane hanno dimostrato che considerano più importante tenere migranti e rifugiati alla larga dalle loro coste piuttosto che proteggere le loro vite e la loro incolumità”.
Più volte abbiamo richiamato l'attenzione sulla tragedia di chi subisce la guerra, la dittatura, la persecuzione o la povertà e decide di lasciare il suo Paese per cercare condizioni di vita “umane” in un Paese straniero, come hanno fatto in passato tanti italiani e come un domani potremmo fare noi o i nostri figli [12].
Accogliere chi è in pericolo è un dovere morale al quale siamo obbligati anche dalla nostra Costituzione: “Lo straniero al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica”. Il numero di persone che chiede di entrare in Italia non è ingente (negli ultimi anni è stato tra i 17.000 e i 170.000 all'anno) per un Paese di 60 milioni di abitanti che ogni anno ne perde 130.000 (saldo morti-nati), con sempre meno giovani e sempre più vecchi, dove nessuno più vuole fare determinati lavori (il pecoraio, il badante ecc.). Che i migranti fanno aumentare la criminalità, portano malattie e ci islamizeranno sono bufale che cozzano con i dati della realtà.
Dobbiamo chiederci chi e perché ci racconta queste bufale? Chi e perché agita le nostre paure? Chi e perché vuole che perdiamo la nostra umanità e adottiamo come massima di vita “Me ne frego”? Chi e perché vuole che perdiamo i valori di fraternità, uguaglianza, libertà così faticosamente affermati?

Note:

1) http://edition.cnn.com/2017/11/14/africa/libya-migrant-auctions/index.html;

2) www.rainews.it/dl/rainews/media/Naufragio-Migranti-un-video-non-lascia-dubbi-la-motovedetta-libica-se-ne-va-lasciandolo-in-mare-8d5adb02-6004-4010-9406-a30e1924abb9.html;

3) https://sea-watch.org/en/update-evidence-for-reckless-behavior-of-libyan-coast-guards;

4) https://www.nytimes.com/2017/09/25/opinion/migrants-italy-europe.html?mcubz=1;

5) www.washingtonpost.com/news/monkey-cage/wp/2017/09/25/italy-claims-its-found-a-solution-to-europes-migrant-problem-heres-why-italys-wrong/?utm_term=.d297f5baad85;

6) www.theguardian.com/world/2017/may/22/libyan-government-shut-inhumane-refugee-detention-centres-un;

7) www.independent.co.uk/news/world/africa/ross-kemp-libya-migrant-hell-video-documentary-sky-refugees-torture-rape-detention-mediterranean-a7587811.html;

8) www.reuters.com/article/us-europe-migrants-libya-italy-exclusive/exclusive-armed-group-stopping-migrant-boats-leaving-libya-idUSKCN1B11XC;

9) www.amnesty.it/rapporti-annuali/rapporto-annuale-2016-2017/medio-oriente-africa-del-nord/libia;

10) www.hrw.org/world-report/2017/country-chapters/libya;

11) https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/N1711623.pdf;

12) vedi i messaggi del 7/9/17, 9/3/17 e 10/2/17 www.giardinodimarco.it/archivio.htm e vedi i video www.youtube.com/watch?v=pOZvhzfhFfE e www.youtube.com/watch?v=dochQxEMRZA&t=611s

Siamo adulti e abbiamo ancora paura del buio? (10/11/2017)

Le nostre convinzioni, i nostri comportamenti e le nostre scelte dipendono in gran parte dalla percezione della realtà che abbiamo e dalla risonanza emotiva che tale percezione determina. Per esempio, se camminiamo di sera per una zona della città poco conosciuta la percepiamo come pericolosa e ciò determina timore e ci fa essere guardinghi e sospettosi. La percezione di pericolosità discende dalle esperienze negative e pericolose (vissute quando eravamo bambini, viste in film, lette sui giornali ecc.) suscitate dalla visione di strade buie e solitarie.
Della maggioranza dei fatti del nostro mondo non abbiamo una percezione diretta ma solo quella trasmessa dai mezzi di informazione (televisioni, radio, stampa, internet) e dal passaparola. Inoltre la nostra mente si attiva di più per i fatti nuovi, le notizie allarmistiche e che possono riguardare la nostra persona, i problemi la cui soluzione sembra facile e “indolore” (per noi), più per le immagini e le storie che per i dati statistici.
La ricerca scientifica ha evidenziato che molto spesso non c'è corrispondenza tra le nostre paure/preoccupazioni e l'effettivo rischio, cioè che abbiamo una percezione dei rischi poco o niente corrispondente ai fatti.
Per esempio molti hanno paura di volare ma non di andare in auto o in moto, eppure il rischio di morire (calcolato come probabilità su 1 miliardo di passeggeri per ogni 100 Km percorsi) è inferiore a 1 per l'aereo, 300 per l'auto e 530 per la moto [1]. Se si calcola il rischio come numero di morti sulla popolazione, il rischio di morire in un incidente d'auto è di 1 su 40.000, mentre con la moto di 1 su 10.000 [2].
Molti hanno paura di un attentato terroristico eppure la probabilità di morire in un attentato terroristico per i cittadini europei è di 1 su 8 milioni [3]. La probabilità di morire per una malattia causata dall'inquinamento atmosferico è superiore a 1 su 1.500 [4].
Come abbiamo visto nel precedente messaggio le persone sono molto preoccupate per la criminalità anche se i dati ci dicono che la criminalità è diminuita molto. Tanti sono preoccupati per l'arrivo di persone da altri Paesi, anche se i dati ci dicono che i nuovi arrivati sono meno delle persone che l'Italia perde (come saldo tra nascite e morti), che essi delinquono meno degli italiani e che svolgono in maggioranza lavori che gli italiani non vogliono fare (ad esempio quello di badante o di pecoraio).
Temiamo di essere derubati e non pensiamo che negli ultimi 10 anni ogni italiano è stato derubato di 18.500 euro (una famiglia di 4 persone di 74.000 euro) e che molto probabilmente altrettanto avverrà nel futuro. L'evasione fiscale, infatti, ammonta a 111 miliardi l'anno [5], cioè gli evasori tolgono a ciascun italiano 1.850 euro ogni anno. Eppure questo gravissimo problema non è molto sentito dagli italiani. Se si riuscisse a portare l'evasione fiscale a livello della Francia, dell'Olanda o della Gran Bretagna (dove l'evasione è circa la metà di quella dell'Italia) si recupererebbero ogni anno 55 miliardi. Con 55 miliardi in più ogni anno si potrebbero garantire mezzi di trasporto pubblici puntuali, frequenti e comodi, si potrebbe varare un piano di opere utili (risparmio energetico, riduzione del rischio sismico, riqualificazione delle periferie, restauro dei centri storici e dei monumenti, disinquinamento e tutela delle risorse ambientali ecc.), si potrebbero assumere più medici e paramedici riducendo le liste di attesa e migliorando le prestazioni, e per fare tutto ciò si creerebbero milioni di posti di lavoro favorendo lo sviluppo economico.
Televisioni e giornali dedicano un enorme spazio alla cronaca nera, al terrorismo, all'immigrazione, a disastri aerei e pochissimo spazio all'evasione fiscale, all'inquinamento atmosferico, ai morti sul lavoro (oltre mille ogni anno), alla povertà, alle disuguaglianze economiche. Studio Aperto ha dedicato il 92% di tutti i suoi servizi alla criminalità comune (omicidi, rapine, furti, violenze) e neanche uno all'evasione fiscale. Il TG5 ha dedicato il 67% dei servizi alla criminalità comune [6]. Le parole che sono comparse con più frequenza sui quotidiani italiani nel 2015 sono nell'ordine: migranti, terrorismo, guerra (in maggioranza associata alle parole religione e Islam) [7]. Perché questi organi di informazione trattano tanto di questi temi e poco o niente dell'evasione fiscale, dell'inquinamento, dei morti sul lavoro, delle disuguaglianze economiche?
Note: 1) StBA Ente federale di statistica, 2010; 2) ISTAT 2016; 3) www.internazionale.it/opinione/gwynne-dyer/2017/08/23/paura-vittoria-terrorismo; 4) elaborazione su dati dello studio ESCAPE (Belen et al: ESCAPE, The Lancet 2014); 5) Ministero delle Finanze (www.mef.gov.it/inevidenza/documenti/Relazione_evasione_fiscale_e_contributiva.pdf) altri enti (Confindustria, Eurispes ecc.) danno stime maggiori fino a 270 miliardi l'anno; 6) Unipolis www.fondazioneunipolis.org; 7) http://sspina.blogspot.it/2016/01/le-parole-piu-usate-dai-giornali-nel.html;
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La criminalità diminuisce sempre di più ma gli italiani pensano il contrario. Come mai? (27/10/2017)

Il 78% degli Italiani pensa che la criminalità sia cresciuta rispetto a cinque anni fa; 5 anni fa l’85% degli italiani riteneva che la criminalità in Italia era cresciuta rispetto a cinque anni prima e 10 anni fa l'87% la riteneva nettamente aumentata rispetto a 5 anni prima e 12 anni fa l'80% la riteneva in aumento [1].
Quindi per gli italiani da 20 anni la criminalità è in continua e spesso netta ascesa.
Negli anni è aumentata anche la percentuale di italiani che teme di essere vittima di un reato (rapina, scippo, furto d'auto, furto in casa, violenza sessuale) [1].
Queste percezioni corrispondono alla realtà o sono fantasmi senza fondamento? Cosa ci dicono i dati?
Va innanzitutto detto che la criminalità si compone di vari reati e che il numero di questi può essere stimato sulla base delle denunce, delle condanne o di indagini campionarie nelle quali si pongono alla popolazione domande tipo “Nell'ultimo anno ha subito un furto (una rapina, una truffa ecc.)?”. Ovviamente alcuni dati sono molto attendibili e altri poco o niente. Per esempio il dato sul numero di omicidi è molto attendibile, perché è difficile che un omicidio non venga registrato (per ogni persona che muore la causa della morte deve essere certificata dal medico curante e dal medico legale dell'ASL, che in caso anche di semplice sospetto di morte violenta possono richiedere ulteriore parere medico-legale con eventuale autopsia). Il numero delle denunce di violenza sessuale non corrisponde per niente invece al numero dei reati, perché solo una minoranza di donne denuncia lo stupro subito (l'8%) [2]. Anche scippi, furti e borseggi non sempre sono denunciati (spesso non c'è' denuncia se non vengono rubati i documenti, se il valore rubato non è alto, se non si vuole perdere tempo ecc.).
Dall'insieme dei dati disponibili si può dire che la criminalità in Italia negli ultimi 20 anni è diminuita sempre di più [3]:
- il tasso di omicidi medio tra il 1990 e il 1995 era 2,3 omicidi ogni 100.000 abitanti, negli ultimi 5 anni il tasso medio è 0,8;
- i tentati omicidi, che erano il 3,7 ogni 100.000 abitanti, sono scesi a 1,8;
- sono diminuite anche le donne che dichiarano di avere subito stupri/tentati stupri (nel 2007 erano il 9%, ora sono il 6%) [4] e i sequestri di persona (4,7 ogni 100.000 persone, 30 volte meno che in Gran Bretagna);
- i furti d'auto diminuiscono sempre di più (nel 2004 erano 480 ogni 100.000 abitanti, oggi sono 380);
- le rapine in banca diminuiscono: da 5 ogni 100.000 abitanti del 2004 a 2;
- le rapine per strada negli ultimi 15 anni hanno avuto un andamento altalenante, ma negli ultimi 3 anni sono diminuite; anche gli scippi sembrano diminuire, pur se di poco, negli ultimi 15 anni; globalmente sono diminuite le denunce (rispetto a 10 anni fa 250.000 denunce in meno).
Forse sono aumentati i furti in appartamento (erano 280 denunce ogni 100.000 abitanti nel 2007 ora sono 290 denunce).
Insomma la criminalità è in diminuzione e oggi siamo più sicuri che negli anni '90 e 2000. Perché allora ci sentiamo meno sicuri, temiamo sempre più di essere vittime di furti e violenze e siamo convinti che la criminalità è in continua ascesa?
Uno dei motivi è l'attenzione che i media, in particolare i programmi televisivi, dedicano a questo argomento. Vari studi hanno evidenziato che dal 1995 in poi è andata sempre più aumentando l'attenzione dei media per gli episodi di criminalità, con picchi nel 2007, nel 2012 e negli ultimi due anni [5, 6, 1]. Nei TG nazionali fra le prime 3 notizie ce n'è quasi sempre una di cronaca nera, molto spesso la seconda [1]. Nel calderone delle notizie “ansiogene” (economiche, ambientali, criminalità, guerre, terrorismo, corruzione, sfiducia nella politica, incidenti, peggioramento delle condizioni di vita, salute) quelle relative alla criminalità sono attualmente il 45% del totale (negli ultimi 10 anni sono state tra il 30 e il 60% del totale). Alcuni telegiornali parlano quasi solo di criminalità: il 92% di tutti i servizi (ansiogeni e non ansiogeni) di Studio Aperto ha come tema la criminalità (in particolare omicidi, rapine, furti, violenze), segue il TG5 con il 67% [1]. Gli studi di sociologia e psicologia sociale hanno dimostrato che la nostra rappresentazione della realtà è molto influenzata dagli organi di informazione (specie da quelli televisivi, perché le immagini si imprimono più facilmente nella mente e sollecitano di più la nostra affettività) [6]. Ma c'è di più: sia nel 2007 che oggi il tema della criminalità è spesso associato a quello degli stranieri e specularmente il tema dell'immigrazione è spesso associato a criminalità e terrorismo [1, 6]. Le parole che sono comparse con più frequenza sui quotidiani italiani nel 2015 sono nell'ordine: migranti, terrorismo, guerra (in maggioranza associata alle parole religione e Islam) [7].
Se un immigrato compie un reato, la maggioranza dei giornali titola “Immigrato (nigeriano, arabo, pakistano) aggredisce (stupra ecc.)”, se lo stesso reato lo compie un italiano il titolo sarà “un uomo (un giovane, un quarantaduenne ecc.) aggredisce ...”. Cosi' la nostra mente associa a “straniero” e “immigrato” “terrorismo” e “delinquenza” e se vediamo uno straniero per strada il nostro cervello ci dice di stare in guardia, perché potrebbe essere un possibile delinquente o terrorista. E poiché ormai ogni giorno per strada, in metropolitana, sugli autobus, nelle stazioni, nei parchi ci imbattiamo in persone straniere, ci sentiamo meno sicuri.
Inoltre alcuni organi di informazione sparano alcuni dati male interpretandoli (ad arte o per ignoranza).
Per esempio i dati sugli stupri. Dire che il 42% degli stupri e dei tentati stupri è commesso da uno straniero, come hanno fatto quasi tutti i giornali cartacei e online (compresi Repubblica e Corriere), è un falso. Che il 42% delle denunce siano contro stanieri non significa che il 42% degli stupri è commesso da uno straniero, perché solo il 10% degli stupri/tentati stupri è denunciato e quindi potrebbe essere che solo il 4% è commesso dagli stranieri (cioè il 42% dell'10%) e il 96% da italiani. Poiché gli stupri che più frequentemente non vengono denunciati sono quelli commessi da familiari (il 66% degli stupri è commesso da un familiare), amici (il 10% degli stupri), datori di lavoro, colleghi, amici dei genitori è ovvio che tra il 90% non denunciato ci sia un'enorme prevalenza di italiani [4].
Un altro esempio sono i dati sulla popolazione carceraria. E' mistificante dire che il 34% dei carcerati è straniero senza dire che il 48% è in attesa di giudizio (per gli italiani è il 33%), che l'88% dei carcerati stranieri sono irregolari, persone quindi a cui non si possono applicare le misure alternative alla detenzione come avviene per gli italiani e che spesso sono in carcere proprio perché sono “irregolari” (per l'espulso che rimane in Italia o rientra è prevista la detenzione da 1 a 4 anni). Se si considerano esclusivamente gli stranieri regolari essi costituiscono solo il 4% dei carcerati mentre in Italia sono il 9% della popolazione [8]
In conclusione gli organi di informazione danno un enorme risalto alla criminalità, associando questo tema a quello degli immigrati e degli stranieri e fornendo dati in maniera mistificante e scorretta: di conseguenza la nostra mente è portata ad associare a “straniero” “probabile delinquente” e, quindi, data la frequente presenza di stranieri, ad una sensazione di rischio, di minaccia e di insicurezza, per cui siamo convinti che la criminalità aumenta sempre più anche se invece diminuisce sempre più.
Ma se i dati ci dicono che la criminalità è andata sempre più diminuendo, mentre gli stranieri sono andati sempre più aumentando (di circa 1 milione e mezzo negli ultimi 10 anni), non è proprio questa la prova che gli immigrati non hanno a che vedere con la criminalità e che nella stragrande maggioranza sono persone perbene e oneste, che non rapinano, scippano, violentano, uccidono?

Note: 1) i dati sono tratti da i vari rapporti sulla sicurezza e insicurezza sociale della Fondazione Unipolis www.fondazioneunipolis.org; 2) ISTAT 2017 www.istat.it/it/archivio/203838; 3) I dati sono tratti dai Rapporti sulla Criminalità del Ministero degli Interni; 4) ISTAT https://www.istat.it/it/archivio/161716; 5) Maneri M: Il panico morale come dispositivo di trasformazione dell’insicurezza, Rassegna Italiana di Sociologia, 1/2001; 6) Coluccia A, Ferretti F, Lorenzi L, Buracch T: Media e percezione della sicurezza: analisi e riflessioni, Criminologia 2/2008; 7) http://sspina.blogspot.it/2016/01/le-parole-piu-usate-dai-giornali-nel.html; 8) Ministero della Giustizia 2017 www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14.wp

La Marco Mascagna alla marcia contro razzismo e intolleranza, per la giustizia e l’uguaglianza (20/10/2017)

Sabato 21 ottobre si terrà a Roma la manifestazione nazionale contro il razzismo e l'intolleranza, per la giustizia e l’uguaglianza. La manifestazione è stata indetta da un cartello di associazioni le più varie (ARCI, Associazione per la Pace, Cittadinanzattiva, Amnesty International Italia, Libera, Gruppo Abele, Legambiente, Greenpeace, Movimento Nonviolento, Medici senza Frontiere, Antigone, Action Aid, Giuristi Democratici, FIOM, Cobas, Emergency, Lunaria, Noi Siamo Chiesa, SOS Razzismo, Libertà e Giustizia, Rete della Conoscenza, Rete degli Studenti Medi, Rete degli Operatori Sociali e molte altre, tra cui la Marco Mascagna) unite dalla volontà di fermare l’ondata di intolleranza e razzismo che sta dilagando nel nostro Paese, testimoniare che c’è una gran parte degli italiani che è per la fratellanza, la solidarietà, la libertà, il rispetto delle minoranze, il dialogo e l’inclusione, chiedere politiche che combattono le disuguaglianze, la povertà e l'emarginazione e che favoriscano l'accoglienza e l'integrazione.
Sta avvenendo qualcosa di grave e di estremamente pericoloso, sta avvenendo in maniera strisciante senza che molti se ne rendano conto. Si moltiplicano ogni giorno di più su giornali, televisioni, siti internet, social-network discorsi francamente o, più spesso, subdolamente razzisti e intolleranti, che spesso incitano alla discriminazione e perfino alla violenza. Si enfatizzano alcune notizie e si passano sotto silenzio altre, creando una percezione distorta della realtà. Si inventano dati, si fabbricano bufale per spaventare le persone e focalizzare le loro paure, i loro disagio, la loro disperazione verso gli stranieri, i diversi, i più poveri. Si moltiplicano gli atti di violenza e di discriminazione, atti che i mass media “documentano” e che vari siti e social-network rilanciano plaudendo, favorendo così le condizioni per altri atti di violenza e di intolleranza. Si emanano provvedimenti discriminatori, crudeli, che contraddicono i valori di fraternità, uguaglianza, libertà, che non rispettano la Costituzione e le Carte e i Trattati che l’Italia ha sottoscritto (la Carta dei Diritti dell’Uomo, dei Diritti dei Bambini, il Trattato di Ginevra ecc.).
Si è creato così un pericoloso circolo vizioso tra umori e opinioni di una gran parte dei cittadini, l’informazione e le narrazioni dei mass media (stampa, televisioni, internet, social), la propaganda di partiti e movimenti, i provvedimenti del Governo e degli Enti Locali. Un circolo vizioso che alimenta l'intolleranza e la discriminazione e che ci allontana sempre più dai valori che a parole professiamo e dai principi della nostra Costituzione e che può aprire scenari tragici e inquietanti.
Tale situazione è documentata da rapporti e studi di autorevoli sociologi [1].
Alcuni esempi:
- le due donne rom chiuse nella gabbia dei rifiuti di un supermercato e riprese dai loro aguzzini che ridono mentre le poverette gridano disperate;
- il tunisino che il 10 maggio 2016 vicino Parma viene insultato e poi pestato e seviziato a morte da sei uomini (nei primi 5 mesi del 2017 sono state uccise 5 persone per “razzismo”);
- il venditore ambulante africano derubato da alcuni giovani leccesi che lo picchiano selvaggiamente e tentano di affogarlo senza che nessuno dei numerosi bagnanti interviene in suo aiuto (nei primi 5 mesi del 2017 si registrano 10 episodi di violenza grave);
- il continuo accostamento tra immigrazione e terrorismo anche se tutti gli studi e i rapporti negano questo nesso e anche se una notevole parte degli stranieri che chiedono di essere accolti fuggono dall'ISIS e da Boko-Haram;
- testate come Libero e Il Giornale, trasmissioni come Dalla vostra parte e Quinta colonna, che ogni giorno alimentano l'odio e l'intolleranza e spesso incitano anche alla violenza (per es. “Reagire con violenza: se non lo fermiamo, l'Islam ci sterminerà”, Libero 9/4/17);
- slogan come “Padroni a casa nostra”, anni fa usati contro i meridionali e ora contro chiunque (anche italiano) è di altra etnia o religione;
- bufale quali: “Uccide una persona e gli danno le attenuanti perché rom” (in realtà le attenuanti sono state date perché minorenne); “Al 60% delle bambine magrebine di seconda e terza generazione viene negata la possibilità dalle proprie famiglie di frequentare la scuola dell’obbligo” (i dati stimano un'evasione nella fascia d'età 5-19 anni del 6% per le femmine e del 5,5% per i maschi, non dissimile da quella degli italiani); “Quasi 2 milioni di clandestini pronti a riversarsi sulle nostre coste” (in realtà nell'anno in cui è stata lanciata questa bufala sono stati 40.000);
- l'invito di Libero a sospendere i salvataggi per persuadere i migranti a non partire;
- l'ordinanza del sindaco di Ventimiglia (PD) che vieta la distribuzione di cibo ai profughi che attendevano di varcare il confine con la Francia e quella del Sindaco di Pisa (PD) che chiude alcune fontanine “perché ci andavano a prendere l’acqua gli zingari”;
- le delibere di vari comuni (solitamente di destra o della Lega) che discriminano Rom (anche italiani) e stranieri nell'assegnazione delle case popolari o di altri servizi (delibere poi annullate perché illegittime);
- la legge della Lombardia contro la costruzione di luoghi di culto non cristiani e quella veneta che dà priorità nell’accesso agli asili nido comunali ai bambini figli di genitori che vivono o lavorano in Veneto da almeno 15 anni (leggi poi annullate perché anticostituzionali);
- il decreto legge del Governo che vieta di sdraiarsi su marciapiedi, strade, stazioni ferroviarie e perfino sulle panchine dei centri storici (una norma contro i senza fissa dimora);
- i finanziamenti per gli aiuti allo sviluppo utilizzati per pattugliare i confini e impedire la fuga o l'ingresso di migranti e, per di più, dati a regimi dittatoriali (es. Eritrea) o a Paesi dove non si rispettano i diritti umani (es. Niger, Libia);
- i finanziamenti dati alla Libia (e probabilmente anche ad organizzazioni di trafficanti) perché blocchino profughi e migranti in quel Paese;
- le nuove norme sulle ong che prestano soccorso in mare e che hanno portato al dimezzamento del numero di navi che svolgono questo compito.
Negli ultimi 3 anni e mezzo 14.000 persone sono morte nel Mediterraneo per cercare di raggiungere l'Europa; non sappiamo quante sono morte nell'attraversare il Sahara o nei lager della Libia o uccise dalle polizie dei vari Paesi, dai trafficanti o da criminali.
Di fronte a questa situazione non possiamo stare in silenzio, dobbiamo prendere posizione e dire no al razzismo e all'intolleranza, alle disuguaglianze e alla povertà, dobbiamo restare umani e prendere le parti del debole, del perseguitato, del discriminato. Oggi lo possiamo fare senza rischiare alcunché, domani potrebbe diventare rischioso come lo è stato nella Germania di Hitler, nella Russia di Stalin o nell'Italia fascista.
Partecipiamo alla manifestazione di Roma del 21 ottobre.
La marcia inizierà alle 14.30 a Piazza della Repubblica e terminerà a Piazza Vittorio.
Chi vuole marciare con la Marco Mascagna ci invii una mail entro giovedì 19 ottobre.

Note: 1) si vedano “Lunaria: Rapporto sul razzismo in Italia (www.lunaria.org/wp-content/uploads/2017/10/quarto_libro_bianco_razzismo_web.pdf) oppure la relazione della Commissione parlamentare su fenomeni di odio, intolleranza, xenofobia e razzismo (www.camera.it/leg17/1313) o. “Faloppa F, Razzisti a parole, Laterza, 2011.
I dati citati con le rispettive fonti sono riportati nel Quarto Libro Bianco sul Razzismo in Italia (www.lunaria.org/wp-content/uploads/2017/10/quarto_libro_bianco_razzismo_web.pdf).

Proposte per combattere la povertà e per uno sviluppo sostenibile (30/09/2017)

I dati ci dicono che in Italia la povertà è andata aumentando negli ultimi anni: sono aumentate le persone che non hanno un tetto (si stima siano circa 60.000) [1], i poveri (4.742.000) [2] e le persone a rischio di povertà (circa 12 milioni)[3]. I ricchi sono diventati ancora più ricchi e i benestanti hanno mantenuto i loro redditi: il 20% più ricco ha un reddito 5,8 volte superiore a quello del 20% più povero, il valore più alto dei dieci anni precedenti[3]; tra il 1990 e il 2013 i salari del 35% più povero dei lavoratori dipendenti hanno perso un terzo del loro valore, mentre quelli del 10% meglio pagato sono rimasti pressoché stazionari [4].
L'indice di Gini relativo al reddito (l'indicatore che misura le disuguaglianze di reddito) nel 1990 era 2,9, nel 2016 3,2 [2].
Le persone in cerca di lavoro sono 3 milioni e altri 2 milioni, pur desiderando lavorare, hanno smesso di cercare un'occupazione [2, 5].
Questa situazione viene accolta con rassegnazione, come fosse un Fato a cui è impossibile sottrarsi. Per molti l'essere disoccupati, poveri è una colpa: “non hanno voglia di lavorare”, “non si industriano”, “sono schizzinosi”. Per altri “E' tutta colpa dei migranti che rubano il lavoro a noi italiani”. Da qui ricette di nessuna efficacia, ma facili e demagogiche: “meno assistenzialismo”, “più competitività”, “formazione all'imprenditorialità”, “alternanza scuola-lavoro” oppure “basta immigrati”, “rimandiamoli a casa loro”, “prima gli italiani”. In realtà la povertà non è una fatalità, né una colpa dei poveri o dei migranti.
Un libro pubblicato da poco – “Indicativo futuro: le cose da fare” - raccoglie le proposte di vari economisti, che partono da questi punti saldi: in Italia (ma non solo da noi) l’ingiustizia fiscale, nonché l'evasione e l'elusione fiscale sono evidenti, come lo sono gli sprechi e le scelte sbagliate nella spesa pubblica. Inoltre è assolutamente necessario che il processo economico avvenga rispettando i limiti di compatibilità ecologica e avendo come obiettivo la piena occupazione.
Ecco alcune delle proposte:
- aumentare le tasse sulle rendite finanziarie (escludendo i titoli di Stato) portandole dall'odierno 20% al 23%, allineandoci così alla media della UE;
- reintrodurre la tassazione della prima casa (ce lo chiede anche la UE), con l’esenzione per valori catastali modesti e con aliquote progressive; rendere maggiormente progressiva la tassazione delle seconde e terze case. In tale maniera entrerebbero ogni anno circa 6 miliardi di euro;
- rivedere i provvedimenti sulle imposte di successione (varati da Prodi e Berlusconi), prevedendo un’imposta a partire da eredità superiori ai 200 mila euro, con aliquote progressive;
- reintrodurre la “carbon tax” (cancellata da Berlusconi e prevista da vai trattati firmati dall'Italia);
- aumentare l'IVA su prodotti di lusso e ad alto impatto ambientale;
- rendere più pesante la pressione fiscale sul gioco d’azzardo, sul porto d’armi, sulla pubblicità;
- introdurre un'addizionale sui capitali esportati illegalmente che negli anni scorsi sono rientrati in Italia grazie allo ‘scudo fiscale’ concesso dal Governo Berlusconi;
- stabilire un accordo con la Svizzera che preveda un risarcimento per l'imposizione fiscale mancata sui capitali esportati clandestinamente (come già hanno fatto alcuni Paesi). Si stima che in Svizzera sono depositati 150 miliardi di euro esportati illegalmente da italiani;
Con tali manovre, quasi tutte di tipo strutturale, si avrebbero a disposizione almeno 20 miliardi di euro.
Altre risorse possono essere reperite:
- con una seria lotta all'evasione e all'elusione, basata su: estendere l'obbligo di pagare in modo tracciabile cioè con assegno, carta da credito o bancomat (obbligo ridotto dal Governo Renzi); provvedimenti che favoriscano l’emersione delle attività “sommerse”; controlli incrociati tra dichiarazioni dei redditi e consumi opulenti; reintrodurre il reato di falso in bilancio e l’elenco clienti-fornitori (abrogati da Berlusconi);
- cancellando l'acquisto dei caccia F35 e riducendo la spesa per la Difesa.
In questa maniera si avrebbero in tutto circa 30 miliardi, di cui la gran parte non una tantum, con i quali si può:
- varare un programma di “piccole opere” e investimenti pubblici (difesa dell'ambiente e del paesaggio, ricerca, istruzione, sanità, servizi sociali, mobilità sostenibile, risparmio energetico ed energie rinnovabili), per creare occupazione ma anche benessere e sicurezza;
- estendere il reddito di inclusione a tutte le persone in condizioni di povertà;
- ridurre le tasse sui redditi da lavoro dipendente (attraverso maggiori detrazioni) per chi guadagna meno di 29 mila euro l’anno. I 16,8 milioni di contribuenti in questa categoria potrebbero ottenere un aumento del reddito disponibile di circa 600 euro l’anno per contribuente;
- ridurre le imposte sul lavoro;
- rendere la tassazione del reddito maggiormente progressiva. Le aliquote potrebbero salire al 50% per i redditi sopra i 70 mila euro, al 60% per quelli sopra i 150 mila euro e, come in Francia, al 75% oltre il milione di euro. Contemporaneamente dovrebbe essere ridotta di due punti percentuali l’imposizione fiscale sui redditi inferiori ai 23 mila euro e andrebbe dimezzata la tassazione delle pensioni inferiori al trattamento lordo di 1000 euro mensili.
Tali provvedimenti favorirebbero una ripresa economica non effimera, aumenterebbero l'occupazione, ridurrebbero fortemente le disuguaglianze (che sono un freno allo sviluppo economico) e darebbero un significativo contributo a ridurre il debito pubblico. Salvaguarderebbero inoltre l'ambiente e migliorerebbero la qualità della vita.
Perché non si parla, discute, scrive di questo? Sarebbe anche un modo concreto per contrastare i gruppi e i partiti di estrema destra, xenofobi, razzisti e fascisti, che crescono soprattutto tra le fasce più povere della popolazione additando il nemico nell'immigrato, nel senza tetto, nella sinistra, nei ceti intellettuali.

Note: Caritas; 2) Istat 2017; 3) Istat 2016; 4) Raitano M. L’andamento della diseguaglianza salariale in Italia, 2016; 5) Fondazione Di Vittorio: La disoccupazione dopo la grande crisi, 2017.

Una causa poco sentita di grandi problemi e periodiche sciagure (20/09/2017)

In Italia ogni anno circa 12.000 ettari di suolo sono “consumati” (cioè “asfaltati” o “cementificati”), un estensione pari a 17.000 campi di calcio, di poco superiore all'estensione dell'intera città di Napoli. Negli anni 2000 la situazione era anche peggiore in termini assoluti (24.000 ettari all'anno), ma non in termini relativi agli abitanti: il consumo di suolo per abitante è passato da 339 mq/ab nel 2006 a 343 nel 2010 a 380 nel 2016. Infatti, malgrado la popolazione italiana è in diminuzione, il consumo di suolo aumenta. Lombardia, Veneto, Campania ed Emilia sono ai primi posti.
Il consumo di suolo, più diffuso nelle pianure e nelle aree costiere, non risparmia colline e montagne e nemmeno le aree protette o vicino ai fiumi (in Liguria il 24% dei suoli situati a non più di 150 metri dai fiumi è cementificata, in Campania l'11%). Il 12% del consumo di suolo avvenuto nel 2016 ha riguardato aree segnalate a rischio di frana.
La costruzione di strade, capannoni, case unifamiliari, centri commerciali sono le principali cause del consumo di suolo negli ultimi anni. Se si guarda l'Italia dall'alto si vede che gran parte del nostro territorio è disseminato da una miriade di costruzioni piccole e grandi e da una fittissima rete di strade che connette queste costruzioni. Ormai non c'è più una separazione tra città e campagna, la città infiltra la campagna circostante e le innumerevoli costruzioni e strade frantumano la campagna in tanti piccoli appezzamenti. Questa situazione ha pesantissime ricadute ambientali, sociali ed economiche.
Ambientali
Questa enorme impermeabilizzazione del suolo fa si che l'acqua non viene più moderata e trattenuta e subito gonfia i canali, i fiumi e le fogne. Basta una pioggia un poco più abbondante che l'intero territorio va in tilt: allagamenti, esondazioni, scoppio di fogne e di corsi d'acqua interrati, alluvioni. In collina e in montagna il consumo di suolo anche in zone a rischio determina frane, smottamenti, fiumi di fango. La presenza dispersa di una miriade di case fa esplodere il pendolarismo automobilistico, mentre centri commerciali, grandi negozi, megacinema e luoghi del divertimento fuori città determina grandi flussi veicolari in determinati giorni e orari, con conseguente aumento traffico, emissioni inquinanti, rumore. La commistione di campagna, residenze, strade e piccole attività industriali mette in pericolo l'integrità chimica dei suoli agricoli e delle falde. L'avere spezzettato le aree verdi in una miriade di microaree separate da strade e costruzioni rende difficile se non impossibile la vita a molte specie selvatiche.
Distruggendo il verde si riduce la captazione di CO2, di polveri fine e di ozono e diminuiscono gli insetti utili all'agricoltura (impollinatori ecc.). Ma oltre a tutto ciò è il paesaggio italiano che viene sfregiato e, in molti casi distrutto. Un bene, questo, molto difficilmente riproducibile e ripristinabile, perché venutosi a creare nell'arco dei secoli come frutto dell'interazione tra la natura e l'uomo.
Sociali
La dispersione delle abitazioni sul territorio rende difficile l'offerta e la fruizione dei servizi d'istruzione, cultura, assistenza sanitaria e sociale.
Aumenta in maniera vertiginosa il tempo occupato per gli spostamenti.
Ovviamente tali problemi si moltiplicano enormemente per i disabili, gli anziani, i bambini, i soggetti di basso reddito.
Economici
E' stato calcolato che gli effetti del consumo di suolo su ridotta captazione di CO2, polveri e ozono, riduzione della produzione agricola e forestale, protezione dall'erosione e infiltrazione dell'acqua determina un costo di circa 800 milioni all'anno. Se si considerano anche gli altri danni ambientali e sociali, il danno al paesaggio e al turismo, i morti i feriti e gli sfollati si può stimare un danno economico di diversi miliardi all'anno (purtroppo nessun ente ha cercato di stimare il danno globale del consumo di suolo). Periodicamente assistiamo ad alluvioni e frane e continuamente respiriamo aria inquinata (anche se cittadini e giornali si ricordano di questo problema solo quando gli alti livelli di inquinamento costringono a vietare l'uso di auto e moto). Ogni anno in Italia 40.000 persone muoiono per malattie causate dall'inquinamento atmosferico. Fra il 2009 e il 2013 per frane e inondazioni sono morti in Italia 169 morti, 331 feriti e oltre 45.000 persone evacuate e senza tetto. Il consumo di suolo è tra le principali cause di queste vittime.
Eppure di tutto ciò si parla pochissimo. Si parla tantissimo e ci si preoccupa del pericolo terrorismo (che a tutt'oggi non ha causato nemmeno un morto o un ferito in Italia), dell'inesistente invasione di immigrati (il numero di immigrati regolari e irregolari riesce a stento a compensare il calo demografico italiano), di una presunta epidemia di meningite (smentita dai dati epidemiologici e dall'OMS) e di altri problemi fasulli o di minimo impatto, ma non si parla e non ci si preoccupa di questo enorme e grave problema e di altri gravi problemi che attanagliano l'Italia e l'Europa (per esempio il crescere delle disuguaglianze, la finanziarizzazione dell'economia, la lotta ai cambiamenti climatici, la necessità di rendere il sistema dei trasporti sostenibile ed efficiente, la ripresa della corsa agli armamenti).
Nel 2011 un cartello di associazioni aveva lanciato una grande campagna per una rapida approvazione di una legge contro il consumo di suolo. Dopo le elezioni del 2013 sia il Movimento 5stelle che Bersani avevano posto questo tema tra gli obiettivi prioritari di un proprio Governo. I Governi incarica tra il 2013 e oggi (Letta, Renzi, Gentiloni) non hanno certamente messo lo stop al consumo di suolo tra le priorità. E infatti a tutt'oggi nessuna legge in proposito è stata approvata. Sono stati, invece, approvati (è spesso per decreto e con voto di fiducia) leggi che andavano in tutt'altra direzione (ad esempio lo Sblocca Italia). Purtroppo gran parte della popolazione si preoccupa moltissimo di cose poco o nulla preoccupanti e non riesce a vedere il nesso tra le leggi fatte (es. Sblocca Italia) e non fatte (es. legge contro il consumo di suolo) e i reali problemi che vive (il traffico, l'inquinamento, gli allagamenti, le frane). Colpa di politici, giornalisti e opinion leader di bassissima qualità, ma anche della pigrizia e dell'ignavia di tanti cittadini, che non si informano su fonti serie, non approfondiscono la conoscenza dei problemi della nostra società e non partecipano alla cosa pubblica.

Fonte: Ministero dell'Ambiente-ISPRA 2017

Il dovere di restare umani e di dire “Non in mio nome” (07/09/2017)

I provvedimenti del Governo per arrestare gli sbarchi dei migranti sono risultati molto efficaci: nell’agosto2016 vi sono stati circa 21.000 sbarchi, nell’agosto 2017 3.000 [1]. Il ministro Minniti ha rivendicato con orgoglio questo successo (“Gli sbarchi si sono ridotti dell’80%”). Sarebbe veramente un grande successo se 18.000 persone non fossero state più costrette a lasciare il loro Paese, i loro familiari e gli amici per intraprendere un viaggio pericoloso, lungo, difficile, spesso mortale (nel solo 2016 sono morti in mare 5.022 migranti [1]) verso Paesi che hanno cultura e tradizioni diverse dalla loro, dove generalmente non sono ben visti e spesso nemmeno ben trattati, dove la loro lingua non è conosciuta da nessuno. I provvedimenti del Governo – essenzialmente la stretta sulle ong che effettuano i salvataggi in mare e gli aiuti alla Libia perché intercetti questi sventurati e li chiuda in “campi”, dove, secondo l’agenzia ONU sui rifugiati, “le condizioni di vita sono terrificanti” - hanno solo impedito ai migranti di raggiungere le nostre coste. E’ come se si dimezzasse il numero delle ambulanze e si impedisse alle auto di arrivare al pronto soccorso e poi orgogliosi e felici si affermasse: “Abbiamo ridotto dell’80% i ricoveri in ospedale”.
Qualcuno potrebbe dire “Ma perché l’Italia deve essere il loro ospedale?”. Perché?
Perché sarebbe disumano non soccorrere chi è in pericolo, chiede aiuto, ha bisogno di noi (per avere un’idea delle condizioni dei migranti vedi il video “Un pugno al cuore” www.youtube.com/watch?v=pOZvhzfhFfE).
Perché anche noi italiani ci siamo trovati nelle medesime loro situazioni e siamo emigrati per ragioni economiche o politiche (24 milioni di italiani tra il 1876 e il 1976), anche noi domani potremmo trovarci nella loro situazione e anche oggi migliaia di italiani emigrano in altri Paesi per ragioni economiche (83.000 persone nel 2013) (su quando anche noi eravamo migranti vedi il video “Anche noi”, www.youtube.com/watch?v=dochQxEMRZA&t=5s).
Perché ci obbliga la nostra Costituzione(art. 2 “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”; art. 10 “Lo straniero al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica”).
Perché ci siamo impegnati a farlo firmando il Trattato di Ginevra (vedi art 33).
Perché la popolazione italiana ogni anno si riduce di circa 130.000 persone e invecchia sempre di più e quindi abbiamo estremo e urgente bisogno di immigrati (vedi gli studi dell’ONU, dell’ISTAT, dell’INPS tutti concordi in proposito [2]).
Perché vi sono lavori come assistere anziani e malati, pascolare pecore, raccogliere pomodori e zucchini, che gli italiani non vogliono fare e che gli immigrati sono disponibili a fare e lo fanno anche bene.
Perché accogliere oggi rifugiati e richiedenti asilo ci potrà essere molto utile domani quando queste persone ritorneranno nei loro Paesi e rimarranno legami di amicizia e di riconoscenza.
Purtroppo sugli immigrati e sui rifugiati si raccontano un mare di fandonie e di calunnie e si nascondono i dati per inquadrare realmente e razionalmente la questione, si cerca di impaurire la gente (terrorizzare le persone è il modo più facile con cui i demagoghi di turno riescono a guadagnare consensi e deleghe in bianco) e di suscitare il peggio che alberga nell’animo umano (il razzismo, l’intolleranza, la prevaricazione, la violenza).
Per fortuna ci sono tanti che non si fanno abbindolare, che continuano a ragionare e a “restare umani”.
“Il dovere di restare umani” è appunto il titolo di un bell’articolo di Enzo Bianchi pubblicato su Repubblica e riportato in questo messaggio. Sarebbe sicuramente piaciuto molto a Marco Mascagna, che come Enzo Bianchi era un cristiano autentico, una persona animata da una forte eticità, uno abituato ad argomentare su dati di fatto e con ragionamenti stringenti.
La Marco Mascagna, insieme ad altre associazioni italiane, ha promosso un appello per salvaguardare le vite e i diritti dei migranti(“Io preferirei di no” www.progressi.org/iopreferireidino), perché crediamo che è un dovere etico e politico prendere posizione pubblica e dire “Non in mio nome”. Ti invitiamo a firmarlo, a diffonderlo e a condividerlo sulla pagina facebook e attraverso i contatti email.
L’8 settembre sono 26 anni che Marco non è più con noi, ma nelle parole di Enzo Bianchi ci sembra di risentire la sua voce e siamo sicuri che promuovendo questo appello abbiamo fatto quello che lui avrebbe fatto se fosse ancora tra noi.

1) Ministero degli Interni; 2) ONU Department of Economic and Social Affairs Population Division,Word Population Ageing 1950-2050,www.un.org; ISTAT, Il futuro demografico del Paese: www.istat.it/it/archivio/48875; INPS Centro Studi e Ricerche 2017

Il dovere di restare umani

ENZO BIANCHI, La Repubblica, 11 agosto 2017

L’invito del presidente della CEI, cardinal Bassetti, ad affrontare il fenomeno dei migranti “nel rispetto della legge” e senza fornire pretesti agli scafisti è un richiamo all’assunzione di responsabilità etica ad ampio raggio nella temperie che Italia e Europa stanno attraversando. Un richiamo quanto mai opportuno perché ormai si sta profilando una “emergenza umanitaria” che non è data dalle migrazioni in quanto tali, bensì dalle modalità culturali ed etiche, prima ancora che operative con cui le si affrontano. Non è infatti “emergenza” il fenomeno dei migranti – richiedenti asilo o economici – che in questa forma risale ormai alla fine del secolo scorso e i cui numeri sia assoluti che percentuali sarebbero agevolmente gestibili da politiche degne di questo nome. E l’aggettivo “umanitario” non riguarda solo le condizioni subumane in cui vivono milioni di persone nei campi profughi del Medioriente o nei paesi stremati da conflitti foraggiati dai mercanti d’armi o da carestie ricorrenti, naturali o indotte. L’emergenza riguarda la nostra umanità: è il nostro restare umani che è in emergenza di fronte all’imbarbarimento dei costumi, dei discorsi, dei pensieri, delle azioni che sviliscono e sbeffeggiano quelli che un tempo erano considerati i valori e i principi della casa comune europea e della “millenaria civiltà cristiana”, così connaturale al nostro paese.
È un impoverimento del nostro essere umani che si è via via accentuato da quando ci si è preoccupati più del controllo e della difesa delle frontiere esterne dell’Europa che non dei sentimenti che battono nel cuore del nostro continente e dei principi che ne determinano leggi e comportamenti. È un imbarbarimento che si è aggravato quando abbiamo siglato un accordo per delegare il lavoro sporco di fermare e respingere migliaia di profughi dal Medioriente a un paese che manifestamente vìola fondamenti etici, giuridici e culturali imprescindibili per la nostra “casa comune”.
Ora noi, già “popolo di … navigatori e trasmigratori”, ci stiamo rapidamente adeguando a un pensiero unico che confligge persino con la millenaria legge del mare iscritta nella coscienza umana, e arriva a configurare una sorta di “reato umanitario” o “di altruismo” in base al quale diviene naturale minare sistematicamente e indistintamente la credibilità delle ONG e perseguirne l’operato, affidare a un’inesistente autorità statale libica la gestione di ipotetici centri di raccolta dei migranti che tutti gli organismi umanitari internazionali definiscono luoghi di torture, vessazioni, violenze e abusi di ogni tipo, riconsegnare a una delle guardie costiere libiche quelle persone che erano state imbarcate da trafficanti di esseri umani con la sospetta connivenza di chi ora li riporta alla casella-prigione di partenza.
Ora questa criticità emergenziale di un’umanità mortificata ha come effetto disastroso il rendere ancor più ardua la gestione del fenomeno migratorio attraverso i parametri dell’accoglienza, dell’integrazione e della solidarietà che dovrebbero costituire lo zoccolo duro della civiltà europea e che non sono certo di facile attuazione. Come, infatti, in questo clima di caccia al “buonista” pianificare politiche che consentano non solo la gestione degli arrivi delle persone in fuga dalla guerra o dalla fame, ma soprattutto la trasformazione strutturale di questa congiuntura in opportunità di crescita e di miglioramento delle condizioni di vita per l’intero sistema paese, a cominciare dalle fasce di popolazione residente più povere? E, di conseguenza, come evitare invece che i migranti abbandonati “senza regolare permesso” alimentino il mercato del lavoro nero, degli abusi sui minori e della prostituzione?
L’esperienza di tante realtà che conosco e della mia stessa comunità, che da due anni dà accoglienza ad alcuni richiedenti asilo, mostra quanto sia difficile oggi, superata la fase di prima accoglienza e di apprendimento della lingua e dei diritti e doveri che ci accomunano, progettare e realizzare una feconda e sostenibile convivenza civile, un proficuo scambio delle risorse umane, morali e culturali di cui ogni essere umano è portatore. Non può bastare, infatti, il già difficilissimo inserimento dei immigrati accolti nel mondo del lavoro e una loro dignitosa sistemazione abitativa: occorrerebbe ripensare organicamente il tessuto sociale di città e campagne, la rivitalizzazione di aree depresse del nostro paese, la protezione dell’ambiente e del territorio, la salvaguardia dei diritti di cittadinanza. Questo potrebbe far sì che l’accoglienza sia realizzata non solo con generosità ma anche con intelligenza e l’integrazione avvenire senza generare squilibri.
Sragionare per slogan, fomentare anziché capire e governare le paure delle componenti più deboli ed esposte della società, criminalizzare indistintamente tutti gli operatori umanitari, ergere a nemico ogni straniero o chiunque pensi diversamente non è difesa dei valori della nostra civiltà, al contrario è la via più sicura per piombare nel baratro della barbarie, per infliggere alla nostra umanità danni irreversibili, per condannare il nostro paese e l’Europa a un collasso etico dal quale sarà assai difficile risollevarsi.
Anche in certi spazi cristiani, la paura dominante assottiglia le voci – tra le quali continua a spiccare per vigore quella di papa Francesco – che affrontano a viso aperto il forte vento contrario, contrastano la “dimensione del disumano che è entrata nel nostro orizzonte” e si levano a difesa dell’umanità. Purtroppo, stando “in mezzo alla gente”, ascoltandola e vedendo come si comporta, viene da dire che stiamo diventando più cattivi e la stessa politica, che dovrebbe innanzitutto far crescere una “società buona”, non solo è latitante ma sembra tentata da percorsi che assecondano la barbarie. Eppure è in gioco non solo la sopravvivenza e la dignità di milioni di persone, ma anche il bene più prezioso che ciascuno di noi e la nostra convivenza possiede: l’essere responsabili e perciò custodi del proprio fratello, della propria sorella in umanità.

 

Fare sacrifici per arricchire i ricchi? E' ora di dire “Basta!” (05/07/2017)

E’ possibile combattere la miseria senza combattere i meccanismi che la producono? La risposta non può che essere no. Eppure così avviene se non si affronta il debito pubblico.
Va detto che il debito pubblico non sempre è una scelta negativa. Nei momenti di sottoccupazione il debito può essere un'ottima scelta se è finalizzato alla piena occupazione e se la moneta è gestita direttamente ed esclusivamente dallo Stato. In tale contesto la spesa in deficit crea ricchezza, perché stimola l’economia con effetti positivi su produzione, occupazione, consumi e risparmi e l’ammanco è finanziato con moneta stampata che entra nel circuito economico sostenendo tali effetti.
Il debito è cattivo non solo quando serve per spese improduttive e che non creano occupazione, ma soprattutto quando lo Stato non ha totale sovranità monetaria. In tal caso, ogni volta che decide di spendere più di quanto incassa, deve chiedere un prestito al sistema finanziario privato. Che lo darà solo in cambio di un tasso di interesse. Così il popolo si impoverisce a vantaggio dei soggetti della finanziaria che di mestiere prestano e, da molti decenni, creano denaro [1].
Purtroppo da una trentina di anni lo Stato italiano si è ridotto al pari di una qualsiasi famiglia che dipende dalle banche per qualsiasi spesa supplementare. Il suo debito nei confronti dei privati oggi ha raggiunto 2.270 miliardi di euro [2]. Nel 2016 la spesa per interessi sul debito è stata di 68 miliardi di euro, nel 2012 addirittura 87 miliardi per un semplice capriccio della speculazione. Soldi di tutti, che invece di andare a finanziare scuole, trasporti pubblici, sanità, ricerca, tutela dell'ambiente vanno ad ingrassare gli azionisti delle grandi strutture finanziarie. In effetti solo il 5,4% del debito pubblico italiano è detenuto dalle famiglie. Tutto il resto è nelle mani di banche, assicurazioni, fondi d’investimento. Più precisamente le strutture finanziarie italiane detengono il 63,1% del debito pubblico italiano, quelle estere il 31,5%. [3]
Si può senz’altro affermare che il debito cattivo è un meccanismo di redistribuzione alla rovescia: prende a tutti per dare ai più ricchi. E i risultati si vedono: l’Italia è sempre più disuguale.
Da un punto di vista patrimoniale, ossia della ricchezza posseduta sotto forma di case, terreni, auto, titoli ecc., le famiglie italiane possono essere divise in tre fasce. Quelle di cima, pari al 10%, detengono il 46% dell’intera ricchezza privata. Quelle di mezzo, equivalenti al 40% che controllano il 44% della ricchezza. Quelle di fondo, che pur rappresentando il 50% delle famiglie, si aggiudicano appena il 9,4% della ricchezza privata. [4]
I 10 individui più ricchi d'Italia dispongono di un patrimonio di circa 75 miliardi di euro, pari a quello di quasi 500.000 famiglie operaie messe insieme. Poco meno di 2.000 italiani dispongono di un patrimonio complessivo superiore a 169 miliardi di euro e non è conteggiato il valore degli immobili. In altre parole lo 0,003% degli italiani possiede una ricchezza pari a quella detenuta dal 4,5%. [5]
Il sottoprodotto dell’ingiustizia è la miseria, che il debito aggrava tramite l’austerità, scelta classica di uno Stato asservito alla finanza: per pagare gli interessi si cerca di raggranellare il dovuto aumentando le entrate e riducendo le spese. Ma se lo Stato aumenta le entrate prelevando soldi da poveri e ceto medio, invece che da ricchi e benestanti e riduce le spese tagliando i servizi o rendendoli a pagamento invece di eliminare sprechi e privilegi, le conseguenze per molte famiglie sono drammatiche. E i dati, infatti, ci dicono che i poveri e la povertà sono aumentati. Le persone in grave stato di deprivazione sono 7 milioni, 11,6% della popolazione; quelle a rischio povertà sono 17 milioni e mezzo, il 28,7% della popolazione italiana, il 3% in più del 2004. [6]
Il rischio è che il sistema possa impoverirsi a tal punto da entrare in una spirale di crisi che trascina tutti verso il fondo. Se aumentano i poveri e le persone a rischio di povertà la domanda di merci e servizi si contrae, le imprese vanno in crisi e licenziano in una spirale sempre più ampia. In questa situazione i ricchi non sono così stupidi da avviare nuove attività produttive quando non ci sono prospettive di vendita. L’unica strada che imboccano è quella della finanza, che si espande sempre più.
Negli ultimi 10 anni in Italia la domanda complessiva si è ridotta ai minimi storici facendo salire la disoccupazione alle stelle. Nel 2016 i disoccupati erano 3 milioni pari all’11,7% della forza lavoro. Ma il dato si riferisce solo a chi cerca attivamente lavoro. Se si includesse nel conteggio anche quelli che un lavoro salariato lo vorrebbero, ma non lo cercano perché scoraggiati, il numero dei disoccupati salirebbe a 5,5 milioni, il 21,6% della forza lavoro.[7] Purtroppo anche la pubblica amministrazione contribuisce al problema: fra il 2013 e il 2016 ha perso 84mila unità.[8]
Da oltre trent’anni, ogni governo dichiara di porsi come priorità l’abbattimento del debito, ma se ne va lasciando un debito ancora più alto. E non perché viviamo al di sopra delle nostre possibilità, come qualcuno vorrebbe farci credere, ma perché non ce la facciamo a tenere la corsa con gli interessi. L’esame dei bilanci pubblici dimostra che siamo dei risparmiatori, non degli scialacquatori. Ad esempio nel 2016 abbiamo risparmiato 25 miliardi di euro (a tanto ammonta la differenza fra ciò che abbiamo versato allo Stato e ciò che abbiamo ricevuto indietro sotto forma di servizi, investimenti, previdenza sociale ecc.). Ciò nonostante nel 2016 il debito pubblico è cresciuto di altri 40 miliardi perché il risparmio accumulato non è stato sufficiente a coprire tutta la spesa per interessi. Questa storia si ripete dal 1992 e ciò spiega perché da allora il nostro debito è passato da 850 a 2.270 miliardi di euro, nonostante 768 miliardi di risparmi.[9]
Il debito che si autoalimenta attraverso gli interessi è una delle forme più odiose di sottomissione e strangolamento di un popolo: è usura. Ma ora è arrivato il tempo di alzarci in piedi e rivendicare il diritto di sottrarci a questo meccanismo perverso. Gli strumenti per farlo ci sono: vanno dal congelamento del pagamento degli interessi al ripudio del debito illegittimo; dall’imposizione di un prestito forzoso a carico dei cittadini più ricchi ad una tassazione progressiva di reddito e patrimonio; dall’introduzione di una moneta complementare nazionale alla riforma della Banca Centrale Europea, dal controllo della fuga di capitali alla regolamentazione della speculazione sui titoli del debito pubblico ecc. Il problema non sono gli strumenti, ma la volontà di contrastare i poteri forti.
L’unica forza che può essere messa sull'altro piatto della bilancia e indurre al cambiamento è la pressione popolare. Ma i cittadini si attivano se si rendono conto dei danni provocati dal debito. Di qui il ruolo cruciale dell’informazione. Dovremmo organizzare una grande campagna di informazione finalizzata a tre obiettivi: creare consapevolezza nei cittadini sui nessi esistenti fra debito pubblico e disagio sociale; obbligare i media ad accendere i riflettori sulle conseguenze sociali del debito, suscitare un grande dibattito pubblico sulle soluzioni alternative al solo pagare.
La storia ci insegna che i cambiamenti sono possibili, ma solo se si infervorano gli animi. E gli animi si infervorano se scatta l’indignazione che deriva dalla consapevolezza: l'informazione è la principale arma dei nostri giorni.

Note: 1) L. Gallino: Il denaro, il debito e la doppia crisi, Einaudi, 2015; 2) Banca d’Italia, Finanza pubblica: fabbisogno e debito, 14 aprile 2017; 3) Banca d’Italia, Finanza pubblica: fabbisogno e debito, 14 aprile 2017; 4) Banca d’Italia, La ricchezza delle famiglie italiane, Bollettino n.65 del 13 dicembre 2012; 5) Censis, Crescono le diseguaglianze sociali: il vero male che corrode l'Italia, 3 maggio 2014; 6) Istat, Condizioni di vita e reddito, 6 dicembre 2016; 7 Istat, Rapporto annuale 2017; 8) Marco Rogari, Nel 2017 «effetto spending» da 30 miliard, Il sole 24 ore, 20 giugno 2017; 9 Elaborazione dati Centro Nuovo Modello di Sviluppo su serie storiche Istat e Corte dei Conti

Ricordiamo don Milani con alcune sue frasi (08/06/2017)

Tra qualche giorno saranno 50 anni che don Lorenzo Milani è morto. Per Marco e per noi della Marco Mascagna è stato un maestro e lo vogliamo ricordare riportando alcune sue frasi.
Segnaliamo anche che il prossimo numero de “Il Tetto” (www.edizioniesi.it/iltetto) sarà tutto dedicato al priore di Barbiana con articoli di Serena Marini, Fabrizio Valletti, Francesca Avitabile, Annamaria Palmieri, Giacomo Losito, Eddi Stifano, Ugomaria Olivieri, Eraldo Affinati, Ugo Leone, Mario Rovinello, Giuseppe Avallone, Pio Russo Krauss.
Per chi vuole leggere o approfondire la sua conoscenza del pensiero e della vita di don Milani consigliamo i seguenti testi di don Milani: L'obedienza non è più una virtù, Esperienze pastorali, Lettera ad una professoressa, Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana, Tutte le opere. E i seguenti libri su don Milani: N. Fallaci: Dalla parte dell'ultimo; A Corradi: Non so se don Lorenzo; M Lancisi: Il segreto di don Milani.
 
Io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente, anzi eroicamente, squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruenti: lo sciopero e il voto.
 
La leva ufficiale per cambiare le leggi è il voto. La Costituzione gli affianca anche lo sciopero. Ma la leva di queste due leve del potere è influire con la parola e con l’esempio sugli altri votanti e scioperanti. E quando è l’ora non c’è scuola più grande che pagare di persona un’obiezione di coscienza. Cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede.

Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande “I care”. E’ il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. E’ il contrario del motto fascista “Me ne frego.
 
Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio; che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.
 
Se la vita è un dono di Dio non va buttata via, e buttarla via è peccato. Se un’azione è inutile, è un buttar via un bel dono di Dio. E’ un peccato gravissimo, io lo chiamo bestemmia del tempo. E mi pare un cosa orribile perché il tempo è poco, quando è passato non torna.
 
Chi non sa amare il povero nei suoi errori non lo ama.
 
Voler bene al povero, proporsi di metterlo al posto che gli spetta, significa non solo crescergli i salari, ma soprattutto crescergli il senso della propria superiorità, mettergli in cuore l’orrore di tutto ciò che è borghese, fargli capire che soltanto facendo tutto al contrario dei borghesi potrà passar loro innanzi e eliminarli dalla scena politica e sociale.

La saggezza umana di rimandare la giustizia a più tardi colla scusa che oggi è imprudenza, è ben più profondamente atea che lo sbuzzar preti e profanar chiese.
 
Il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia.

Conoscere i ragazzi dei poveri e amare la politica è tutt’uno. Non si può amare creature segnate da leggi ingiuste e non volere leggi migliori.

Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.
 
Se si perde loro (gli ultimi) la scuola non è più scuola. E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati.
 
Voi sostenete che Dio fa nascere i cretini e gli svogliati nelle case dei poveri, ma Dio non fa questi dispetti ai poveri, è più facile che i dispettosi siate voi.
 
Ogni parola che non impari oggi è un calcio nel culo domani.

A Firenze il giornale indipenente è La Nazione. E' stato comprato recentemente dagli Zuccheri. Ora non è da credersi che gli Zuccheri (che lesianno l'aumento di una lira agli operai o la riduzione di una lira ai consumatori con la scusa che non ci rientrano) vogliomo poi spendere 4 miliardi per comprare una testata di un giornale (passivo) senza un preciso scopo. Questo scopo è la lotta di classe. (…) La gran maggioranza dei parroci che han poderi sono iscritti alla Confederazione Generale dell'Agricoltura. Eppure è un'associazione di parte, anzi di classe, anzi positivamente intesa per la lotta di classe. Come si spiega che a un sacerdote sia mancato quel minimo di sensibilità morale e sociale che occorre per tenersi non dico in guerra con la Confida, ma almeno in una posizione di equidistanza o di rigetto di ogni guerra di classe, di destra o di sinistra che sia? E' semplice: ha letto la Nazione. Son passati gli anni e s'è trovato così, per mitridatizzazione, senza mai averlo positivamente voluto, sulla sponda opposta da quella del povero.

Fare affari sulle tragedie (08/06/2017)

La guerra, il terrorismo, i regimi autoritari, l'esodo di migliaia e migliaia di persone non per tutti sono tragedie. Per l'industria bellica sono una vera fortuna, delle galline dalle uova d'oro. Lo dimostrano i dati.
Negli ultimi anni il mondo si è fatto più bellicoso: in Siria, Yemen, Libia, Somalia, Sudan, Sud Sudan c'è la guerra. In Mozambico, Mali, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Egitto, Striscia di Gaza, Iraq, Afghanistan, Birmania-Myanmar, Filippine, Pakistan, Cecenia, Ucraina, Nagorno-Karabakh, Colombia, Messico, ci sono situazioni di conflitto armato in atto o silenti [1]. Queste guerre e questi conflitti oltre a morti e distruzioni determinano flussi di profughi e richiedenti asilo verso Paesi sicuri. Un'immane tragedia. Ma per l'industria bellica no.
Ecco i dati dell'esportazioni di armi italiane (in euro/anno), secondo l'ultima relazione al Parlamento (aprile 2017)[2]:
anni 2000: 2 miliardi (media/annua)
2013: 2,5 miliardi
2015: 7,8 miliardi
2016: 14,6 miliardi.
Tra il 2013 e il 2014 Finmeccanica è stata al 9° posto nella classifica mondiale delle aziende fornitrici di materiali bellico (le prime 7 aziende sono USA, l'ottava è di un consorzio tra vari Paesi europei),
Tra i Paesi a cui abbiamo venduto più armi c’è, oltre Regno Unito, Francia, Germania, troviamo Kuwait, Arabia Saudita, Qatar, Turchia.
Il caso più grave è sicuramente quello dell’Arabia Saudita: un Paese che, oltre a non rispettare i diritti umani, sta conducendo una guerra con lo Yemen da circa due anni, che ha già causato oltre 10 mila morti e 40 mila feriti, e, per la quale, è stata a più riprese condannata dalle Nazioni Unite. Kuwait, Quatar e Turchia sono Paesi che se ne infischiano dei diritti umani. Il Quatar è anche coinvolto nel conflitto in Yemen.
Eppure la UE ha varato una risoluzione che prevede il divieto di vendere armi ai Paesi coinvolti nel conflitto nello Yemen. In questo caso l'imperativo “Ce lo chiede l'Europa” non è valido. E nemmeno la legge 185/1990, che vieta l’esportazione e il transito dei materiali d’armamento verso Paesi in stato di conflitto armato, responsabili di violazioni accertate dei diritti umani. Alcuni dei Paesi a cui vendiamo armi sono nella lista dei finanziatori dell'ISIS e di altri gruppi del terrore.
Perfino l'esodo di profughi e richiedenti asilo diventa occasione per fare affari. Gli accordi stipulati con alcuni Paesi perché arrestino questi disperati impedendo che vengano da noi, prevedono la fornitura di “equipaggiamenti, strumenti tecnici, programmi di formazione per le forze di sicurezza. Pagati con i fondi per “l'aiuto allo sviluppo” dei Paesi poveri. Nel 2017 per questa strana forma di aiuto allo sviluppo il Governo ha stanziato 200 milioni di euro (rientranti nel fondo “Aiuti allo sviluppo”) [3]. In realtà tale azione non aiuta per niente le popolazioni povere di questi Paesi né favorisce lo sviluppo. In realtà è un sostegno economico perché facciano loro il lavoro sporco per toglierci profughi e richiedenti asilo dai piedi, fuori dallo sguardo dei media e dei cittadini italiani. Quando sentite dire “Aiutiamoli a casa loro”, sappiate che molti a questo pensano.

1) www.guerrenelmondo.it; 2) www.senato.it/static/bgt/listadocumenti/17/1/1495/0/index.html?static=true; 3) http://sbilanciamoci.info/la-logica-italiana-europea-dellesternalizzazione; http://sbilanciamoci.info/litalia-mano-armata/

Il decreto legge sull’obbligatorietà di 12 vaccini non ci piace (28/05/2017)

Le vaccinazioni sono un importantissimo strumento di prevenzione. Grazie ad esse malattie gravissime come poliomielite, difterite, tetano sono quasi scomparse dai paesi ricchi, e altri vaccini possono conseguire importantissimi risultati di sanità pubblica. Non è assolutamente vero che le vaccinazioni sono tra le cause dell’autismo o delle allergie. E le paure che le persone hanno a vaccinare i figli o se stessi sono prive di fondamenti razionali. Questo per dire che non siamo per niente contrari ai vaccini, anzi (d’altra parte Marco Mascagna era un pediatra che vaccinava e cercava di convincere i genitori a vaccinare i figli). Ma il decreto legge sull’obbligatorietà di 12 vaccini non ci piace e siamo sicuri che non sarebbe per niente piaciuto nemmeno a Marco. Per queste ragioni:
1) Obbligare qualcuno a fare qualcosa che ritiene pericoloso o contrario ai suoi principi non è una bella cosa. E ciò anche se la sensazione di pericolo non è fondata razionalmente o se non condividiamo i suoi principi.
2) Poiché le vaccinazioni sono utili, non dovrebbe essere difficile convincere il 95% delle persone a farle. Non dovrebbe essere difficile se il SSN dedicasse un poco più di risorse del quasi niente che dedica all’educazione sanitaria, se ci fosse un poco più di personale parasanitario (assistenti sanitari, ostetriche, infermieri), se questo personale e i pediatri fossero stati formati sulla comunicazione col paziente, se in ogni ASL ci fosse un programma per la presa in carico delle “famiglie a rischio” (famiglie di basso reddito, monoparentali, con soggetti con precedenti penali ecc.). Tutto ciò non solo favorirebbe fortemente la pratica delle vaccinazioni, ma anche l'adozione di uno stile di vita salutare e una più attenta adesione alle terapie prescritte.
3) Sicuramente ha nociuto alle coperture vaccinali la chiusura di tanti uffici vaccinali e consultori familiari: per molte persone fare la vaccinazione o parlare dei propri dubbi significa spostarsi di molti chilometri o attendere in fila che venga il proprio turno o incontrare un sanitario, che oberato da troppi impegni, ha poco tempo da dedicargli.
4) L'obbligo è del tutto infondato per alcune vaccinazioni. In alcuni casi può essere pure consentito costringere qualcuno a fare qualcosa che reputa pericoloso per la salute sua o di suo figlio, ma deve esserci un motivo grave. Forse può essere ammesso per alcune vaccinazioni (p. es. poliomielite, difterite, morbillo) quando le coperture vaccinali non sono ottimali (malgrado il lavoro di ascolto e convincimento dei “recalcitranti”) e, quindi, si determina il rischio che una persona che non ha potuto vaccinarsi possa contrarre la malattia incontrando per caso uno che non ha voluto vaccinarsi. Ma tale ipotesi non esiste per il vaccino contro il papillomavirus, che si trasmette solo con rapporti sessuali e nemmeno per quello antiepatite B, malattia che si trasmette solo con i rapporti sessuali o da sangue a sangue.
5) Prima di mettere in atto un intervento di sanità pubblica bisogna porsi alcune domande: migliora la salute della popolazione? Può dare effetti collaterali? Quanto costa? Queste domande servono a “pesare” l’intervento (cioè a mettere sulla bilancia da una parte i costi e gli effetti collaterali negativi e dall’altro i vantaggi). Si è stimato quanto costa rendere obbligatorie le vaccinazioni? Quante ore di lavoro di presidi, medici, magistrati, personale amministrativo di ASL, scuole, tribunali, saranno dedicate a segnalare gli inadempienti, inviare avvisi, verificare se dopo il tempo concesso si è provveduto o meno all’obbligo, ecc.? Si è considerato quale atteggiamento nei confronti della sanità pubblica e dello Stato svilupperanno le persone che sono state costrette a fare qualcosa che reputano pericoloso o contrario ai propri principi? Si è considerato cosa si scatenerà nell'opinione pubblica alla prima reazione avversa grave in un soggetto che è stato costretto a vaccinarsi? Si è calcolato quanto costano alla collettività queste 12 vaccinazioni obbligatorie? Per tutte le 12 vaccinazioni il rapporto utilità/costi è stato stimato?
Se non si è data una risposta a queste domande (e nutriamo molti dubbi in proposito) la scelta è stata avventata.
6) L'Italia è l'unico Paese europeo che ha scelto di rendere obbligatorie 12 vaccinazioni obbligatorie. In quasi tutti i Paesi europei non c’è alcun obbligo di vaccinarsi e in alcuni l'obbligo riguarda solo poche vaccinazioni.
7) La scelta italiana di rendere obbligatoria la vaccinazione per la meningite è particolarmente discutibile se si considera che i tassi di meningite in Italia sono più bassi di quelli di altri Paesi (dove non c'è alcun obbligo) e a livelli per i quali l’OMS non consiglia di procedere alla vaccinazione di massa.
8) Le pene previste sono più pesanti rispetto ad altri comportamenti più pericolosi. Se si punisce con 7.500 euro chi non vaccina il figlio come mai si punisce con la multa da 250 a 1000 euro il tabaccaio che vende sigarette ad un minore (il doppio se recidivo)? Eppure i rischi del fumo sono molto maggiori del rischio di non vaccinarsi. Se si leva la patria potestà a chi non fa vaccinare i figli la si dovrebbe levare anche a chi li fa bere alcolici (è dimostrato che tale comportamento è un fattore di rischio per l'alcolismo e l'uso problematico di alcolici) o li fa viaggiare senza dispositivi di sicurezza o fuma in loro presenza o li rimpinza di merendine e bibite dolci o non gli fa fare un'adeguata attività fisica. Tutti comportamenti più rischiosi per la salute che non vaccinarsi. Dovrebbe essere levata anche a chi li cura con l'omeopatia o altre medicine che non hanno alcuna evidenza di efficacia.

9) Se la salute dei cittadini sta così a cuore ai nostri governanti perché non si riducono i limiti di emissione consentiti per auto moto e camion visto che ciò provoca ogni anno 40.000 morti in Italia? Perché non si mette una tassa sulle bevande dolci e sul “cibo spazzatura”, tra le principali cause dell'obesità infantile? Perché non si formano tutti i medici di base sul consiglio breve contro il fumo (uno degli interventi di sanità pubblica col più alto rapporto benefici/costi)? Perché non si è varato da tempo un piano nazionale per la promozione della lettura fin dalla più tenera età (intervento dai molti e consistenti vantaggi, privo di effetti collaterali e, anche, piuttosto economico).
Insomma ci sembra che la scelta di rendere obbligatori 12 vaccinazioni sia molto discutibile, indice di una cultura che non ama il dialogo, il confronto, il rispetto delle minoranze, che ama invece l'imposizione, la forza, il mostrare i muscoli. Una cultura che dovrebbe essere estranea ad un Paese democratico. Ci viene anche il sospetto che la decisione sia stata presa per motivi altri da quelli della tutela della salute. E sono proprio questi sospetti che fanno si che le persone non si fidano delle “autorità” (il Governo, il Parlamento, l'Istituto Superiore di Sanità, gli “esperti di regime” ecc.) e finiscono per crede a ciarlatani e truffatori o ai consigli sanitari del parroco o della amica/o del cuore, anche se non hanno nessuna competenza in materia.

Un lenzuolo alla finestra per avere quello che ci spetta. Inviaci una mail e impegnati con noi (13/05/2017)

Il mondo cambia in fretta. Quello che poteva essere opportuno o utile 10 anni fa sempre più spesso oggi non lo è più. Se poi le scelte di 10 anni fa erano già indietro di 50 anni, attuarle ora è pura follia. Eppure questo sta per accadere al Vomero. Un parcheggio pensato oltre 10 anni fa, nato già vecchio di 50 anni, approvato dalla sola Iervolino qualche minuto prima che decadesse da sindaco e commissario straordinario ai parcheggi, bocciato dall'Amministrazione De Magistris sta per essere costruito solo perché “Quello che è deciso è deciso” (queste in sintesi le motivazioni della sentenza del Consiglio di stato favorevole all'impresa). Un parcheggio da circa 1000 posti sotto tutta piazza degli Artisti, Via Tino di Camaino e l'area mercatale di Via De Bustis. Il mercatino (170 stand) spostato per minimo 2 anni nel Parco Mascagna. Un parcheggio per “residenti”, ma che non è rivolto solo a chi abita in quelle vie ma a chiunque risiede in un raggio di 2 Km da piazza degli Artisti e che, per di più, può anche subaffittarlo. Una così vasta area pubblica concessa gratuitamente, col solo impegno da parte della ditta di ricostruire il mercatino coperto più bello e un poco più ampio. Insomma un'opera da un devastante impatto ambientale, sociale ed economico, per far entrare al Vomero, uno dei quartieri con l’aria più inquinata, ancora più auto e moto. Un parcheggio che va contro tutti gli abitanti del Vomero-Arenella e a favore solo dei costruttori.
Mentre l'urbanistica da molti decenni insegna che i parcheggi di destinazione aumentano il traffico e, quindi, non vanno costruiti in zone congestionate e che quelli per residenti devono essere accompagnati da una corrispondente eliminazione dei posti auto in superficie, si propone di costruire nel cuore del Vomero un parcheggio che contraddice tali principi.
Il Vomero oggi è servito da 3 funicolari e da 4 stazioni della metropolitana, che sono a loro volta collegate con linee ferrate (la Cumana, la Circumflegrea, la linea 2 del metrò, la linea-Piscinola-Aversa) e con parcheggi di interscambio (Piscinola. Frullone e Colli Aminei, che è direttamente collegato alla tangenziale). Tra 2-3 anni si apriranno le nuove stazioni del metrò e saranno in funzione 12 nuovi treni sulla linea 2, permettendo una frequenza ogni 5 minuti.
Napoli ha molte più auto per abitanti delle altre città europee (Napoli 58 auto ogni 100 abitanti, Barcellona 38, Monaco 35, Londra 31, Berlino 29), un uso incongruo dell'auto (il 30% degli spostamenti in auto copre distanze tra 700 m e 3 Km, percorribili a piedi in 10-30 minuti), mentre l'inquinamento atmosferico determina ogni anno 1500 morti. E auto e moto ne sono la principale causa.
Noi non vogliamo essere più schiavi dell'auto (e di chi ci lucra sopra), non possiamo più tollerare di sacrificare 1500 vite ogni anno a questo dio, vogliamo spostarci comodamente, puntualmente, velocemente tramite mezzi pubblici funzionanti a tutte le ore del giorno, vogliamo poter camminare (o pedalare) in sicurezza e tranquillità, vogliamo aree verdi (e per aree verdi non intendiamo lande desolate come quelle del Centro direzionale, ma giardini, boschetti, alberi, cespugli rigogliosi), non vogliamo più frane e voragini quasi ad ogni pioggia un poco più abbondante. Non vogliamo un sogno. Vogliamo quello che ci spetta, che sta scritto in tanti documenti, piani, leggi europee, nazionali, comunali (nel Piano della mobilità, che è norma vigente, sta scritto che si privilegia la pedonalità e la ciclabilità, poi il trasporto pubblico e poi quello privato).
25 anni fa i cittadini del Vomero-Arenella riuscirono a bloccare la costruzione del parcheggio da 1000 posti auto sotto i giardinetti di Via Ruoppolo, salvaguardando ed estendendo quest'area verde diventata Paco Mascagna. Oggi dobbiamo fare lo stesso.
Ti chiediamo di esporre ad a una finestra di casa tua il lenzuolo che puoi ritirare al punto informazione NO BOX del mercatino di via De Bustis e, se vuoi impegnarti con noi a inviarci una mail indicando nome cognome e professione.

Il Parlamento sta per varare una sanatoria per le case abusive passate e future: dici no, insieme a noi (04/05/2017)

I reati non sono tutti del medesimo grado: l’omicidio è più grave di un disastro ambientale, che lo è più di una rapina, che lo è più di una truffa, che è più grave della diffamazione.
Se si proponesse che finché tutti gli assassini non sono stati puniti non ci si impegna a punire chi commette disastri ambientali e finché tutti i responsabili di questi reati non stanno in galera non si procede contro i truffatori e così via, che pensereste? Sarebbe una vera follia? Sarebbe un modo per favorire truffatori, ladri e diffamatori? Infatti, se si mettesse in atto una tale proposta, sarebbe una pacchia per truffatori, rapinatori, ladri, diffamatori: essi potrebbero delinquere indisturbati e sereni, sapendo che non rischiano niente, perché è lunga la lista di quelli da perseguire prima che arrivi il loro turno. Infatti, per la maggioranza delle persone, anche solo la possibilità di finire in galera è un deterrente a non commettere reati.
Purtroppo qualcosa di molto simile a quanto prima descritto sta per accadere in Italia. Infatti, aspetta solo l'approvazione del Senato una proposta di legge che dispone che, nel combattere il reato di abusivismo edilizio, si dovranno eseguire le demolizioni tassativamente con questo ordine:
costruzioni di rilevante impatto (capannoni industriali, case di ampie dimensioni ecc.) ancora in fase di costruzione e che ricadono su aree demaniali o soggette a vincolo ambientale, sismico, idrogeologico o archeologico;
medesima tipologia ma costruite e non abitate;
medesima tipologia ma abitate;
manufatti non di rilevante impatto su aree demaniali o vincolate, ancora in costruzione;
idem ma terminate e non abitate;
idem ma abitate;
costruzioni che sono un pericolo per la pubblica incolumità, ancora non ultimate;
idem ma finite e non abitate;
idem ma abitate;
costruzioni di proprietà della criminalità organizzata ancora non ultimate;
idem terminate ma non abitate;
idem ma abitate;
altre case abusive ancora in costruzione;
idem terminate ma non abitate;
idem abitate.
L’effetto di una tale legge è evidente: in Italia non verranno mai più abbattute case abusive delle categorie non ricadenti tra le prime (probabilmente dalla 5a in poi). La legge quindi è una sanatoria di tutte le case abusive non ricadenti su aree vincolate. Questa sanatoria, al contrario di quelle varate dai governi Craxi (1985) e Berlusconi (1994 e 2003), vale non solo per le case già costruite o in costruzione ma vale anche per quelle che da ora in poi saranno costruite. E’ insomma un messaggio chiarissimo: “Se volete farvi una casa abusiva non temete più che ve la possano abbattere, perché questo può succedere solo se la fate di rilevante impatto e su aree demaniali o vincolate. Una villetta in un’area non vincolata non rischierà più di essere abbattuta”. Che sia così lo si evince anche dall'entità del fondo per le demolizioni previsto dalla legge: 10 milioni di euro all'anno. Con una tale cifra si possono abbattere non più di 200 case all'anno.
Il rischio di vedere demolita la propria casa, anche se remoto, è tra i principali deterrenti a non costruire abusivamente: dopo avere speso almeno un centinaio di migliaia di euro (spesso tutti i propri risparmi) vederli andare in fumo e trovarsi con un cumulo di macerie non è per niente piacevole.
Ogni volta che si è annunciato un condono l’abusivismo edilizio ha avuto un’impennata (tra l’annuncio e il varo della legge Craxi-Nicolazzi furono edificate 230.000 costruzioni abusive).
Questa legge, inoltre, è anche uno stop per vari anni a qualsiasi demolizione. Infatti, finché non verranno censite e suddivise nelle varie tipologie le 50.000 costruzioni abusive da demolire, non si potranno eseguire abbattimenti. Insomma un bel regalo alle imprese legate all’abusivismo edilizio (in gran parte controllate dalla criminalità) e a chi non ha rispetto della legge e del nostro territorio.
Come ulteriore beffa questo provvedimento viene presentato come una legge contro l’abusivismo edilizio. Eppure in questi anni le associazioni ambientaliste hanno presentato varie proposte per combattere realmente l’abusivismo edilizio. Tra le norme proposte ne citiamo alcune:

  1. commissariare i comuni che non hanno varato il piano regolatore e che non controllano il proprio territorio
  2. inasprire le pene per tutti quei soggetti necessari per compiere l’abuso (committente, progettisti, fornitori di materiali, imprese edili)
  3. immediata esecutività dell’ordinanza di abbattimento dopo avere accertato la mancanza della licenza (cioè abolire la possibilità di chiedere la sospensiva in attesa dell’esito del processo penale)
  4. togliere ai Comuni la competenza sugli abbattimenti e affidarla alla magistratura che può servirsi del genio civile o di aziende presenti su un apposito albo
  5. adeguato finanziamento del fondo per le demolizioni
  6. sequestro dei beni dei proprietari di case abusive per garantire la copertura dei costi dell’abbattimento e del ripristino dello stato dei luoghi
  7. pubblicare online i nominativi dei proprietari di costruzioni abusive.

Ovviamente nulla di tutto questo c’è nel disegno di legge, che è stato approvato a tempo di record in Commissione Giustizia e che, visto l’amplissimo consenso delle forze politiche, rischia di essere approvato in via definitiva in tempi brevi.
“Dobbiamo distinguere tra abusivismo di speculazione e quello di necessità e venire incontro a chi ha commesso un abuso solo per necessità” si è detto. Il presidente della Campania li ha chiamati “poveri cristi”. Ma chi ha almeno 100.000 euro può essere considerato “un povero cristo”? E' dove è la necessità di costruirsi una casa quando l'Italia è piena di abitazioni che si vendono e si fittano? Perché questi furbetti non fanno come le persone oneste che così risolvono il problema dell'abitazione?
Quello che è veramente paradossale è che, mentre i nostri parlamentari sono così partecipi della sorte di questi “poveri cristi”, proprietari di una una casa abusiva, non hanno nessuna pietà per chi non ha neanche uno stanzino dove abitare ed è costretto a dormire per strada. Infatti, il medesimo giorno, il Parlamento ha approvato a larga maggioranza (contrari Sinistra Italiana e i fuoriusciti del PD, astensione dei 5stelle) una legge contro chi dorme per strada (multa fino a 300 euro per chi si sdraia su marciapiedi, scale, aiuole, nelle stazioni e sulle panchine situate vicino a monumenti, musei, aree archeologiche e – su delibera del Comune – dei centri storici e aree turistiche. Oltre alla multa il soggetto non può frequentare per 48 ore il luogo dove è stato trovato. Se il soggetto reitera il comportamento, il questore può disporre “per un periodo non superiore a 6 mesi, il divieto di accesso ad una o più” delle aree prima elencate.
Ci si accanisce contro i più poveri dei poveri, che dormendo per terra o su una panchina non fanno male a nessuno, e si fa un regalo ai proprietari di case abusive e a tutti quei soggetti legati all'abusivismo edilizio, che sono tra le cause principali del consumo di suolo, dell'imbruttimento del paesaggio, del rischio idrogeologico e sismico, del fenomeno della “città spruzzata”, causa di traffico, inquinamento e alti costi di gestione di servizi pubblici.
Per questo ti chiediamo di inviare ai Parlamentari una lettera di protesta per queste due indecorose leggi

Lettera ai senatori

Indirizzi email

Cos’è decoroso. Cos’è urgente e necessario (25/03/2017)

 

 

Il Governo ha emanato un decreto legge sulla “sicurezza urbana”, che ha fatto molto discutere. Vogliamo illustrare e commentare alcuni articoli che ci hanno lasciati esterrefatti (anche su altri ci sarebbe da dire, ma lasciamo stare).
Art. 4: la “sicurezza urbana” è “il bene pubblico relativo alla vivibilità e al decoro delle città”. Perché viene chiamata “sicurezza” la vivibilità e il decoro? “Decoro” deriva da “decorus” che significa “elegante, fine, bello, adorno” (da cui decorare = rendere bello ecc.) [Treccani]. Che centra con la sicurezza? L'identificazione del “decoro” con la “sicurezza” è del tutto pretestuosa e strumentale: serve a giustificare l'emanazione di un decreto legge (ammissibile solo nei “casi straordinari di necessità e urgenza” e, certo, il “decoro” non può essere uno di questi casi) e i provvedimenti limitativi della libertà previsti negli articoli 9 e 10.
Art. 9 e 10: viene comminata una multa da 100 a 300 euro a chi bivacca (il decreto dice “limita la libera accessibilità”) in qualsiasi “infrastruttura, fissa o mobile” “di trasporto pubblico” “e delle relative pertinenze” e in altre aree individuate dal Comune “interessate da consistenti flussi turistici” o “adibite a verde pubblico”. In soldoni significa che viene multato chi sta seduto o sdraiato su marciapiedi, scalinate, vie pedonali, stazioni, vagoni abbandonati, aiuole e chi si sdraia sulle panchine dei centri storici o situate vicino a musei e monumenti. Ne viene fuori che ci si può sdraiare solo sulle panchine dei quartieri periferici.
Oltre alla multa il soggetto non può frequentare per 48 ore il luogo dove è stato trovato. Se il soggetto reitera il comportamento, il questore può disporre “per un periodo non superiore a 6 mesi, il divieto di accesso ad una o più” delle aree prima elencate.
In Italia oltre 55.000 persone vivono in strada. Tranne qualche stravagante o novello San Francesco che l'ha deciso come scelta di vita, tutti gli altri non l'hanno scelto e darebbero chi sa che (ma purtroppo hanno poco o niente) per avere una “casa” anche di pochi metri quadri. I dormitori comunali (dove esistenti) hanno pochissimi posti letto. Gli enti di solidarietà riescono a dare riparo solo ad una parte dei senza casa. Il Governo cosa pretende da questi poveri cristi? Che smettano di dormire? Che dormano passeggiando? Che si accapiglino per le poche panchine dei quartieri periferici (all'aperto!)? Che la facciano finita (beninteso in un quartiere periferico, senza creare problemi alla viabilità e in modo decoroso ed elegante)?
Se non è bello vedere persone che dormono per strada o nelle stazioni la soluzione non è multare questi più poveri tra i poveri o cacciarli nelle periferie, ma fare una politica di lotta alla povertà e all'emarginazione (che è l'esatto contrario di una politica contro i poveri e gli emarginati), come prescrive la nostra Costituzione:
- “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo” (art. 2) e l'art. 25 dei Diritti dell'uomo recita “Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, alle cure mediche e ai servizi sociali”;
- “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (art. 3);
- “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto” (art. 4).
Quindi chi infrange la legge è il Governo che non rispetta la Costituzione e non i senza casa costretti a dormire per strada.
Indecoroso non è chi è povero ma chi, avendo il necessario e anche il superfluo, guarda con fastidio e disprezzo chi non possiede niente.
Indecoroso è chi scrive, approva o si astiene su provvedimenti contro i poveri per cercare di prendere qualche voto in più alle prossime elezioni (il decreto ha avuto il voto favorevole della maggioranza e della destra, l’astensione dei cinquestelle e il voto contrario della sinistra). E per di più scrive e vota un decreto chiaramente anticostituzionale. Infatti, già il Governo Berlusconi aveva varato un decreto simile (decreto Maroni), abrogato dalla Corte Costituzionale due anni dopo.
Infatti nella nostra Costituzione è scritto che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione … di condizioni personali e sociali”, che “la libertà personale è inviolabile” e “non è ammessa … forma di restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria”, che solo “in casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori” (art. 13), che “il domicilio è inviolabile” (art. 14), che “ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza” (art. 16). Appunto, solo “per motivi di sanità e sicurezza”, non per motivi di decoro.
Ciò che è “urgente e necessario” non è un vergognoso decreto come quello del Governo Gentiloni, ma predisporre dormitori pubblici, aiutare chi sta in grave difficoltà, creare posti di lavoro (p. es. nella messa in sicurezza antisismica delle case, nel risparmio energetico, nella mobilità sostenibile, nella difesa del suolo, nella tutela dei beni culturali ecc.), redistribuire la ricchezza (levare ai ricchi e benestanti per dare lavoro e sicurezza a chi non l’ha), rendere effettivo il diritto alla casa, contrastare lo sfruttamento dei lavoratori e il lavoro nero.

La demografia smaschera la demagogia(09/03/2017)

In questi giorni sono stati pubblicati i nuovi dati sulla natalità in Italia che confermano la riduzione delle nascite: 486.000 nel 2015, 464.000 nel 2016. Da molti anni le nascite sono in calo in Italia e in quasi tutti i Paesi ricchi, e questo fatto allarma. Si invocano perciò politiche di sostegno alla natalità e di incentivazione della procreazione (ricordate la demenziale campagna della ministra Lorenzin?).
La crescita della popolazione ha molti lati positivi ma, se va avanti indefinitamente, ha effetti catastrofici: viviamo in un mondo finito, con equilibri ecologici che, superati determinati limiti, si alterano, creando problemi molto gravi e potendo determinare alterazioni irreversibili. Questi limiti, in realtà, sono già stati superati. Infatti, l’“impronta ecologica” media mondiale (l’indicatore che misura il “peso” della popolazione mondiale sull’ecosistema Terra) è di 2,7 ettari/ab, ma il nostro pianeta (levando i deserti, le aree ricoperte da ghiacciai ecc.) ha solo 2 ettari/ab. Quindi abbiamo già abbondantemente superato la capacità di carico dell’ecosistema Terra (cioè inquiniamo e preleviamo risorse rinnovabili ad una velocità superiore alla capacità di depurazione e di riproduzione delle risorse) e, infatti, gli equilibri si stanno alterando sempre più (aumento della temperatura, inquinamento dell’aria, dei mari, del suolo).
Questi limiti sono stati superati soprattutto perché gli abitanti dei Paesi ricchi hanno scialato alla grande, disinteressandosi dei limiti posti dalla natura. Se l’impronta ecologica media mondiale è 2,7, quella degli statunitensi è 12 e quella degli italiani 5, mentre quella degli abitanti dell’Africa è di 1,1.
L’impronta ecologica globale dipende da 3 fattori: numero degli abitanti, stile di vita (consumi/ab) e impatto dei beni consumati (impatto ambientale dei diversi beni dalla produzione allo smaltimento). Per ridurla quindi bisogna intervenire su questi tre fattori e poiché circa 4 miliardi di persone hanno una vita grama e quindi devono consumare di più, altri 2 miliardi aspirano ad avere il nostro stile di vita e quindi vogliono consumare di più e 1 miliardo di persone (cioè noi) non vogliono cambiare il loro stile di vita, arrestare la crescita della popolazione diventa una scelta obbligata.
Quindi prima o poi la natalità deve essere ridotta e più tardi ciò avviene più la riduzione dovrà essere drastica e più sarà gravida di effetti negativi facili ad immaginarsi.
L’andamento della popolazione mondiale nel tempo è stato questo:
1400: 350-450 milioni di abitanti
1700: 750 milioni
1800: 1 miliardo
1900: 1.650 milioni
1950: 2,5 miliardi
2000: 6 miliardi
2010: 7 miliardi
2015: 8 miliardi (stima)
La crescita della popolazione è stata molto difforme nelle varie aree geografiche: Europa e Asia sono cresciute molto negli ultimi secoli, divenendo le regioni più densamente popolate del mondo, e i loro abitanti si sono espansi in altre zone, con emigrazioni (tra il 1870 e il 1914 sono emigrati in America 50 milioni di Europei) guerre e colonizzazioni (nella sola Eritrea sono emigrati oltre 80.000 italiani tra il 1900 e il 1940)[1]. Ora Europa, America del Nord, Giappone sono in decrescita, in altri Paesi (es. Cina) la crescita si va attenuando sempre più e poi invertirà di segno, in altri poco densamente popolati (es. Africa) la popolazione è in forte crescita.
In questo quadro non ha senso che i Paesi ricchi cerchino di incrementare la loro natalità (facendo aumentare ancor più la popolazione mondiale e i problemi ambientali), anche perché, considerando l'attuale numero di donne in età fertile, i risultati sarebbero minimi e gli effetti positivi si avrebbero tra 20-30 anni. Meglio accogliere una quota di giovani che permette di riequilibrare subito la composizione per età della popolazione, risolvendo così i problemi che sorgono con la denatalità. Su questo sono d’accordo tutti gli esperti. Quindi dovremmo fare una politica di accoglienza dei migranti (ciò favorirebbe anche lo sviluppo economico dell’Africa e del Centro America, grazie alle rimesse degli emigrati e ai ritorni in patria). Insomma accogliere i migranti non è solo un atto di fraternità, giustizia e solidarietà, ma ci conviene e anche.
Se si hanno i dati della situazione e si ragiona lucidamente non si può non arrivare a questa conclusione. Purtroppo molti giornali, TV, siti internet e politici nascondono questi dati o ne fanno girare altri inventati di sana pianta (p.es la falsa invasione di islamici, vedi il messaggio 2 del 2017), cercano di spaventare le persone per vendere di più, guadagnare consensi e voti.

Note: 1) Podestà G. L’emigrazione italiana in Africa Orientale, www.ilcornodafrica.it/rds-01emigrazione.pdf; Livi Bacci M: Il pianeta Stretto, il Mulino 2015

E' vero che in Italia la spesa pubblica è altissima e che la Pubblica Amministrazione ha un pletora di dipendenti? (06/03/2017)

E' convinzione comune che in Italia la spesa pubblica è tra le più alte d'Europa e che nella pubblica amministrazione c'è una pletora di dipendenti. Siamo andati a vedere se questa convinzione è suffragata dai fatti o no. In Italia la spesa pubblica è il 46,2% del PIL. Non siamo i primi, perché ci precedono la Finlandia 56,5%, la Francia 55,0%, la Danimarca 54,1, la Grecia 51,8, il Belgio 50,9, la Svezia 49,8, l'Austria 49,2 e l'Ungheria 46,5. Quindi siamo al 9° posto con una percentuale di poco superiore alla media UE (45%). Tra i settori in cui spendiamo meno c'è l'istruzione (7,9% del PIL, media UE 10,2) la cultura (1,4%, media UE 2,1%) e la Sanità (6,8%, media UE 7,2%). Nell’istruzione e cultura siamo il Paese che spende di meno nella UE [1].
La Pubblica Amministrazione nel corso degli anni ha subito una notevole riduzione del numero di dipendenti: dal 2007 al 2015 gli Enti Locali hanno perso 56.000 unità (da 516.000 a 460.000), la Scuola 53.000 unità (da 1.138.000 a 1.085.000), i Ministeri 31.000 unità (da 184.000 a 153.000), quello della Sanità 29.000 unità (da 682.000 a 653.000), l'Università 18.000 unità (da 117.000 a 99.000), la Polizia 11.000 persone (da 333.000 a 312.000) [2]. Tale notevole cura dimagrante è stata conseguita bloccando le assunzioni, per cui l'età media dei dipendenti è andata aumentando ogni anno di più e ora per i vari settori si colloca tra i 50 e i 55 anni [2]. Poiché con l'età la probabilità di avere acciacchi aumenta sempre più e questo processo è molto più precoce per le persone di basso reddito, ne risulta che una quota molto consistente di dipendenti pubblici dei livelli più bassi è ormai disabile.
In alcuni settori, come la Sanità, alla riduzione del personale e alle scarse risorse finanziarie si è accompagnato un aumento di compiti e attività (dovuti all'invecchiamento della popolazione, all'aumento del numero di poveri e indigenti e, in alcuni campi, anche al progresso della medicina). Tutto ciò ha messo in grave difficoltà il nostro sistema sanitario, a lungo considerato tra i migliori del mondo, che ha perso posizioni (in particolare per l'allungarsi delle liste di attesa) e che rischia di perderne sempre di più, perché avrebbe bisogno di investimenti per sostituire apparecchi vecchi, ristrutturare ospedali e presidi, investire nella formazione e nell’aggiornamento. Soprattutto c’è necessità di assumere il personale necessario per rispondere adeguatamente ai bisogni di salute della popolazione. C’è bisogno cioè di investire un poco di più nella Sanità e di programmare gli interventi avendo come faro i bisogni di salute della popolazione. Governo e Regione fanno questo? Non sembra proprio. Infatti il documento di programmazione economica 2016 prevede per i prossimi anni una riduzione della spesa per la Sanità: dal 6,8% del PIL (anno 2015) deve diventare 6,7% nel 2016 e nel 2017, poi 6,6% nel 2018 e quindi 6,5% nel 2019.
Il decreto del Commissario alla Sanità della Regione Campania sui fabbisogni di personale prevede una dotazione di ostetriche di una per ogni distretto sanitario, 5,5 dietisti ogni milione di abitanti e zero laureati in scienze motorie (pur essendo la Regione con la più alta percentuale di persone sedentarie e inattive). Quindi in media ogni ostetrica avrà una platea di circa 10.000 donne a cui ogni anno effettuare il pap-test, 5.000 studenti di scuola superiore a cui fare educazione sessuale, 1.000 donne da incontrare nei corsi pre-parto e in più dovrebbe dare anche una mano al ginecologo nella sua attività (neanche Wonderwoman riuscirebbe nell’impresa). Ogni dietista invece dovrebbe farsi carico di intervenire su 100.000 persone in sovrappeso e fare attività preventiva su una platea di 11.000 studenti di scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di 1°.
Poiché le persone povere non possono ricorrere a ginecologi privati per i pap-test, né a dietisti e dietologi se in sovrappeso, poiché le malattie sessualmente trasmesse, le gravidanze indesiderate e precoci, l’obesità il sovrappeso sono molto più frequenti nelle persone povere e di bassa istruzione, chi sarà maggiormente danneggiato da queste scelte sono sempre gli ultimi. Già oggi assistiamo a due fenomeni agghiaccianti:
1) le persone di basso reddito rinunciano a curarsi perché non hanno i soldi (1 milione e 400.000 persone, il 15% dei poveri e dei quasi poveri ha rinunciato a curarsi per questioni economiche) [3].
2) le persone diventano povere per le spese sanitarie sostenute (l'1,2% delle famiglie italiane si sono impoverite per questo motivo) [4]
Ci chiediamo: come mai di questo si parla così poco? Come mai è così diffusa e radicata la convinzione che la spesa pubblica è eccessiva anche se tale convinzione non ha alcun riscontro nella realtà? Chi mette in giro queste bufale? Perché?

Note: 1) Eurostat 2015; 2) Ragioneria Generale dello Stato: Conto annuale periodo 2007-2015; 3) Ufficio parlamentare di bilancio: Rapporto 2016; 4) CREA: 12° rapporto, 2016.

Cosa è veramente “ecologico e sostenibile”? (15/02/2017)

Ecologico, sostenibile, naturale sono aggettivi estremamente frequenti. Ogni giorno la pubblicità o articoli e servizi giornalistici ci propongono “auto ecologiche”, “energie verdi”, “alimenti naturali” e molti altri prodotti e servizi “verdi”. Ma quali di questi sono realmente ecosostenibili e quali sono solo una strategia di mercato?
Non è facile saperlo, perché la valutazione di impatto ambientale è per sua natura complessa. Sicuramente è sbagliato farsi guidare da criteri semplicistici quali “le cose naturali sono meglio di quelle artificiali”, “meglio la tradizione che le novità” o, viceversa, “meglio il nuovo”.
Sul criterio “naturale/artificiale” va innanzitutto detto che non è facile stabilire cosa sia “naturale” e cosa “artificiale”. Per esempio, il pane è naturale o artificiale? Prendere dei chicchi di grano, macinarli fino a farli diventare una polvere, impastare questa polvere con dell'acqua, un concentrato di microorganismi (il lievito) e del cloruro di sodio (ricavato dall'acqua di mare o estratto dalle profondità della Terra), tenere l'impasto ad una data temperatura per un tot di tempo in modo che questi microrganismi si nutrano degli amidi producendo anidride carbonica (il processo di lievitazione), bloccare bruscamente questo processo infornando ad alta temperatura (con conseguente morte dei microorganismi e denaturazione delle proteine) ha ben poco di naturale e molto di artificiale. In realtà il pane è un prodotto tecnologico, come i formaggi, i salumi, la pasticceria, gli snack (merendine, patatine fritte ecc.) e quasi tutto quello che mangiamo, indossiamo, utilizziamo. Poi bisogna sempre ricordarsi che la cicuta, l'amanita falloide, il veleno della vipera sono naturali al 100%, ma estremamente tossici, che le aflatossine, tra i più potenti cancerogeni, sono naturali al 100% (sono prodotte da microrganismi).
Oggi vogliamo puntare l'attenzione sulla legna, un prodotto naturale al 100%, che sta avendo un boom in questi ultimi anni.
Per riscaldare le case, fino a qualche decennio fa si usava soprattutto il gasolio. Poi si è passati al metano e al GPL, che hanno raggiunto il loro picco nel 2005 con 435mc/ab (per il solo riscaldamento domestico), scendendo poi sempre più e arrivando a 390mc/ab nel 2012. Dalla metà degli anni '90 è andato, invece, sempre più aumentando l'uso della legna, soprattutto del pellet. Nel 2014 il 15% delle case è riscaldato con legna, con un quadro molto variegato: nei comuni montani il 40%, nel Nord-Est e nel Centro Italia il 25%, nel Nord Ovest il 15%. In Italia vi sono 2,1 milioni di stufe, camini e caldaie a pellet, 8,6 milioni tra stufe, camini, caldaie e cucine a legna. Siamo al 1° posto al mondo per consumo di pellet, da soli consumiamo il 40% dell'intera UE [1, 2]. Una bella soddisfazione per tutti i Governi che hanno cercato di incentivare questa fonte energetica (detrazioni fiscali fino al 65% per la sostituzione di un impianto a combustibili fossili con uno a pellet, IVA più che dimezzata rispetto ad altri combustibili, ecc.). Una fonte energetica rinnovabile, naturale, antica, verde, ecologica, sostenibile. Tutto bene, dunque?
Solo ad una visione parziale e frettolosa. L'ecologia ci insegna che bisogna sempre avere uno sguardo complessivo, esaminare tutti i fattori e tutte le relazioni. Quindi il boom del legno per riscaldare le case ha sicuramente dei lati positivi (è una fonte rinnovabile, il bilancio della CO2 è in pareggio), ma ha anche lati negativi e altri problematici. Vediamo quali:
- Le emissioni di polveri inalabili (PM10) e in particolare di quelle fini (PM2,5), che sono le più pericolose per la salute. Una caldaia a metano emette 0,2 g di PM10 per ogni gigaJoule di calore prodotto. Una stufa a pellet di ultima generazione 50g, una stufa a legna di ultima generazione 150g, una stufa tradizionale 500g un caminetto 700 g. Anche il gpl emette meno PM2,5 del pellet (2g/megaJuole) e perfino il gasolio (3,2g/megajuole) [3]. Nel 2000 il riscaldamento domestico contribuiva per il 32% alle emissioni nazionali del PM10 e per il 31% a quelle del PM2,5, nel 2014 contribuisce rispettivamente per il 57% e il 60% [4].
- L’impatto del trasporto della legna. Solo il 10% del pellet è di origine italiana, il restante è importato da Austria, Germania, Croazia e Canada e, con l’aumentare della richiesta, iniziano a comparire anche Paesi del Terzo Mondo [2]. Quindi, è vero che il bilancio del carbonio della combustione della legna è pari a zero (emette tanta CO2 quanta l’albero l’ha sottratta dall’atmosfera tramite la fotosintesi), ma il rischio è che la domanda di legna sia maggiore della produzione e che quindi si intacchi lo stock, distruggendo boschi e foreste.
Questi dati, purtroppo veri, sono stati utilizzati da soggetti che hanno interesse nel settore dei trasporti e da persone poco informate per sostenere che se si vuole combattere l’inquinamento atmosferico non bisogna puntare sui trasporti ma sul riscaldamento domestico. In realtà altri dati smentiscono questa tesi.
Il trasporto su gomma è la principale fonte di emissione di benzene (44% del totale, riscaldamento domestico meno dell’1%) e di ossidi di azoto (49% del totale, riscaldamento domestico 9%). Inoltre il riscaldamento domestico è la principale fonte di emissione di PM10 e PM2,5 in Italia, ma nelle grandi città e in gran parte di quelle medie (tutte quelle del Sud Italia e gran parte di quelle del Nord-Ovest) la principale fonte di polveri è il trasporto su gomma. Per esempio a Napoli il 41% del PM2,5 origina dal trasporto su gomma e solo il 4% dal riscaldamento domestico e ben il 78% del benzene “napoletano” è emesso da auto e moto [4].
Anche sul trasporto su gomma, come sul pellet, l’Italia ha record del tutto negativi: 62 auto ogni 100 abitanti (in Germania, Francia e Inghilterra sono 50), una percentuale di spostamenti superiori a 500m compiuti a piedi nei giorni feriali del 12% (Germania 22%, Francia 29%), una percentuale di analoghi spostamento attuati con auto e moto del 75% (Germania 53%, Francia 58%) [5].
L’inquinamento atmosferico è tra le principali cause di morte (determina ogni anno in Italia almeno 45.000 morti) [6]e determina un danno economico ingentissimo (pari a circa il 10% del PIL)[7]. Ci si aspetterebbe un impegno serio della UE, del Governo (nonché delle Regioni e dei Comuni). Invece si fa a gara per fare il contrario di quello che servirebbe o si adottano interventi schizofrenici.
Bisognerebbe invece:
abolire i finanziamenti alle fonti fossili: 15 miliardi all’anno in Italia (2 per l’autotrasporto merci, il modo più inquinante per trasportarle)[8]
rispettare il principio “chi inquina paga” introducendo tasse ambientali, cioè accise sui prodotti e servizi proporzionali all'impatto che questi hanno sulla salute e sull'ambiente (la UE ci ha più volte richiamato per la nostra inadempienza)
favorire con finanziamenti pubblici l'isolamento termico degli edifici (gli edifici italiani disperdono 5 volte più calore di quelli svedesi), il trasporto pubblico, la ciclabilità e pedonalità, la trasformazione dei rifiuti in metano e compost. In questa maniera si creerebbero anche centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro.
Inoltre la UE dovrebbe smetterla di essere prona alle industrie automobilistiche adottando come limiti massimi degli inquinanti quelli dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (oggi i limiti consentiti dalla UE sono anche più del doppio) e non permettendo più che i Km per litro di carburante e le emissioni dichiarate dalle aziende automobilistiche per i vari modelli di auto e moto non corrispondano alla realtà, perché rilevate in situazioni del tutto artificiali (attualmente il 66% delle auto euro 6 e l'82% di quelle euro 5 emettono il triplo degli ossidi di azoto previsti dalla normativa e nessuna delle migliaia di auto esaminate su strada ha emissioni in regola [9]
Ma tutto ciò può verificarsi solo se i cittadini faranno capire ai partiti e ai politici che questo vogliono e che se non si prendono tali provvedimenti il loro voto non lo avranno.
Si dà una mano all'ambiente e si tutela la salute molto più così che non mangiando “alimenti naturali” o comprando prodotti “ecologici e sostenibili”.

1) ISTAT Bilancio energetico nazionale 2014; 2) Associazione Italiana Energie agroforestali 2015; 3) ISPRA 2011 www.sinanet.isprambiente.it/it/sia-ispra/serie-storiche-emissioni/fattori-di-emissione-per-le-sorgenti-di-combustione-stazionarie-in-italia/view; 4) ISPRA 2015; 5) Eurostat e ISFORT 2012; 6) EEA 2016; 7) OMS: Documento 69 Assemblea Mondiale; 8) Legambiente: Stop sussidi alle fonti fossili 2016; 9) Transport and Environmentel 2016.

Svegliamoci e prendiamo posizione (10/02/2017)

  Il 27 gennaio si è celebrato il “Giorno della memoria”, per "conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere" (art. 2 legge 20/7/2000). Una ricorrenza sacrosanta.
I nazisti tramite leggi e altre norme e disposizioni, avevano organizzato un sistema di discriminazione, separazione, detenzione, violenza e sterminio per diversi gruppi di popolazione ritenuti estranei e pericolosi (ebrei, zingari, omosessuali ecc.). Le vittime e i testimoni di questa tragedia hanno con forza puntato l’attenzione sulla “normalità” con la quale essa si produceva e sull’indifferenza dei più (delle “persone per bene”): “Sui vostri monumenti alla Shoah non scrivete violenza, razzismo, dittatura e altre parole ovvie, scrivete 'indifferenza': perché nei giorni in cui ci rastrellarono, più che la violenza delle SS e dei loro aguzzini fascisti, furono le finestre socchiuse del quartiere, i silenzi di chi avrebbe potuto gridare anziché origliare dalle porte, a ucciderci prima del campo di sterminio” (L. Segre).
Ma alzare la voce allora poteva costare caro, anche la vita, e questa può anche essere una scusante. Ma i tanti che appoggiavano questi provvedimenti? E i tantissimi che li tolleravano perché Hitler (o Mussolini) “sta facendo tante cose buone” o “sempre meglio degli altri!”?
Per questo serve il “Giorno della memoria”, per comprendere come è potuta succedere una simile tragedia e impedire che avvenga ancora.
Mentre si tenevano le migliaia celebrazioni di questa ricorrenza, il nostro Governo definiva gli ultimi dettagli dell’accordo con il leader libico Al Serraj per fare in modo che i migranti siano fermati in Libia e gestiti dalle autorità libiche. Che significa “gestiti dalle autorità libiche”? La Libia attualmente è un “Paese che non esiste”[1], travagliato da una guerra civile, con due governi, due parlamenti, un gran numero di gruppi politico-militari, oltre un milione di persone che sono fuggite in Tunisia e circa mezzo milione di profughi interni (libici che sono fuggiti in altre zone del Paese).
Amnesty e ONU hanno più volte denunciato il mancato rispetto dei diritti umani[2]. In particolare esistono numerosissime testimonianze e prove delle molte violenze che subiscono i migranti non libici che attraversano questo Paese per cerca di raggiungere l’Italia. Riportiamo alcune testimonianze di violenze, pubblicate sul rapporto di Amnesty, violenze perpetrate dalle “autorità libiche”:
I cristiani li odiano. Se scoprono una croce o un tatuaggio religioso, ti picchiano ancora di più”.
Mi hanno picchiato e preso i soldi. Prendono un cavo elettrico e ti frustano”.
Se dicevamo che avevamo fame, le guardie venivano a picchiarci. Ci costringevano a stare a pancia in giù e ci picchiavano coi tubi di gomma. Una volta hanno sparato a un detenuto del Ciad, senza alcun motivo. Lo hanno portato in ospedale, poi di nuovo in cella ed è morto”.
Quando dicevo che avevo fame, si mettevano a urlare. Mi hanno fatto bere acqua mescolata a petrolio o col sale dentro, solo per punirmi”
“Gli ufficiali hanno picchiato a morte una donna incinta”.
La missione ONU in Libia (UNSMIL) ha denunciato che i migranti sono sottoposti a torture, pestaggi e costretti al lavoro forzato[3]. Famigerato è il campo di Al-Nasr del Dipartimento per il Contrasto dell'Immigrazione Illegale (ente del Governo con cui l’Italia ha stipulato l’accordo). Un tentativo di fuga, ad aprile 2016, è stato represso sparando sugli immigrati e causando 4 morti e 20 feriti.
Le persone che sono detenute in questi campi non hanno commesso alcun reato: sono solo persone che sono fuggite dal loro Paese per cercare di giungere in Europa. Persone che hanno fatto quello che ognuno di noi farebbe nella loro situazione.
La maggioranza dei migranti sbarcati in Sicilia sono della Nigeria, un Paese dove le vittime di attentati e violenze politiche sono state 10.933 nel solo 2015. Segue l’Eritrea, tormentata da una dura dittatura, dove “Ufficiali governativi hanno compiuto crimini contro l’umanità, all’interno di una campagna di violazioni diffuse e sistematiche contro la popolazione civile del paese”. Al terzo posto vi sono i migranti del Gambia, Paese in cui la tortura è “prevalente e abituale” e che prevede l’ergastolo per chi pratica l’omosessualità. E ancora dal Senegal, nazione dove vige una “limitata libertà”, “eccessivo uso della forza da parte della polizia”, e una “endemica impunità per le violazioni dei diritti umani compiute dalle forze di sicurezza”[4].
Insomma la gran parte delle persone che attraversano la Libia per raggiungere l’Italia sono persone che fuggono da Paesi dove non si rispettano i diritti umani. E noi, invece di accoglierli come prescrive la convenzione di Ginevra (mai firmata dalla Libia) e la nostra Costituzione (“Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica”), li terremo chiusi in Libia, un enorme campo di concentramento dove questi innocenti, verranno angariati, violentati, stuprati, uccisi.
Forse la nostra colpa è meno grave perché questo campo di concentramento non è sul nostro territorio e il lavoro sporco lo fanno i libici? Perché la maggioranza degli italiani non alza la voce contro questa vergogna, contro il ripresentarsi di “un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese” e di eventi così simili a quelli di cui abbiamo fatto memoria il 27 gennaio? Eppure oggi alzare la voce non comporta alcun rischio. Forse condanniamo i lager nazisti ma siamo favorevoli al lager libico (e a quello turco) perché ci illudiamo che “risolva alla radice il problema degli immigrati”? O forse siamo anche contrari, ma “che ci possiamo fare?” o “meglio questo Governo di un altro” o “non abbiamo le risorse per accogliere dignitosamente queste persone”?
Ha ragione Papa Francesco che, parlando ai rappresentanti dei movimenti popolari, ha detto: “Chi vede gli occhi dei bambini che incontriamo nei campi profughi è in grado di riconoscere immediatamente la ‘bancarotta dell’umanità’! Cosa succede al mondo di oggi che, quando avviene la bancarotta di una banca, immediatamente appaiono somme scandalose per salvarle, ma quando avviene questa ‘bancarotta dell’umanità’, non c’è quasi una millesima parte per salvare quei fratelli che soffrono tanto! E così il Mediterraneo è diventato un cimitero e non solo il Mediterraneo… molti cimiteri vicino ai muri, muri macchiati di sangue innocente”.
Possibile che ad alzare la voce siano solo le Chiese, Sinistra e Libertà (gli altri partiti presenti in Parlamento hanno applaudito o sono stati in silenzio), qualche politico (Manconi, Bonino, Civati ...) e qualche forza politica non presente in Parlamento, nonché le associazioni e gli enti che si interessano di diritti umani.
Forse non basta il “Giorno della memoria”, c'è bisogno di svegliarci, di guardare senza infingimenti la realtà, di tornare ad essere umani, di alzare la voce, di prendere posizione, di far capire che se fanno così per prendere qualche voto in più sicuramente perderanno il nostro.

1) Caracciolo L: Libia, il patto con il paese che non esiste, Limes 6/2/17
2) www.amnesty.org/en/documents/mde19/1578/2015/en/, www.amnesty.it/libia-migranti-e-rifugiati-in-fuga-da-violenza-sessuale-persecuzione-e-sfruttamento, http://rapportoannuale.amnesty.it/sites/default/files/2016/Libia.pdf,
3) UNSMIL: rapporto 13/12/16
4) www.rapportoannuale.amnesty.it/sites/default/files/2016.pdf

Perché una delle più grandi banche del mondo pubblica un rapporto sulla povertà? (27/01/2017)

La popolazione mondiale può essere divisa in base al reddito annuo in quattro gruppi.
Nel primo vi sono le persone con un reddito superiore a 1 milione di dollari (931.000 euro). Sono 33 milioni (lo 0,7% della popolazione mondiale), con una ricchezza complessiva di 117.000 miliardi di dollari, pari al 45,6% del totale, e un reddito medio annuo di 3.5 milioni di dollari (3 milioni e 358.000 euro). L’Italia è il 7° Paese al mondo per numero di milionari (dopo USA, Giappone, GB, Francia, Germania, Cina).
La seconda classe ha reddito tra 100 mila e un milione di dollari. Si tratta di 365 milioni di persone pari al 7,5% del totale. Il loro reddito complessivo è di 103,9 migliaia di miliardi, pari al 40,6% della ricchezza totale, e il reddito medio 285.000 dollari.
Segue poi la terza classe che guadagna tra 10 mila e 100 mila dollari. Comprende 897 milioni di persone che corrispondono al 18,5% dell’insieme. La ricchezza complessiva è di 29,1 migliaia di miliardi, pari all’11,4%. Reddito medio 32.000 dollari
Infine ci sono i poveri, le persone che guadagnano meno di 10 mila dollari l’anno. Si tratta di 3.546 milioni di persone corrispondenti al 73,2%. Complessivamente hanno 6.1 migliaia di miliardi pari al 2,4% del totale, reddito medio 1.720 dollari annui.
Questi dati sono riportati nel rapporto annuale del Credit Suisse. Perché una delle più grandi banche del mondo produce un documento del genere? Forse per denunciare le enormi disuguaglianze?
No. Il motivo è quello di puntare l’attenzione degli investitori sul patrimonio delle due fasce più basse di reddito, perché “Il loro patrimonio complessivo di 35.000 miliardi di dollari produce anche notevoli opportunità economiche spesso trascurate” dagli investitori (gli speculatori oggi sono chiamati così). Insomma 35.000 miliardi sono un bel gruzzolo, perché non metterci le mani sopra? Come? Per esempio spingendo gli Stati a privatizzare i servizi sociali (assicurazioni sulla disoccupazione, sulla povertà, sulla salute ecc.) oppure creando prodotti finanziari ad hoc per queste persone (come è stato fatto con i “mutui casa” e i “prestiti studio” negli USA, tra le cause della crisi economica del 2008 e dell’enorme trasferimento di ricchezza dalle fasce medie e povere della popolazione a quelle ricche).
Sembra impossibile ma è proprio così: i ricchi non si accontentano della loro ricchezza, ne vogliono sempre di più, la vorrebbero tutta per loro. E’ una patologia. Una grave patologia, morale e psichica, che impoverisce miliardi di persone, aumenta i conflitti sociali, la delinquenza, la precarietà, danneggia l’ambiente, scatena guerre e tensioni internazionali.
Di tutt’altro tenore è il rapporto Oxfam. Essi ci ricordano anche che il 13% della popolazione mondiale (900 milioni di persone) è in povertà estrema (guadagna meno di 690 dollari all’anno), che 795 milioni di persone soffrono di “malnutrizione da carenza” (una volta si diceva “soffrono la fame”), che 165 milioni di questi sono bambini e che nel 2015 i bambini sotto i 5 anni morti per grave malnutrizione sono stati 3,1 milioni.
Il motivo della pubblicazione di questo rapporto è invece richiamare l’opinione pubblica e i governanti su questa situazione intollerabile e su come si sia verificato “un progressivo indebolimento dei processi democratici a opera dei ceti più abbienti, che piegano la politica ai loro interessi a spese della stragrande maggioranza”.
Le proposte? Eccole:
- una tassazione più progressiva, aumentando le aliquote per chi guadagna di più (“dalla fine del 1970 la tassazione per i più ricchi è diminuita in 29 paesi sui 30 per i quali erano disponibili dati. I ricchi non solo guadagnano di più, ma pagano anche meno tasse”) e con tasse patrimoniali;
- contrastare efficacemente l’evasione fiscale;
- regole più efficaci nel contrastare la corruzione e l’utilizzazione “della ricchezza per ottenere favori politici che minano la volontà democratica”;
- maggiore trasparenza nella finanza (ad es. “rendere pubblici tutti gli investimenti nelle aziende e nei fondi”);
- no alla privatizzazione dei servizi sociali (“i governi utilizzino le entrate fiscali per fornire assistenza sanitaria, istruzione e previdenza sociale”);
- minimi salariali dignitosi e sostegno al reddito.

Sostegno al reddito. Di chi? (24/01/2017)

Quando si parla di povertà e di poveri molti pensano: “Che tragedia! Poverini! Che si può fare!”. Ci si sente impotenti e si finisce, quindi, per distogliere l'attenzione e pensare ad altro. La povertà è ancora oggi dai più vista come una fatalità, una disgrazia che capita ad alcuni e contro la quale poco si può fare, se non dare un pasto caldo, delle coperte o degli abiti che non si usano più o qualche spicciolo. Occorrerebbero più posti di lavoro, ma c'è la crisi economica e l’economia non riparte, non resta quindi, come intervento pubblico, che costruire qualche dormitorio in più, sostenere il volontariato che si interessa di queste persone, dare qualche esenzione (ticket sanitari, tasse) o qualche piccolo bonus. Le cose stanno veramente così? Non ne siamo per niente convinti.
Come sempre è bene partire dai dati per capire innanzitutto quale è la situazione e cosa si è fatto.
Si stima che i senza tetto in Italia siano circa 60.000, le persone in stato di povertà assoluta1 sono 4.598.000, quelle in povertà relativa2 8.307.000. Tali numeri sono in crescita da prima della crisi economica. La povertà non colpisce solo i disoccupati (un lavoratore su 10 è disoccupato) ma anche i lavoratori: gli “imprenditori di sé stessi” (come si diceva qualche anno fa) e i lavoratori dipendenti, tra questi soprattutto gli operai (il 12% degli operai è in povertà assoluta).
Ormai moltissimi economisti sono convinti che una tale massa di poveri e di persone che riescono a stento ad arrivare alla fine del mese è una delle cause principali della crisi economica. E' inutile, dicono, abbassare il costo del denaro (la Banca d’Europa lo ha abbassato allo 0% - non è un errore, avete letto bene 0%), dare e soldi e incentivi alle banche e alle imprese, perché, se non ci sono sufficienti persone che comprano, la produzione non può ripartire e questo fiume di soldi prende la strada della finanza (si guadagna di più a giocare in borsa che a produrre merci e servizi). Inoltre altri economisti ritengono che la disoccupazione di massa è ormai un dato strutturale perché con le nuove tecnologie si produce ricchezza con molto meno manodopera e questo fenomeno si accentuerà sempre più.
E' soprattutto su queste basi, più che per motivi etici, che si discute di “sostegno al reddito” e di “reddito di cittadinanza”, che sono cose molto diverse.
Il “reddito di cittadinanza” è un reddito minimo garantito a tutti i cittadini senza condizioni, lavoratori e non lavoratori, poveri e ricchi (poi con la tassazione progressiva, come è giusto, lo Stato riprenderà ai benestanti e ai ricchi quanto versato e anche molto di più). Attualmente esiste solo in Alaska e, sperimentalmente, in Finlandia. In Italia, malgrado i titoli di giornali e proposte di legge, nessun partito propone una tale misura. Il vantaggio del reddito di cittadinanza è che è di facile applicazione (non richiede certificazioni, verifiche, controlli, burocrazia), fa sì che le persone non siano più disposte a qualsiasi lavoro (anche mal pagato o in nero) pur di campare e tendano ad aumentare la loro formazione. Ovviamente costa (si stima 350 miliardi l'anno per l'Italia).
Il “sostegno al reddito” è invece un reddito che viene dato solo a chi è in determinate condizioni.
In Europa tutti i Paesi hanno un sostegno al reddito per i disoccupati. L'Italia ha un sostegno (NASPI) pari al 75% della retribuzione percepita prima della disoccupazione, per una durata pari alla metà delle settimane lavorate negli ultimi 4 anni, solo per i disoccupati involontari e solo per alcune categorie di lavoratori (sono esclusi i dipendenti a tempo indeterminato della PA e gli operai agricoli). Le persone che continuano ad essere disoccupate dopo il periodo del NASPI, possono avere un assegno per non più di 6 mesi, pari al 75% del NASPI, se hanno un reddito familiare ISEE inferiore a 5000 euro, più di 55 anni o un minore a carico.
Da tempo molti Paesi europei hanno anche un sostegno economico per chi è sotto una determinata soglia di reddito. L’Italia non ha un tale strumento ma una pluralità di azioni da parte di Comuni, Regioni e Stato.
Berlusconi nel 2008, per esempio, ha varato per gli ultrasessantacinquenni con reddito ISEE inferiore a 6.000 euro (ricordiamo che tutti gli ultrasessantacinquenni privi di pensione o redditi hanno diritto all’assegno sociale di 448 euro mensili) e le coppie con redditi sotto i 6000 euro e con figli sotto i 3 anni, una card magnetica, ricaricata ogni mese con 40 euro, per comprare prodotti alimentari in negozi convenzionati e pagare bollette alla posta. Costo per lo Stato poco meno di 400 milioni di euro (di cui 20 milioni per card, lettere, pubblicità).
Renzi nel 2014 ha istituito il “credito IRPEF” di 80 euro mensili per i lavoratori dipendenti o “assimilati” che guadagnano tra 8.000 e 26.000 euro (tra 24 e 26 euro la somma si riduce fortemente). Se non si lavora non si ha diritto al bonus e se a fine anno si scopre che si è guadagnato meno di 8.000 euro o più di 26.000 si devono restituire le somme percepite.
Dal settembre 2016 è partito anche il SIA (sostegno di inclusione attiva), 80 euro mensili per ogni membro di famiglie con reddito ISEE inferiore a 3.000 euro e con minori o handicappati. Nel 2017 per il SIA è previsto in bilancio 1 miliardo di euro (ma è prevista anche una “razionalizzazione” di altre forme di sostegno alla povertà e, quindi, probabilmente parte di questo miliardo sarà finanziato sempre da fondi per il contrasto alla povertà). In realtà per portare tutti i 4.580.000 poveri assoluti fuori da questa condizione (appena sopra il reddito che separa questa condizione da quella dei poveri relativi) occorrerebbero 7 miliardi di euro3.
Sono troppi e non possiamo permettercelo?
Se si considera che ogni anno l’Italia dà 14,8 miliardi di euro a imprese delle fonti fossili (centrali elettriche, società petrolifere, autotrasportatori, ecc.), che grazie all’abolizione sulla tassa sulla casa l’Italia ogni anno incassa circa 5 miliardi in meno (5 miliardi ai proprietari di casa, quando tra il 20% più povero il 66% non abita in casa di proprietà e tra i poveri assoluti ben pochi) e, grazie alla riduzione della tassa sulle società (IRES) ogni anno si incassano 2,5 miliardi in meno (2,5 miliardi a ricchi e benestanti, in gran parte), che nel 2015 sono stati dati 3 miliardi di aiuti all’industria bellica per innovazione e ricerca, che si spendono 13,5 miliardi per i cacciabombardieri F35 e 5 miliardi per cercare di salvare il Monte dei Paschi e difendere i depositari dei conti, non si può concludere che l’Italia può permetterselo benissimo, ma i Governi preferiscono dare soldi a ricchi, benestanti e ceto medio.
Quindi ogni anno si danno svariati miliardi a ricchi e benestanti e non ai poveri, anche se ormai si sa che le eccessive disuguaglianze di reddito sono un freno all’economia.
Se poi si pensa che in soli 3 anni la BCE, la banca europea, ha dato 4.500 miliardi di euro a istituzioni finanziarie, si resta basiti e indignati. Si è detto, come sempre, che tale enorme fiume di denaro andava dato per salvare l’economia e quindi il benessere di tutti, ma, come è scritto nel relativo rapporto della Commissione Europea “ciò ha permesso di evitare il pesante fallimento del sistema bancario e lo sconvolgimento dell’intera economia europea, deteriorando però lo stato di salute delle finanze pubbliche (con grave danno dei cittadini) senza al contempo riuscire ad affrontare il problema di come trattare quei casi in cui grandi banche internazionali si trovano in una situazione di pericolo”4.
Leggendo questo brano si comprende chiaramente che quando sentiamo dire “economia europea”, “economia italiana”, “ripresa dell’economia”, “miglioramento dell’economia”, “crisi dell’economia” bisogna stare accorti, perché probabilmente si sta intendendo la situazione economica degli investitori (banche, società finanziarie, ricchi, speculatori ecc.) e non quella dei Paesi e dei cittadini: per loro il “miglioramento” dell’economia potrebbe essere un “grave danno”.

1) Si è in povertà assoluta quando non si ha un reddito tale da garantire i bisogni essenziali. L’ISTAT stabilisce delle soglie di reddito (che variano in base al territorio e al numero di componenti del nucleo familiare) per calcolare la povertà assoluta. Per un una famiglia di 2 persone sono 844 euro al mese, cioè 422 euro a persona.
2) Sono in povertà relativa, tutti quei soggetti che non sono in povertà assoluta e che hanno un reddito tale da avere consumi al di sotto della media delle persone della zona geografica nella quale si risiede.
3) Stima dell’Alleanza contro la Povertà www.redditoinclusione.it
4) Commissione Europea “New crisis management measures to avoid future bank bail-outs” 6/6/12 http://europa.eu/rapid/press-release_IP-12-570_en.htm

Fonti:
ISTAT: La povertà in Italia (2016) http://www.istat.it/it/archivio/189188
ISTAT: Il sistema della protezione sociale, Rapporto annuale 2016
Legambiente: Stop sussidi alle fonti fossili 2016
Sbilanciamoci (www.sbilanciamoci.it)

Oggi vi proponiamo un quiz (15/01/2017)

Oggi vi proponiamo un quiz, un “gioco” da fare con un gruppo di amici o parenti (oppure anche da soli). Si tratta di rispondere alle seguenti domande e poi verificare chi si è avvicinato di più al dato reale, aprendo il file nella pagina. Il gioco si presta a varie considerazioni e, al termine delle risposte, ve ne proponiamo alcune e vi facciamo anche una proposta operativa.

Ecco le domande:

    Guarda le risposte

    Ma sono veramente “malati in testa” (08/01/2017)

    C’è in Italia un epidemia di meningite? A leggere i giornali si dovrebbe rispondere si. Infatti quasi tutti i giornali hanno scritto dell’epidemia di meningite in Toscana e varie testate hanno esteso questa condizione all’intero territorio italiano. Vediamo come stanno i fatti.
    Per la malattia causata dal meningococco secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ci devono essere più di 100 casi ogni 100.000 abitanti in un anno per parlare di epidemia [1]. Nel 2015 vi sono stati in Italia 174 casi di meningite da meningococco su 60 milioni di Italiani, cioè 1 caso ogni 347.000 persone (uguale ad un’incidenza di 0,32 casi ogni 100.000 abitanti), nel 2016 (dato ancora non definitivo) sembrano siano stati 175, cioè 1 caso ogni 343.000 abitanti (incidenza 0,29). In Italia, quindi, c’è un’incidenza 350 volte più piccola di quella che permette di parlare di epidemia. Forse l'epidemia c’è in Toscana? Neanche, perché i casi di meningite sono stati 31 nel 2015 e 28 (dato provvisorio) nel 2016 (su una popolazione di 3.753.000 abitanti); cioè, nel 2015, 1 caso ogni 121.000 abitanti, con un'incidenza 0,83 casi ogni 100.000 abitanti [2]. L'incidenza della meningite in Toscana è più bassa di quella presente in Lituania (1,8 su 100.000), Irlanda, Regno Unito, Danimarca, Svezia, Francia, dove non c'è nessun panico tra i cittadini e dove non si vaccinano in massa i cittadini.
    Possiamo dire quindi che Repubblica, Corriere, Mattino, La Nazione, La Stampa, Il Tirreno ecc. hanno dato una notizia falsa. E’ l’hanno data spesso con toni drammatici, ansiogeni e in alcuni casi apocalittici (“Sembra indistruttibile, un’onda che avanza, travolge, si ritira ma senza mai smettere di rimanere in agguato: Il nemico alle porte. E’ tornata ancora una volta a colpire con il suo gorgo di spettri e paura la meningite” Il Tirreno 7/9/16). C’è da chiedersi: perché spaventare così i cittadini? Perché tanta attenzione e preoccupazione per una trentina di morti all’anno e nessuna attenzione e preoccupazione per i 40.000 morti dovuti all’inquinamento atmosferico, i 75.000 dovuti al fumo di tabacco, gli oltre 3.500 dovuti agli incidenti domestici, i 3.400 da incidenti stradali, i 1.172 morti sul lavoro?
    L’effetto di queste notizie false o gonfiate è stato un’ondata di panico e la ricerca di un “rimedio” che potesse allontanare questa minaccia incombente. E il rimedio si è subito trovato (grazie anche ai giornali): la vaccinazione contro la meningite. La Regione Toscana ha invitato tutti a vaccinarsi offrendo il vaccino gratuitamente (cioè a spese della collettività e vaccinando circa 1 milione di persone).

    Il vaccino, in realtà, non è un “ombrello” sicuro contro la meningite. Infatti vi sono diversi tipi di meningite (A, B, C, W, Y) e 3 vaccini, uno contro la meningite C, uno contro la meningite B e un altro (non adatto ai bambini) per i ceppi A, C, W e Y. Fino al 2014 la meningite B era la più frequente (intorno al 50% dei casi) dal 2015 è andata aumentando la meningite C. Il vaccino C ha effetto solo dopo 10-15 giorni e la protezione che dà diminuisce col passare del tempo (secondo gli studi dopo 4-6 anni sono ancora protetti solo il 10-25% dei vaccinati) [3, 4].
    Del vaccino B non si sa ancora quanta protezione dà e per quanto tempo, ma nonostante ciò è stato inserito nel piano nazionale vaccini e verrà consigliato e dato gratuitamente ai bambini.
    Ogni persona vaccinata costa (tra costo del vaccino, tempo-lavoro del personale dell'ASL ecc.): le stime vanno da alcune decine di euro a oltre 100 euro. Tutto questo allarmismo e queste decisioni delle Regioni e del Governo costeranno quindi un bel po' di soldi alla collettività. Ne vale la pena. Crediamo di no. E non perché siamo contrari ai vaccini (tutt'altro, sono un presidio importantissimo per prevenire le malattie infettive e le notizie che circolano in internet su autismo, alzheimer, tumori ecc. sono tutte bufale), ma perché l'OMS suggerisce la vaccinazione di massa solo quando l'incidenza della meningite è superiore a 10 casi su 100.000 [5]
    Le scelte di sanità pubblica dovrebbero essere dettate dall'evidenza scientifica, da valutazioni globali, da principi di equità, giustizia, sostenibilità, efficacia ed efficienza, non da notizie false o gonfiate della stampa, né dal panico ingiustificato dei cittadini. Se si seguissero questi criteri le Regioni avrebbero varato piani di formazione dei medici di base in modo da aumentare la competenza nel dare consigli e da fare in modo che tutti i medici chiedano ai loro assistiti se sono fumatori (solo il 40% dei medici di base lo fa [6]) e che tutti gli assistiti ricevano il consiglio di fare attività fisica (solo il 31% lo riceve [6]), di non mangiare in quantità eccessiva, di assumere 2-3 porzioni di verdure al giorno, di evitare carni conservate ecc. Questo intervento di sicura efficacia, pochissimo costoso, privo di “effetti collaterali” è stato attuato solo da pochissime Regioni. Sicuramente sarebbe stato più saggio investire fondi contro le disuguaglianze di salute, per assumere dietisti e assistenti sanitari (estremamente carenti in tutte le ASL italiane), per fare piste ciclabili (che avrebbero salvato almeno parte dei 273 ciclisti investiti nel 2015, ridotto l'inquinamento atmosferico e il numero di persone che fa poca attività fisica). Ma la stampa su questo non martella mai, i cittadini non protestano per esigere questi provvedimenti e i politici sono “poco attenti e sensibili”. Sarà perché sui vaccini ci sono forti interessi economici e nell'educazione sanitaria e nella promozione della salute no?

    Note:

    1) WHO: Meningococcal Vaccines: WHO position paper, November 2011.
    2) Ist. Sup. Sanità: Dati di sorveglianza della malattia batteriche invasive www.iss.it/binary/mabi/cont/Report_MBI_20161116_v11.pdf.
    3) Borrow R et al. Antibody persistence and immunological memory at age 4 years after meningococcal group C conjugate vaccination in children in the United Kingdom. Journal of Infectious Diseases, 2002.
    4) Perrett K P et al. Antibody persistence after serogroup C meningococcal conjugate immunization of United Kingdom primary-school children in 1999–2000 and responseto a booster: A phase 4 clinical trial. Clinical and Vaccine Immunology, 2010.
    5) www.epicentro.iss.it/problemi/meningiti/meningite.asp.
    6) Ist. Sup Sanità: indagine PASSI 2013 www.epicentro.iss.it/passi/rapporto2013/R2013Indice.asp

    Chi promuove l'industria bellica e chi promuove la pace (13/12/2016)

    Il 75% dei fondi statali per competitività e sviluppo delle imprese va ad aziende del settore bellico (in primis Finmeccanica, oggi divenuta Leonardo). Sono circa 3 miliardi all’anno. Nella nuova finanziaria, anzi, è previsto un aumento di 300 milioni di euro (quindi nel 2017 saranno 3.3 miliardi di euro).
    Non crediamo che è nell’interesse degli italiani dare questo banco di soldi alle industrie belliche. Se si devono dare finanziamenti per favorire innovazione, sviluppo e competitività non sarebbe più utile finanziare aziende green, biomediche, tessili, alimentari, di componenti per l’edilizia ecc.?
    Sempre nella nuova legge di bilancio sono previsti 19,8 miliardi per la Difesa (non sono stati inclusi le nuove spese per l’ex Forestale, oggi, per scelta governativa, confluita nei Carabinieri.
    Negli ultimi 10 anni la spesa per la Difesa è aumentata dell'11,2% a valori correnti (il valore corrente è la valutazione di un bene tenendo conto della variazione dei prezzi).
    Nei 19,8 miliardi vi sono anche le spese per le funzioni di polizia e ordine pubblico dei Carabinieri, che non dovrebbero essere conteggiate come “spesa militare” (l’operazione “strade sicure” però è finanziata a parte con 120 milioni). Ma nei 19,8 miliardi non sono contemplate altre spese belliche, come quella per le missioni militari all'estero (totalmente a carico del Ministero dell'Economia e delle Finanze), ammontanti a 1 miliardo e 300 milioni.
    Questi dati sono nel rapporto “Rapporto annuale di MIL€X-Osservatorio sulle spese militari italiane”, che rileva: “Lo Stato si pone al servizio dell’industria, prima assumendosi il rischio d’impresa tramite il finanziamento di tutta la fase di progettazione, sviluppo e realizzazione di prototipi pre-serie, poi garantendo tramite grosse commesse il finanziamento della fase di industrializzazione e produzione su vasta scala, infine agendo come procuratore di commesse estere. Se la Difesa ordina alle aziende una quantità di mezzi e sistemi d’arma che risponde a necessità industriali e commerciali private, non a necessità politico strategiche pubbliche, il risultato sono programmi di acquisizione sovradimensionati (e dai costi molto elevati) non solo rispetto alle reali necessità di difesa nazionale ma anche alle capacità economiche di gestione e manutenzione di questi mezzi”.
    Non si può non pensare ai famigerati 90 cacciabombardieri F35 (costo 13,5 miliardi). Il rapporto riporta un documento riservato inviato al Parlamento nel 2014 da ex alti ufficiali dell’Aeronautica ed ex dipendenti di Alenia (Finmeccanica), nel quale si afferma che la flotta aerea da attacco italiana è giudicata più che sufficiente rispetto alle esigenze operative e strategiche del nostro Paese e il programma F-35 assolutamente “sproporzionato”. Malgrado tale autorevole parere e nonostante il Parlamento nel 2014 abbia votato una mozione di maggioranza che impegnava formalmente il governo a “dimezzare” il budget del programma F-35, nessun provvedimento è stato preso se non quello di aumentare il budget da 13 a 13,5 miliardi per l’acquisto di tali aerei.
    Tutto ciò serve a “garantire la pace”, come ogni volta ci viene detto, o gli interessi economici di ristretti gruppi di individui?

    Un'iniziativa che a nostro avviso realmente è di promozione della pace è quella del movimento “Donne per la Pace”, nato in Israele nel 2014 da una trentina di donne e diventato adesso un movimento con migliaia di attiviste e simpatizzanti, israeliane e palestinesi, ebree, musulmane e cristiane. Nel 2015 hanno organizzato una marcia a tappe per complessivi 200 Km a cui hanno partecipato migliaia di donne. Ora hanno promosso un video su una canzone - “Prayer of the Mothers” - composta ad hoc dalla cantante israeliana Yael Deckelbaum. La canzone è cantata da donne ebree, musulmane e cristiane e riporta filmati della lunga marcia per la pace. Nel giro di pochi giorni solo su Youtube ben 700.000 persone l’hanno visionato (www.youtube.com/watch?v=YyFM-pWdqrY).
    Sono queste le iniziative che realmente disinnescano i processi di intolleranza, violenza, guerra e che nutrono la speranza in un mondo migliore. Il nostro mondo ne è pieno: basta pensare alle molte organizzazioni e ai tanti volontari che si impegnano nell'accogliere i migranti, nell'assistere in vario modo chi è in difficoltà (senza guardare se è bianco o nero, a quale popolo appartiene e quale religione professa), nel combattere i meccanismi che generano la povertà e l'emarginazione, nel difendere i diritti dei lavoratori, nella tutela dell'ambiente, nella promozione della nonviolenza e della pace. Purtroppo gli organi di informazione e i mass media in genere non prestano molta attenzione a questi costruttori di pace e di un mondo migliore (tranne il Fatto e poche altre testate, i giornali non hanno dedicato neanche un rigo alle iniziative delle Donne per la Pace).
    Anche 2000 anni fa nessuno si accorse della nascita di Gesù e, quando attraversò la Palestina portando il suo messaggio di fratellanza universale e d'amore anche per i nemici in pochi lo seguirono. Eppure il suo messaggio non si è estinto ed è stato ed è una potente forza di cambiamento e di promozione umana.
    E' con questo spirito che noi della Marco Mascagna, credenti e non credenti, ricorderemo la sua nascita. La nascita di un grande messaggero e operatore di pace, giustizia, fraternità, del testimone del Dio-Amore padre di tutti (da cui la fratellanza tra tutti gli uomini), dell'annunciatore della buona novella che ci fa vedere il futuro sotto un'altra luce e ci sprona ad impegnarci.
    E' con questo spirito che auguriamo a tutti buon Natale.

    Il Governo italiano non tutela i cittadini ma le aziende automobilistiche (06/12/2016)

    L'inquinamento atmosferico è il più importante problema ambientale dell'Europa e dell'Italia. Le ricerche scientifiche sono tutte concordi che esso è un importante fattore nella genesi di tumori, malattie cardiache e respiratorie. Grazie a complesse indagini epidemiologiche (studi longitudinali) oggi possiamo stimare anche quanti morti ogni anno esso determina: per l'Italia sono circa 40.000 morti ogni anno [1]. Ma prima di arrivare alla morte ci sono le sofferenze, i ricoveri, le cure, gli interventi chirurgici. Non prendere sul serio questo problema è indice di cinismo o irresponsabilità.
    La causa principale dell'inquinamento è il traffico su gomma (auto, moto, camion). La UE ogni paio di anni o poco più emana una direttiva con i limiti massimi di emissione ammessi per i veicoli (i famosi euro 3, euro 4, euro 5, euro 6). Dalla fine del 2015 tutti i nuovi veicoli devono rispettare i limiti euro 6. Se c'è una legge, così dovrebbe avvenire e se qualcuno non la ottempera dovrebbe essere severamente punito. In realtà tali limiti sono del tutto fittizi. Una recente ricerca europea ha evidenziato che il 66% delle auto euro 6 e l'82% di quelle euro 5 emettono il triplo degli ossidi di azoto previsti dalla normativa. Nessuna delle migliaia di auto esaminate aveva emissioni in regola. Le auto euro 6 più inquinanti erano Fiat, Renault, Opel, Hyundai, le euro 5 Renault, Land Rover, Hyundai, Opel [2].
    Perché avviene questo? Per una serie di motivi:
    1) la direttiva UE stabilisce test in “laboratorio” per controllare i livelli di emissioni dei vari modelli di auto (test varati negli anni 80) e non su strada e non definisce con precisione le condizioni in cui deve essere effettuato il test. Le case automobilistiche mettono in atto una serie di trucchi per aumentare l'efficienza dell'auto e diminuire le emissioni. Per esempio l'auto è guidata da un computer e non da un uomo (così pesa meno), le ruote sono gonfiate a livelli limite per ridurre al massimo l'attrito, l'alternatore è staccato dalla batteria (cioè non si carica la batteria) ecc. In questa maniera i consumi e le emissioni dell'auto hanno valori che sono impossibili da avere in condizioni normali.
    2) i test sono eseguiti spessissimo non in laboratori UE o indipendenti, ma nei laboratori e con personale delle medesime aziende automobilistiche e solo la presenza di un addetto dell'ente certificatore
    3) non esiste un ente certificatore europeo, ma tanti enti quanti sono gli Stati UE e le aziende possono decidere loro da quale di questi enti farsi certificare. Il rischio di corruzione e di brogli è quindi molto alto.
    4) una volta che il veicolo è omologato se lo stesso veicolo su strada non rispetta i limiti l'azienda non rischia niente, perché non esistono sanzioni.
    Insomma le regole UE sono sfacciatamente dalla parte delle case automobilistiche e non tengono in nessun conto i cittadini.
    Questa situazione va avanti da molti anni (la direttiva con le norme di effettuazione dei test è del 1991, modificata poi nel 1998). In realtà varare ogni 4-5 anni nuovi limiti (come abbiamo detto in gran parte fittizi) è soprattutto un espediente per far vendere più auto. Infatti, le amministrazioni comunali, per cercare di contenere l’inquinamento, vietano la circolazione alle vetture più vecchie, e le persone sono così spinte a comprare un veicolo più recente, anche se quello che avevano è ancora perfettamente funzionante.
    Nel 2010, al termine della Conferenza su Salute e Ambiente, i Governi dei Paesi della UE avevano firmato tutti un documento nel quale si impegnavano a cambiare in tempi brevi la normativa per rendere i test rigorosi e corrispondenti all'effettivo consumo ed inquinamento emesso su strada. Tale impegno si è rilevato essere solo una chiacchiera. Nel 2014 il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che impegnava la Commissione a varare questa direttiva. La Commissione aveva promesso di delegare i controlli sulle emissioni al Joint Research Centre (JRC), un ente della UE, e di modificare i parametri del test in laboratorio, introducendo anche un test su strada. Ma le aziende automobilistiche hanno fatto pressioni sui Governi e questi hanno chiesto che ciascun Paese possa effettuare i test. Contemporaneamente è iniziata la gara per rendere i test meno rigorosi. In questa gara il Governo italiano ha battuto tutti. L’Italia ha infatti propostoche il livello di NOx ammissibile per i diesel fino al 2020 fosse triplicato (fattore di Conformità 3). Questa la testuale proposta italiana: “per seguire un approccio bilanciato che tiene in conto le esigenze ambientali e di salute e salvaguarda i recenti investimenti Euro 6 sulla calibrazione del software occorre adottare un fattore di conformità non inferiore a 3 per il primo periodo. Con riferimento allo studio del JRC, ciò significherebbe che il 60% dei test che oggi violano i limiti emissivi NOx rientrerebbero nel nuovo limite” [3]. La finalità è chiara: fare in modo che anche i modelli che emettono il triplo del NOx ammesso (il 60% delle auto) siano “in regola” e che quindi le case automobilistiche non abbiano alcun problema. La proposta italiana supera perfino quelle delle aziende dell’auto che, con più pudore, avevano chiesto un fattore di conformità 1,5 (cioè la metà di quello proposto dall’Italia) [4].
    In ultimo sono arrivati i dati dei controlli che i diversi Paesi dovevano effettuare per verificare (tramite test su strada) gli effettivi livelli di emissione dei veicoli in circolazione (euro 5 e euro 6). L’Italia si è distinta per avere effettuato i test solo su auto euro 5 [5]. Perché non sono stati controllati gli euro 6? Forse proprio perché tra le euro 6 le auto più inquinanti sono della FIAT?
    Si dice “bisogna contemperare la tutela della salute e dell'ambiente con le ragioni dell'economia”. Ma qui non si tratta di “contemperare” perché la tutela della salute soccombe e la priorità è l'economia. Ma, in realtà, dire “economia” è una mistificazione. Non è l'economia che viene danneggiata ma i profitti delle aziende automobilistiche. L'inquinamento atmosferico, infatti, ha anche un pesante costo economico: 89 miliardi di euro all'anno per l'Italia, 693 miliardi per la UE [6]. Sono il costo delle cure, delle morti, delle giornate di lavoro perse per la quota di malattie respiratorie dovute all'inquinamento. Ma questi costi li paghiamo noi non le case automobilistiche e per questo al nostro Governo non interessano.

    Note:
    1) stime basate su OMS “Health effects of transport related air pollution, 2005 e “ESCAPE project”, Lancet, 2014.
    2) Trasport and enviroment: Dieselgate: Who? What? How? September 2016 www.transportenvironment.org/sites/te/files/2016_09_Dieselgate_report_who_what_how_FINAL_0.pdf
    3) www.cittadiniperlaria.org/sites/default/files/20160126115542947.pdf
    4) ACEA - European Automobile Manufacturers Association https://circabc.europa.eu/webdav/CircaBC/GROW/wltp/Library/meetings/151001%20-%20RDE-LDV_Uncertainty_evaluation%20%28audio_web%29/2015-10-
    5) Il Sole 24 Ore 24/9/16 http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/notizie/2016-09-14/i-diesel-euro5-passano-solo--test-ue-231717.shtml?uuid=ADivCIKB
    6) WHO-OECD: Economic cost of the health impact of air pollution in Europe, 2016

    Cosa mangiare per stare bene in salute (27/11/2016)

    La salute sta a cuore a tutti. Non avere malattie o disturbi, vivere a lungo, in forma e in perfetta salute è un desiderio di tutti. Da vario tempo, per realizzare questo desiderio, l'attenzione è polarizzata sull'alimentazione. Su internet pullulano le informazioni e i consigli su “la dieta anticancro”, “I 10 alimenti della salute”, “Gli alimenti che ci proteggono dal cancro” ecc. E, quasi sempre, questi consigli sono avvalorati dal parere di un medico o di un nutrizionista o da qualche “ricerca scientifica”.
    Le informazioni e i consigli che oggi più frequentemente circolano in rete (ma anche in TV, giornali, libri) sono questi:
    a) alimenti che fanno male: olio di palma, alimenti di origine animale, latte e derivati, zucchero, alimenti “industriali”, pane bianco
    b) alimenti che fanno bene: curcuma, mirtillo, zenzero, alimenti biologici, soia e derivati, alimenti integrali, zucchero di canna, cioccolato fondente.
    Quanto c'è di vero in tutto questo?
    Innanzitutto per affermare che qualcosa fa bene o fa male non basta dimostrare che contiene una sostanza che fa bene o fa male. Ogni alimento è formato da moltissime sostanze (anche migliaia), quindi, come diceva Totò, è la somma che fa il totale, nel senso che una singola sostanza positiva o negativa può essere neutralizzata o compensata da altre sostanze negative o positive.
    Le ricerche epidemiologiche non sono tutte uguali. Alcune (gli studi trasversali) possono solo far sospettare che un fattore possa essere in causa nella genesi o nel contrasto ad una malattia, altre (gli studi di coorte) possono invece evidenziare i nessi tra un fattore (ad esempio un alimento o una sostanza) e una patologia (vedi il nostro scritto “ABC per orientarsi nei dati epidemiologici”).
    Le ricerche sull'alimentazione sono molto complesse e insidiose perché ogni alimento è composto da tante sostanze, perché ognuno mangia molti alimenti, perché è difficile sapere con esattezza cosa e quanto le persone mangiano, perché differenti stili alimentari si accompagnano a differenti stili di vita.
    Per affermare che c'è un nesso tra un fattore e una malattia non basta che una o due ricerche lo evidenzino, ma è necessario che più ricerche siano concordi (ovviamente se x ricerche evidenziano che un fattore fa bene e y ricerche che fa male, si può solo concludere che barcolliamo nel buio).
    In ultimo ci sono i conflitti di interesse: produttori del vino (di frutta secca, di soia, di olio di palma, di cioccolato) che commissionano ricerche sul ruolo del vino (frutta secca, soia ecc.) per stare bene oppure ricerche finanziate da industrie che producono integratori (antiossidanti ecc.). Una forma di “conflitto di interesse” è anche quando il ricercatore condivide fortemente determinate opzioni. Per esempio un ricercatore che è un convinto vegano o un entusiasta del progresso tecnologico può non avere quello sguardo distaccato che deve esser proprio del ricercatore scientifico. Per esempio Colin e Thomas Campbell (gli autori del libro The China study) sono convinti vegani e le indicazioni che emergono dal loro testo è che l'alimentazione vegana è quella più salutare, anche se la ricerca scientifica ha dati molto contraddittori sul rapporto latte (e derivati) e salute (il latte contiene sia sostanze pro-cancerogene che anti-cancerogene; vari studi hanno evidenziato che chi fa frequente uso di latte e derivati ha meno probabilità di avere alcuni tumori come il cancro del colon-retto e forse del seno, ma forse più probabilità di averne altri, come il tumore prostatico).
    Quali sono allora le evidenze scientifiche sufficientemente affidabili sul rapporto tra alimentazione e salute? Queste:
    - l'obesità (quindi mangiare troppe calorie rispetto all'attività fisica che si fa) ha molti effetti negativi sulla salute (m. cardiovascolari, tumori, patologie epatiche, osteoarticolari ecc.)
    - mangiare troppe proteine aumenta il rischio di tumore e (nei bambini) aumenta il rischio di obesità e sovrappeso.
    - le verdure (e la frutta) hanno vari effetti salutari: per esempio minore probabilità di avere alcuni tumori (es. intestino) o di essere sovrappeso o obeso;
    - mangiare troppi grassi saturi (soprattutto a catena lunga) favorisce l'ipercolesterolemia e l'aterosclerosi;
    - mangiare troppo salato fa male (ipertensione, tumori).
    Sufficienti evidenze vi sono anche sul rapporto tra carni conservate e tumori, tra eccessivo consumo di carni rosse e tumori, tra grassi trans e malattie cardiovascolari. Ma il rischio è più basso rispetto ai fattori prima considerati.
    Sul resto le evidenze sono poche o contraddittorie.
    E' probabile che una dieta ricca di alimenti antiossidanti faccia bene, ma si sa ancora poco (e gli antiossidanti non sono solo nei mirtilli o nella curcuma, ma anche nelle erbe aromatiche, nel pomodoro, nell'olio d'oliva, in tante verdure e frutti). E' probabile che mangiare troppi zuccheri semplici non faccia bene.
    Quello che è certo e che la nostra salute non dipende da se mangiamo o meno un alimento ma dalle nostre abitudini alimentari complessive e quotidiane. E che vi sono altre abitudini (es il fumo di sigaretta, la scarsa attività fisica, il consumo di alcolici) che sicuramente fanno male.
    Quindi è saggio e salutare (anche dal punto di vista psichico) prima di prestare attenzione alle “pagliuzze” pensare alle eventuali “travi” da rimuovere.

    Guardare la realtà dalla parte degli ultimi (19/11/2016)

    Spesso un'immagine spiega la realtà più delle parole, per questo vogliamo proporvi 3 immagini.

    1) La foto mostra persone in attesa alla mensa Caritas di Via Monza a Milano. Ogni giorno circa 1000 persone mangiano a questa mensa. 20 anni fa erano meno di 100. Sono italiani e stranieri, giovani, anziani, persone di mezza età, disoccupati e persone che lavorano.

    Persone in fila alla mensa della Caritas

    2) Il grafico mostra l'andamento della produttività e dei salari nei Paesi sviluppati. L'andamento non è parallelo, questo significa che la produttività è aumentata, ma il guadagno conseguito è stato intascato dai padroni, mentre i salari medi sono rimasti al palo.

     

    Contemporaneamente la disoccupazione è aumentata (soprattutto tra gli operai). In Italia un operaio su 4 è povero (il 12 % degli operai è in povertà assoluta, il 18% in quella relativa: i peggiori dati degli ultimi 10 anni) [1].

    3) Negli USA la forbice tra produttività e salari è ancora più accentuata che negli altri Paesi ricchi (figura 3).

     

    In tutti i Paesi ricchi (Europa occidentale, Nord America e Oceania) diminuiscono i salari (o sono stazionari), aumentano i poveri e le persone in difficolta economica, aumenta la ricchezza di chi è ricco e, quindi, si inaspriscono le disuguaglianze. I Paesi in cui questi fenomeni sono più accentuati sono USA, Italia, Inghilterra.
    Negli USA il 16% della popolazione è povera. 20 milioni di persone sono in povertà estrema (reddito annuo inferiore a 12.000 dollari per una famiglia di 4 persone), 30 milioni in povertà (reddito annuo tra 12 e 23.000 dollari per famiglia di 4 persone) [2].
    Dal 2004 al 2014 il reddito medio delle famiglie americane è diminuito del 14%. Il costo per l’abitazione, per il 40% della popolazione meno abbiente, negli ultimi 10 anni è aumentato del 35% . Per cui il potere di acquisto dei meno abbienti è diminuito ben più del 14% [3].
    Negli ultimi 8 anni il numero di cittadini americani costretti a ricorrere ai food stamps (buoni alimentari) è aumentato del 60% (erano 28 milioni ora sono 45 milioni).
    Al tempo stesso cresce la ricchezza degli USA, ma va tutta verso i cittadini più ricchi. Si stima che le 20 persone più ricche possiedano 732 miliardi di dollari. Per raggiungere una tale cifra si devono sommare tutte le ricchezze del 47% della fascia meno ricca degli statunitensi (152 milioni di persone).
    Molti sono rimasti sorpresi della vittoria di Trump negli USA, del Si alla Brexit in Gran Bretagna o del crescente consenso ai partiti “populisti” e a personaggi discutibili. Sicuramente i motivi di tali eventi sono molteplici. Le immagini e i dati che prima abbiamo mostrato probabilmente hanno molto a che fare con tutto ciò.
    La storia sembra stare prendendo una brutta china, così come la prese dopo la prima guerra mondiale. Ma siamo ancora in tempo per porvi rimedio.
    La povertà, le disuguaglianze, lo sperpero non sono eticamente tollerabili: e già solo per questo bisognerebbe fare tutto il possibile per porvi rimedio. Oggi sappiamo che sono anche causa di crisi economiche, di insicurezza, di delinquenza, di disgregazione del patto sociale, di conflitti, di crisi della democrazia. Per questo la lotta alla povertà, alle disuguaglianze, allo sperpero deve essere la priorità. Ogni scelta che si compie deve essere vagliata chiedendosi se è a favore dei poveri o no, se aumenta le disuguaglianze o le colma. Dobbiamo metterci nei panni degli ultimi, vedere la realtà dal loro punto di vista, coinvolgerci con loro. Sarà l'inizio di una liberazione.


    Fonti:
    1) ISTAT: La povertà in Italia (2016) http://www.istat.it/it/archivio/189188 ;
    2) www.census.gov/prod/2013pubs/p60-247.pdf)
    3) Pew Charitable Trusts www.vita.it/attachment/c805d40d-27fc-4390-aeee-d08378b3aa93

    10 credenze sugli immigrati che non corrispondono ai fatti e nuovo rapporto di Amnesty che accusa l'Italia di violazioni dei diritti umani nei confronti dei migranti (08/11/2016)

    Medici senza frontiere ha pubblicato “Le 10 leggende più diffuse sulla migrazione sfatate ad una ad una” E' un'interessante iniziativa per contrastare i molti seminatori di odio, che cercano di inculcare false convinzioni sui migranti, spesso per guadagnare facili consensi o tornaconti politici. Inoltre è sempre bene verificare se le proprie opinioni non siano smentite dai fatti. Riportiamo una sintesi rimandando al sito (http://milionidipassi.medicisenzafrontiere.it/antislogan)

    1. Ci portano le malattie! In realtà, migranti non rappresentano un rischio per la salute pubblica. Nel corso di oltre dieci anni di attività mediche in Italia, Msf non ha memoria di un solo caso in cui la presenza di migranti sul territorio sia stato causa di un’emergenza di salute pubblica. Al contrario è il loro stato di salute a peggiorare, a causa delle difficili condizioni in cui si trovano a vivere una volta arrivati in Italia.
    2. Li trattiamo meglio degli italiani! Il sistema d’accoglienza italiano è largamente insufficiente: più del 70% dei richiedenti asilo sono in strutture straordinarie, spesso con personale e servizi insufficienti, mentre 10.000 vivono in siti di fortuna al di fuori del sistema. I famosi 35 euro al giorno non vanno ai richiedenti asilo, ma agli enti che gestiscono i centri. Solo 2,5 euro vengono corrisposti al richiedente asilo. Inoltre va precisato che una parte rilevante delle spese sono coperte con finanziamenti della UE.
    3. Aiutiamoli a casa loro! Da decenni numerosi enti sono impegnati oer eliminare la fame e la povertà estrema ma, nonostante sforzi e investimenti, i risultati sono ancora insufficienti. Eliminare la povertà di milioni di persone non è cosa facile e gli aiuti internazionali non bastano a consentire il rientro a casa in sicurezza di chi fugge da conflitti, persecuzioni e violenza, e in alcuni contesti l’instabilità è tale che non esistono le garanzie minime di sicurezza per mantenere programmi di assistenza.
    4. Ci rubano il lavoro! Non esistono studi che dimostrano questa asserzione. Al contrario, le analisi esistenti mettono in evidenza la scarsa “concorrenzialità” tra lavoro straniero e autoctono. Secondo il Ministero del Lavoro solo l’1,3 per cento dei lavoratori italiani con laurea svolge un lavoro manuale non qualificato, mentre questa percentuale si alza all’8,4% nei lavoratori extra-comunitari. Inoltre, secondo l’Inps ogni anno gli “immigrati” versano 8 miliardi di euro di contributi e ne ricevono 3 in pensioni e altre prestazioni, con un saldo netto per le casse dello Stato di circa 5 miliardi all'anno.
    5. Vengono tutti in Italia! La maggior parte dei migranti non si “imbarca” per l’Europa. Degli oltre 65 milioni di persone costrette alla fuga nel 2015, l’86% è rimasto nelle aree più povere del mondo: il 39% in Medio Oriente e Nord Africa, 29% in Africa, 14% in Asia e Pacifico, 12% nelle Americhe, solo il 6% in Europa. In Italia si trovano 118.000 rifugiati (ovvero 1,9 ogni 1000 italiani) e 60.000 richiedenti asilo. L’Italia è agli ultimi posti in Europa per incidenza dei rifugiati sulla popolazione totale.
    6. Sbarcano i terroristi! La maggior parte degli affiliati ai gruppi terroristici coinvolti negli attentati in Europa erano già presente sul territorio e cittadini europei. Ci sono stati isolati episodi di richiedenti asilo coinvolti in attentati, ma nella stragrande maggioranza dei casi, a bussare alle nostre porte sono persone vulnerabili che fuggono da guerre e violenza spesso causate proprio da organizzazioni come l'ISIS. I rifugiati non sono terroristi, ma vittime del terrore. Il vero rischio è la strumentalizzazione di queste paure.
    7. Sono pericolosi! Studi internazionali negano una corrispondenza diretta tra l’aumento della popolazione immigrata e le denunce per reati penali. Se sono molti i detenuti stranieri nelle carceri italiane (34%), è dovuto a fattori precisi. Per es. a parità di reato gli stranieri sono sottoposti a misure di carcerazione preventiva o controlli molto più spesso degli italiani. I migranti, più che soggetti che fanno violenze e reati, sono spesso le vittime di violenze e di reati.
    8. Non scappano dalla guerra! La distinzione tra rifugiati e migranti economici è una semplificazione. I motivi che spingono le persone a fuggire sono diversi e spesso correlati: guerre, instabilità politica e militare, regimi oppressivi, violenze, povertà estrema. Il diritto di ogni persona a chiedere protezione internazionale prescinde dalla nazionalità e dal paese di origine. A contare sono le cause della fuga, le persecuzioni subite o minacciate, la vulnerabilità e i bisogni di assistenza e cure mediche.
    9. Sono tutti uomini giovani e forti! La maggioranza delle persone che arrivano in Europa è rappresentata da giovani uomini, perché hanno una condizione fisica migliore per poter affrontare un viaggio così duro, ma il numero di famiglie, donne e minori non accompagnati è in aumento. Secondo l’UNHCR, su circa un milione di persone arrivate in Grecia, Italia o Spagna via mare nel 2015, il 17% è costituto da donne e il 25% da bambini.
    10. Hanno pure lo smartphone! Per chi fugge ed è costretto a intraprendere un lungo e pericoloso viaggio, i cellulari sono beni di prima necessità: sono il mezzo più economico per stare in contatto con i propri familiari; permettono di capire dove ci si trova, attraverso la geolocalizzazione; servono a condividere informazioni fondamentali su rotte, mappe, pericoli alle frontiere, blocchi.

    Amnesty International ha pubblicato un rapporto sulla situazione dei richiedenti asilo in Italia da quale emergono varie violazioni dei diritti umani. In particolare:
    1) L'Italia ha siglato accordi bilaterali con governi responsabili di orribili atrocità, come il governo sudanese. Sulla base di questi accordi che non offrono garanzie di tutela dei diritti umani, gruppi di migranti, in base a un processo di screening frettoloso e superficiale e senza un’adeguata valutazione dei rischi che il loro rimpatrio comportava, sono stati rimandati verso Paesi nei quali erano a rischio di gravi violazioni dei diritti umani.
    2) Gli hotspot, nati per consentire maggiori controlli all'arrivo sui rifugiati e migranti, con la distribuzione di una parte dei richiedenti asilo in altri Stati membri per un esame successivo delle loro domande di asilo, nei fatti sono stati solo un modo per identificare velocemente e per decidere frettolosamente, superficialmente e senza adeguate garanzie di tutela dei diritti umani il rimpatrio di molti richiedenti asilo. Inoltrela distribuzione negli altri Paesi membri è avvenuta in quantità irrisoria.
    3) Nonostante non ci siano dubbi che la maggior parte degli agenti di polizia abbia continuato a fare il proprio lavoro in modo impeccabile, testimonianze coerenti raccolte da Amnesty International indicano che in vari casi si è fatto uso eccessivo della forza e vi sono stati trattamenti crudeli, disumani o degradanti o, addirittura, casi di tortura.
    Il rapporto si conclude reiterando la richiesta dell’apertura di canali sicuri e regolari, che forniscano alle persone e alle famiglie a rischio di gravi violazioni dei diritti umani la possibilità di trovare un luogo sicuro senza mettere a rischio le loro vite.
    L'intero rapporto è on-line
    www.amnesty.it/ue-chiede-a-italia-di-usare-la-mano-dura-su-migranti-e-rifugiati-risultato-pestaggi-ed-espulsioni-illegali

    Una buona notizia: finalmente approvata la legge contro il caporalato (26/10/2016)

    Con 336 voti a favore, nessun voto contrario e 25 astenuti (appartenenti ai gruppi di Forza Italia e Lega) finalmente è stata approvata la legge contro il caporalato.
    La segretaria nazionale della FLAI-CGIL ha dichiarato: “Non è una vittoria di una parte, ma la vittoria di un Paese civile e moderno, la vittoria di una Repubblica fondata sul lavoro”. Ma a questa legge di civiltà sicuramente non ci si sarebbe arrivati senza il sindacato e soprattutto la FLAI-CGIL e il suo “Osservatorio Placido Rizzotto contro le agromafie e il caporalato”. E' un impegno che dura da molti anni. Ne ricordiamo alcune tappe:
    - la manifestazione dei braccianti stranieri a Rosarno, nel 2008;
    - tragici fatti di Rosarno del gennaio 2010. Tre braccianti stranieri feriti da colpi di fucile ad aria compressa, a cui seguì una manifestazione finita con cariche della polizia, atti di violenza da parte dei manifestanti e “ronde di cittadini” che picchiarono vari immigrati e incendiarono i capannoni dove dormivano. La “rivolta” si concluse col trasferimento e l'espulsione di molti stranieri.
    Roberto Maroni dichiarò che questi fatti erano frutto del “lassismo nei confronti degli extracomunitari”; il sindacato sottolineò che dipendevano dal barbaro sfruttamento (con la complicità della criminalità organizzata) e dalle inumane condizioni di vita di questi lavoratori stranieri. Mesi dopo la Magistratura arrestò esponenti della ndrangheta.
    - nel 2011 viene lanciato il “Sindacato di strada”: furgoni e camper del sindacato girano le campagne dove lavorano i braccianti e le piazze e le strade dove sono reclutati i braccianti agricoli e dell'edilizia, per fare conoscere i loro diritti, organizzarli e sindacalizzarli;
    - sempre nel 2011 il primo sciopero dei braccianti stranieri (a Nardò). Sciopero organizzato grazie sopratutto al lavoro di Yvan Sagnet1, un giovane camerunese venuto in Italia per una borsa di studio all'Università di Torino e che, avendo conosciuto sulla sua pelle le inumane condizioni di sfruttamento dei braccianti, ha scelto di impegnarsi nel sindacato;
    - i rapporti su caporalato e agromafie del Centro studi Placido Rizzotto;
    - la campagna “Ci mettiamo le tende”, come ulteriore strumento del “Sindacato di strada” e occasione di sensibilizzazione dell'opinione pubblica e di creazione di alleanze;
    - l'attenta opera di creazione di alleanze: con la Coldiretti, con le aziende sane ed oneste, con le associazioni di volontariato impegnate con gli immigrati e contro le mafie. E anche con varie sezioni locali della Confagricoltura, riuscendo così a indebolire chi si opponeva a questa legge;
    - il coinvolgimento dei partiti (le proposte di nuove norme) e dell'opinione pubblica (la petizione per sostenere le proposte di legge).
    430.000 sono i braccianti vittime del caporalato di cui 360.000 stranieri. La FLAI-CGIL da sola ha oltre 280.000 iscritti (lavoratori dell'agricoltura e dell'industria alimentare), di cui il 43% stranieri. Ed è proprio questa forza e un lungo lavoro di lotte, alleanze, informazione e ricerca del consenso che ha permesso di vincere questa battaglia. A dimostrazione che il sindacato è un soggetto fondamentale per garantire i diritti dei cittadini.
    Fino a ieri il caporalato era punito con una semplice contravenzione ora sono previsti fino a sei anni di reclusione e fino a otto se c’è violenza o minaccia, sia per il “caporale”, che per il datore di lavoro. Per ogni bracciante reclutato attraverso l’intermediazione illecita, la legge prevede multe da 500 a 1.000 euro per ciascun lavoratore – in caso di minaccia o violenza, la sanzione può arrivare fino a 2mila euro. Come criteri per verificare la “condizione di sfruttamento”, il testo indica “reiterate retribuzioni difformi dai contratti collettivi nazionali o territoriali stipulati dalle organizzazioni sindacali, o comunque sproporzionato rispetto alla quantità e qualità del lavoro”; “reiterata violazione della normativa relativa all’orario di lavoro, ai periodi di riposo, al riposo settimanale, all’aspettativa obbligatoria, alle ferie”; “violazioni delle norme in materia di sicurezza e igiene”; “sottoposizione del lavoratore a condizioni di lavoro, a metodi di sorveglianza o a situazioni alloggiative degradanti”. Inoltre, il testo prevede, in caso di condanna, anche “la confisca dei beni” e i beni andranno ad alimentare il Fondo Antitratta, che dovrebbe finanziare anche programmi di assistenza per le vittime del caporalato. Infine, viene potenziata la Rete del lavoro agricolo di qualità, organismo attivo dal settembre 2015, che certifica le aziende virtuose.
    Purtroppo la legge non prevede il permesso di soggiorno per l'immigrato che denuncia il caporale o il proprio datore di lavoro (quindi oltre i 6 mesi di permesso previsti dal D.lgs del 2012). E' l'unico dei punti della proposta dei sindacati a non essere stato incluso nella legge.
    L'aumento del caporalato e dello sfruttamento dei lavoratori agricoli e dell'edilizia è anche la dimostrazione della pessima politica sull’immigrazione. Se questi lavoratori, indispensabili per la nostra economia, fossero regolarizzati si darebbe un duro colpo al caporalato e alle agromafie, un serio sostegno alle imprese oneste che rispettano la legge e pagano il dovuto ai lavoratori e, facendo emergere il lavoro nero, ci sarebbe meno evasione fiscale e maggiori entrate per lo Stato. Si darebbero anche il giusto salario a questi lavoratori, che così più facilmente potrebbero integrarsi nella nostra società e rispettare le sue leggi.

    1) Ivan Sagnet ha anche scritto con la Fandango due libri “Ama il tuo sogno” e “Ghetto Italia”

    Non è una fatalità se aumentano i poveri e le disuguaglianze (14/10/2016)

    Aumenta il numero dei poveri (soprattutto tra gli operai), aumentano le disuguaglianze. Questa è la realtà fotografata dall’ISTAT.
    Le persone in stato di povertà assoluta1 sono ormai 4.598.000, il valore più alto degli ultimi 10 anni. Nel 2014 erano il 6.8% della popolazione, sono diventati (nel 2015) il 7,6%.
    Le persone in stato di povertà relativa2 sono 8.307.000 (nel 2014 erano il 12,9, nel 2015 il 13,7). L’aumento della povertà si è verificato soprattutto tra gli operai (dal 9,7% del 2014, al 11,7%, per quanto riguarda la povertà assoluta, dal 15,5 al 18,1 per quella relativa). Ormai più di un operaio su 4 è povero (anche questo è il peggiore dato degli ultimi 10 anni).
    La povertà è più diffusa tra i giovani che tra gli anziani (tra 18-34 anni il 9,9% è in stato di povertà assoluta, tra 35-64 anni 7,2%, oltre 65 anni 4,1)
    Ma mentre chi si affanna per sbarcare il lunario e chi non naviga nell’oro peggiorano la loro condizione, i ricchi non sono toccati. Infatti aumentano ancora di più le disuguaglianze economiche: l’indice di Gini3 relativo al reddito era nel 2007 di 0,313, nel 2014 (ultimo dato disponibile) è salito a 0,325, con un incremento del 1,2%, un record se si considera che nei Paesi OCSE l’aumento medio è stato di +0,08%.
    Se poi si considerano non solo il reddito ma anche le entrate da investimenti e trasferimenti, le disuguaglianze sono ancora più forti e notevolmente peggiorate negli ultimi anni. L’indice in questo caso è di 0,516 (nel 2007 era 0,487), un aumento del 2,9%, contro la media OCSE dell'1,6%.
    Tutto ciò non è una fatalità, ma la conseguenza di un insieme di scelte che non sono attente a chi meno ha. Ne illustriamo due.
    Il Governo Renzi ha rinunciato a 3,6 miliardi di euro di entrate per abolire la “tassa sulla prima casa” (o ridurla al 4 per mille più 200 euro di bonus per ville e castelli). Chi ha una casa di proprietà risparmia un po’ di soldi (anche un bel po’ se la casa è grande e di lusso), ma chi non ha una casa di proprietà non ha alcun vantaggio dall’abolizione di quella tassa. Ora in Italia solo il 24% delle famiglie con “capofamiglia” sopra i 55 anni non abita in una casa di proprietà mentre tra le famiglie con “capofamiglia” di età inferiore a 35 anni oltre il 55% non abita in casa di proprietà. Solo il 14% dei dirigenti non abita in case di proprietà, mentre tra gli operai sono il 53%. Tra il 20% più povero il 66% non abita in casa di proprietà, tra il 20% più ricco sono meno del 10%.
    Quindi l’abolizione/riduzione delle tasse sulla casa e il conseguente trovarsi in tasca tra i 100 e i 2.000 euro in più (100 se si abita in un casermone di periferia, 2.000 se in un grande e bello appartamento di un quartiere chic) non ha riguardato la maggioranza degli operai, dei giovani, di chi ha difficoltà ad arrivare alla fine del mese.
    Nel 2015 è costato 3,4 miliardi di euro il bonus di 8.000 euro dato alle imprese per ogni nuova assunzione e altri 2,7 miliardi lo sconto sull’IRAP. Quindi agli imprenditori sono stati dati 6,1 miliardi. 6,1 miliardi dati a chi è ricco o almeno benestante. Si dirà che però così si sono creati nuovi posti di lavoro e quindi ne hanno beneficato anche chi è in basso nella scala sociale. Effettivamente nel 2015 l’occupazione netta (cioè la somma algebrica tra i posti creati e quelli cancellati) è aumentata di 100.700 unità. Se fosse tutto attribuibile a tali provvedimenti (cosa poco probabile) significa che ogni posto di lavoro (per un anno) è costato allo Stato circa 60.000 euro.
    Secondo molti economisti3 si sarebbero creati molti più posti di lavoro se questi 6,1 miliardi invece di darli agli imprenditori lo Stato li avesse utilizzati per finanziare opere pubbliche quali tutela del territorio e dei beni culturali, sicurezza antisismica, mobilità sostenibile, risparmio energetico, nonché per l’istruzione, la ricerca scientifica, la sanità, le politiche sociali. Inoltre in questa maniera, invece di aumentare, le disuguaglianze si sarebbero ridotte, perché chi è ricco e benestante (gli imprenditori) avrebbe avuto meno contributi, si sarebbero creati più posti di lavoro e si sarebbe prodotto qualcosa di utile e di utile per tutti o per chi ha meno. I 100.000 nuovi posti di lavoro creati dagli imprenditori sono soprattutto nella grande distribuzione, nelle attività di vigilanza e investigazione, nei servizi informatici, nelle attività di assistenza alle persone (case di riposo ecc.), nella produzione di prodotti in pelle e di componenti per autoveicoli. Cioè in settori che in taluni casi (grande distribuzione, autoveicoli) hanno un impatto negativo sull’ambiente, in altri sono utili solo a chi è benestante o ricco (attività di vigilanza, case di riposo private, prodotti in pelle, autoveicoli).
    Insomma se si considerano solo l’abolizione della tassa sulla prima casa e gli incentivi alle imprese il Governo aveva a disposizione 9,7 miliardi di euro che poteva investire per combattere le disuguaglianze e le ha investite invece per aumentarle (infatti gli imprenditori hanno aumentato il loro reddito mentre gli operai si sono impoveriti). Una politica economica che non si sa se definire cinica o idiota. E’ infatti risaputo che le disuguaglianze economiche sono tra le cause della crisi economica e un grave freno alla ripresa: più poveri ci sono e più i consumi, e quindi le vendite, calano; più i disoccupati e i precari aumentano e più i salari diminuiscono e, quindi, aumentano i poveri; più i salari diminuiscono e più le imprese riescono a fare buoni utili anche vendendo meno e sono meno interessati all’innovazione; più il sistema produttivo è stagnante e meno è conveniente investire in esso, mentre diventa più conveniente dirottare i capitali in attività finanziarie; più aumenta la finanziarizzazione e più l’economia è instabile e a rischio di crisi.
    Non è solo per un’esigenza etica, ma anche per una economica che bisogna combattere le disuguaglianze.
    Levare ai ricchi (ad esempio ripristinando uno scaglione IRPEF per i redditi sopra i 100.000 euro o introducendo una patrimoniale come suggerito da molti economisti), dare ai poveri (per esempio con un sostegno al reddito come esiste in quasi tutti i Paesi europei) e creare occupazione con investimenti in opere pubbliche di sicura utilità e ad alta intensità di manodopera (non nel ponte sullo Stretto di Messina ma, per esempio, per prevenire frane e alluvioni) serve a tutti. Forse anche ai ricchi.

    1) Si è in povertà assoluta quando non si ha un reddito tale da garantire i bisogni essenziali. L’ISTAT stabilisce delle soglie di reddito (che variano in base al territorio e al numero di componenti del nucleo familiare) per calcolare la povertà assoluta. Per un single chi risiede in una grande città del meridione la soglia è 7000 euro all’anno (588 euro al mese); per una famiglia di 2 persone 10.100 euro all’anno (844 euro al mese, cioè 422 euro a persona)
    2) Sono in povertà relativa, tutti quei soggetti che non sono in povertà assoluta e che hanno un reddito tale da avere consumi al di sotto della media delle persone della zona geografica nella quale si risiede).
    3) L’indice di Gini è una misura delle disuguaglianze. Varia da 0 (assenza completa di disuguaglianze) a 1 (quando un solo soggetto possiede tutta la ricchezza e tutti gli altri niente)
    4) Per esempio gli economisti firmatari della “Lettera degli economisti” (www.letteradeglieconomisti.it) o quelli di Sbilanciamoci (www.sbilanciamoci.it) Fonti:
    ISTAT: La povertà in Italia (2016) http://www.istat.it/it/archivio/189188 Fana M, Raitano M: Il Jobs Act e il costo della nuova occupazione: una stima. Eticaeconomia 2016 www.eticaeconomia.it/il-jobs-act-e-il-costo-della-nuova-occupazione-una-stima ISTAT: Rapporto sulla competitività dei settori produttivi (www.istat.it/storage/settori-produttivi/2016/Rapporto-competitivita-2016.pdf)

    Perché le cose non funzionano: un caso e qualche riflessione (01/10/2016)

    Continuamente ci si lamenta che le cose non vanno come dovrebbero andare: autobus che passano raramente, mesi di attesa per praticare un accertamento sanitario, beni artistici mal tenuti, colline che franano dopo un temporale, interi paesi che crollano per un terremoto, criminali che agiscono indisturbati, evasori che se la godono (l’evasione fiscale in Italia è sui 100 miliardi, secondo il Governo, 122, secondo Confindustria, 180 miliardi, secondo l’Associazione Contribuenti Italiani e 270 miliardi, secondo l’Eurispes).
    Sempre più spesso si accusa la Pubblica Amministrazione di inefficienza e i dipendenti pubblici di essere fannulloni: queste sono additate come le principali cause dei problemi prima elencati.
    Le soluzioni proposte sono: maggiore potere ai “capi” (direttori, presidi ecc.), più decisionismo, più controlli e più sanzioni per i lavoratori fannulloni, privatizzazioni (“il privato sì che è efficiente e competente!”).
    E’ veramente questa la ricetta per migliorare le cose? Nutriamo qualche dubbio.
    Vi vogliamo raccontare un caso che forse dà qualche luce su altri motivi per cui le cose non funzionano.
    Le Regioni hanno tra i propri compiti quello di individuare i fabbisogni di personale del Sistema Sanitario Regionale. E’ un atto molto importante che deve scaturire da un’analisi attenta dei bisogni di salute della popolazione (se i malati di Alzheimer sono in aumento, bisognerà prevedere più geriatri, psicologi, educatori, infermieri; se l’obesità è in aumento, bisognerà prevedere nutrizionisti, dietisti, laureati in scienze motorie, diabetologi, psicologi, assistenti sanitari ecc.). Da questo atto scaturiscono poi quanti posti le ASL e gli ospedali possono mettere a concorso. Se la Regione sbaglia l’individuazione dei fabbisogni accade che per molti anni non si avrà abbastanza personale qualificato per affrontare un problema, mentre si avrà un eccesso di personale per un’altra attività.
    La Regione Campania nel luglio scorso ha varato un tale provvedimento. Ecco alcuni dei fabbisogni indicati (per un’ASL di 1 milione di abitanti come quella di Napoli, considerando solo i distretti sanitari e il dipartimento di prevenzione, quindi escludendo gli ospedali):

    La Campania è al primo posto per percentuale di bambini obesi/sovrappeso (48%), di bambini che non mangiano le 5 porzioni giornaliere di frutta/verdura (96%), di adulti obesi/sovrappeso (48%), di fumatori (22%), di persone che non fanno attività sportiva (95%); di adolescenti che non fanno un'adeguata attività fisica (93%) e siamo ai primissimi posti per gravidanze di minori e malattie da scarsa igiene orale (carie, parodontite); le malattie sessualmente trasmesse sono in forte aumento.
    Quindi la Regione pensa che per affrontare il problema di quasi mezzo milione di persone sovrappeso/obese e di circa 900.000 persone che non seguono un'alimentazione corretta bastano 5 dietiste; che per affrontare il problema che a 12 anni il 43% dei bambini ha già almeno un dente cariato (quindi per fare educazione all'igiene orale nei 60.000 bambini di 6-12 anni) bastano 5 igienisti dentali (che ovviamente, se fanno questo, non possono aiutare gli odontoiatri negli ambulatori); che non vale la pena affrontare il problema dei circa 120.000 soggetti sopra i 70 anni di età che fanno poca attività fisica (infatti non sono previsti laureati in scienze motorie, anche se l'Università di Napoli ha un corso di laurea in Scienze Motorie per la Prevenzione e il Benessere che affronta proprio questo problema); che 12 ostetriche bastano per i 10 consultori familiari (corsi pre-parto, pap test, consulenza contraccettiva, nonché attività di educazione alla sessualità responsabile e “sicura” per i 50.000 studenti delle scuole superiori); che 5 assistenti sanitari (cioè la figura professionale deputata alla promozione della salute, educazione sanitaria e prevenzione) bastano per coinvolgere in tali attività un milione di persone.
    Però avremo 170 infermieri (figura professionale deputata all'assistenza ai pazienti cioè a medicare ferite, mettere clisteri, fleboclisi, fare prelievi, movimentare persone allettate ecc.) nel Dipartimento di Prevenzione che non ha nessun paziente.
    Se tra qualche anno troverete infermieri che passano il tempo a chiacchierare nel Dipartimento di Prevenzione non sarà perché sono fannulloni, ma perché non hanno niente da fare. Se tra qualche anno la percentuale di obesi, sovrappeso, fumatori, inattivi, adolescenti-madri, malati di infezioni sessuali, persone con denti cariati è rimasta identica o è andata aumentando (cioè quello che succede da molti anni) non è per una fatalità o perché i cittadini campani si vogliono male, ma perché la Regione non ha saputo programmare. Anzi, non la Regione ma il Governo. La Regione Campania, infatti, da vari anni è commissariata per la Sanità. Sulla base dei principi illustrati prima (più potere al “capo”, più decisionismo ecc.) si è nominato un Commissario Straordinario alla Sanità, che ha molto più potere di un assessore, che decide senza bisogno di consultarsi con nessuno (né la Giunta né il Consiglio Regionale, né tanto meno sindacati e altri soggetti sociali).
    In altre epoche la bozza di decreto sui fabbisogni sarebbe stata data ai sindacati e resa pubblica, così che se qualche soggetto voleva proporre modifiche poteva farlo. Ora invece quest'atto è stato reso pubblico il giorno della sua approvazione e sindacati, università, associazioni di categoria hanno fatto notare le molte assurdità in esso contenute, ma inutilmente, perché le decisioni erano prese.
    Seconda considerazione: dare maggiore potere al “capo”, evitare il confronto con le parti sociali in nome del decisionismo può accelerare le decisioni, ma aumenta di molto la probabilità che si prendano provvedimenti sbagliati. Se prima della sua approvazione si fosse reso pubblico il documento così da potere ricevere suggerimenti, forse si sarebbe ritardata l'approvazione di qualche settimana, ma si sarebbe evitato di prendere decisioni che nei prossimi anni determineranno varie e gravi inefficienze: centinaia di infermieri pagati per non fare niente, centinaia di dietisti, assistenti sanitari, laureati in scienze motorie ecc. disoccupati mentre sarebbero così utili per risolvere i gravi problemi di salute della Campania.
    Perché il Commissario ha sballato così tanto i fabbisogni? Perché, come scritto nel decreto, per le ASL “non risultano essere stati individuati i benchmarks di riferimento nazionali”, quindi, si è pensato di prendere come riferimento le indicazioni per gli ospedali (tot infermieri ogni x medici). Ma negli ospedali vi sono solo pazienti, mentre nel Dipartimento di Prevenzione non vi sono pazienti e nei Distretti ve ne sono molto pochi. Insomma una grande cantonata presa dal Commissario governativo che, per i suoi atti è aiutato da una società di consulenza la KPMG spa, una multinazione che ha tra i propri sloganPer creare valore nel mondo della Sanità servono degli specialisti”). Si sa il pubblico è pieno di incompetenti, il privato invece ...

     

    25 anni che Marco non è più con noi: cosa ci ha insegnato, cosa ci lasciato (10/09/2016)

    Ritorniamo dopo la pausa estiva. Speriamo che abbiate passato un buon agosto e che siete pieni di energia e di voglia di impegnarvi per rendere questo mondo migliore.
    25 anni fa, l'8 settembre, moriva Marco Mascagna, dopo essere stato investito da un'auto. Lui su una bici, silenziosa, leggera, discreta; l'investitore su un auto rumorosa, pesante, arrogante. La sua morte è in linea con la sua vita: voleva un mondo più ecosostenibile e per questo non amava moto e auto; voleva che gli uomini fossero gli uni per gli altri e per questo non tollerava l'egoismo, l'arroganza e la violenza e le loro nefaste conseguenze (la guerra, il terrorismo, lo sfruttamento dei lavoratori, le disuguaglianze, il degrado dell'ambiente); voleva godere degli innumerevoli regali che il mondo ogni giorno ci offre (un bel paesaggio, il tramonto, gli affetti sinceri, il sorriso di un bambino o di una persona sconosciuta, la musica, la letteratura, un'escursione in montagna o una pedalata a prima mattina). Era convinto che per essere felici non occorrono soldi e potere ma saggezza, e che per creare una società migliore non serve una rivoluzione violenta (che chi sa quando e se verrà), ma che ognuno si impegni ogni giorno a realizzarla anche rendendo la propria vita coerente con quello che predica.
    Marco non è stato un leader politico, non ha ricoperto incarichi direttivi, non ha scritto libri, né diretto film o condotto programmi televisivi; non era ricco, né potente; non aveva seguito ed era sconosciuto ai più anche nella sua città e nel suo quartiere. Eppure ha dato un contributo importante ad un mondo migliore e dopo 25 anni lo ricordiamo come se se ne fosse andato solo ieri.
    Ogni volta che passiamo per i Giardinetti di Via Ruoppolo e vediamo tutti quei bambini, giovani, adulti, anziani avere un momento di svago, relax, incontro, convivialità, non possiamo non pensare che se Marco non ci fosse stato quasi certamente i Giardinetti sarebbero scomparsi e al loro posto vi sarebbe ora un parcheggio sotterraneo da 900 posti col via vai di auto, emissione di fumi, ingorghi. Invece si sono perfino trasformate in aree verdi quelle che una volta erano strade piene di macchine (una vittoria a cui solo Marco e pochi altri ingenui sognatori credevano 25 anni fa: ma spesso sono proprio i sognatori quelli che comprendono meglio come può evolvere la realtà e che maggiormente incidono su di essa).
    Se pensiamo a tutti i volantini che Marco ha distribuito contro il nucleare civile e militare, contro l'inquinamento atmosferico e ai tanti incontri che ha tenuto nelle scuole su questi ed altri temi, alle ore ed ore che ha passato per documentarsi meglio per fornire informazioni precise e veritiere, non possiamo non pensare che tutto questo impegno non è stato vano e che ha contribuito a creare le condizioni perché alcune battaglie potessero essere combattute e anche vinte.
    Insomma: non è vero che “Non serve a niente impegnarsi”, non è vero che “Tanto non si ottiene niente”.
    Certamente nessuna vittoria ci è garantita, la situazione può migliorare ma anche peggiorare. Sicuramente se ce ne stiamo con le mani in mano, se smettiamo di interessarci, di darci da fare, se ci limitiamo a brontolare le cose peggioreranno, ma se faremo come Marco il nostro impegno non sarà inutile. E, per fortuna, l'impegno che ci viene chiesto nelle attuali condizioni della nostra società non necessita di scelte coraggiose, non mette a repentaglio la nostra vita e i nostri cari come in altre situazioni è successo e succede. L'impegno che dobbiamo dare si concretizza nel partecipare ad una manifestazione o ad un sit-in, nel raccogliere firme per una petizione, nell'approfondire un argomento, nel prendere la parola in un consesso, nell'inviare delle mail, nell'affiggere una locandina o nel distribuire un volantino e in altre “banalità”. Cose poco eroiche ma tutt'altro che inutili.
    Come diceva Raoul Follerau "Se molta gente di poco conto, in molti luoghi di poco conto, facesse cose di poco conto ... la faccia del mondo cambierebbe".

    Un posto al sole (29/07/2016)

    Estate, tempo di ferie. Con la calura estiva si dorme peggio, si è più stanchi ed è più difficile lavorare. Per questo l’estate è sinonimo di vacanze e di meritato riposo.
    Non per tutti però è così. Per i lavoratori agricoli l’estate è la stagione in cui più si lavora. 900.000 lavoratori regolari, 50% autonomi e 50% dipendenti. A questi vanno aggiunti i lavoratori non censiti dall’ISTAT (immigrati irregolari, lavoratori a nero ecc.): sono probabilmente intorno a 400.000 persone. Sono soprattutto questi ultimi che non se la passano bene. In Italia si stima che 430.000 persone sono vittime di varie forme di caporalato (40.000 in più rispetto al precedente studio di 2 anni fa). L’80% sono stranieri. Al contrario di quello che si crede è un fenomeno che non coinvolge solo il Sud Italia (anche se qui è maggiore): è dimostrata la sua presenza in molte province italiane tra cui Alessandria, Cuneo, Bolzano, Trento, Brescia, Lecco, Mantova, Grosseto, L'Aquila, Latina, le province campane, pugliesi, calabre siciliane.
    430.000 persone lavorano tra le 8 e le 12 ore, sotto il sole, senza un riparo, chini a raccogliere ortaggi, a trasportare casse, a prendere frutta per un salario tra i 22 e i 30 euro al giorno (circa la metà di quello previsto dal contratto nazionale dell’agricoltura). Da questo magro guadagno vanno tolti i soldi da dare al “caporale trasportatore” che li porta nei campi: in media 5 euro. Frequente è il lavoro a cottimo (in agricoltura vietato dalla legge): 3-4 euro a cassone di 375 Kg.
    Il 60% delle vittime del caporalato non ha accesso all’acqua e a servizi igienici quando è al lavoro (quindi devono portarsi bottiglie d’acqua per dissetarsi).
    Sono stati dimostrati in vari casi forme di violenza: ricatto; sottrazione dei documenti; imposizione dell’alloggio, del vitto e del trasporto ai campi; percosse; molestie sessuali.
    In molti casi esiste una organizzazione ben strutturata di caporali, con un capocaporale (che in un mese può guadagnare anche 80.000-90.000 euro), caporali intermedi (guadagno mensile fino a 5.000-10.000 euro), caporali trasportatori (guadagno fino a 2.000 euro). Un danno economico che si stima intorno ai 3,5 miliardi di euro l’anno in Italia.
    Negli ultimi anni sono aumentati i controlli e, grazie soprattutto all’azione dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil e del “sindacato di strada” della CGIL, anche la conoscenza del fenomeno e la pressione sul Parlamento e su Governo per un’azione più efficace contro questa piaga. E’ da tempo in discussione una legge contro il caporalato, che purtroppo non raccoglie tutte le proposte del sindacato, tra cui quella della estensione del reato anche all’impresa agricola che lo utilizza.
    Questo tragico fenomeno è anche la dimostrazione della pessima politica sull’immigrazione che abbiamo. La nostra agricoltura utilizza circa 360.000 lavoratori stranieri irregolari. Se si regoralizzassero si darebbe un duro colpo al caporalato e alle agromafie, un serio sostegno alle imprese oneste che rispettano la legge e pagano il dovuto ai lavoratori e, facendo emergere il lavoro nero, meno evasione fiscale e maggiori entrate per lo Stato. Si darebbero anche il giusto salario a questi lavoratori che più facilmente potrebbero integrarsi nella nostra società e rispettare le sue leggi. Senza un soldo in tasca, trattati come animali e con la legge che invece di tutelarli li perseguita, perché mai dovrebbero sentirsi parte della nostra società e rispettare le nostre regole?
    Ti invitiamo a firmare la petizione per una rapida approvazione della legge contro il caporalato http://www.progressi.org/caporalato

    Fonte: Osservatorio Placido Rizzotto – SLAI CGIL: Terzo Rapporto Agromafie e Caporalato (2016)

    Il problema è l'immigrazione o il modo in cui viene gestita? (11/07/2016)

    Molti cittadini italiani sono contrari all’arrivo di stranieri in Italia. Sono talmente contrari e preoccupati per questa “invasione” che il principale criterio per scegliere quale partito votare diventa se promette uno stop all’immigrazione o no.
    In realtà l’Italia e l’Europa hanno un estremo bisogno di immigrati. E non lo dicono enti o associazioni umanitarie come la Caritas, Amnesty o Medici senza frontiere, ma l’ONU e l’Istat. L’ONU dal 2000 pubblica ogni due anni un rapporto sull’evoluzione demografica nel mondo. L’Istat ha pubblicato un rapporto sul medesimo argomento, riguardante l’Italia. Tutti questi rapporti registrano gli stessi andamenti demografici, non si discostano nelle previsioni e arrivano alla medesima conclusione: i Paesi europei, e soprattutto l’Italia, hanno un estremo bisogno di immigrati e se la situazione economica e sociale, già ora, non è diventata critica è grazie agli immigrati.
    Le basi sulle quali si fanno queste affermazioni sono le seguenti:

    1. la popolazione europea e soprattutto italiana è in diminuzione. Dal 1995 ad oggi la popolazione italiana è diminuita di quasi 1,5 milioni, passando da 57 milioni a 55,5 milioni (circa -3%). Per fortuna questa diminuzione è stata compensata dall’ingresso di circa 4,5 milioni di immigrati e dall’acquisizione di circa 0,5 milioni di nuovi cittadini italiani (gli stranieri che in questi 15 anni hanno acquistato la cittadinanza italiana diventando a tutti gli effetti italiani). La popolazione residente in Italia (italiani e stranieri regolari) nel 1995 era infatti di 57,4 milioni di abitanti e oggi è di 60,8 milioni.
    2. La popolazione italiana ed europea nei prossimi anni diminuirà sempre più. Le previsioni per il futuro (sulla base del numero di italiane in età fertile nei vari anni e sul numero di figli per donna) sono drammatiche: 49,5 milioni di italiani nel 2030 (6 milioni di italiani in meno), 41,9 milioni nel 2050. Anche attuando politiche di sostegno alla natalità lo scenario cambierebbe di pochissimo. Una così drastica diminuzione della popolazione avrebbe conseguenze fortemente negative sull’economia e sulle condizioni di vita dei cittadini. E anche sul nostro territorio: nelle aree montane non vi abiterebbe quasi più nessuno e nessuno si prenderebbe cura di questo territorio; molti piccoli comuni, soprattutto nel Meridione, sarebbero completamente abbandonati e lasciati al degrado.
    3. La stratificazione per fasce d’età della popolazione europea ed italiana va peggiorando sempre più. I vecchi vanno sempre più aumentando e le persone in età lavorativa vanno sempre più diminuendo. Nel 2030 avremo 4,3 milioni di vecchi in più (oggi sono 12,3 milioni, nel 2030 saranno 16,6, con un range tra 15,9 milioni della migliore delle ipotesi a 17,2 milioni nella peggiore delle ipotesi) e nel 2065 20 milioni (17,7-22,3 milioni). Nel 2030 avremo 1 milione di giovani e adulti in meno. La popolazione in età lavorativa, tra 15 e 64 anni, che oggi è di 39,8 milioni, sarà di 38,9 milioni (38,3-39,4 milioni) nel 2030 e di 33,5 milioni (29,8-37,2 milioni) nel 2065.

    Un maggior numero di vecchi comporta un aumento della spesa pensionistica, sanitaria e sociale; un minor numero di persone in età lavorativa determina minori entrate per le casse dello Stato e degli istituti pensionistici. Per mantenere inalterato negli anni futuri il rapporto fra occupati potenziali (la popolazione fra i 14 e 64 anni) e over 65 anni, secondo i rapporti dell’ONU, si dovrebbe elevare l’età pensionabile a 77,3 anni per l’Italia (75 anni in media per i Paesi europei).
    La stratificazione per fasce d’età è ancora più drammatica nel Sud Italia. Qui gli over 65 che ora sono 2,5 milioni, diventerebbero 3,6 milioni (3,4-3,7milioni) nel 2030 e 4,1 milioni (3,6-4,6) nel 2065. La popolazione in età lavorativa da 9,5 milioni attuali, passerebbe a 8,4 milioni (8,3-8,5) nel 2030 e poi a 5,8 milioni (5,3-6,4 milioni) nel 2065.

    1. L’età media si innalzerà sempre più: da 43,5 anni di oggi arriverà a 49,7 anni. Avremo lavoratori in prevalenza anziani negli uffici, nelle scuole, nelle fabbriche, nelle campagne, con tutte le relative conseguenze. Aumenterà enormemente il numero di anziani bisognosi di assistenza e non vi saranno sufficienti italiani disposti a fare i badanti, per cui i costi di tale lavoro cresceranno sempre più e sempre più persone dovranno farne a meno.

    Sia l’ONU che l’Istat ritengono che tale drammatica situazione può avere una sola soluzione: un massiccio arrivo di stranieri in età lavorativa (almeno 200.000 immigrati all’anno, secondo l’Istat). Bisognerebbe inoltre arrestare la migrazione di giovani italiani all’estero, soprattutto di quelli del Sud, e di questi al Nord Italia (tutti questi fenomeni negativi sono più accentuati nel Meridione).
    L’immigrazione non è quindi un fenomeno da contrastare, ma da favorire e governare. E’ necessario creare canali di accesso sicuri e legali sia per i profughi delle zone di guerra che per gli “immigrati economici” (che dal punto di vista demografico ed economico sono “i migliori”, perché giovani, intraprendenti e desiderosi di mettere radici nel Paese che li accoglie). Bisogna favorirne l’integrazione, insegnando loro l’italiano, facendo conoscere la nostra cultura e come funzionano le nostre istituzioni, facendoli partecipare alla nostra vita civile e culturale arricchendola del loro punto di vista. E’ fondamentale, inoltre, favorire il loro ingresso nel mercato del lavoro legale e promuovere la loro imprenditorialità.
    In questa maniera si aumenta al massimo l’effetto benefico sulla nostra società e sulla nostra economia e si riducono al minimo i problemi che l’ingresso di queste persone possono determinare.
    Leggendo questi rapporti non si può non pensare a come le parole d’ordine e gli slogan di tanti politici e le analisi di tanti commentatori stridano con tutto quanto abbiamo detto. “Basta immigrati”, “Rimandiamoli a casa loro”, “Gli immigrati levano il lavoro agli italiani”, “Gli immigrati sono il maggiore problema della nostra epoca”, “Oggi più che una questione meridionale esiste una questione settentrionale”: ma come fanno a dire simili corbellerie?
    Uno dei problemi della nostra epoca, caratterizzata dall’enorme diffusione delle informazioni, è l’instaurarsi di circoli viziosi del seguente genere: fasce di popolazione di fronte a nuovi fenomeni si preoccupano; → politici, giornalisti e blogger (spesso ignoranti, talvolta privi di scrupoli) per avere consenso cavalcano queste paure, diffondendole e proponendo soluzioni semplici e accattivanti (nonché irrealizzabili); → fasce sempre più consistenti di popolazione sono spaventate e si affidano a soluzioni semplicistiche; → la maggioranza dei politici e sempre più giornalisti hanno timore ad esprimere posizioni diverse per paura di perdere consensi e decidono di cavalcare anche loro queste paure; → la paura e la richiesta di interventi semplicistici si allarga sempre più nella popolazione .
    Cosa fare?
    Bisogna rompere questa spirale intervenendo sui cittadini, sui politici e sugli organi di informazione, cercando di agire sul livello emotivo (tranquillizzando e ridestando sentimenti d’umanità) e su quello cognitivo (fornendo dati come quelli che qui abbiamo illustrato).
    Tutti possono fare qualcosa e tutto è utile per rompere questa spirale crudele e pericolosa.
    Gli studiosi dei sistemi complessi ci dicono che i circoli viziosi sono dei punti di intervento privilegiati per fare evolvere un sistema, perché la circolarità negativa può trasformarsi in una circolarità positiva, potendosi così determinare miglioramenti inaspettati. Quindi diamoci da fare.
    Fonti: 1) ONU Department of Economic and Social Affairs Population Division,Word Population Ageing 1950-2050,www.un.org; 2) Istat, Il futuro demografico del Paese: previsioni regionali della popolazione residente al 2065 http://www.istat.it/it/archivio/48875; 3) Pittau F, I fenomeni migratori e il futuro del Paese, ADISTA, 9/6/16 www.adista.it/articolo/56355.

    Premiare i lavoratori che lavorano di più o meglio solo in alcuni casi fa aumentare la produttività e certe volte può farla diminuire (20/06/2016)

    Nell'ultimo messaggio “Cosa muove gli uomini” abbiamo citato il fenomeno della “sostituzione della motivazione”. Questo fenomeno consiste nel fatto che motivazioni di diverso ordine, invece di sommarsi, possono confliggere. Illustravamo gli effetti paradossi che si sono avuti offrendo soldi a chi dona il sangue o a chi partecipa a sperimentazioni mediche: diminuiscono le persone disposte a donare il sangue e a partecipare alle sperimentazioni. E ciò perché molte persone sono disposte a donare il sangue o a partecipare ad una sperimentazioni per motivi etici e di civismo, ma non per avere un po' di soldi. Lo stesso principio, dicevamo, spiega perché far pagare una multa a chi ritira con ritardo i figli dalla scuola materna aumenta il numero dei ritardatari: perché non ci si sente più impegnati nei confronti degli insegnanti e bidelli ma si valuta solo il costo del ritardo nel prendere il figlio.
    A nostro parere, pensare che solo conseguire un vantaggio economico muove le persone è indice di una mente non sana. Oggi, questa convinzione è molto diffusa ed è presentata come un dato di fatto, quando invece non lo è.
    Uno dei campi in cui più viene applicata è quello lavorativo, per aumentare la produttività. Si dice “offriamo soldi a chi lavora di più e meglio e tutti lavoreranno di più e meglio per cercare di avere il premio”. E' vero?
    Gli studi in proposito dicono che gli incentivi economici per aumentare la produttività in alcuni casi funzionano, in altri no e in alcuni casi addirittura sono negativi.
    Perché in molti casi non funzionano? Questo accade per varie ragioni:
    1) per il principio della “sostituzione dei bisogni”: gli incentivi economici spesso demotivano i “buoni lavoratori”, i lavoratori che svolgono i loro compiti per motivazioni intrinseche (autorealizzazione, autostima, eticità ecc.). Come il compenso fa fuggire la gran parte dei donatori di sangue, così fa arretrare i bravi insegnanti, medici, impiegati ecc.;
    2) perché peggiorano il “clima lavorativo” per varie ragioni:
    a) gli incentivi ai lavoratori più bravi o produttivi necessitano di strumenti e procedure di controllo per valutare la qualità e quantità di lavoro svolto. Il lavoratore si sente controllato, può pensare che non si ha fiducia in lui, può percepire il lavoro non più come una cosa propria e può disaffezionarsi alla sua azienda percependola come estranea e minacciosa;
    b) in molti casi aumentano anche gli obblighi burocratici del lavoratore, obblighi che sono sempre poco graditi;
    c) gli incentivi ai lavoratori più “bravi”, aumentando la competizione, tendono a peggiorare i rapporti tra i lavoratori, a diminuire la collaborazione e l'aiuto reciproco.
    Tutto ciò si traduce in un peggiore clima lavorativo, che non solo peggiora la qualità della vita delle persone (gran parte della vita la si passa al lavoro) ma anche la produttività;
    3) perché gli incentivi e il sistema di controllo che ad essi va associato costano;
    4) perché se l'incentivo economico non è consistente può non motivare i “lavoratori pigri” (ma, come abbiamo visto può demotivare i “buoni lavoratori”).
    Gli incentivi possono avere invece un effetto positivo quando riguardano lavori che difficilmente possono essere svolti per motivazioni intrinseche (lavori ripetitivi, monotoni, non qualificati); quando si configurano come una “compartecipazione agli utili” o un compenso accessorio a provvigione (per esempio, più prodotti vende un venditore e più guadagna). Inoltre sembrano funzionare meglio nelle aziende più sindacalizzate, quando gli incentivi sono frutto di un accordo tra sindacati e padroni, accordo condiviso dai lavoratori.
    Malgrado tutto ciò, sentiamo parlare sempre della necessità di incentivi e controlli per qualsiasi tipo di attività e per tutti i lavoratori e si varano provvedimenti legislativi o aziendali di tal genere anche con l'opposizione dei lavoratori. Come mai? Forse perché tutto ciò è un un “pilastro ideologico”, un dogma della “religione” della nostra società (la religione del denaro, dell'avere): come in tutti i fondamentalismi si preferisce chiudere gli occhi e negare la realtà, piuttosto che mettere in crisi le proprie convinzioni. Oppure questo avviene perché chi pensa che i soldi siano l'unico mezzo per ottenere qualcosa sono le persone che hanno orientato tutta la loro vita ad avere di più, a fare carriera ad ogni costo. Ed è probabile che abbiano fatto carriera. Quindi è probabile che tra manager, ministri, alti dirigenti, opinion leader ecc. questi individui abbondino. Essi non riescono a comprendere che la maggioranza delle persone non è come loro, non hanno “la loro patologia”: hanno molto meno soldi, ma sono molto più ricchi umanamente.
    Si racconta che uno di questi infelici, vedendo Madre Teresa di Calcutta china ad aiutare una persona cenciosa e puzzolente, abbia detto “Non riuscirei a fare il suo lavoro nemmeno per tutto l'oro del mondo”. E Madre Teresa gli abbia risposto: “Ah, neanche io!”.

    Fonte: www.econ-pol.unisi.it/bartolini/papers/incentivi%20e%20benessere%20sul%20lavoro.pdf

    Cosa muove gli uomini? (06/06/2016)

    Cosa muove gli uomini? La risposta a una tale domanda non è semplice, anche perché “gli uomini” sono un insieme molto composito e uno stesso individuo può essere mosso da motivazioni diverse a seconda delle situazioni in cui si trova.
    Purtroppo nella nostra società l'economia la fa da padrone e molti pensano che la ragione ultima che muove gli uomini è conseguire un vantaggio economico. Ma se ciò può essere vero per chi la pensa così, non è vero per la gran parte delle persone.
    Filosofi, psicologi, sociologi, economisti hanno cercato di dare risposte alla domanda “Cosa muove gli uomini”, soffermandosi soprattutto sul tema dei bisogni.
    E' esperienza comune che esiste una gerarchia dei bisogni. Se stiamo morendo di fame o cascando dal sonno, poco ci interesserà soddisfare i nostri bisogni estetici. Maslow, uno psicologo del secolo scorso, ha descritto questa gerarchia dei bisogni come una piramide (“piramide di Maslow”). Alla base ci sono i bisogni fisiologici, di sopravvivenza (bere, mangiare, dormire, ripararsi dalle intemperie ecc.). Quando questi vengono soddisfatti, anche parzialmente, si esprimono altri bisogni (quelli di sicurezza), volti a proteggere dal dolore fisico e psichico e, quindi, il bisogno di avere un minimo di reddito stabile, una dimora sicura ecc. Quando questi sono soddisfatti, anche parzialmente, compaiono i bisogni sociali, il bisogno di amare e di essere amato, di avere amici, di essere socialmente accettati ecc. Un ulteriore livello è quello dei bisogni di stima (autostima e considerazione da parte di altri). In ultimo vi sono i bisogni di autorealizzazione e quelli culturali ed estetici.
    Ora, avere una disponibilità di soldi è fondamentale per soddisfare i bisogni di sopravvivenza e di sicurezza, ma non è detto che serva per amare ed essere amati, per avere amici, per essere stimati, per sentirsi soddisfatti di sé, per godere della bellezza di cui è ricco il nostro mondo. Questo spiega il “paradosso di Easterlin”, cioè che all'aumentare del reddito la felicità aumenta sempre meno, fino a non avere più effetto o ad averne uno negativo. La ricerca spasmodica di avere sempre di più, infatti, può portare a dedicare poco tempo ai familiari, agli amici, a coltivare il proprio spirito. Secondo le ricerche di un altro psicologo, Adelfer, quando la soddisfazione di un bisogno viene frustrata, il soggetto regredisce, cercando di soddisfare, anche in maniera eccessiva, un bisogno gerarchicamente inferiore. Per esempio, il non riuscire a soddisfare il bisogno di amare ed essere amato può portare il soggetto a soddisfare maggiormente il bisogno di sicurezza (avere un reddito maggiore, una casa più grande, un gruzzolo da parte più consistente ecc.).
    La gran parte delle persone, pur non avendo studiato Maslow, Easterlin e Adelfer, sa perfettamente tutto ciò. Infatti, la stragrande maggioranza delle persone cura i rapporti affettivi, dedica tempo ai familiari e alle amicizie. E' un’attività che non procura nessun vantaggio economico, ma questo non ha alcuna importanza, perché un tempo così speso non è per niente improduttivo (come qualche infelice potrebbe pensare), ma un tempo ricco.
    Allo stesso modo l'insegnante attento ai propri studenti, ai loro problemi, a farli crescere culturalmente non lo fa per conseguire un vantaggio economico, ma perché scambia affetto con i propri studenti, viene stimato, ama la propria materia e si realizza se trasmette questo amore. Allo stesso modo il falegname che con scrupolo svolge il proprio lavoro, lo fa per autostima, perché è soddisfatto quando il prodotto del suo lavoro è a regola d'arte. E così ogni professione, impiego, mestiere. Allo stesso modo i 6,5 milioni di persone impegnate almeno un giorno al mese in attività volontarie e gratuite (preparazione di pasti per indigenti; doposcuola; assistenza ai senza fissa dimora, a immigrati, a persone non autosufficienti o malate; impegno nella difesa dell'ambiente o del patrimonio culturale, nella promozione della pace e della nonviolenza, nella solidarietà con le popolazioni del Terzo Mondo ecc.) lo fanno per realizzare i propri ideali, per dare e ricevere affetto e, se fossero pagati, probabilmente, non lo farebbero.
    Si, proprio così. Numerose ricerche lo dimostrano. Per esempio, lì dove si è pagato chi dona sangue, le donazioni sono diminuite. Se si dà un compenso per partecipare ad una ricerca scientifica, le persone tendono a rifiutarsi. Questo avviene per un fenomeno studiato in psicologia, il “fenomeno della sostituzione delle motivazioni”: motivazioni di diverso ordine possono confliggere, per cui le motivazioni non si sommano ma una sostituisce l'altra. Così, nel caso della donazione di sangue, la motivazione economica non si aggiunge a quella etica, ma si sostituisce ad essa e tante persone non sono più motivate a donare il sangue per soldi. Lo stesso principio spiega, per esempio, perché far pagare una multa a chi ritira con ritardo i figli dalla scuola materna aumenta il numero dei ritardatari: perché non ci si sente più impegnati nei confronti degli insegnanti e bidelli ma si valuta solo il costo del ritardo nel prendere il figlio.
    Chi ha come unica motivazione alle proprie azioni il vantaggio economico, non è normale. Orientare tutta la propria vita ad avere sempre di più è una patologia, una nevrosi. Pensare che solo conseguire un vantaggio economico muove le persone è indice di una mente non sana.
    Eppure questi sono i modelli che continuamente ci vengono proposti, questo è il messaggio che continuamente ci viene propinato. Non ascoltiamolo. Rimaniamo sani, rimaniamo umani.

    Referendum: se nessuno vi informa vi informiamo noi (27/05/2016)

    Forse non tutti sanno che si stanno raccogliendo le firme per 11 referendum. Giornali e tv ne hanno parlato poco o niente e, proprio per questo, abbiamo pensato che fosse utile darne informazione.
    1) Referendum contro gli inceneritori. Con questo referendum si vuole abrogare la norma dello Sblocca Italia che definisce gli inceneritori “infrastrutture strategiche di preminente interesse nazionale” riducendo i tempi per la valutazione di impatto ambientale e attribuendo le competenze al Governo, che decide quanti inceneritori costruire, di quale capacità e dove, senza che le Regioni possano obiettare alcunché (in deroga ai Piani Regionali). Il Governo su questa base ha deciso che devono essere costruiti 15 inceneritori nel Centro e Sud Italia.
    Se il referendum passa la competenza ritorna alla Regioni e salta il piano del Governo. Ovviamente una vittoria del referendum è una chiara indicazione che i cittadini non gradiscono questa forma di smaltimento dei rifiuti e un incentivo ad impegnarsi ad aumentare la raccolta differenziata (attualmente in Italia è al 45%), il compostaggio e la riduzione della produzione dei rifiuti.

    2) Referendum contro nuovi impianti di estrazione petrolifera. Questo referendum vuole abrogare la norma del piano energetico che indica dove si possono ricercare ed estrarre idrocarburi. Quindi, se passa, sarà vietato aprire nuovi impianti di estrazione (gli impianti già in funzione o autorizzati non sarebbero interessati)

    3) Quattro referendum riguardano la riforma scolastica cosiddetta “buona scuola”.
    Il primo vuole abrogare la possibilità di fare donazioni a singole scuole. Se i SI vinceranno le donazioni confluiranno in una “cassa nazionale statale” che utilizzerà i fondi secondo criteri propri. Con questo referendum si vuole impedire che le scuole di regioni o quartieri ricchi finiscano per avere più risorse di quelle delle zone povere, accentuando le differenze tra ricchi e poveri.
    Il secondo vuole abrogare il limite minimo di 400 ore in azienda per gli studenti degli istituti professionali e tecnici e di 200 ore per quelli dei licei (alternanza scuola-lavoro). Se i Si vinceranno saranno le singole scuole a decidere e a pianificare quante ore gli studenti dovranno svolgere in azienda. Il referendum è stato promosso perché si ritiene che questo vincolo rigido sottrae ore di scuola ai ragazzi e serva poco alla formazione dei ragazzi (si tenga conto che, data la grande massa di studenti, spesso non c’è un’adeguata offerta di reale formazione in azienda). Inoltre si obietta che così si fornisce manodopera gratis in un periodo di grande disoccupazione.
    Un terzo referendum vuole abrogare la discrezionalità del preside nello scegliere o confermare i docenti (dopo 3 anni). La nuova legge ha introdotto la chiamata diretta dei docenti da parte del preside (all'interno di una lista di nomi). Il referendum è stato promosso perché si ritiene che la discrezionalità può dare luogo ad assegnazioni clientelari o a indebiti condizionamenti.
    Il quarto vuole abrogare il potere del dirigente scolastico di scegliere i docenti a cui dare il premio salariale.

    4) Due referendum chiedono l'abrogazione di alcune norme della legge elettorale (Italicum).
    Col primo si propone di abolire il voto bloccato ai capilista e le candidature in più collegi. L'Italicum prevede piccoli collegi elettorali (di 5-7 seggi). Quindi la maggioranza dei partiti risulterà avere eletto solo un candidato e pochi partiti non più di 3-4. La legge prevede che, se per il partito scatta il seggio, il capolista è automaticamente eletto, mentre le preferenze valgono solo per gli altri candidati. Inoltre un candidato può candidarsi in più collegi (fino ad un massimo di 10). L'insieme di queste due norme fa si che siano le segreterie di partito a scegliere le persone che saranno elette, non solo perché i capilista sono bloccati, ma anche perché, potendo essere eletti in più collegi e potendo scegliere in quale accettare e in quale rinunciare, si possono alterare totalmente le preferenze espresse dai cittadini. Quindi il referendum è contro il sistema delle “liste bloccate”.
    Il secondo vuole abrogare il premio di maggioranza. L'Italicum prevede che al partito che ottiene almeno il 40% dei voti vadano il 55% dei seggi. Se poi nessun partito ottiene il 40% dei voti, i due partiti più votati vanno a ballottaggio e quello che prende più voti avrà il 55% dei seggi. In questa maniera può succedere che un partito con solo il 20% dei voti può avere il 55% dei seggi (potendo così eleggere da solo il Presidente della Repubblica e la maggioranza dei membri della Corte Costituzionale). Tali norme appaiono fortemente in contrasto con la nostra Costituzione. Infatti la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale la legge elettorale (il Porcellum, con la quale è stato eletto l'attuale Parlamento) proprio perché con un premio di maggioranza troppo ampio si contravviene al “principio fondamentale di eguaglianza del voto”. Con l'Italicum ancor più la distribuzione dei seggi del Parlamento non rispecchierà quella del voto dei cittadini, perché un partito col 25% dei voti avrà il 55% dei seggi (340 seggi) e uno col 24,9% dei voti il 15% (93 seggi). In pratica il voto del cittadino che ha votato il primo partito vale 4 volte il voto del cittadino che ha votato per il secondo. La finalità di questo referendum è quella quindi di fare in modo che il Parlamento sia rappresentativo del Paese (che secondo la Corte Costituzionale deve essere la principale caratteristica di una legge elettorale) e impedire che una minoranza imponga la sua volontà alla maggioranza dei cittadini

    5) Tre referendum riguardano il cosiddetto Jobs Act.
    Il primo chiede di abrogare la norma che prevede l'indennizzo e non il reintegro in caso di licenziamento illeggittimo (senza giusta causa). Se vincono i SI il lavoratore ingiustamente licenziato dovrà essere riassunto.
    Il secondo referendum chiede l'abolizione del sistema dei voucher (cioè i buoni lavoro erogati dall'INPS, una forma di pagamento per lavori occasionali e accessori). Il Jobs Act ha esteso questa forma di pagamento che prima era limitata a pochi settori. Nell’ultimo anno c’è stato un enorme aumentato dell’uso dei voucher, che ha fatto pensare a un loro uso truffaldino per pagare lavori che non sono per niente occasionali, aumentando così lo sfruttamento dei lavoratori e il precariato (anche l’INPS ha segnalato questo problema). Inoltre l’utilizzazione in alcuni settori (ad esempio nell’edilizia) diminuisce la sicurezza sul lavoro di tutti le persone impegnate nell'attività, perché i voucheristi spesso non hanno ricevuto adeguata preparazione sui rischi e perché non sono inseriti nei piani di sicurezza. Il referendum in questo caso è soprattutto una pressione sul Governo perché cambi le norme in proposito.
    Il terzo referendum riguarda il subappalto e la responsabilità solidale a carico del committente. Il Jobs Act ha abolito la responsabilità solidale del committente e del titolare del subappalto per i crediti retributivi e il pagamento dei contributi. Adesso, se un lavoratore di un subappalto non viene pagato o non gli sono stati versati i contributi, deve agire legalmente sia contro il committente che contro l’appaltatore (se vi è una catena di subappalti, contro tutti i vari titolari). Dopo la sentenza favorevole, il lavoratore deve prima tentare di recuperare il proprio credito nei confronti del proprio datore di lavoro e solo dopo può agire contro il committente (o, in caso di una catena di subappalti, in successione dall’ultimo subappaltante fino al primo). Poiché, spesso i subappaltatori sono meno solventi, finirà per avere quanto gli spetta solo dopo molti anni. Con il referendum si ritorna alla precedente normativa, ripristinando il principio di una responsabilità solidale tra chi sceglie l’appaltatore (il committente) e l’appaltatore.
    Se si vuole firmare per alcuni o tutti i referendum si può andare in una delle municipalità del Comune di Napoli (orario 8:30-13:00) oppure a Palazzo San Giacomo o cercare su internet luoghi e orari dei punti di raccolta firme.

    Uno strumento per stare bene in salute, guadagnare tempo, ridurre l’inquinamento e migliorare l’economia (16/05/2016)

    Il nostro organismo è programmato geneticamente per fare lunghe camminate, per correre, per arrampicarsi, per lottare e per molte altre attività motorie, perché per milioni di anni sono stati gli strumenti indispensabili per procacciarsi il cibo, fuggire dai predatori, difendersi. Si è così selezionato un patrimonio genetico funzionale ad una frequente e anche intensa attività motoria. Per questo motivo un’insufficiente attività fisica è tra le cause di numerosissime patologie: obesità, arteriosclerosi, diabete, infarto, ictus, cancro del colon e del seno (chi fa poca attività fisica ha il 30% di probabilità in più), colecistopatie, osteoporosi, lombaggine ecc. Un’adeguata attività fisica, invece, rafforza i muscoli, i tendini e le ossa, aumenta la capacità respiratoria, tiene pulite le arterie, migliora la qualità del sonno e l’umore (ha un evidente effetto preventivo e terapeutico sulla depressione), ecc.
    In Europa la scarsa attività motoria determina circa 600 mila morti  e la perdita di 5,3 milioni di anni di vita in buona salute ogni anno, con un costo economico che si stima sui 150-300 dollari a persona all'anno [1]
    Una recente revisione degli studi su attività fisica e salute ha evidenziato che i maggiori effetti positivi sulla salute si hanno quando si pratica almeno 1 ora di attività fisica leggera al giorno (p. es. camminare a passo svelto o andare in bici in pianura) e 1 ora di attività fisica vigorosa al giorno (p. es. salire le scale o andare in bici in salita) e che è meglio distribuire nel corso del giorno e della settimana questa quota di attività piuttosto che concentrarla in una sola volta al giorno o in poche volte alla settimana [2].
    E' sulla base di queste evidenze scientifiche che l'Organizzazione Mondiale della Sanità indica nella bicicletta uno strumento prezioso per stare in salute, perché è adatto a tutti (dai bambini ai vecchi), è comodo, economico, semplice, piacevole e ha molti altri effetti benefici.
    Molte persone non svolgono attività fisica perché non hanno tempo (o dicono di non averne). Ebbene, se si usa la bici come mezzo di trasporto al posto dell'auto si fa attività motoria e si risparmia tempo. La velocità media delle auto, infatti, è tra i 15 e i 20 Km/h in città (7 Km/h nelle ore di punta), nelle strade extraurbane è di 38 Km/h; gli autobus viaggiano sui 5-7 Km/h [3]. Se si considera anche il tempo per cercare un parcheggio o aspettare che l'autobus arrivi, la velocità media totale può anche dimezzarsi e il tempo per spostarsi può anche raddoppiare. Se si usa la bici si fa prima che se si usa l'autobus o l'automobile (in particolare nelle ore di punta): quindi con la bici si pratica attività fisica senza occupare tempo, anzi, guadagnando tempo. E respirando anche meno gas inquinanti, perché, come hanno dimostrato varie ricerche, l'aria dell'abitacolo delle auto è molto più inquinata dell'aria presente nelle strade.
    Una bici da città nuova costa sui 150-200 euro, dura a lungo e non ha bisogno di benzina, cambi d'olio ecc.
    La bicicletta non inquina (zero emissioni, rumorosità minima), occupa pochissimo spazio (10 bici parcheggiate occupano lo spazio di una sola auto - si veda  http://urban.bicilive.it/rastrelliere-bici-car-bike-port) e quindi migliora la qualità della città, con effetti positivi su vivibilità, turismo economia. 
    Se si considera poi che nelle città italiane, nei giorni lavorativi, il 30% degli spostamenti delle auto serve per percorrere distanze tra 700m e 3 Km e il 23% distanze tra 3 e 5 Km [4], appare evidente che promuovere l’uso della bicicletta (e dei piedi) come mezzo di trasporto urbano è tra i principali interventi per risolvere il problema del traffico.
    Moltissime città hanno ormai scelto questa strategia: non puntare più a velocizzare il traffico e a renderlo più scorrevole, interventi di scarso o momentaneo effetto, ma promuovere pedonalità e ciclabilità con piste e percorsi ciclabili, ztl, aree pedonali, possibilità di portare le bici sui mezzi pubblici, bike-sharing ecc.
    Parigi, per esempio ha eliminato migliaia di posti sosta auto dalla città e messo su un sistema di bike-sharing da 20.000 bici [5].
    A Monaco su quasi tutti i marciapiedi è stata disegnata una pista ciclabile e sono state create ztl pari a 44 Kmq (Napoli, dopo i provvedimenti dell'Amministrazione De Magistris, è arrivata a 3 Kmq, e c'è pure chi ha protestato).
    A Londra, per circolare nell’area centrale (25 Kmq), si paga un ticket di 11 euro al giorno e dal 2010 è stato istituito un sistema di bike-sharing che attualmente ha 8.000 bici con 400 stazionamenti.
    D'altra parte le direttive europee e la stessa legge italiana prescrivono che nella strategia e negli interventi per la mobilità bisogna seguire una precisa gerarchia: 1) pedoni e ciclisti, 2) movimento dei veicoli per il trasporto collettivo con fermate di linea, 3) movimento di veicoli motorizzati (auto, moto, autobus turistici, taxi), 4) sosta dei veicoli motorizzati [6].
    E' seguendo questa strategia che Berlino è arrivata ad avere 29 auto ogni 100 abitanti, Londra 31, Monaco di Baviera 35 [7]. Napoli ne ha invece 58 e, una volta tanto, sta messa meglio di molte città italiane.
    Qualcuno sicuramente vi dirà che tutto ciò non si può fare per i licenziamenti che vi sarebbero nell'industria dell'auto, i contraccolpi sull'occupazione, ecc. Sono coloro che hanno a cuore la sorte dei lavoratori solo quando si tratta di difendere i loro interessi. Per fortuna la realtà è ben diversa: migliorando la qualità e vivibilità delle città aumenta il turismo e gli insediamenti di aziende ad alta innovazione. Inoltre la produzione di biciclette produce molti più posti di lavoro che quella delle auto e moto: 3 volte di più per ogni unità di fatturato [8].
     
    1) OMS: The European Health Report www.euro.who.int/__data/assets/pdf_file/0009/82386/E93103.pdf.
    2) Samitz G, Egger M, Zwahlen M. Domains of physical activity and all-cause mortality: systematic review and dose-response meta-analysis of cohort studies. International Journal of Epidemiology 2011
    3) https://benzinazero.wordpress.com/2015/10/20/tutti-i-giorni-in-auto-alla-velocita-di-una-bicicletta/
    4) ISFORT 2011.
    5) Institute for Transportation and Development Policy 2011
    6) Ministero dei Lavori Pubblici: Direttiva per la redazione, adozione ed attuazione dei piani urbani del traffico (emanate il 24.6.1995 in attuazione dell'art. 36 del Codice della Strada)
    7) Eurostat 2012
    8) http://fiab-onlus.it/bici/notizie/notizie-varie/news-varie/item/1063-bici-e-valutazione-salute.html
     

    Oggi a me, domani a te (08/05/2016)

    Immaginate che in Italia da anni ci sia un Governo dispotico e che una buona parte della popolazione, non potendone più, scenda in piazza. Immaginate che la repressione sia particolarmente dura, con centinaia di morti e migliaia di arresti e di persone torturate e che chi è sospettato di essere un oppositore rischia il posto, il carcere, discriminazioni e violenze. Immaginate che alcuni gruppi rispondano con le armi alla repressione e riescano anche a conquistare alcune cittadine. Immaginate che i gruppi armati velocemente si moltiplichino, ognuno finanziato da una diversa potenza straniera che ha mire sull'Italia. Queste potenze (insieme a idioti e furbi, che non mancano mai) riescono a rinfocolare divisioni come quelle tra abitanti del Nord e del Sud, tra credenti e non credenti, tra cattolici, protestanti, ebrei, musulmani, tra conservatori e progressisti, tra chi ha un dialetto e chi un altro. Immaginate che Napoli sia prima controllata da fanatici nordisti che stuprano le donne, ammazzano i resistenti, vi privano della libertà di circolare liberamente, riunirvi con amici, parlare in dialetto (e che ogni infrazione a questi divieti può significare diventare prigioniero o peggio). Immaginate che il Governo, per cacciare questi fanatici, bombardi la città, distruggendo case, scuole, uffici, ospedali e facendo centinaia di morti e migliaia di feriti. Immaginate che i generi di prima necessità inizino a scarseggiare e a costare sempre di più, che scuole e Università funzionino a singhiozzo, che molte attività produttive chiudano, che l'assistenza sanitaria entri in crisi, che l'ordine pubblico non sia più garantito. Immaginate che gruppi di fanatici islamici di efferata violenza, abbiano preso il controllo di Salerno e che si è sparsa voce che presto arriveranno a Napoli, e che è molto probabile che l'aviazione governativa o di qualche potenza straniera, per fiaccare questi fanatici, lancerà missili e bombe sulla nostra città.
    Riuscite a immaginare lo stato d'animo vostro e dei vostri cari? Riuscite ad immaginare la paura, il terrore, la disperazione, la rabbia per essere piombati in questo incubo senza via d'uscita? Di fronte ad una tale situazione non decidereste di andare via voi e i vostri cari, costi quel che costi?
    E' quello che hanno fatto 11 milioni di siriani (più della metà dell'intera popolazione della Siria) e 3 milioni di cittadini di Paesi sub-sahariani (Sud Sudan, Sudan, Repubblica Centrafricana, Eritrea, Somalia ecc.).
    6,5 milioni di siriani sono fuggiti in altre zone del Paese, 4,8 milioni fuori dai confini nazionali. Di questi quasi 2 milioni sono in Turchia (1 rifugiato ogni 35 cittadini turchi), 1.100.000 in Libano (un rifugiato ogni 4 Libanesi), 650.000 in Giordania (un rifugiato ogni 10 Giordani), 130.000 in Egitto (1 ogni 630 egiziani), 100.000 in Germania (1 ogni 800 Tedeschi), 65.000 in Svezia (1 ogni 147 Svedesi), 50 in Serbia (1 ogni 143 Serbi), 18.000 in Austria (1 ogni 467 austriaci), 6.000 in Francia (1 ogni 11.000 Francesi), 2.000 in Italia (1 ogni 3.000 Italiani) [1].
    I trattati internazionali stabiliscono che bisogna accogliere e dare protezione a chi fugge da guerre o persecuzioni. E' la concretizzazione di un principio etico basilare e antico: bisogna aiutare chi è in pericolo. Principio che si basa sulla semplice considerazione che tutti possiamo trovarci in pericolo, che “oggi a te, domani a me”. Nelle legislazioni questo principio di fraternità e buon senso si è concretizzato in un reato, l'omissione di soccorso, che è punito anche con 3 anni di carcere. E a nulla valgono davanti al giudice giustificazioni tipo “Eravamo in 5 in auto, per cui non abbiamo potuto portarlo al pronto soccorso” o “Se lo aiutavamo ci perdevamo buona parte del film o della partita” o ancora “Dedicando il mio tempo ad aiutare quel disgraziato sarei arrivato tardi al lavoro avendo un danno economico o perdendo un buon affare”. Insomma, davanti ad una persona che è in pericolo ogni altra istanza passa in secondo piano: la priorità è aiutarla e fare in modo che esca da quella situazione critica.
    Purtroppo i Paesi europei (Italia compresa) non si stanno comportando così. La loro priorità è impedire ai profughi di raggiungere il proprio territorio.
    La dimostrazione sono i 6 miliardi di euro dati alla Turchia (un Paese che è al primo posto per le violazioni del trattato sui diritti umani firmato da 47 Paesi dell'area europea) perché fermi i profughi, gestisca l'accoglienza (sic!) e i rimpatri, e limiti l'ingresso nei Paesi UE solo a 72.000 rifugiati e solo dopo che si troverà un accordo su come devono essere distribuiti tra i Paesi dell'Unione. Un accordo fortemente criticato da tutte le organizzazioni che difendono i diritti umani (“Un colpo di proporzioni storiche ai diritti umani” secondo Amnesty International) e che, malgrado questo, secondo le intenzioni del nostro presidente del Consiglio, deve essere un modello da replicare anche con la Libia (sic!). Ma possibile che non si chiedano come possono questi Paesi offrire una protezione umanitaria adeguata ai rifugiati stranieri quando non riescono a offrirla ai propri cittadini?
    La politica dell'Europa sui migranti non solo è una palese violazione dei diritti umani e di basilari principi morali, è anche una violazione del trattato di Ginevra e di altri impegni internazionali solennemente sottoscritti. Non arresterà questo flusso di disperati, renderà solo la loro fuga più pericolosa. Secondo uno studio coordinato dall'Università di Birmingham, infatti, le politiche messe in atto dai Paesi europei hanno aumentato il rischio di morte per chi fugge dalla Siria: era di 1 ogni 1.000 persone, ora è diventato di 1 ogni 400 persone[1].
    E' anche una politica miope, perché la maggioranza dei profughi di guerra ritornano nella loro patria quando la situazione si calma e migliora, e si ricordano di come sono stati trattati dai Paesi dove sono fuggiti. Questo mare di soldi poteva, quindi, essere speso per creare corridoi umanitari, sostenere le famiglie e le comunità che sono disposte ad accogliere questi nostri fratelli, favorire una distribuzione che non determini problemi e conflitti e creare così le premesse per futuri buoni rapporti con Paesi importanti dal punto di vista geopolitico.
    Per fortuna ci sono le tante associazioni di volontari che si spendono per assistere profughi e migranti, ci sono amministrazioni di piccoli comuni (per esempio Satriano, Santorso, Sant’Alessio in Aspromonte, Chiesanuova, Santa Marina ecc.) che dimostrano più intelligenza e umanità dei leader europei, accogliendo molti migranti e facendone uno strumento di sviluppo culturale ed economico, ci sono le popolazioni di Lesbo, Lampedusa, Chios, che, avendo visto con gli occhi, ascoltato con le orecchie e toccato con mano la tragedia di queste persone, li hanno sentiti fratelli e come tali li hanno accolti.
    Vogliamo invitarvi a guardare con attenzione il piccolo album di foto presente a questo link www.avvenire.it/Mondo/Pagine/foto-reuters-migranti-premio-pulitzer.aspx.
    Fatelo circolare tra i vostri contatti, perché spesso un'immagine è più eloquente di tanti discorsi e perché tra quei volti, poteva esserci il nostro.

    Note: 1) dati UNCHR relativi a giugno 2015; 2) www.compas.ox.ac.uk/media/PB-2016-MEDMIG-Unpacking_Changing_Scenario.pdf,

    Perché la Marco Mascagna invita a votare SI al referendum del 17 aprile (07/04/2016)

    Il 17 aprile i cittadini italiani sono chiamati a esprimersi sul referendum che chiede di cancellare la norma che consente alle società petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo. Nonostante, infatti, le società petrolifere non possano più richiedere per il futuro nuove concessioni per estrarre in mare entro le 12 miglia, l’estrazione e le ricerche già in corso non avrebbero più scadenza. Il Governo, infatti, ha cancellato le norme dello Sblocca Italia contestate dalle Regioni e dagli ambientalisti, ma nella legge di stabilità (L. 208 del 28/12/15) ha stabilito che le concessioni per la ricerca ed estrazione di idrocarburi sono a tempo illimitato (prima avevano una durata solitamente di 30 anni). Se i SI saranno prevalenti, si ritornerà a questa situazione precedente (cioè varrà la data di scadenza indicata nella concessione che la società petrolifera ha avuto).
    I motivi per cui pensiamo che sia giusto dire SI all’abrogazione di questa norma sono questi:
    1) non si comprende perché lo Stato debba concedere alle società petrolifere il privilegio di potere usufruire di un bene pubblico senza limiti di tempo. Ciò è contrario al buon senso e alla normativa europea, che stabilisce che tali concessioni debbano “essere limitate in modo da evitare di riservare a un unico ente un diritto esclusivo su aree per le quali la prospezione, ricerca e coltivazione possono essere avviate in modo più efficace da diversi enti” (Direttiva 94/22/CE). Questa condizione di favore è stata introdotta dal Governo Renzi (non esisteva prima) e non se ne comprende l'utilità per l'Italia. E' giusto quindi cancellarla e ritornare alla precedente normativa consona alle direttive europee. E questo anche per evitare possibili multe da parte della UE per non avere rispettato la direttiva 94/22.
    2) La combustione dei combustibili fossili è la principale causa dell'aumento dei gas serra, un fenomeno molto preoccupante per i possibili effetti sul clima e sull'ecosistema Terra. Quindi è necessario diminuire l'estrazione dei combustibili fossili e i consumi legati alla loro combustione. Da anni ci battiamo per un modello di trasporti meno energivoro, meno inquinante e più sostenibile, per ridurre i consumi di energia, per riciclare plastica ed altri materiali, per uno stile di vita più sobrio. Ma avere stili più ecocosostenibili e battersi per una riduzione dei consumi energetici serve a poco se l'offerta rimane alta e a basso costo. Con questo referendum si ha un'arma per agire su questo altro versante e per far capire al Governo che deve mantenere l'impegno preso alla Conferenza di Parigi di realizzare politiche che garantiscano che l’aumento di temperatura media rimanga sotto i 2°C. Secondo gli scienziati dell'IPCC, per raggiungere questo risultato, bisogna evitare di estrarre l’82% del carbone, il 49% del gas naturale e il 33% del petrolio dei giacimenti conosciuti [1]. L'Italia deve fare la sua parte e può iniziare lasciando parte del gas e del petrolio alle scelte delle generazioni future.
    3) Il voto espresso dal referendum ha anche un significato politico: esprime il sentire degli italiani e dà indicazioni ai politici su cosa essi vogliono. Votando SI i cittadini faranno capire che loro sono fortemente interessati:
    a) alla tutela dell'ambiente
    b) a una politica energetica che privilegi le fonti rinnovabili e sostenibili (questo Governo, invece, ha diminuito il sostegno a tali fonti ed aumentato quello ai combustibili fossili, che ammontava già ad oltre 4 miliardi di euro l'anno [2])
    c) a un uso dei beni comuni a vantaggio di tutti i cittadini e non solo di pochi (solitamente già ricchi e potenti)
    d) a lasciare ai nostri figli e nipoti un pianeta in cui esistano ancora risorse preziose come il petrolio e il gas naturale (preziose non perché possono essere bruciate, ma perché con esse si possono produrre materie plastiche per usi biomedicali e sanitari, farmaci, apparecchi elettronici ecc.).
    4) Un'altra ragione per votare SI è per far capire che non siamo degli sprovveduti e che non ci beviamo le varia panzane che sono state dette per cercare di convincere a disertare il voto. Ne citiamo alcune:
    - Non è vero che la vittoria dei No determinerà la perdita di migliaia di posti di lavoro. Le attività estrattive sono tra quelle a più bassa intensità di mano d'opera. Per ogni milione di euro di valore aggiunto l'industria estrattiva marina determina 2,5 posti di lavoro, mentre i servizi di alloggio e ristorazione 25 posti di lavoro [3]. E' più conveniente quindi tutelare l'ambiente e il paesaggio (“'A funtana che jetta soldi” come diceva Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica) che sono la base delle attività turistiche più che produrre un poco di gas e petrolio sottocosta. A parità di investimenti il risparmio energetico e le fonti rinnovabili determinano il triplo dei posti di lavoro della produzione di energia da combustibili fossili [4]. Se veramente si vogliono salvaguardare posti di lavoro non bisognava tagliare i sussidi alle fonti rinnovabili e bisognerebbe investire di più nel risparmio energetico. Inoltre se vince il SI non significa che di botto tutte le piattaforme di estrazione e ricerca si fermeranno. Quello che accadrà è che le varie concessioni termineranno alla data stabilita nella concessione (come avveniva prima del 2015 quando la norma oggetto del referendum non esisteva) cioè in un periodo variabile tra il 2016 e il 2045. Quindi si ha tutta la possibilità di reimpiegare i pochi lavoratori in altri lavori (ad esempio energie rinnovabili, tutela del mare, risparmio energetico, approvvigionamento idrico ecc.).
    - Non è vero che “saremmo costretti a chiudere i rubinetti delle piattaforme esistenti da un giorno all’altro rinunciando a circa il 60-70% della produzione di gas nazionale”. Come abbiamo spiegato non si avrebbe nessuna chiusura “da un giorno all'altro”, ma ogni pozzo chiuderà alla sua naturale scadenza (cioè dopo 30 anni di esercizio, come avveniva fino al 2015). Non è vero che la produzione di gas dalle piattaforme entro le 12 miglia ammonta al 60-70% della produzione nazionale di gas (ammonta al 26% [5]) e non si dice che questa quota riesce a soddisfare solo il 3% dei consumi di gas italiani. Ridurre nel corso di vari anni del 3% i consumi di gas non solo è qualcosa di assolutamente fattibile, ma è anche conveniente in termini di occupazione e riduzione dell'inquinamento ed è molto meno di quanto l'Italia si è impegnata a fare nella Conferenza di Parigi.
    - Non è vero che lo Stato avrà una consistente riduzione delle entrate. Secondo dati del Ministero dello Sviluppo la ricerca e l'estrazione di idrocarburi entro le 12 miglia dalla costa determinano ogni anno 28 milioni di euro di entrate [6]. Se si pensa che il Governo con la sua decisione di non accorpare il referendum alle elezioni amministrative ha determinato una spesa di circa 300 milioni di euro non ci si può non indignare. Inoltre tale perdita si potrebbe subito coprire aumentando le royalties che lo Stato chiede per la ricerca ed estrazione di idrocarburi, che sono tra le più basse in Europa. In Italia, infatti, sono pari al 10% per il gas e al 7% per il petrolio, con esenzione per le prime 50 mila tonnellate di petrolio e i primi 80 milioni di metri cubi di gas estratti (per tali esenzioni il 79% delle piattaforme di estrazione non paga alcuna royalties all’Italia). Altri Paesi europei hanno royalties anche 5 volte superiori e senza franchigie.
    Queste considerazioni, a cui altre potrebbero aggiungersi (vedi i nostri precedenti messaggi), sono per noi più che sufficienti per scegliere di votare SI. Per questo ti invitiamo ad impegnarti perché quante più persone possibile vadano a votare (per raggiungere il quorum del 50% + 1) e perché votino SI.

    1) McGlade C, Ekins P: The geographical distribution of fossil fuels unused when limiting global warming to 2 °C, Nature, 517, 1/2015; 2) Legambiente: Stop sussidi alle fonti fossili www.legambiente.it/sites/default/files/docs/stopsussidifontifossili_2014_0.pdf; 3) Unioncamere: IV rapporto sull’economia del mare www.unioncamere.gov.it/P42A2672C2507S144/Rapporto-Unioncamere-sull-Economia-del-Mare-2015.htm; 4) Political Economy Research Institute 2010 www.peri.umass.edu/554/; 5) ASPO-Italia https://aspoitalia.wordpress.com/2016/03/07/le-bufale-sul-referendum-del-17-aprile; 6) http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/03/24/news/referendum-trivelle-10-cose-da-sapere-per-votare-informati-1.255743.

    L’assenteismo è sempre negativo (tranne qualche eccezione), ma non è sempre uguale (15/03/2016)

    Se cerchiamo “assenteismo” su un dizionario troviamo questa definizione “L’assentarsi spesso dal lavoro senza validi motivi” e “assenteista” “colui che si assenta senza validi motivi dal lavoro o altri impegni”. L’assenteista è riprovevole perché infrange il patto scritto col datore di lavoro (che in molti casi è l’ente pubblico e, quindi, tutti noi), dichiara o spinge a dichiarare il falso (ad esempio al proprio medico), fa diminuire la qualità/quantità del servizio reso dalla struttura in cui opera, reca un danno economico all’azienda in cui lavora e all’intera società, reca un danno ai colleghi di lavoro, dà cattivo esempio e demotiva altri lavoratori.
    I giornali parlano spesso di assenteismo, soprattutto riportano casi eclatanti scoperti dalla magistratura, perché vedere un assenteista smascherato è una cosa che fa piacere e quindi sono notizie che giornalisticamente “tirano”. Spesso riportano anche dati come “Nel pubblico l'assenteismo è più alto del 50%”, “L'assenteismo nella pubblica amministrazione vale 3,7 miliardi”, “19 giorni di assenza pro capite nel pubblico impiego, 13 nel privato” (tutti del Sole 24 Ore).
    Come sempre bisogna esercitare lo spirito critico, leggere con attenzione per vedere se le cose stanno realmente così.
    La prima cosa da dire è che in economia “assenteismo” non ha il medesimo significato del linguaggio comune. “Tasso di assenteismo”, “indice di assenteismo”, “durata media dell'assenteismo” sono tutti indicatori che misurano i giorni (o le ore) in cui il lavoratore è stato assente per malattia, infortunio, permessi (ad esempio per matrimonio, per lutto, per assistere un portatore di handicap, per gravidanza o allattamento ecc.). Cioè per tutte le assenze escluse le ferie.
    Ora essere malati, avere un infortunio, un lutto o un congiunto portatore di handicap sono tutte cose negative, ma non riprovevoli: sono disgrazie non comportamenti immorali e illegali.
    Allattare un bambino, essere incinta, assistere un portatore di handicap, sposarsi sono cose positive, socialmente ed economicamente utilissime. Sarebbe più corretto parlare di “assenze” e non di “assenteismo” e non si capisce perché in economia si usa un termine cosi fuorviante e connotato negativamente.
    Si potrebbe obiettare che chi si assenta senza validi motivi certo non lo dichiara (anzi dichiara di essere in una di quelle condizioni in cui si ha il diritto di assentarsi) e che quindi è difficile separare l'assenteista dall'assente. Ma questo è vero solo in parte. Alcune tipologie di assenze (matrimonio, infortunio, gravidanza ecc.) sono difficilmente “millantabili”.
    Che l'Italia abbia un triste primato nell'assenteismo è poi vero o no? In realtà nessuno lo sa. Gli indicatori di assenza dal lavoro ci dicono che le assenze dal lavoro sono più frequenti nei Paesi Scandinavi, in Francia, Olanda. Ma questo forse dipende da un maggiore numero di donne lavoratrici, da una maggiore natalità o da una normativa più attenta ai problemi sociali e ai diritti del lavoratore. Ma anche considerando i soli giorni di assenza per malattia (l'assenteista solitamente dichiara di essere malato) l'Italia non è assolutamente ai primi posti, anzi, è sotto la media UE (Italia 6,7 giorni di malattia all'anno per lavoratore di imprese private, UE 7,4 giorni). Il Portogallo è al primo posto (11,9 giorni di malattia, seguita dalla Francia 8,3 giorni) [1].
    Il paragone poi tra pubblica amministrazione e aziende private è molto arduo perché la quota di donne, anziani, portatori di handicap è maggiore nel pubblico. Inoltre nelle aziende private le giornate di assenza aumentano con l'aumentare delle dimensioni dell'azienda: sono il 4,9% delle ore lavorabili nelle aziende con meno di 15 dipendenti, il 5,9 fino a 100 dipendenti e il 7,8% nelle aziende con oltre 100 dipendenti [2]. E' difficile trovare pubbliche amministrazioni con meno di 15 o 100 dipendenti per cui il confronto andrebbe fatto solo tra pubblica amministrazione e grandi aziende ma questo raramente viene fatto. Nelle aziende piccole (e ancora di più nel caso di “aziende” con 1 o 2 dipendenti) nel quale il datore di lavoro può licenziare quando vuole il lavoratore finisce per andare al lavoro anche se è malato o ha avuto un lutto in famiglia. Quindi, avere un basso percentuale di assenze per malattia, spesso è un indicatore di scarsa tutela dei diritti del lavoratore.
    La CGIA di Mestre per il 2012 ha dato questi dati: i giorni di malattia medi registrati tra i lavoratori statali 16,72; nel settore privato 18,11 giorni [3]. Un dato molto diversi da quello dello studio di Confindustria citato dal Sole 24 Ore. Probabilmente la differenza è data dal fatto che la CGIA dai lavoratori privati ha escluso autonomi, colf, badanti e dirigenti.
    Gli impiegati fanno mediamente il 60% in più di giornate di malattia (esclusi infortuni e m. professionali) dei quadri e gli operai il 180% in più [2]. Tali differenze sono in gran parte dovute al fatto che la salute dipende soprattutto dal reddito e dall'istruzione. L'operaio non solo vive in media 5 anni in meno di un avvocato, ma anche si ammala prima e più frequentemente di quest'ultimo. Se l'aspettativa di vita libera da disabilità per l'1% più povero è 53 anni, mentre per l'1% più ricco è 70 anni [4], è ovvio che chi fa i lavori meno remunerati (l'operaio non qualificato) si ammala molto più spesso di chi è imprenditore, dirigente o quadro.
    Purtroppo oltre ad ammalarsi da giovani e più frequentemente devono subire anche di essere additati come “assenteisti”.

    Fonti: 1) AIDP: L'assenteismo, 2014; 2) Centro Studi Confindustria 2012 in AIDP: L'assenteismo, 2014; 3) Ufficio Studi CGIA 2014; 4) The Equality Trust: Equal opportunities for health (www.equalitytrust.org.uk).

    Piove sempre sul bagnato: non si pensa ai poveri e si dà di più ai benestanti (09/03/2016)

    Solitamente si pensa che lo stare in buona o cattiva salute dipende innanzitutto dalla fortuna (o sfortuna), dal patrimonio genetico o dalle proprie abitudini di vita. Le ricerche scientifiche ci dicono invece che la salute dipende soprattutto dal reddito e dall'istruzione.
    Dividendo la popolazione della Gran Bretagna in 100 fasce per livello di reddito risulta che la prima fascia (l'1% più povero) vive circa 10 anni meno dell'ultima fascia (l'1% più ricco) [1]. Un'analoga ricerca compiuta in Italia, dividendo la popolazione in 10 fasce di reddito, ha evidenziato che la prima fascia (il 10% più povero) vive in media 5,6 anni meno del 10% più ricco [2].
    Un operaio vive in media 5 anni meno di un avvocato [3]. I lavoratori che vivono meno sono gli agricoltori, i minatori, gli addetti alla rimozione dei rifiuti, i muratori, gli operai dell'industria, gli autotrasportatori. Quelli che vivono più a lungo sono i dirigenti e gli imprenditori, seguiti dai liberi professionisti. I precari vivono meno di chi ha un posto sicuro [4].
    Le differenze tra ricchi e poveri sono ancora più marcate se si considera l'aspettativa di vita libera da disabilità: per l'1% più povero in media è 53 anni; per l'1% più ricco 70 anni; per il 40% più benestante è sopra i 65 anni (tra 65 e 70 anni), per il 55% meno benestante è sotto i 65 anni [1].
    Perché avviene questo? Per una pluralità di ragioni. I più poveri fanno lavori più insalubri (un contadino o un minatore è molto esposto a cancerogeni, polveri, possibilità di incidenti), sono meno istruiti e sanno tutelare meno bene la loro salute (tra le laureate solo il 4% è obesa, tra le donne con licenza elementare il 23%), non possono accedere ad alcuni servizi (ad esempio alla sanità privata, all'intramoenia, alle palestre), spesso rinunciano alle prestazioni sanitarie per non pagare il ticket (nel solo 2012, per motivi economici, 2,7 milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi) [5], hanno più preoccupazioni e stress, abitano case e in zone meno salubri (più inquinate, con meno servizi ecc.).
    Queste grandi differenze nell'aspettativa di vita e nell'aspettativa di vita in buona salute, tra poveri e benestanti, tra contadini e operai da una parte e dirigenti e professionisti dall'altra sono raramente considerate nella nostra legislazione e nei servizi pubblici.
    Per esempio i contadini hanno l'aspettativa di vita più bassa, ma vanno in pensione alla stessa età dei dirigenti e degli impiegati. Agricoltori, muratori, addetti al prelievo dei rifiuti per la nostra legislazione non rientrano nella categoria “lavori usuranti”; questi lavoratori devono pagare i contributi fino a 66 anni e 7 mesi (come i dirigenti e gli impiegati), ma prenderanno la pensione per meno anni perché moriranno prima dei dirigenti e degli impiegati. A conti fatti essi non riceveranno dopo i 66 anni e 7 mesi quanto hanno versato in tanti anni di lavoro, mentre i dirigenti, vivendo più a lungo, riceveranno più di quello che hanno versato: così succede che i più poveri pagano la pensione ai più benestanti.
    Ancora, lo Stato ripartisce il fondo sanitario tra le Regioni in base soprattutto al numero di abitanti e alla percentuale di popolazione anziana. In questa maniera finisce che le regioni del Nord ricevono molti più soldi di quelle del Sud, anche se c'è maggiore bisogno di servizi sanitari al Sud che al Nord, perché i poveri sono più numerosi qui (le famiglie in povertà relativa sono il 6% nel Nord Italia e il 26% nel Sud, quelle in povertà assoluta sono il 5,7% al Nord e il 12,6% al Sud) [6[. I finanziamenti pro capite che la Liguria riceve dallo Stato per il suo servizio sanitario è circa il 15% più alto di quello che riceve la Campania. Questo maggiore finanziamento alla Liguria è determinato dal fatto che ha una popolazione più anziana, ma ha una popolazione più anziana perché l'aspettativa di vita è più lunga e perché molti ricchi e benestanti piemontesi, dopo la pensione, si trasferiscono sulla costa ligure a godersi una lunga pensione.
    Questo iniquo sistema di ripartizione del fondo sanitario (dare più soldi a chi è più ricco e ha meno bisogni di salute) dura da decenni ed è tra le cause principali del diverso livello di servizi sanitari tra Nord e Sud Italia.
    Di tutto questo si parla pochissimo. Si parla invece in continuazione che si spende troppo (mentre siamo tra i Paesi europei che spendono meno per la sanità: il 7% del PIL, e, in potere di acquisto il 28,7% in meno della media dei Paesi UE14 [7]), che non si può garantire a tutti cure gratis e si insinua l'idea che bisogna tagliare la spesa sanitaria e che è necessario un sistema misto assicurativo e pubblico.
    In realtà l'ingresso delle assicurazioni nella sanità non migliora l'assistenza alla popolazione più povera, né le prestazioni sanitarie e la salute dei cittadini. Non riduce nemmeno la spesa da parte dello Stato. L'esperienza dei Paesi che hanno scelto questa strada lo dimostra: in Olanda, Germania, Belgio, Francia, Austria, USA cioè nei Paesi dove lo Stato spende di più per la Sanità, le assicurazioni hanno un ruolo importante.
    Negli USA dove l'assistenza sanitaria pubblica è garantita solo agli indigenti e a famiglie di basso reddito, la spesa sanitaria totale è il 16,9% del PIL di cui l'8% pubblica. Cioè negli Usa lo Stato spende per la Sanità più dell'Italia riuscendo a garantire un'assistenza sanitaria (molto più scadente dell'Italia) solo al 30% della popolazione [7[.
    Aveva ragione Virchow, il grande medico e scienziato dell'800, che diceva: “Il miglioramento della medicina potrà alla fine prolungare la vita umana, ma il miglioramento delle condizioni sociali può raggiungere questo risultato più in fretta e con maggiore successo” e “La medicina è una scienza sociale e la politica non è altro che medicina su larga scala”.

    Fonti: 1) The Equality Trust: Equal opportunities for health (www.equalitytrust.org.uk); 2) Costa G.: differenze nella speranza di vita in base al reddito a Torino; 3) Bajekal et al (2007); 4) Ministero dell'Economia e Finanza: I determinanti dell'aspettativa di vita in Italia 5) C.R.E.A. Sanità-Università di Roma Tor Vergata 2015; 6) ISTAT; 7) OCSE

    Il 17 aprile si vota il referendum sulle trivellazioni petrolifere. Di che si tratta? (18/02/2016)

    Il Governo ha deciso: il 17 aprile si voterà il referendum sulle trivellazioni petrolifere. Di che si tratta? Per spiegarlo bisogna fare qualche passo indietro.
    Ricordate lo Sblocca Italia? Il decreto di 296 pagine sugli argomenti più disparati diventato legge nel 2014? Questo discusso decreto (vedi i nostri messaggi del 6/11/2014 e del 28/5/2015) permette di ricercare ed estrarre petrolio anche ad una distanza dalla costa e da aree marine protette minore di 12 miglia, anche nei parchi nazionali e nelle aree protette, anche se la Regione è contraria. Contro l'approvazione di questo decreto si erano espresse le associazioni ambientaliste, quelle turistiche (es. il Touring Club Italia), centinaia di comitati locali, la Conferenza delle Regioni, le Conferenze episcopali di Abruzzo e Molise (due delle Regioni più tartassate dal decreto), intellettuali ecc.
    Successivamente all'approvazione del decreto, 10 Regioni (Liguria, Veneto, Marche, Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria Sardegna) hanno presentato richiesta di 6 referendum.
    Il Governo, per paura di perdere, ha inserito nella legge di stabilità alcune disposizioni, quali il divieto di ricerca ed estrazione nella fascia di 12 miglia dalla costa e dalle aree marine, il coinvolgimento delle Regioni ecc. che in parte accolgono le richieste delle Regioni e degli ambientalisti. Dei 6 referendum è stato così ammesso solo uno (su altri due la Corte Costituzionale si dovrà esprimere tra pochi giorni).
    Il referendum del 17 aprile chiede che sia abrogata la norma che stabilisce che le concessioni alla ricerca e all'estrazione siano a tempo illimitato. Va detto, infatti, che il Governo ha chiuso le stalle dopo che ha fatto uscire le vacche: al 31 dicembre 2015 aveva già concesso, secondo le vecchie norme dello Sblocca Italia, 90 permessi sulla terra ferma e 24 in mare (una concessione permette di ricercare petrolio nel Golfo di Taranto a solo 1,16 miglia da un'area protetta, il Sito di Importanza Comunitaria “Amendolara”). Se passa il referendum tutte queste concessioni possono essere ridiscusse, se non passa, le aziende petrolifere avranno mano libera. Insomma, come ha detto il WWF, il Governo ha fatto il furbo: si è affrettato a concedere quante più autorizzazioni è possibile, senza rispettare il limite dei 12 Km, senza sentire le Regioni ecc. e poi ha concesso quello che chiedevano gli ambientalisti e le Regioni, quando ormai i giochi erano compiuti,. Ovviamente non ha potuto concedere che le autorizzazioni fossero a tempo e ridiscutibili, perchè avrebbe vanificato tutta la sua strategia.
    Un sondaggio ha evidenziato che oltre l'88% degli italiani è contrario alle ricerche petrolifere in mare sotto le 12 miglia. Quindi vittoria facile del referendum? Tutt'altro. Il Governo, malgrado i molti appelli ad accorpare le elezioni amministrative col referendum, ha deciso che questo si terrà prestissimo, il 17 aprile. Appare chiaro che Renzi cerca di fare in modo che non si raggiunga il quorum del 50% dei votanti. E per farlo fa spendere agli italiani circa 350 milioni di euro (tanto si sarebbe risparmiato se si accorpavano le due votazioni in un unico giorno). Inoltre, se la Corte Costituzionale desse il via libera agli altri due referendum, questi non potrebbero tenersi il 17 aprile, perché la data è troppo vicina, quindi altri 350 milioni da spendere inutilmente. Nel merito di questa strategia pro-petrolio del Governo va detto che:

    1. i giacimenti di petrolio quasi certi (probabilità al 90%) non sono molti in Italia (coprirebbero il fabbisogno di petrolio dell'Italia per soli 3 mesi). Secondo stime ottimiste si potrebbero trovare giacimenti che riuscirebbero a coprire il fabbisogno nazionale al massimo per 2-3 anni.
    2. Il petrolio italiano non è di buona qualità. Quello Adriatico è troppo denso: l'indice API è 9, quando un petrolio di buona qualità ha un indice superiore a 40. Quello della Val d'Agri è migliore (più fluido), ma, come il resto del petrolio italiano è ricco di zolfo. Quindi i costi di raffinazionee il suo impatto ambientale sono alti.
    3. Varie zone nelle quali sono stati concessi autorizzazioni alla ricerca sono interessate da fenomeni di subsidenza (abbassamento del terreno) che verrebbero peggiorati dall'estrazione del petrolio.
    4. Il Mediterraneo è un mare chiuso e l'Adriatico è ancora più chiuso. Tutte le zone interessate da ricerche petrolifere sono zone sismiche. Le possibilità di incidenti non sono quindi remote e i danni sarebbero ingentissimi.
    5. Tra le principali argomentazioni addotte da esponenti del Governo e della lobby petrolifera quando è stato varato lo Sblocca Italia c'era questa: bisogna affrettarsi ad estrarre petrolio nel Mare Adriatico, perché la Croazia si è già attivata e noi rischiamo di trovare i pozzi a secco, avendo solo i rischi e nessun beneficio. Ora il nuovo Governo della Croazia ha annullato tutte le concessioni e ha deciso che preferisce salvaguardare il turismo piuttosto che imbarcarsi in un'impresa incerta e poco remunerativa.
    6. L'Italia ha qualcosa di molto più prezioso e duraturo di qualche giacimento di petrolio: ha il mare, le spiagge, la costa, i borghi, i paesaggi mediterranei e ha la pesca (frutti di mare, pesci, crostacei). Il turismo e la pesca sono due settori economici importanti, che producono ricchezza e danno lavoro a tantissime persone. Il turismo produce ogni anno il 10% del nostro PIL e dà lavoro a 2.619.000 persone [1]; la pesca produce il 2,6% del PIL è dà lavoro a 325.000 persone [2], il solo prelievo di molluschi bivalvi con draga idraulica nell'Adriatico dà lavoro a 4.600 persone [3]. Purtroppo negli ultimi anni l'Italia ha perso posizioni. Nel Brand Index (la graduatoria dei Paesi turisticamente più “appetibili”) del 2005 l’Italia era al primo posto, nel 2007 al quinto, nel 2009 al sesto, nel 2011 al decimo, nel 2013 al quindicesimo e nel 2015 al diciottesimo. Secondo le graduatorie del World Economic Forum settore Travel & Tourism, nella «sostenibilità ambientale» siamo al 53° posto, nell’indice «Applicazione delle norme ambientali», all’84º.

    Insomma lasciamo andare alla malora la nostra ricchezza più importante – il paesaggio, inteso come bene naturale, ambientale, culturale, storico, artistico – e la mettiamo ancor più a rischio per avere un poco di petrolio di qualità scadente, quando il futuro è delle energie pulite e rinnovabili.

    Fonti: 1) World Travel & Tourism Council 2013; 2) INAIL: Secondo rapporto Pesca 2011; 3) Impresapesca: Pesca dei molluschi bivalvi con draga idraulica in Adriatico, 2015

    Perché giornali e TV mettono in prima pagina una notizia vecchia di 2 anni? (18/01/2016)

    “Nella Terra dei fuochi il tumore uccide di più: i nuovi dati dell’Istituto superiore della sanità” (Repubblica), “Emergenza bambini nella Terra dei Fuochi: tumori già a 1 anno” (Corriere della Sera), “La diossina, il rimpianto: la Terra dei Fuochi avvelenata due volte. I parenti delle vittime dopo il rapporto dell’Istituto di Sanità: “Dicono che avevamo ragione, nessuno guarirà per questo” (La Stampa), “L'Istituto Superiore di Sanità: nella Terra dei Fuochi ci si ammala e si muore di più” (Il Mattino). Questi sono i titoli di alcuni degli articoli usciti in questi ultimi giorni sui giornali. Da questi titoli si evince che l'Istituto Superiore della Sanità (ISS) ha pubblicato una nuova ricerca che evidenzia che nella Terra dei fuochi vi sono più morti, ci si ammala di più (soprattutto di tumori, e soprattutto i bambini) e che questo (almeno per La Stampa) dipende dalla diossina.
    Se si leggono gli articoli si leggono frasi come queste:
    - “Aumento di mortalità, patologie e ricoveri nella popolazione adulta” (Corriere della Sera);
    - “Cosa finalmente viene riconosciuto. Un pezzo d’Italia è malato. Così avvelenato da anni di sversamenti illegali e roghi tossici, da ammalare la sua gente” (La Stampa);
    - “Quella che prima era un’ipotesi avvalorata da dati in continuo aggiornamento, oggi è una certezza. Almeno per l’Istituto superiore di sanità, che nella Terra dei fuochi ci si ammala e si muore di più per diverse patologie collegate in qualche modo allo smaltimento illegale dei rifiuti” (Il Fatto Quotidiano);
    - “Nella Terra dei fuochi ci si ammala e si muore di più per diverse patologie collegate in qualche modo allo smaltimento illegale dei rifiuti” (Il Mattino).
    In sintesi la mortalità, le patologie e i ricoveri sono aumentati, si muore di più che altrove e questo dipende dai rifiuti.
    Quanto c'è di vero in tutto ciò? Facile saperlo basta andare sul sito dell'ISS.
    1) Non c'è nessun nuovo studio dell'Istituto Superiore di Sanità. L'ultimo studio è del maggio 2014, pubblicato sul sito nel luglio 2014 e sulla rivista dell'ISS nel settembre 2015. La domanda sorge spontanea: perché tutto ad un tratto viene recuperato uno studio vecchio di quasi 2 anni e sbattuto in prima pagina? Ciò non contraddice il criterio principale della “notiziabilità”, che è la novità?
    2) “Aumento della mortalità, di patologie e ricoveri” in italiano significa che prima ne erano di meno e ora sono di più. L'ISS dice questo? No. Lo studio non fa altro che confrontare i dati di una zona (i 55 comuni della Terra dei Fuochi) con quelli regionali o nazionali (confronto tra aree geografiche e non nel tempo). Quindi l'ISS non dice niente in proposito. I dati però si trovano sul sito dell'ISTAT, che riporta che i tassi di mortalità standardizzati per età (per neutralizzare il fattore invecchiamento della popolazione) sono in diminuzione sia in provincia di Napoli che in quella di Caserta (a Caserta nei maschi erano 146/100.000 abitanti nel nel 2003 e 123 nel 2012, nelle femmine erano 94/100.000 ora sono 79). Quindi non c'è nessun aumento della mortalità, anzi, c’è una diminuzione.
    3) Nel rapporto dell'ISS le parole diossina, diossine, PCDD non compaiono neanche una volta.
    4) Il rapporto confronta mortalità e ricoveri dell'area della Terra dei Fuochi (nonché l'incidenza dei tumori nell'area del registro tumori dell'ex ASL Napoli 4) con gli analoghi dati della Campania (o dell'Italia Centro-meridionale per le patologie infantili) per vedere se si muore, ci si ricovera e ci si ammala di più o di meno. Ecco i principali risultati:
    - nessun eccesso di mortalità nella fascia d'età 0-14 anni (“I dati relativi alla mortalità nell’età evolutiva sono analoghi a quelli osservati nel resto della Regione”)
    - nessun eccesso di mortalità per tumori nella fascia d'età 0-14 anni
    - eccesso di tumori del sistema nervoso centrale nel primo anno di vita e nella fascia di età 0-14
    - eccesso di bambini ricoverati per tumore nel primo anno di vita
    - eccesso di tumori negli adulti (circa 10% in più)
    - eccesso di mortalità per tumori negli adulti (circa 8%)
    - eccesso di incidenza e mortalità riguarda i tumori di stomaco, fegato, polmone e vescica e mammella
    - difetto di incidenza di leucemie, tumori tiroidei e pancreatici negli adulti.
    5) Il rapporto analizza poi l'insieme delle patologie che i rifiuti tossici potrebbero causare (se bruciati o interrati) e confronta i ricoveri per l'insieme di tutte queste patologie nella Terra dei Fuochi e in Campania. Nell'area TdF della provincia di Caserta vi è un tasso di ricoveri significativamente più basso che in Campania per queste patologie, nella parte riguardante la provincia di Napoli non vi sono differenze significative col resto della Regione.
    6) Nel rapporto è scritto (pag. 2) “Le caratteristiche metodologiche dello studio SENTIERI non consentono, in linea generale, la formulazione di valutazioni di nessi causali” ... “Queste considerazione valgono in particolare per le patologie ad eziologia multifattoriale” come i tumori.
    A pag. 26 è scritto “E' al momento difficoltoso individuare i fattori ambientali specificamente associati all’insorgenza dei tumori infantili … poiché i tumori, in particolare quelli infantili, possono essere il risultato di una combinazione di cause genetiche e ambientali”. Quindi lo studio non dimostra nessun nesso tra rifiuti e tumori o altre patologie semplicemente perché è uno studio epidemiologico trasversale (o geografico) e questo tipo di studi non ha questa capacità (vedi il nostro documento “ABC per orientarsi nei dati epidemiologici” www.giardinodimarco.it/documenti/2013/abc%20per%20capire%20l%27epidemiologia.pdf).
    In conclusione giornali e TV hanno preso un rapporto vecchio di quasi due anni, di cui avevano già ampiamente parlato (vedi per esempio l'articolo di Saviano sulla prima pagina di Repubblica del 5/7/14 e il nostro commento www.facebook.com/permalink.php?id=204873329551070&story_fbid=755910974447300) e l'hanno sbattuto in prima pagina, facendo dire all'ISS quello che non dice (non c'è alcun aumento della mortalità e dei tumori, non è dimostrato alcun nesso tra rifiuti e malattie, non parla per niente di diossine e malattie, non c'è eccesso di mortalità e di mortalità per tumori nei bambini) e non dicendo una cosa importante che dice (che nell'area TdF della provincia di Caserta vi è un tasso di ricoveri, per le patologie che potrebbero essere favorite dai rifiuti, significativamente più basso che in Campania).
    Lo studio dice solo che nella cosiddetta Terra dei fuochi forse c'è un aumento dei tumori nel primo anno di vita. E bisogna dire “forse”, perché il numero di ricoveri non è un buon indicatore del numero di bambini malati e perché il numero di casi è, per fortuna, molto esiguo (7 casi di tumore del sistema nervoso invece dei 3 attesi). I dati “statisticamente significativi” lo sono con un intervallo di confidenza del 90%; se si usasse, come solitamente si fa, un intervallo di confidenza del 95% nessuno di questi eccessi di tumore sarebbe significativo.
    Il rapporto dice inoltre che tra Napoli e Caserta si muore di più e ci si ammala di più che nell'Avellinese, Beneventano o Salernitano o al Centro e Nord Italia. Un dato che è conosciuto da decenni e che non stupisce se si considera che la popolazione di quest'area è più povera, vive in un contesto urbanistico-ambientale più degradato (traffico automobilistico, fabbriche, congestione urbana, carenza di servizi, rifiuti ecc.), ha stili di vita meno salutari (a Napoli il 15% della popolazione è obesa, in Italia il 10%, a Napoli il 42% è sedentario, in Italia il 29%) e dispone di servizi sanitari carenti.
    Continuiamo a chiederci: perché sbattere in prima pagina una notizia vecchia di 2 anni e già ampiamente trattata proprio ora? Perché si vogliono spaventare i cittadini? Perché si polarizza tutta l'attenzione sui rifiuti tralasciando tutti gli altri problemi di questo territorio (e povertà, disoccupazione e inquinamento da traffico incidono sulla salute molto di più)?

    L’aria è gravemente inquinata e troppi fanno finta di niente (10/01/2016)

    La legge è legge e deve essere rispettata, se non la si rispetta si deve essere puniti (galera o ammenda, a secondo della gravità).
    La legge prescrive che le polveri sottili (PM10) non devono superare una concentrazione superiore a 50 mcg/mc più di 35 volte all'anno. A Napoli e in quasi tutte le città italiane questa legge non è mai rispettata. Nel 2015 vi sono stati 73 giorni di superamento (più del doppio di quanto ammesso). E non è stato l'anno peggiore: nel 2008 il limite è stato superato per 134 giorni e nel 2009 per 170 giorni [1]. Ci possiamo consolare pensando che non siamo stati tra le città più inquinate. Per esempio a Milano, nello scorso anno, il limite è stato superato per 102 giorni [2].
    Malgrado questa palese infrazione della legge, nessun Sindaco (o Assessore all'Ambiente) è mai stato punito. La legge infatti individua nel Comune l'ente preposto al rispetto di questi limiti. Ma l'inquinamento dell'aria dipende non solo dall'operato del Comune, ma anche dalla Unione Europea, che stabilisce quanti inquinanti può emettere un veicolo a motore, dal Governo, che può destinare finanziamenti a determinate opere o veicoli, dalla Regione, che ha competenza sui trasporti regionali e sulla pianificazione territoriale, e anche dai cittadini, che possono avere comportamenti ecosostenibili o non ecosostenibili.
    La UE, per esempio, nell'autunno del 2015 ha stabilito che i test che i veicoli devono superare per essere omologati sono positivi anche se i valori di emissione rilevati nei test su strada eccedono del 110% i limiti di legge. Una norma che ha un pesante impatto negativo sulla qualità dell'aria.
    In Europa gli italiani sono tra i popoli che usano di più la macchina e meno piedi e bici (il 30% degli spostamenti in auto dei giorni feriali servono per raggiungere mete distanti tra i 700m e i 3 Km) [3]
    Negli ultimi giorni di dicembre, per particolari condizioni meteorologiche (assenza di venti e “inversione termica”, cioè la formazione di una fascia d'aria più calda, che impedisce la dispersione degli inquinanti verso l'alto), l'inquinamento di tante città italiane è salito a livelli altissimi (a Cassino il PM10 ha superato i 170 mcg/mc). I giornali si sono finalmente accorti di questo problema e il Governo ha approvato alcuni provvedimenti. Esaminiamoli brevemente.
    1) Un decalogo per i Sindaci non vincolante e senza alcun valore giuridico (come ha precisato il Ministro dell'Ambiente). Nel decalogo si consiglia ai primi cittadini, quando vi sono più di 7 giorni consecutivi di sforamenti dei limiti massimi degli inquinanti, di fare un'ordinanza in cui si disponga di abbassare di 2 gradi il riscaldamento delle case, di ridurre il limite di velocità di 20 Km/h, di ridurre o abolire i biglietti per i mezzi pubblici.
    Il primo provvedimento potrebbe essere utile ma vale quanto una grida manzoniana, perché i Comuni non hanno personale che possa andare nei vari appartamenti a misurare la temperatura. Il secondo è di dubbia utilità, forse addirittura controproducente in determinate situazioni. Il terzo ha un “piccolo” difetto: i Comuni devono rifondere alle aziende di trasporto il mancato incasso e le finanze dei Comuni non sono proprio rosee, considerando i massicci tagli ai trasferimenti da parte dello Stato subiti negli ultimi 20 anni (8,3 miliardi in meno negli ultimi 5 anni [4]).
    2) Il Governo ha destinato ai Comuni 12 milioni di euro per “potenziare il trasporto pubblico e il car shering”. Con 12 milioni di euro si comprano una cinquantina di autobus. Se si considera che ogni anno in circa 40-50 città capoluogo si superano i limiti di legge e che sono numerose anche le città non capoluogo in cui ciò avviene, si può dire che con questa cifra ogni città inquinata può comprare meno di mezzo autobus. Più che “potenziare il trasporto pubblico” ci sembra una presa per i fondelli.
    3) Si promette che verranno dati incentivi a chi rottama auto vecchie per comprarne una nuova. Cioè si destinano soldi pubblici per favorire l'acquisto di auto, non considerando che l'Italia è uno dei Paesi al mondo con il maggior numero di auto per abitante e per Kmq (in Italia vi sono 608 autovetture ogni 1000 abitanti, in Germania 539, in Francia 512, in Spagna 476, nel Regno Unito 464 [5]). Ovviamente non vi sono incentivi per chi va a piedi o in bici, ma solo per chi va in auto e ha i soldi per permettersela.
    4) Il Governo inoltre ha elencato vari stanziamenti presenti in provvedimenti già varati:
    - 250 milioni di euro per la ristrutturazione di “scuole, strutture sportive e condomini”. Se si tiene conto che nella sola Campania gli istituti scolastici sono circa 8000 (ciascuno con più plessi) [6] e i condomini oltre 50.000 si può capire che si tratta di una cifra ridicola;
    - 50 milioni di euro per impiantare colonnine di ricarica per le auto elettriche, cioè un aiuto con soldi di tutti a chi può permettersi un'auto elettrica, che costa il doppio di un'auto normale (i modelli più economici costano sui 30.000 euro) e che dopo 3-4 anni è inservibile se non si cambia la batteria (che costa quanto un’auto a benzina);
    - 70 milioni per ristrutturazioni di edifici delle amministrazioni centrali.
    A conti fatti il Governo ha deciso di investire circa 400 milioni per provvedimenti (discutibili e di dubbia utilità) contro l'inquinamento atmosferico. Contemporaneamente dà 4 miliardi e mezzo a due settori che sono tra le principali cause dell'inquinamento dell'aria. Infatti ogni anno lo Stato dà agli autotrasportatori circa 2 miliardi e mezzo di euro (2 miliardi di sconti sui carburanti, 400 milioni di fondi per il sostegno al settore, 120 milioni per sconti sui pedaggi autostradali e 22 milioni di sconti sulla RCA) e circa 2 miliardi alle centrali a carbone e a metano e agli inceneritori [7].
    Tutto ciò ci riempie di tristezza, sconcerto e rabbia: l'inquinamento atmosferico determina tra 40.000 e 50.000 morti ogni anno in Italia [8]. Se i limiti di legge venissero rispettati vi sarebbero diverse migliaia di morti in meno. Possibile che queste vite umane interessano così poco e non pesano sulla coscienza di chi con le proprie scelte determina questa situazione?
     
    1) ARPA Campania; 2) ARPA Lombardia; 3) ISFORT 2012; 4) CGIA Mestre 2015; 5) Eurostat 2012; 6) Ministero della Pubblica Istruzione; 7) Legambiente: Stop sussidi alle fonti fossili www.legambiente.it/sites/default/files/docs/stopsussidifontifossili_2014_0.pdf; 8) stime basate su OMS “Health effects of transport related air pollution, 2005 e “ESCAPE project”, Lancet, 2014.

    Ci piace il presepe (22/12/2015)

    Natale tempo di presepi. Solo pochi decenni fa il presepe sembrava destinato ad una lenta agonia, soppiantato dal più “laico” e festoso albero di Natale. Ora è ritornato di moda. Ci tengono al presepe non solo i cristiani e i semplici alla Luca Cupiello, ma anche chi non crede né in Cristo né in Dio e “semplice” non è.
    Costoro lo pretendono anche nei luoghi pubblici e laici, brandendolo come un’arma contro gli “arabi”, gli stranieri, i migranti, i non cristiani. Ma, se dal presepe leviamo arabi, ebrei e stranieri, rimangono solo il bue e l'asinello.
    Il presepe parla invece un'altra lingua: quella della particolare attenzione che dovremmo avere per i poveri e gli stranieri, come erano Maria, Giuseppe e Gesù, come era Francesco d'Assisi a Greccio. Poveri e stranieri che, secondo il messaggio cristiano, sono i soggetti nei quali Dio si identifica (“qualunque cosa avrete fatto verso questi più miseri, lo avete fatto a me” Mt. 25) e nel rapporto con i quali si gioca il giudizio su di noi (“Separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. E dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il Regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo, perché io avevo fame e mi avete dato da mangiare, ero forestiero e mi avete ospitato,  nudo e mi avete vestito, malato e mi avete assistito, incarcerato e siete venuti a trovarmi … E se ne andranno i giusti alla vita eterna, gli altri al supplizio eterno” Mt. 25).
    Come si può festeggiare il Natale (cioè la nascita di chi ha portato questo messaggio) ed essere d'accordo alle politiche antiimmigrazione dell'Italia e dell'Europa, che nei primi 11 mesi di questo 2015 hanno causato 3.200 morti nel Mediterraneo (il doppio dello scorso anno) e 700 bambini deceduti é? [1]
    Come si può condividere la scelta della UE (e dell'Italia) di dare 3 miliardi di euro ad uno stato poco democratico (è al 149° posto su 180 per libertà di stampa) e spesso brutale come la Turchia, perché respinga o trattenga i migranti, purché non li faccia venire da noi?
    Come si può essere per il presepe, che pullula di poveri (i pastori della Palestina o il popolino napoletano) e non dire nulla contro una politica economica che dagli anni '80 ad oggi ha favorito ricchi e benestanti e penalizzato poveri e meno abbienti (ricordiamo che negli anni ’70 c’erano scaglioni di reddito con aliquote IRPEF del 50, 60 e perfino 80%, mentre oggi l’aliquota massima - sopra i 75.000 euro lordi annui - è del 43%: quindi un super-ricco e una persona che guadagna 3.000 euro al mese sono tassati con la medesima aliquota)?
    Come si può tollerare che in Italia vi siano oltre 50.000 persone senza casa, senza che questo diventi una priorità per l'azione di governo? [2]
    Come si può accettare che il 20% degli italiani possieda il 62% della ricchezza del Paese e il 20% più povero solo lo 0,4%, senza che si intraprenda una vigorosa azione di redistribuzione della ricchezza (che secondo la maggioranza degli economisti sarebbe il più efficace provvedimento contro la crisi economica)? [3]
    L'identità cristiana, di cui tanti cianciano, non sono simboli e tradizioni come il presepe, a cui ci si aggrappa senza comprenderne il significato, ma è l'attenzione agli ultimi, il vedere in ogni altro uomo un nostro fratello, il sapersi immedesimare nell'altro (“Da questo riconosceranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri”). Da questo punto di vista è un'identità che può essere rivendicata (se si vuole) anche da chi credente non è: non è molto diversa, in fondo, dai valori illuministici di libertà, fraternità, uguaglianza, per i quali tanti hanno dato la vita, e che dovrebbero essere i valori fondativi dei nostri Stati democratici.
    Facciamo quindi il presepe, se vogliamo farlo, scambiamoci gli auguri di buon Natale, ma solo se condividiamo, da credenti o non credenti, il messaggio di Gesù di Nazareth di fraternità e di attenzione privilegiata ai poveri, agli stranieri, agli ultimi.
    A noi ci piace il presepe e per questo la Marco Mascagna augura a tutti buon Natale.
     
    1) Fondazione Migrantes 2015 2) Istat 2014; OXFAM 2015
     

    Gli ultimi dati sull'inquinamento atmosferico e alcune riflessioni (14/12/2015)

    L’Agenzia Europea per l’Ambiente ha pubblicato il nuovo rapporto sull’inquinamento atmosferico in Europa e molti giornali hanno pubblicato articoli intitolati “Italia il Paese più inquinato: 84.000 morti ogni anno per l’aria inquinata”.
    Il numero di morti indicati è quasi il doppio rispetto a quello fornito da altri studi e che noi della Marco Mascagna abbiamo più volte riportato. Che cos’è successo? Sono cambiate le stime di danno? E’ aumentato l’inquinamento atmosferico? I giornalisti hanno preso una cantonata? E quali riflessioni vanno fatte su questi dati e sul triste primato dell'Italia?
    Il rapporto è basato sui dati forniti dai Ministeri dell’Ambiente delle varie nazioni e le procedure di rilevamento degli inquinanti sono stabilite da norme comunitarie sulla base della letteratura scientifica. Per l'Italia il documento della AEA riporta le seguenti stime di morti causate dall'inquinamento atmosferico:
    - 59.500 morti/anno per il PM2.5
    - 3.300 morti/anno per l’O3
    - 21.600 morti/anno per l’NO2
    La somma effettivamente fa 84.000 morti. Ma nel rapporto è scritto (pagina 44) che le stime non sono sommabili tra di loro, essendo riferite a inquinanti intrinsecamente correlati. Possiamo dire con una certa approssimazione che i morti dovrebbero essere tra i 60.000 e i 75.000. Comunque molti di più dei 40.000-50.000 di altri studi.
    Nel rapporto è scritto anche che la situazione dell'inquinamento atmosferico è lievemente migliorata, ma resta molto critica. Quindi l'aumento non dipende da un peggioramento dell'inquinamento.
    Per calcolare il numero di morti sono utilizzate le stime degli ultimi studi in proposito (es. lo studio ESCAPE), studi tra i più accreditati. Il calcolo dei morti per le polveri fini è stato fatto rispetto ad un valore di riferimento di 0 microgrammi/mc, seguendo la raccomandazione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità di calcolare l’impatto sul “full range” delle concentrazioni. Gli altri studi invece avevano come valore di riferimento 10 mcg/mc, valore che si può considerare molto vicino al fondo naturale. Possiamo dire, cioè, che il raporto dell'AEA stima i morti dovuti alle polveri fini (naturali+artificiali), che sono tra i 60.000-75.000 gli altri studi solo quelli dovuti all'inquinamento vero e proprio (40.000-50.000 morti all'anno).
    I giornalisti non hanno letto il rapporto né chiesto pareri a qualche esperto, hanno sommato i dati riferiti all'Italia e hanno sparato la cifra di 84.000 morti all'anno (la più alta tra i Paesi europei), senza un minimo di riflessione su perché l'Italia ha questo tragico primato (primato che in realtà non ha, perché se si considerano i morti/abitante, Bulgaria, Ungheria e Romania, sono messi peggio dell'Italia).
    C'è da chiedersi: perché la Svezia ha 0,4 morti per inquinamento atmosferico ogni 1000 abitante e l'Italia ne ha 1? Perché Francia, con 6 milioni in più di abitanti dell'Italia, ha 16.000 morti in meno per polveri fini? Perché in Spagna, Danimarca e Regno Unito l'inquinamento atmosferico causa 0,5 morti/1000 abitanti, in Francia e in Germania 0,7 morti/1000 abitanti, mentre in Italia 1/1000 (cioè il 100% in più di Danimarca, Spagna e Regno Unito e il 43% in più di Francia e Germania)?
    Questa notevole differenza non dipende dal tasso di industrializzazione e nemmeno da condizioni climatiche o dal numero di inceneritori. Ciò che distingue l'Italia da questi Paesi è il numero di veicoli circolanti: in Italia ci sono 61 autovetture ogni 100 abitanti, in Germania 54, in Francia 51, in Spagna 47, nel Regno Unito 46. Questo è quello che determina il maggiore inquinamento atmosferico in Italia, che ha infatti come fonte più importante il traffico veicolare.
    Questa semplice verità è stata taciuta da tutti i giornali.
    Mentre per mesi giornali e televisioni hanno parlato del presunto inquinamento dei prodotti agricoli della Terra dei Fuochi, terrorizzando i cittadini, non li si informa che auto, moto e camion avvelenano l'aria e determinano senza alcuna ombra di dubbio (perché tutti gli studi in proposito sono conformi e danno stime abbastanza simili), varie decine di migliaia di morti ogni anno. Cosi la gente si preoccupa molto di più per cose poco pericolose (es. onde elettromagnetiche e rifiuti) e quasi nulla di cose estremamente pericolose (l'inquinamento da auto, moto e camion). Il Governo e la Regione destinano milioni di euro per la Terra dei Fuochi e molto meno per un problema ben più grave come l'inquinamento atmosferico da veicoli a motore. Anzi i Governi danno incentivi e finanziamenti al trasporto merci su gomma e si accollano gran parte dei costi del trasporto su gomma (secondo lo studio AdT i soldi che entrano nelle casse pubbliche grazie a tassa di possesso dei veicoli, accise sui carburanti e ricavi di multe e contravvenzioni sono inferiori a quelle che sono spese per costruzione e manutenzione delle strade, gestione del traffico e costi esterni, come le malattie da inquinamento, i danni ai monumenti ecc.
    Una politica che disincentivi l'uso spropositato di auto, moto e camion e che incentivi il trasporto pubblico e l'uso di bici e piedi non solo salverebbe ogni anno decine di migliaia di vite, ma renderebbe le nostre città più vivibili, più belle, più turisticamente appetibili. Contribuirebbe inoltre a ridurre l'effetto serra, le piogge acide e il buco d'ozono e creerebbe posti di lavoro.

    EEA: Air quality in Europe — 2015 report

    Consigli alimentari o consigli per gli acquisti? (25/11/2015)

    Abbondano in televisione e sui giornali ricette di cucina e consigli alimentari, indicazioni di alimenti da evitare perché pericolosi e da assumere assolutamente perché proteggerebbero dalle malattie e ci farebbero stare in buona salute. Poi c'è la pubblicità che tesse le lodi di questo e quell'altro prodotto. Possiamo fidarci di tutti questi consigli?
    Se pensiamo che le prime 7 aziende alimentari hanno incassato 270 miliardi di dollari nel solo 2013 (Unilever 69 miliardi di dollari, Pepsi-Co 66, Coca Cola 47, MARS 33, Danone 29, Kellogg’s 15, Nestlé 11) e speso 21 miliardi di dollari in pubblicità. Qualche dubbio dovrebbe sorgere.
    Oggi le grandi aziende alimentari hanno due principali strategie di marketing:

    1. Tenere bassi i prezzi e alto il margine di profitto, usando materie prime di basso costo e producendo prodotti di largo consumo. Gli esempi sono le acque in bottiglia, le bibite, le patatine fritte e i junk fund. E' questa strategia che porta al grande uso di olio di palma e di cocco, che hanno il vantaggio di costare poco e irrancidire dopo molto tempo, ma lo svantaggio di essere ricchi di grassi saturi che sono la principale causa delle malattie cardiovascolari (infarto, ictus ecc.). L'olio di cocco è costituito per circa il 80% di grassi saturi, quello di palma per circa l'80%; l'olio extravergine di oliva ne ha solo il 12%, quello di arachide il 18%: una bella differenza!
    2. La seconda strategia è quella disegmentare il pubblico e la produzione”, cioè produrre alimenti per “mangioni”, “salutisti”, “alternativi”, “tradizionalisti”, bambini, adulti ecc, dando un ruolo centrale alla pubblicità diretta e indiretta: bibite dolci e senza zuccheri, prodotti grassi e light, junk food e “prodotti naturali”, cibi per carnivori e vegetariani. Si è calcolato che un bambino che guarda 2-3 ore di televisione ogni pomeriggio vede in un anno 5.000 spot pubblicitari di alimenti (soprattutto snack dolci e salati, bibite, biscotti). Una casalinga ne vede molti di più e per di più guarda molte ore di trasmissioni ricche di consigli alimentari.

    Tutta questa grande opera di “informazione ed educazione alimentare” svolta dalle aziende porta a convinzioni e idee spesso molto diffuse ma che non hanno alcun fondamento scientifico e a comportamenti bizzarri o scorretti.
    Vediamone qualcuno.
    1) La convinzione che l'acqua in bottiglia sia più sicura e più salutare di quella del rubinetto. L'acqua del rubinetto è più controllata e deve rispettare parametri più rigorosi. Molti non la bevono perché contiene il calcare, non sapendo che questo è un problema per la lavastoviglie, ma non per il nostro organismo che ha bisogno di calcio (e molte persone hanno un deficit di calcio). Ovviamente non esistono acque che “depurano dentro” o “della salute”. Sono solo due delle tante trovate pubblicitarie, che però determinano l'acquisto ogni anno in Italia di 12,4 milioni di tonnellate di acqua.

    1. La convinzione che le fette biscottate siano meglio del pane e che sono poco ingrassanti. In realtà 100 g di fette biscottate contengono solitamente tra le 390 e le 420 calorie e 10 g di grassi di cui 2,5 g di grassi saturi (il pane bianco 270 calorie, 3,5 g di grassi di cui 0,7g di grassi saturi). Una singola fetta biscottata da circa 40 Calorie.
    2. L'eccessiva importanza che si dà alle proteine che porta ad un consumo veramente eccessivo (gli italiani adulti mangiano in media 90g di proteine al giorno invece dei 50-60 consigliati)
    3. L'uso senza alcun bisogno di integratori alimentari e alimenti nutraucetici. Tra l'altro vi sono integratori a base di Glutatione, che è una delle poche sostanze con evidenze non solo di laboratorio di un'azione antiinvecchiamento e anticancro, ma che purtroppo viene digerito, per cui assumerlo per bocca non serve a niente.
    4. La convinzione che i prodotti della soia abbiano virtù particolari
    5. La convinzione che il grano Kamut e i grani cosiddetti originari siano molto meglio degli altri grani.

    Quando si tratta di alimentazione dovremmo tenere presente i seguenti principi che non derivano solo da molte ricerche ma anche dal buon senso:
    1) Un’alimentazione corretta è importante per mantenere una buona salute, ma ci si ammala e si muore anche facendo la più corretta alimentazione possibile e l’ortoressia (l'eccessiva, ossessiva attenzione a seguire un'alimentazione sana) è una malattia.
    2) Non mangiamo solo per nutrirci ma anche per procurarci piacere, per socializzare ecc. Quindi uno stile alimentare che ci fa perdere il piacere di mangiare e che ci isola dagli altri è un'alimentazione “sana”?
    3) L’alimentazione è molto complessa: evitiamo semplificazioni (naturale/artificiale, fa male/fa bene, vegetale/animale, crudo/cotto) e le mode
    4) Vi sono cose molto importanti (non ingrassare; non assumere troppi alcolici, troppi grassi saturi, troppo sale, troppe proteine; mangiare verdura e frutta), altre meno importanti (es. limitare le carni rosse, limitare gli zuccheri semplici), altre tutte da dimostrare (es. non bere latte, mangiare solo alimenti con basso indice glicemico, non assumere cibi grassi con cibi proteici ecc.) e altre smentite dai fatti (es. che il crudismo sia uno stile alimentare “salutare”).

    Fare di ogni erba un fascio è molto pericoloso (repetita opportet) - 25/11/2015

    I contadini sapevano bene che se si prendeva tutta l'erba di un prato senza fare tanta attenzione alle diverse specie presenti e se ne faceva un solo fascio e poi lo si dava da mangiare al cavallo o alla propria famiglia si rischiava di procurare la morte dell'uno o dell'altra. Da questa esperienza è nata l'espressione "Non bisogna fare di ogni erba un fascio". Oggi sono pochi a raccogliere erba, ma non pochi che ne fanno un solo fascio.
    Prima di fare un'affermazione bisognerebbe sempre vedere se c'è qualche cosa che la smentisce e, se c'è, bisognerebbe derivarne che l'affermazione è falsa, forse proprio perché fa di ogni erba un fascio. Non è vero, infatti, che "l'eccezione conferma la regola", anzi "l'eccezione conferma che la regola è sbagliata" (non vera), perché contraddetta dai fatti.
    Il medesimo spirito critico dovremmo avere quando leggiamo i giornali o un libro, quando sentiamo un dibattito o una conferenza, quando vediamo un programma televisivo o un sito web.
    In questi giorni, dopo i tragici fatti di Parigi, abbiamo ascoltato interessanti riflessioni, doverose domande a cui dare una risposta, ma anche tante affermazioni superficiali e azzardate perché smentite dai fatti.
    Se si dice che "L'Occidente è tollerante" bisogna chiedersi: "Il nazismo, il fascismo, lo stalinismo dove sono nati e si sono sviluppati? Atteggiamenti xenofobi e omofobi non sono forse ancora molto diffusi in Occidente e, purtroppo, in ascesa?"
    Se si dice che la religione islamica è intollerante e violenta, si sono letti gli innumerevoli passi del Corano che definiscono Allah “Il Misericordioso" e si dice che "non ama gli eccessi"? Si è letto il brano che definisce il credente colui che "respinge il male col bene"? Si conosce il brano che dice che chiunque uccide un uomo "è come se avesse ucciso l'umanità intera, e chi ne ha salvato uno, è come se avesse salvato tutta l'umanità"? Le uniche eccezioni a tali insegnamenti, per il Corano, sono la pena di morte per l'uomo che ha a sua volta ucciso o "sparso la corruzione sulla terra" e la guerra difensiva (dove però è vietata l'uccisione di donne, anziani e bambini). Una posizione molto pacifista e non violenta per l'epoca (il VII secolo dopo Cristo) e caratterizzata da pragmatismo e moderazione che molti studiosi ritengono due caratteristiche dell'Islam.
    Se si dice che "Le religioni, con la loro convinzione di possedere la verità, hanno in sé la radice dell'intolleranza e della violenza" si è cosi certi di non credere a propria volta di possedere la verità? (In realtà crediamo che ognuno ritiene vere, giuste e sagge le posizioni che ha, anche perché, se ritenesse il contrario, probabilmente le cambierebbe). E come mai questa radice di intolleranza e di violenza ha determinato uomini come San Francesco e Gandhi (nonchè Maulana Abul Kalam Azad e Khan Abdul Ghaffar Khan), la nonviolenza, l'obiezione di coscienza alla guerra e alla sua preparazione e in alcuni casi il rifiuto di qualsiasi forma, anche minima, di violenza? Nè ci risulta che Stalin o Pol-Pot fossero religiosi.
    Tutto ciò, ovviamente, non vuole dire che l'Occidente è intollerante, né che il Corano e la religione islamica non siano utilizzati da una piccola minoranza degli 1,6 miliardi di mussulmani per giustificare l'intolleranza, l'odio e la violenza, e nemmeno che tutti i credenti sono tolleranti, miti e pacifici. Quello che vogliamo dire è che la realtà è complessa, sfaccettata e ricca di sfumature e per comprenderla bisogna osservarla con occhi scevri da pregiudizi e senza semplificarla in bianco e nero, buoni e cattivi. Se non si riesce a vedere la complessità, le sfumature, le sfaccettature si rischia poi di muoversi come ciechi in una cristalleria ed è proprio la cosa di cui abbiamo meno bisogno in questo momento.
    Purtroppo molti politici, giornalisti e opinion leader parlano alla pancia delle persone (che non è un organo capace di pensare e ragionare) ed enfatizzano rischi e pericoli. Spaventare le persone è una facile strategia per guadagnare consensi e avere deleghe in bianco. Quando si è spaventati non si riesce a ragionare lucidamente, ma è proprio in queste situazioni, invece, che è necessario ragionare lucidamente e non fare scelte azzardate di cui ci potremmo pentirci amaramente.
    Consigliamo di leggere le razionali 7 proposte dello storico Franco Cardini pubblicate sul periodica “Vita” (http://dm.vita.it/publish/m/vitadigitalmagazine/i/paris2015/production/desktop).

    Tagli e notizie false sulla Sanità per favorire le assicurazioni (15/11/2015)

    L'Italia è tra i Paesi europei che spende di meno per la Sanità. La spesa pubblica è pari al 7% del PIL (prodotto interno lordo). In Olanda è il 10,1%, in Danimarca il 9,3%; Francia 9%; Germania 8,7%; Austria 8,5%; Belgio 8,1%; Norvegia e Svezia 7,9%, Regno Unito 7,8%; Islanda 7,4%, Finlandia e Spagna 6,8%; Portogallo 6,7%; Grecia 6,1% [1].
    Se il confronto viene fatto in valori assoluti (a parità di potere di acquisto), la situazione è analoga: l'Italia spende 2.481 dollari per abitante, molto meno dell'Olanda (4375 dollari/ab), della Germania (3.691 dollari/ab), Francia (3.317 dollari), Irlanda (2.628 dollari) e poco più della Spagna (2.190 dollari). L'Italia spende il 28,7% in meno della media dei Paesi UE14 [1].
    Malgrado ciò ad ogni finanziaria si continua a tagliare la spesa sanitaria (dal 2010 al 2013 la spesa sanitaria è stata tagliata del 3,5% all'anno) [1].
    Si è fatto credere (ed è diventato senso comune) che spendiamo troppo e che il Sistema Sanitario è inefficiente, anche se i dati dicono il contrario. A fronte di una spesa sanitaria così bassa abbiamo risultati che altri Paesi ci invidiano: siamo il Paese con la più alta aspettativa di vita dopo la Spagna (Italia 82,8 anni, UE 79,2 anni), la mortalità post-ricovero per infarto e ictus è tra le più basse di Europa [1], la sopravvivenza per i malati di cancro è migliore non solo della media Europea ma anche dei Paesi del Nord Europa (32% di sopravvivenza a 5 anni in Italia contro il 22% del Nord Europa per il tumore gastrico; 89% contro l'85% per il tumore alla prostata; 61% contro il 59% per il cancro del colon; 86% contro l'85% per il tumore alla mammella; 67% contro il 56% per il cancro al rene) [2].
    Questo non significa che non vi sono problemi. I principali sono i lunghi tempi di attesa per molte prestazioni, una non tollerabile differenza tra le prestazioni di alcune regioni e quelle di altre, tra alcuni centri ed altri; le disuguaglianze di salute tra ricchi e poveri, tra istruiti e non istruiti (i poveri vivono 5,6 anni in meno dei ricchi; nelle donne con licenza elementare il 23% è obeso, nelle laureate solo il 4%) [3]. Esistono anche sprechi e inefficienze, ma queste non si affrontano riducendo la spesa sanitaria ogni anno del 3,5%. In questa maniera si tagliano solo i servizi e non si rispetta l'art. 32 della Costituzione (“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività). Basta pensare che nel solo 2012, per motivi economici, 2,7 milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi [4].
    Per affrontare questi problemi sarebbe necessario investire nella sanità un poco di più (anche rimanendo sotto la media UE) e affrontare con provvedimenti coraggiosi le cause delle inefficienze (le raccomandazioni, le carriere fatte per “motivi politici” invece che per merito, l'utilizzazione del ruolo pubblico per la propria attività professionale privata ecc.). Ma di questo non si parla. Si parla sempre di costi eccessivi della Sanità, della necessità di tagliare la spesa e di introdurre nuovi ticket, dell’impossibilità di garantire a tutti le cure, dell'opportunità di favorire le assicurazioni integrative o di creare un sistema misto (limitare l'assistenza a carico dello Stato solo a chi è di basso reddito mentre gli altri cittadini sarebbero obbligati ad assicurarsi).
    Nei rapporti del Censis, per esempio spesso si fanno simili analisi e proposte. Non tutti sanno però che i rapporti del Censis sulla sanità (così come quelli di altri enti) sono commissionati e finanziati dalle compagnie di assicurazione (in particolare dall'Unipol). Il Forum ANIA-Consumatori, che ha pubblicato un rapporto sulla situazione sanitaria italiana, non è un'associazione di consumatori, ma il consorzio delle compagnie di assicurazioni.
    Da vari anni si sta indebolendo il Sistema Sanitario pubblico, tagliandone i fondi e parlandone male, e si insinua l'idea che è necessario un sistema misto assicurativo e pubblico.
    In realtà l'ingresso delle assicurazioni nella sanità non migliora le prestazioni sanitarie e la salute dei cittadini e non riduce la spesa da parte dello Stato. Può sembrare strano ma i dati dicono che è così. In Olanda, Germania, Belgio, Francia e Austria, cioè nei Paesi dove lo Stato spende di più per la Sanità, le assicurazioni hanno un ruolo importante.
    Negli USA dove l'assistenza sanitaria pubblica è garantita solo agli indigenti (e, dopo la riforma Obama, anche a famiglie di basso reddito), la spesa sanitaria totale è il 16,9% del PIL di cui l'8% di parte pubblica. Cioè negli Usa lo Stato spende per la Sanità più dell'Italia (l'Italia spende il 7% del PIL) riuscendo a garantire un'assistenza sanitaria (molto più scadente dell'Italia) solo al 30% della popolazione [1].
    Come spesso succede le opinioni sono create ad arte e subdolamente, e si radicano diventando convinzioni salde e si trasmettono poi da cittadino a cittadino. Bisogna avere sempre un atteggiamento critico, valutare sui dati e non sul sentito dire o sulle impressioni ed essere attenti ai conflitti di interesse.  
    Fonti: 1) OCSE; 2) Eurocare, Lancet Oncology 2014; 3) Costa –Spadea: disuguaglianze di salute; 4) C.R.E.A. Sanità-Università di Roma Tor Vergata 2015;

    Tra salvare decine migliaia di vite e dispiacere alle industrie automobilistiche il Governo sceglie le case automobilistiche (07/11/2015)

    L’inquinamento atmosferico è il più pericoloso per la salute e per l’ambiente. Numerosi studi  evidenziano che l'inquinamento dell'aria determina tumori, malattie respiratorie, infarti.
    L'Organizzazione mondiale della Sanità ha inserito l'inquinamento atmosferico determinato dai veicoli a motore tra i cancerogeni certi. Grazie a studi che hanno seguito per molti anni migliaia di persone abitanti in zone con diverso livello di inquinamento possiamo anche calcolare quanto è il rischio e quante persone ogni anno si ammalano e muoiono a causa dell'inquinamento atmosferico: in Italia muoiono 40.000 persone [1], a Napoli circa 2.000 [2].
    In Italia e in Europa la principale fonte di emissione sono auto, moto e camion [3]. In Italia il 52% degli ossidi di azoto, il 45% del monossido di carbonio, il 27% dei composti organici volatili (benzopirene, benzofenantrene ecc.), il 24% delle polveri fini (PM10) e il 26% delle polveri ultrafini (PM2,5) originano dal trasporto su gomma [4] .
    Per questi motivi tutti i Paesi della UE nel 2010, al termine della Conferenza su Salute e Ambiente, hanno firmato un documento nel quale si sono impegnati a "intensificare gli sforzi per sviluppare, migliorare ed implementare la salute e la legislazione ambientale”, promettendo “limiti più' rigorosi delle emissione massime dei veicoli a motore”.
    La Commissione Europea ha preso sul serio questa dichiarazione è ha steso una proposta di regolamento che prevede che i veicoli devono superare test su strada (il test RDE Real Driving Emission) e non solo “in laboratorio” (test NEDC New European Driving Cycle, che è ancora quello definito nel 1979). I veicoli infatti inquinano e consumano molto più di quanto dichiarato dalle case automobilistiche perché queste analizzano le performance in situazioni artificiali (col test NEDC), molto diverse da quelle reali, su strada. La proposta della Commissione prevedeva che dal gennaio 2017 i nuovi modelli e dal 2018 i nuovi veicoli (anche quelli di vecchi modelli) dovevano superare test su strada e che le emissioni di ossidi di azoto (verificati tramite test su strada) non  potevano discostarsi oltre il 60% dai limiti di legge, dal settembre 2019 i veicoli dovevano rispettare i limiti di legge utilizzando il test su strada (il test RDE).
    Ma qualche giorno fa i Governi dei Paesi della UE hanno varato un regolamento molto più permissivo:
    - l'obbligo di test su strada per i nuovi modelli slitta di 9 mesi (dal settembre 2017), quello per i nuovi modelli di un anno (entrano in vigore dal 2019, invece che dal 2018)
    - si permettono valori più alti del 110% (invece che del 60% come previsto) fino al 2020 (invece che fino al 2019).
    - si dà licenza alle aziende automobilistiche di non rispettare mai i limiti stabiliti. Infatti mentre la proposta della Commissione prevedeva che dal settembre 2019 i test su strada erano superati se si rispettava il limite di legge, il regolamento varato dai Governi ha stabilito che i test sono superati anche se i valori di emissione rilevati su test su strada eccedono del 50% i limiti di legge e questo solo dal 2020, prima, infatti, potranno essere anche del 110% più alti.
    Questa scelta non è priva di conseguenze per noi cittadini: essa determinerà in tutta Europa decine di migliaia di morti in più ogni anno.
    Il nostro Governo è stato tra i principali sostenitori di queste modifiche; l'Olanda l'unico Paese a votare contro e la Repubblica Ceca si è astenuta. Gli altri Governi hanno preferito stare dalla parte delle case automobilistiche invece che da quella dei cittadini.
    Il problema e che i cittadini non fanno sentire la loro voce, si disinteressano e pensano ad altro, mentre le aziende automobilistiche sono molto attente e svolgono un'azione di lobbying.
    Tra un mese si terrà a Parigi la Conferenza sui cambiamenti climatici, il regolamento approvato dai Governi Europei che prima abbiamo illustrato è un pessimo presagio delle decisioni che si potrebbero prendere se i cittadini europei pensano ad altro e non fanno sentire la loro voce. Un modo per farlo è firmare la petizione lanciata dal WWF (http://www.wwf.it/roadtoparis.cfm#firma)  e/o quella della piattaforma Progressi (http://www.progressi.org/clima) e/o ancora quella lanciata da varie associazioni statunitensi ai Governi che parteciperanno alla Conferenza (http://pollutersoutpeoplein.com/?code=RAN2).
    Un altro modo è quello di chiedere conto ai nostri eletti delle loro scelte e di esercitare il diritto voto con lucida razionalità e non sulla base di simpatie o antipatie, di paure o sogni, ma dei fatti. 
     
    Fonti: 1) EEA European Environment Agency (2013). Le stime sono basate sul rapporto dell’OMS “Health effects of transport related air pollution, 2005” e quindi andrebbero ricalcolate sulla base delle stime, più severe, degli studi più recenti (ESCAPE ecc.). 2) Il dato è calcolato applicando i valori dei “rischi attribuibili” evidenziati nello studio ESCAPE alle medie annue dei principali inquinanti forniti dall'ARPA. 3) ISPRA- Ministero dell'Ambiente Stato dell'Ambiente 2014. 4) Ispra-Ministero dell'Ambiente Qualità dell'ambiente urbano 2014

    C'è chi rompe e non paga e chi fa orecchie da mercante (31/10/2015)

    L'Unione Europea ha tra i propri principi fondamentali il principio “Chi inquina paga”. Questo principio non risponde solo a criteri di giustizia ma a ragioni economiche.
    Se per esempio due soggetti producono la stessa merce che ha un valore x (per esempio 1000 euro), ma un produttore non determina nessun inquinamento, mentre l'altro si, in realtà il valore prodotto dai due produttori non è uguale perché uno ha prodotto x (1000 euro), mentre l'altro x meno il costo del danno procurato dall'inquinamento.
    Per esempio, se il secondo produttore, per produrre la propria merce, ha sporcato una piazza, per cui per ripulirla sono necessarie 300 euro, la ricchezza prodotta è stata in realtà 1000 euro – 300 euro, cioè 700 euro. Se il secondo produttore fosse anche il proprietario della piazza si accorgerebbe subito che nel suo sistema di produzione qualcosa non va e cercherebbe di fare come fa il primo produttore che non ha costi aggiuntivi perché non produce “danni collaterali”.
    Nella realtà purtroppo quasi sempre avviene che i danni non ricadono su chi li ha prodotti ma sulla collettività intera o su gruppi di persone o singoli soggetti che dall'attività produttiva non hanno guadagnato niente. Per questo gli economisti dicono che bisogna “internalizzare le esternalità negative” (cioè calcolare quanto è il costo del danno collaterale di quella determinata produzione e far pagare questo costo al produttore). In questo modo si stimolano i produttori a migliorare le loro produzioni (a non produrre esternalità negative), si stimolano i consumatori a preferire prodotti che causano meno danni collaterali (perché costeranno di meno non gravando di esternalità negative) e si fa in modo che lo Stato abbia risorse adeguate per riparare i danni arrecati da tali produzioni.
    Il principio “chi inquina paga” è un caso particolare di “internalizzare le esternalità negative”. Secondo questo principio quindi bisognerebbe calcolare tutti i danni provocati da ciascuna produzione e farli pagare al titolare della produzione.
    La cosa è più facile a dirsi che a farsi. Per esempio quanto “costa” una vita umana? Un paesaggio deturpato? Un gruppo di cittadini stressati? Un sonno disturbato dai rumori?
    Malgrado tutte le critiche che si possono fare a questo principio (critiche avanzate da ecomarxisti, bioeconomisti ecc.) la sua applicazione avrebbe comunque notevoli vantaggi (oltre a ripristinare un po' di giustizia).
    Uno studio commissionato dall’Unione Europea ha stimato che i combustibili fossili determinano ogni anno danni per un valore tra 150 e 300 miliardi di euro. Non ci risulta però che i produttori di tali combustibili paghino questi costi esterni. In vari Paesi europei vige una tassa sulle emissioni di CO2 o tasse sui carburanti, ma in questo caso paga chi utilizza i combustibili fossili. Non è l'ideale ma è già qualcosa, perché è un modo col quale si fanno pagare i danni causati dagli effetti collaterali a chi in qualche modo li ha procurati. Per esempio si fanno pagare i danni dell'inquinamento atmosferico a chi usa auto e moto e non a chi usa la bicicletta o i piedi.
    A quanto ammontano i danni del trasporto su gomma e quanto pagano automobilisti e motociclisti e autotrasportatori? Purtroppo la più recente indagine sui costi esterni del trasporto su gomma risale al lontano 2004. Le cifre sulle entrate le fornisce il Ministero dei trasporti e l'ACI. Ecco i dati (tutti del 2004): entrate tramite il gettito fiscale 58 miliardi, esternalità negative 38 miliardi di euro, spesa pubblica per i trasporti su gomma (costruzione e manutenzione strade, polizia stradale ecc.) 40 miliardi. Quindi nel 2004 lo Stato ha speso per i trasporti su gomma 78 miliardi e ha incassato dalle tasse sui trasporti (accise sulla benzina, tassa di possesso del veicolo ecc.) 58 miliardi. Rimangono 20 miliardi che sono stati pagati non da chi usa di più auto, moto o camion ma da tutti i cittadini, anche da quelli che non hanno né auto né moto o che ne fanno un uso oculato.
    Ma c'è qualcosa di più grave.
    Due anni fa Legambiente ha spulciato tutte le varie leggi e leggine con le quali lo Stato da finanziamenti, sconti e agevolazioni a settori strettamente connessi con i combustibili fossili. Si è scoperto così che l'Italia ogni anno regala 4,4 miliardi a autotrasportatori, centrali elettriche alimentate a combustibili fossili (carbone , metano ecc.), industrie che fanno un grande uso di questi combustibili.
    Per esempio agli autotrasportatori sono andati circa 2 miliardi di sconti sui carburanti, 400 milioni/l'anno di fondi per il sostegno al settore, 120 milioni per sconti sui pedaggi autostradali, 22 milioni di sconti sulla RCA. Quasi 2 miliardi sono andati invece alle centrali termoelettriche. Lo Stato versa molti più soldi alle centrali a carbone o a metano che all'energia solare o eolica.
    Nel 2015 l'Italia ha avuto un richiamo dall’Unione Europea per il ritardo nell'introdurre tasse modulate secondo il principio del "chi inquina paga" (“rimangono lettera morta la revisione dell'imposizione ambientale e l'eliminazione delle sovvenzioni dannose per l'ambiente”).
    In questi ultimi anni  l'espressione “Ce lo chiede l'Europa” è stato un leitmotiv nella politica italiana. Si sono tolti diritti ai lavoratori, si sono tagliati servizi, sono state aumentate varie tariffe perché “ce lo chiede l'Europa”. Se però l'Europa ci chiede di eliminare le sovvenzioni a settori fortemente inquinanti e di introdurre tasse che rendono effettivo il principio “Chi inquina paga” questo richiamo ai nostri governanti entra da un orecchio ed esce dall'altro.
     
    Fonti: AdT: I costi ambientali e sociali del trasporto in Italia, 5° rapporto (2005);  Ministero dei Trasporti conto nazionale trasporti 2005; Legambiente: Stop sussidi alle fonti fossilli (www.legambiente.it/sites/default/files/docs/stopsussidifontifossili_2014_0.pdf)

    La forza della mitezza e l'inconsistenza, pericolosità e inefficacia dell'arroganza (23/10/2015)

    A noi non importa niente essere alla moda e nemmeno dire cose originali. Le mode passano velocemente e, una volta passate, ci appaiono ridicole; l’originalità non è un valore in sé (una cosa originale può anche essere brutta, falsa, inutile, malvagia ecc.): acquista valore solo se si accompagna a qualcosa che ha valore in sé (che è bella, vera, utile, buona ecc.).
    Oggi vogliamo parlarvi della mitezza, una cosa non di moda, e probabilmente diremo cose non originali. Anzi, pensiamo che sia utile parlarne proprio perché non è di moda, proprio perché questa virtù si è eclissata ed è invece importante riscoprirla e praticarla.
    Sembra che il significato originale di mite sia “maturo al punto giusto”, cioè né acerbo ed aspro, né fracido ed andato a male. Da qui i significati di tenero, dolce, né troppo né troppo poco (da cui per es. “una temperatura mite”). Il contrario di mite è aggressivo, arrogante, violento, eccessivo.
    Molte pagine facebook, trasmissioni televisive, liste di discussione sono piene di violenza e aggressività. Troppo spesso vediamo persone pronte a saltar su, a sbraitare, ad offendere, a “mandare a ...” chi la pensa in maniera diversa; troppo spesso le discussioni diventano dei combattimenti, il confronto con gli avversari una guerra senza esclusione di colpi, il vivere quotidiano una perenne lotta.
    C’è troppa violenza nella nostra società, troppa aggressività nei rapporti umani, troppa arroganza. Questo è un primo motivo per riscoprire e praticare la mitezza: per rompere il circolo vizioso dell’aggressività, la spirale della violenza, per rendere il mondo più vivibile.
    La comunicazione, le relazioni umane sono processi circolari, se ci si sente minacciati ci si mette sulla difensiva e si attaccherà a sua volta: in questa maniera si fa emergere il peggio dalle persone. Se invece si ha una comunicazione mite, improntata al rispetto per gli altri, si dà la possibilità di fare emergere gli aspetti positivi dell’altro, si instaura non un combattimento ma un vero dialogo e il dialogo permette di capire le ragioni dell’altro, di vedere la realtà da punti di vista diversi: allarga lo sguardo, arricchisce e favorisce la crescita intellettuale e morale (come anche tante ricerche scientifiche dimostrano).
    Non va confusa la mitezza con la tolleranza. La tolleranza si basa sulla reciprocità (“io ti tollero se tu mi tolleri”), mentre la mitezza è incondizionata, perché è basata sul fatto che tutti gli uomini sono degni di rispetto. Tutti gli uomini sono degni di rispetto, ma non tutte le opinioni, le idee e le ideologie sono degne di rispetto (l’opinione che le donne, gli ebrei, i negri, gli arabi siano “esseri inferiori” non è degna di rispetto). Il mite non può tollerare tali opinioni e ideologie, sente che ha il dovere di combatterle e di difendere chi è debole o subisce violenza.
    La tolleranza è figlia dell’indifferentismo, del “io mi faccio i fatti miei e tu ti fai i tuoi”; la mitezza nasce da “siamo tutti fratelli, tutti degni anche se tutti impastati di bene e di male”.
    Alcuni pensano che la mitezza non paghi, non realizzi niente e che con l’aggressività, l’arroganza e la prepotenza si ottiene di più. Noi crediamo che le cose non stanno così. “Mandare a quel paese” qualcuno o “dirgliene quattro”, può farci credere di aver raggiunto un obiettivo, ma è un’infantile ed effimera soddisfazione personale (uno “sfogo”), che nulla cambia nella realtà. Il mite non sa che farsene di una tale soddisfazione personale, egli vuole incidere, vuole cambiare la situazione in maniera irreversibile. E sa che per incidere profondamente nella realtà bisogna sentire le ragioni dell'altro, instaurare un dialogo, cercare mediazioni alte. I diktat, le imposizioni, i colpi di mano possono dare l'illusione di fattività ma alla lunga non pagano, non cambiano irreversibilmente. Non basta vincere, bisogna anche convincere e, soprattutto, convincere chi la pensa in altro modo.
    Martin Luther King, Gandhi, Nelson Mandela sono persone che hanno cambiato profondamente la realtà, grandi politici e uomini d’azione. Persone che hanno fatto della mitezza il loro carattere distintivo, che hanno vinto perché hanno convinto. Purtroppo oggi quasi tutti i politici fanno sfoggio d’arroganza e di machismo e, ahi noi, tanti cittadini pensano che ciò sia segno di capacità politica.

    Una strana e iniqua politica fiscale: prendere ai poveri per dare ai ricchi e ai benestanti (2° puntata) - 12/10/2015 -

    Nell'ultimo messaggio abbiamo visto che in Italia non esiste una patrimoniale soggettiva (che tassa cioè il patrimonio complessivo del cittadino), ma singole imposte su singoli "possessi" (es. la casa, i terreni, l'eredità, i titoli finanziari). Una "patrimoniale soggettiva" (di tutti i beni del soggetto) risponderebbe alle indicazioni della nostra Costituzione che afferma che le tasse devono essere progressive (chi più ha deve in proporzione dare di più). Infatti, tassando solo alcuni possessi e non il patrimonio complessivo, non si rispetta il principio della progressività. Per esempio, due cittadini potrebbero pagare un'uguale tassa patrimoniale anche se uno è proprietario di una casa, di uno yacht e di numerosi quadri d'autore e l'altro possiede solo una casa del medesimo valore di quella dell'altro cittadino.
    Abbiamo visto anche che dal 1995 al 2010 il patrimonio è stato sempre meno tassato (nel 1995 le tasse patrimoniali contribuivano per il 9,8% al totale delle entrate tributarie dello Stato, nel 2010 al 5,9%), mentre sono state aumentate le tasse sui lavoratori. Quindi sono stati tolti soldi a chi ha di meno per darli a chi ha di più.
    In questi giorni si parla di abolire del tutto la tassa sulla prima casa e molti cittadini sono contenti di ciò, senza considerare che in questo modo a chi ha un piccolo appartamento saranno abbonati qualche decina di euro, ma a chi ha un castello o una villa con piscina gli saranno abbonati varie migliaia di euro. Quindi possiamo dire che in questo modo lo Stato regala migliaia di euro ai ricchi e qualche decina di euro a chi con grandi sacrifici ha pagato tutta la vita un mutuo per avere una piccola casa.
    Ciò è ingiusto e contrario alla Costituzione e, per di più, non favorisce la ripresa dell'economia. La crisi economica ha tra le sue principali cause l'eccessiva disuguaglianza economica: fette sempre più ampie di popolazione hanno troppo pochi soldi e quindi i consumi calano, l'economia ristagna e le entrate dello Stato diminuiscono, contemporaneamente i ricchi hanno sempre più soldi che preferiscono impiegare in ambito finanziario, da cui manovre speculative, economia instabile e crisi.
    Oltre a tassare di più i lavoratori e meno i patrimoni, dagli anni '90 si è provveduto a tassare di meno i beni di lusso.
    L'IVA (imposta sul valore aggiunto) è nata nel 1973 e tassava i diversi beni con 4 diverse aliquote: 0% (cioè esente da IVA) i beni di prima necessità (es. alimenti), 6% beni di cui si vuole agevolare l'acquisto (ad es. i libri), 18% i beni di lusso (pellicce, gioielli ecc.), 12% tutti gli altri. L'IVA per i beni di lusso nel 1975 è stata portata al 30%, nel 1977 al 35% e nel 1982 al 38%. Contemporaneamente l'aliquota standard (quella per la generalità delle merci) è salita al 14% nel 1977, al 18% nel 1982 e al 19% nel 1988. Poi dal 1991 l'aliquota per i bene di lusso è stata dimezzata uniformandola a quella di un qualsiasi altro bene (comprare una pelliccia o fare delle fotocopie dal 1991 sono tassate con la medesima aliquota), e successivamente l'aliquota standard è stata portata al 20%, poi al 21 e in ultimo al 22%.
    Insomma negli ultimi decenni si sono ridotte le tasse ai ricchi (riduzione/abolizione di tasse patrimoniali, riduzione dell'IVA sui ben di lusso, riduzione delle imposte di successione) e si sono aumentare le tasse a chi ricco non è (aumento delle tasse sui lavoratori a basso e medio stipendio, aumento dell'IVA sui beni non di lusso). Non si è fatto quasi niente contro la grande evasione ed elusione fiscale (la gran parte dei 130 miliardi di euro di evasione/elusione fiscale all'anno), realizzata grazie a fittizie società estere, paradisi fiscali, aziende a scatole cinesi ecc. Cosi le disuguaglianze sono aumentate a dismisura e ciò è stato tra le cause della crisi economica, che ha ulteriormente impoverito i meno abbienti e fatto aumentare i guadagni dei superricchi. Come afferma il famoso economista Piketty è necessario "una tassa globale sui grandi patrimoni, oltre che la reintroduzione di sistemi di tassazione altamente progressivi".

    Fonti: 1) Eurostat: Taxation trends in the European Union, 2014; 2) T. Piketty: Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, 2014

    Le pressioni degli ambientalisti convincono la Shell a lasciare l'Artico - 12/10/2015

    Grazie alla campagna di Greenpeace e ai 7 milioni di cittadini che in tutto il mondo hanno firmato la petizione di questa organizzazione la Shell ha deciso di lasciare l'artico e di rinunciare alle trivellazioni petrolifere. Un'ulteriore dimostrazione che quando i cittadini si attivano numerosi le cose possono cambiare

    Una strana e iniqua politica fiscale: prendere ai poveri per dare ai ricchi e ai benestanti (03/10/2015)

    La nostra Costituzione prescrive che le tasse devono rispondere al principio della progressività: chi ha di più deve dare proporzionalmente di più. In Italia da molti anni le cose non vanno proprio così. In un precedente messaggio (il 9 del 16/3/15, presente sul nostro sito e sulla pagina facebook) facevamo una breve storia delle aliquote IRPEF (la tassa sui redditi delle persone fisiche) ed era evidente che dal 1975 in poi, soprattutto dagli anni ’80 in poi, si sono sempre più ridotte le tasse a ricchi e benestanti mentre sono state aumentate sempre più alle persone con basso reddito. Negli anni ’70 c’erano scaglioni di reddito con aliquote del 50, 60 e perfino 80%, mentre oggi l’aliquota massima (sopra i 75.000 euro lordi annui) è del 43%: quindi un super-ricco e una persona che guadagna 3.000 euro al mese sono tassati con la medesima aliquota. Addirittura più volte è successo che l’aliquota effettiva (quella che considera anche detrazioni, deduzioni ecc.) era più alta per chi era di basso reddito rispetto a chi era benestante.
    Oltre alla tassa sulle persone fisiche ci sono le tasse sui patrimoni e quella sul valore aggiunto (l’IVA).
    In Italia, a differenza di altri Paesi, non esiste una vera imposta sul patrimonio (cioè una “patrimoniale soggettiva”, che tassa l’intero patrimonio di un soggetto), le tasse patrimoniali colpiscono solo alcuni “possessi”: le case, i terreni, l’eredità, i titoli finanziari. Le tasse patrimoniali esistono in tutti i Paesi avanzati, perché si ritiene, giustamente, che un proprietario di case o terreni o azioni o quadri d’autore o gioielli o yacht, anche se ha un reddito uguale ad un altro cittadino che non ha alcuna proprietà è più ricco di quest’ultimo e, quindi, deve contribuire di più. Il principio che chi ha di più deve dare di più non risponde solo ad un principio di giustizia, ma anche a fare in modo che lo Stato abbia risorse sufficienti per pagare i servizi ai cittadini (sanità, istruzione, polizia, strade, tutela dell’ambiente ecc.) e ad evitare che le disuguaglianze economiche siano troppo grandi, perché ciò frena lo sviluppo economico, aumenta la criminalità e non favorisce il benessere globale del Paese.
    Le tasse patrimoniali hanno una funzione in più: quella di orientare i risparmi di ricchi e benestanti verso attività produttive oppure culturali, artistiche, sociali (ciò soprattutto se si incentiva il finanziamento di queste attività tramite agevolazioni fiscali).
    In Italia non solo non c’è e non c’è stata una “tassa patrimoniale soggettiva” (sull’intero patrimonio di un soggetto), ma dal 1995 al 2010 si sono presi vari provvedimenti per alleggerire quelle poche tasse patrimoniali esistenti (in particolare le imposte sulla casa e sulle successioni). Contemporaneamente è andata aumentando la tassazione generale, in particolare le imposte sui redditi delle persone fisiche (con le inique storture che abbiamo descritto nel messaggio 9 del 16/3/15). Così, mentre nel 1995 le tasse patrimoniali contribuivano per il 9,8% al totale delle entrate tributarie dello Stato, nel 2010 il loro contributo si era ridotto al 5,9%. Quindi lo Stato ha spremuto sempre più le persone di basso e medio reddito e sempre meno i ricchi e i benestanti. Secondo vari studiosi tale iniqua politica fiscale è stata tra le cause della profonda crisi economica che l’Italia dal 2008 sta vivendo.
    L’attuale situazione italiana vede il 20% ricco o benestante possedere il 62% della ricchezza del Paese e il 20% povero o di basso reddito possedere lo 0,4% della ricchezza.
    Di quel 20% ricco e benestante tutti sono proprietari della prima casa (e anche della seconda: basta che sia intestata al coniuge e che questi si prenda la residenza nel luogo di villeggiatura dove è situata la casa). Tra quel 20% che possiede appena lo 0,4% della ricchezza i proprietari di casa sono pochissimi. Se si abolisce l’IMU, la tassa sulla casa, il 20% ricco o benestante sarà molto avvantaggiato da tale provvedimento, mentre il 20% di poveri e persone di basso reddito non avrà alcuna agevolazione. L’abolizione della tassa sulla casa è quindi un provvedimento che aumenta le disuguaglianze economiche e avvantaggia chi ha di più.  

     

    L’Italia ha un deficit del 70% di impianti di compostaggio ma al Governo non importa, pensa solo a nuovi inceneritori (14/09/2015)

    In Italia si producono 12 milioni di tonnellate/anno di rifiuti umidi, ma l'Italia ha impianti per trattare solo 3,8 milioni di tonnellate (cioè abbiamo un deficit superiore al 70%). La carenza di impianti di compostaggio rende molto onerosa per i comuni la raccolta differenziata della frazione umida (se Napoli avesse un impianto di trattamento della frazione umida si stima che risparmierebbe circa 40 euro a tonnellata). Se in molti comuni e quartieri di grandi città non si raccoglie l'umido (che è il 40% della spazzatura prodotta dalle famiglie) è soprattutto per questo motivo.
    Inoltre la frazione umida dei rifiuti urbani è quella più problematica perché dà cattivi odori, favorisce la proliferazione di animali nocivi (insetti, topi ecc.), decomponendosi inquina il suolo e le acque.
    Costruire impianti di trattamento dell'umido è fondamentale per una corretta gestione dei rifiuti e non incorrere nelle sanzioni della UE. Un Governo serio, attento al bene degli italiani e alle norme UE, interverrebbe per facilitare la costruzione di impianti di compostaggio. Quello italiano invece si disinteressa totalmente tanto è vero che nelle 296 pagine del decreto Sblocca Italia non si parla di questo argomento, si parla invece e molto di inceneritori, che diventano "infrastrutture e insediamenti strategici di interesse nazionale". In quanto tali si può derogare a numerose norme per poterli costruire.
    Forte di questo decreto ormai legge, il Governo ha preparato uno schema di decreto che prevede 12 nuovi inceneritori, oltre i 6 già in costruzione (uno anche per la Campania, malgrado bruciamo il 26% del totale dei rifiuti e ne compostiamo il 5% della frazione umida).
    C'è veramente una tale "urgente e improrogabile necessità" di inceneritori? No.
    In italia infatti è incenerito il 20% dei rifiuti, una percentuale perfettamente in linea con la media europea (22%). Il 20% è una quota considerevole, tenendo conto che la frazione a più alto valore energetico è pari a circa il 30% dei rifiuti e che questa è formata soprattutto da plastica e cellulosa, che è più conveniente ed ecologico riciclare.
    La produzione di rifiuti urbani è in diminuzione (in Italia e in tutta Europa). Tale riduzione non dipende dalla crisi economica (è iniziata prima del 2008 e, mentre la spesa per i consumi delle famiglie europee dal 2008 al 2012 si riduce dello 0,7%, la produzione dei rifiuti si riduce del 5,6%). In Italia la produzione di rifiuti pro capite scende dal 2010 al 2012 da 32,5 milioni a 29,6 milioni di tonnellate, cioè da 536 Kg/ab, a 505 Kg/ab (una diminuzione del 6%).
    La raccolta differenziata aumenta sempre più: nel 2009 era del 33%, nel 2013 del 42% (un aumento del 27%). Tranne il Veneto, nessuna regione ha raggiunto l'obiettivo di legge del 65% di raccolta differenziata. I principali motivi sono la mancanza di investimenti iniziali necessari per avviare la raccolta porta a porta e la carenza di impianti di trattamento della frazione umida.
    Il Veneto è riuscito a rispettare la norma UE sulla raccolta differenziata oltre il 65%, perché ha costruito molti impianti di trattamento della frazione umida (capaci di trattare 1.500.000 tonnellate di rifiuti all'anno), investendo poco nell'incenerimento (ha impianti capaci di 200.000 tonnellate all'anno).
    Oggi molti inceneritori del Nord Europa sono sottoutilizzati perché non ci sono abbastanza rifiuti da incenerire. Il Governo danese ha varato il programma “Ricicliamo di più e bruciamo di meno” (Denmark without waste – recycle more, incinerate less. The Danish Government, 2013).
    La UE ha varato una direttiva per ridurre la produzione dei rifiuti ed è in procinto di fissare l'obiettivo del 75% di raccolta differenziata.
    Insomma non c'è nessun motivo di costruire inceneritori, ma il Governo deroga alle leggi (e probabilmente alla Costituzione) per costruirne; c'è un enorme, urgente e improrogabile necessità di costruire impianti di compostaggio e il Governo se ne disinteressa totalmente.
    Il 24 settembre verrà presentato lo schema di decreto alla Conferenza Stato-Regioni, ti invitiamo a firmare la petizione che chiede ai presidenti di Regione di opporsi a tale schema di decreto.

    Per firmare:
    www.change.org/p/al-presidente-della-giunta-regionale-nicola-zingaretti-a-tutti-i-presidenti-delle-giunte-regionali-s%C3%AC-chiede-di-non-approvare-lo-schema-di-decreto-attuativo-ai-sensi-dell-art-35-comma-1-del-d-l-n-133-2014-detto-sblocca-italia?recruiter=83490143&utm_source=share_petition&utm_medium=copylink

    Ricordiamo Marco con una frase che gli sarebbe piaciuta

    L'8 settembre del 1991 Marco Mascagna moriva, dopo una vita breve ma ricca, lasciando un segno positivo del suo passaggio. Quest'anno lo vogliamo ricordare con una frase che pensiamo gli sarebbe piaciuta e che avrebbe inserito tra quelle che amava citare e diffondere. L'autore è Francuccio Gesualdi, uno degli allievi di don Milani, direttore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo.
    "La domanda giusta da porci non è come si fa a creare lavoro, ma come si fa a garantire a tutti una vita dignitosa, utilizzando meno risorse possibile, producendo meno rifiuti possibili e lavorando il meno possibile"

    Qualche dato sull'immigrazione per comprendere meglio (05/09/2015)

    Nell'ultimo messaggio ("Sull'immigrazione facciamo lavorare il cervello", vedi www.giardinodimarco.it) dicevamo che su questo tema si fa molta propaganda, parlando alla pancia delle persone (che non è un organo capace di pensare e ragionare). Per questo fornivamo alcuni dati indispensabili per qualsiasi ragionamento su questo tema.
    Oggi vogliamo darvi qualche altra informazione.
    I migranti che sbarcano sulle nostre coste sono spinti da motivazioni fortissime.
    Per capire quanto è forte la determinazione a fuggire dalla loro patria ci può venire in aiuto uno studio di Medici per i Diritti Umani che ha intervistato e visitato un campione di immigrati sbarcati in Sicilia [1]. La durata media del viaggio dall'Africa subsahariana (Nigeria, Mali, Ghana ecc) alla Sicilia è di 22 mesi, da Somalia ed Eritrea 16 mesi, poco meno dalla Siria. Le singole tappe del viaggio sono garantite da organizzazioni criminali o da singoli soggetti che operano in proprio. Durante il viaggio si è alla mercè di chi garantisce le singole tappe del viaggio o delle "polizie" dei vari Paesi che si attraversano. Ad ogni tappa, per potere proseguire nel viaggio, bisogna versare soldi (quasi sempre inviati da parenti rimasti nel Paese di origine o guadagnati con lavori quasi da schiavo) o fornire "servizi" ai trafficanti o a poliziotti corrotti. Il 100% degli immigrati intervistati hanno dichiarato di avere subito percosse, violenze, torture durante il viaggio. Alle visite mediche effettuate, il 65% dei migranti presenta segni di violenza: il 55% cicatrici, il 10% fratture, il 2% ustioni. Molti migranti durante il viaggio hanno visto altri migranti morire e la paura di morire o di subire violenza è pressoché costante durante tutto il viaggio. Nella sola attraversata del Mediterraneo e nel solo 2014 i morti accertati sono 3.419, 1 ogni 60 migranti [2].
    E' difficile dire quanto pagano per percorrere questo lungo esodo (si va da 1.000 a 5.000 euro, ma solo il 45% degli intervistati risponde a questa domanda).
    Da questi dati si può avere un'idea di quali forti ragioni motivano ad intraprendere un tale viaggio e di come siano ridicoli i tentativi di arrestare tale fenomeno con provvedimenti tipo il reato di clandestinità (ammenda da 5mila a 10mila €, art 10 bis legge 94/2009, ammenda che si converte in reclusione di 15 giorni se non si paga) oppure con la detenzione nei CIE (attualmente secondo la legge 163/14 per un massimo di 3 mesi) o con "muri" alle frontiere (per lo più recinzioni di ferro o filo spinato) ecc.
     
    Vale ancora la distinzione tra profughi e migranti economici?
    I dati prima illustrati, secondo Medici per i Diritti Umani e altre organizzazioni che si interessano di migranti, mettono in crisi la distinzione tra profughi e migranti economici. I primi sono coloro che fuggono da guerre, persecuzioni, violenze, discriminazioni e che, secondo il trattato di Ginevra, abbiamo il dovere di accogliere; i secondi coloro che lasciano il loro Paese in cerca di migliori condizioni di vita e che non si ha l'obbligo di accogliere. Un "migrante economico", per essere disposto ad affrontare il calvario che abbiamo illustrato e così gravi rischi, significa che scappa da condizioni di vita disumane, (quindi non gli sono garantiti i diritti umani fondamentali) e, perciò, rientra nella categoria degli aventi diritto alla protezione sussidiaria. Tale status dovrebbe essere garantito anche in considerazione dei traumi e delle violenze subite.
     
    "Rispediamoli a casa loro"
    Questo non è solo uno slogan leghista, è anche la linea dell'Europa e del Governo italiano nei confronti dei "migranti economici" (Renzi: "La Sinistra non deve avere paura del concetto di rimpatrio", " I migranti economici vanno rimpatriati").
    Il fatto è che rimpatriare un migrante è facile a dirsi ma molto difficile a farsi. La stragrande maggioranza dei migranti irregolari non ha documenti e non dice di quale Paese è: dove si rimpatriano se non si sa quale è la loro patria?
    I rimpatri poi costano: se si considerano solo i costi di detenzione nei CIE e di viaggio, lo Stato italiano spende circa 56 milioni ogni anno [3].
    Molto di più costa "il muro" che l'Italia ha organizzato per contrastare il fenomeno dell'immigrazione irregolare: nel solo 2012 abbiamo speso 106 milioni di euro [3]. Ma gli effetti sperati sono stati quasi nulli. Un altro studio conclude che le politiche di contrasto all'immigrazione irregolare non hanno arginato il fenomeno ma hanno solo aumentato i pericoli e il costo che questi disperati devono sopportare per poter sperare di giungere in Europa [4]. Per questo non solo le organizzazioni umanitarie (es. Amnesty) si chiedono se non sia più conveniente accogliere i migranti invece che cercare di respingerli. L'OCSE, per esempio, ha evidenziato che, anche in tempo di crisi, il tipo di manodopera offerta dai migranti è richiesto in diversi settori dell'economia dei Paesi europei e può essere, quindi, conveniente aumentare il loro numero e soprattutto regolarizzarli, per contrastare così lavoro nero ed evasione fiscale e rimpinguare le casse dello Stato. Nel solo 2014 gli immigrati regolari hanno versato nelle casse dello Stato 7 milioni di euro di tasse e 9 milioni di euro nei fondi previdenziali e hanno prodotto 123 miliardi di euro (l'8,8% del PIL italiano) [5].
    Le organizzazioni che si interessano di migrazioni da tempo propongono di creare percorsi legali sia per i profughi sia per i migranti economici: vi sarebbero migliaia di morti in meno, meno sofferenze, si spenderebbe di meno, si darebbe un colpo alle organizzazioni criminali, al lavoro nero e all'evasione fiscale. Una politica europea comune in tal senso sarebbe l'ideale. Ogni Paese invece agisce per i fatti propri cercando di allontanare da sé i migranti e dirottandoli sui Paesi vicini. Questo scaricabarile è la causa di tante morti e sofferenze, costa sempre di più e non risolve la questione.
     
    Fonti: 1) MEDU: Fuggire o morire, 2015; 2) UNHCR 2014; 3) Lunaria: Costi disumani: la spesa pubblica per il contrasto all'immigrazione irregolare (http://www.lunaria.org/wp-content/uploads/2013/05/costidisumani-web_def.pdf); 4) The human and financial costo of 15 years of Fortress Europe  http://www.themigrantsfiles.com/; 5) Fondazione Leone Moressa: Il valore dell'immigrazione, Franco Angeli, 2015. www.fondazioneleonemoressa.org/newsite/la-ricchezza-degli-stranieri-ditalia 

    Sull'immigrazione facciamo lavorare il cervello (04/08/2015)

    Nel corso della storia l'Italia è stata soggetta a vari e imponenti "flussi immigratori", ma sotto forma di invasioni belliche (Greci, Visigoti, Vandali, Goti, Longobardi, Arabi, Normanni, Francesi, Spagnoli ecc.).
    Dal 1990 e soprattutto nel primo decennio di questo secolo, compare questo fenomeno nuovo: l'immigrazione pacifica da parte di persone di Paesi Poveri. Poiché su questo tema si fa molta propaganda, parlando alla pancia delle persone (che non è un organo capace di pensare e ragionare) e lanciando allarmi (spaventare le persone è una facile strategia per guadagnare consensi e avere deleghe in bianco), pensiamo che sia giusto e opportuno dare delle informazioni e degli spunti per riflettere.
    Innanzitutto bisogna fare una precisazione: i dati certi si riferiscono agli immigrati regolari, su quelli irregolari si hanno solo stime (ma abbastanza attendibili). Inoltre il numero di nuovi immigrati regolari dipende molto dalle varie leggi fatte dal parlamento (leggi sull'immigrazione, sanatorie ecc.).

    Immigrazione regolare
    Mentre negli anni 2000 sono "entrati" più immigrati che negli anni '90, dal 2010 ad oggi i flussi di immigrati regolari sono diminuiti considerevolmente: se nel 2007 i nuovi immigrati erano circa 500.000, nel 2013 sono stati 307.000 e nel 2014 250.000, di cui circa la metà per ricongiungimenti familiari. Ciò dipende dalla diminuzione della domanda dovuta sia alla crisi economica sia ad una certa saturazione del mercato.
    Attualmente vivono in Italia circa 5 milioni di stranieri (regolari), pari all'8,5%  della popolazione. Il 53% sono donne, il 70% extracomunitari. Il 22% viene dalla Romania, il 10%  dall'Albania, 9% dal Marocco, 5% dalla Cina, 4% dall'Ucraina,  poi dalle Filippine, dalla Moldavia e dall'India (3%), dal Perù e dalla Polonia (2%).  Poco più della metà sono di religione cristiana, circa il 30% mussulmani.
    Una parte degli immigrati che arrivano in Italia, dopo un tempo variabile emigra in altri Paesi europei (circa 200.000 all'anno dal 2010 in poi), pochissimi ritornano nel loro Paese.
    L'Italia non è tra i Paesi europei con maggiore presenza di immigrati. Come abbiamo detto l'Italia ha l'8,5% di stranieri, la Svizzera 23%, l'Austria 12%, il Belgio 11%, la Spagna 11%, la Germania 9,5%, la Norvegia 9%, la Gran Bretagna 8,5%. La Francia ha solo il 6% di stranieri, ma questo dato è falsato dal fatto che questo Paese dà con più facilità di altri la cittadinanza francese (per esempio vige lo "ius soli"). Se esistesse una normativa come quella italiana si stima che gli stranieri in Francia sarebbero l'11%. Il nostro Paese infatti difficilmente dà la cittadinanza italiana a persone di altri Paesi.

    Immigrazione irregolare
    Le stime ci dicono che il numero di irregolari presenti sul nostro territorio è andato fortemente riducendosi: nel 2003 erano mezzo milione, nel 2012 325.000, nel 2014 300.000. I motivi di tale diminuzione sono sempre la crisi economica e la saturazione del mercato.
    E' andato invece aumentando il numero degli sbarchi: nel 2010 sono sbarcate 4.000 persone, nel 2011 62.000, nel 2012 13.000, nel 2013 43.000, nel 2014 170.000. Questo andamento altalenante con una grande impennata negli ultimi anni è dovuto ai molti conflitti presenti in Africa e in Medio Oriente. La maggioranza di queste persone fugge da guerre e persecuzioni. Infatti dei 170.000 sbarcati nel 2014, vengono dalla Siria 42.000, 34000 dall'Eritrea, 10.000 dal Mali, 9000 dalla Nigeria, 9000 dal Gambia, 6000 dalla Somalia. Sono persone che hanno diritto all'asilo e alla protezione secondo la convenzione di Ginevra e vari trattati firmati dall'Italia. L'ONU stima che il 95% dei richiedenti sbarcati in Italia ha diritto allo stato di rifugiato, ma l'Italia ha accolto solo il 60% delle domande. Va detto che la maggioranza delle persone che sbarcano in Italia non ha nessuna intenzione di rimanere nel nostro Paese, ma vuole andare in altri Paesi dove hanno parenti o conoscenti o dove si sentono più sicuri o dove sperano di trovare più facilmente lavoro. Dei 42.000 siriani sbarcati in Italia nel 2014 solo 500 hanno fatto domanda di asilo e protezione in Italia, gli altri 41.000 sono andati in altri Paesi europei.
    Questo spiega perché, pur avendo un gran numero di sbarchi, l'Italia ha un basso numero di rifugiati: in Italia sono 94.000 (lo 0,15% della popolazione), in Francia 252.000 (lo 0,4%), in Germania 217.000 (lo 0,3%), in Svezia 14.200 (l'1,5%), in Inghilterra 117.000 (lo 0,2%).
    Da questi dati appare evidente che frasi tipo "Ormai è un'invasione", "Siamo invasi dagli extracomunitari", "Basta all'islamizzazione dell'Italia", "Sempre più immigrati, non saremo più padroni a casa nostra", non hanno alcun fondamento nei fatti. Eppure tantissime persone, in perfetta buona fede, sono convinti di ciò. Perché? Perché troppi articoli di giornali e servizi televisivi enfatizzano questo fenomeno; perché se un italiano scippa la borsa ad una persona o stupra una donna raramente la notizia finisce sul giornale e mai in maniera evidente, mentre viene riportata e con evidenza se l'autore di questi reati è un immigrato (soprattutto se è un extracomunitario); perché alcuni politici sono riusciti ad imporre questo tema come se fosse il principale problema che ha l'Italia: si concentra l'attenzione sugli immigrati invece che sull'enorme evasione fiscale, sulle scandalose disuguaglianze economiche, sulle 40.000 persone che ogni anno muoiono in Italia per effetto dell'inquinamento atmosferico, sulla necessità di prendere provvedimenti seri contro il cambiamento climatico, sullo sfruttamento dei lavoratori e sul lavoro nero, sul bassissimo livello di istruzione dei nostri concittadini (il 28% degli Italiani è semianalfabeta), sulla disoccupazione che è a livelli intollerabili.
    Proprio la difficoltà di trovare lavoro o la perdita del posto di lavoro è la principale causa dell'emigrazione degli italiani. Un gran numero di italiani continua ad emigrare. Certo non è più l'emigrazione di massa di una volta (tra il 1876 e il 1976, secondo le stime più prudenti, sono emigrati dall'Italia oltre 24 milioni di italiani), ma non sono pochi. Nel 2011 sono emigrati 58.000, nel 2012 78.000, nel 2013 82.000. Spesso a tal proposito si parla di fuga di cervelli, ma non è vero: nel 2013 solo il 16% degli italiani emigrati era laureato. Queste cifre si riferiscono agli "immigrati regolari" (cioè a coloro che spostano la loro residenza all'estero), ma molti italiani che lavorano o cercano un lavoro all'estero mantengono la residenza in Italia. Si stima siano circa il triplo.
    L'immigrazione/emigrazione non potrà mai essere sconfitta con sbarramenti, muri, respingimenti ecc. ma solo combattendo il neocolonialismo e lo sfruttamento dei Paesi Poveri, regolando severamente il mercato delle armi, attuando politiche di distribuzione dei redditi (tassazione fortemente progressiva, patrimoniale, lotta all'evasione fiscale e alla corruzione, reddito di cittadinanza, ecc.), rafforzando il ruolo dell'ONU ecc.
    In Sud Africa, quando c'era l'apartheid, il territorio era diviso in vari "nazioni", e i neri che facevano parte di una "nazione" non potevano spostarsi in un'altra e soprattutto non potevano andare in quella dei bianchi, se non con permessi, visti e controlli. Il mondo intero si indignò per questa barbarie. Quello che succedeva nel Sud Africa e che faceva indignare il mondo intero succede nell'intero nostro pianeta e sono in pochi a scandalizzarsi.
    Bisogna prendere sul serio i principi di libertà, uguaglianza, fraternità e metterli in pratica: come ha fatto Nelson Mandela.

    Allarmi per pericoli che non esistono ma non per l'inquinamento atmosferico che determina 40.000 morti all'anno (27/05/2015)

    L’inquinamento atmosferico è, tra tutte le forme di inquinamento, la più pericolosa per la salute e per l’ambiente. Si stima che ogni anno in Italia almeno 40.000 persone muoiono a causa degli inquinanti atmosferici [1]. A Napoli ogni anno sono circa 2.000. Eppure la maggioranza delle persone non sembra molto preoccupata per questa forma di inquinamento e molti non vedono di buon occhio gli interventi che tendono a ridurlo (limitazioni alla circolazione di auto, moto e camion, aumento delle zone pedonali e ciclabili, tassazione dei prodotti e delle attività in base all'inquinamento prodotto ecc.).
    Ci si preoccupa di più delle discariche di rifiuti, dell’elettrosmog, della contaminazione dei prodotti ortofrutticoli della Terra dei Fuochi (contaminazione ad oggi mai riscontrata), ecc. I politici attenti più agli umori della gente che al bene dei cittadini tralasciano questo problema e preferiscono parlare d’altro.
    Si sa che le notizie allarmistiche destano attenzione (è un meccanismo istintivo per difendersi da possibili minacce) e quindi sono spesso usate da giornalisti per avere audience e vendere di più, da persone in cerca di notorietà o da persone e gruppi che vogliono “vendere il loro prodotto” che allontana l’ipotetica minaccia. Cosi sentiamo parlare di allarme immigrazione (quando l'Italia ha un decimo degli stranieri di Germania e Gran Bretagna), di allarme criminalità (quando la criminalità da molti anni è in calo), di allarme per i prodotti della Terra dei Fuochi (quando le migliaia di controlli eseguiti non hanno riscontrato nessuna contaminazione) ecc.
    Nessun allarme viene invece lanciato per l’inquinamento atmosferico (tranne quelli dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, dell'Associazione Italiana di Epidemiologia e di altri enti scientifici. Perché?
    Noi avanziamo alcune ipotesi:
    1) l’argomento “non tira” perché i cittadini sono tra i “colpevoli” (usando auto o moto, condizionatori d’aria ecc.). Essere messi sul banco degli imputati non piace e certo non può riscuotere fiducia e simpatia chi ci fa un così sgradevole affronto. Per di più in Italia non è molto diffuso il costume di riconoscere le proprie colpe e le proprie responsabilità. Inoltre, riconoscere la gravità dell'inquinamento atmosferico comporterebbe la necessità di cambiare le nostre abitudini (usare i mezzi pubblici o i propri muscoli invece di auto e moto - con tutto quello che ne consegue -, vestirsi seguendo più il clima che la moda, ecc.): meglio cercare di non pensarci e continuare a fare ciò che ci piace.
    2) Il settore dell'auto (che non è costituito solo dalle aziende automobilistiche ma anche dalle multinazionali del petrolio, ldale aziende della gomma e dei pneumatici e da tutto il settore legato alla costruzione e gestione di strade, autostrade, ponti, trafori ecc) è tra i settori caratterizzanti l'assetto economico delle società capitalistiche. Questo settore ha plasmato la nostra visione del mondo e la nostra cultura: i bambini giocano con le macchinine dalla più tenera età e per molti adulti la macchina è ancora il loro giocattolo; nella testa di molti politici ed elettori i posti di lavoro si creano se si costruiscono autostrade, palazzi, auto, centri commerciali e il progresso è simboleggiato da edifici progettati da archistar, veicoli sfreccianti ad alta velocità, macchine che sostituiscono l'uomo in quasi ogni sua attività.
    3) In Italia la maggioranza delle testate giornalistiche è fortemente condizionata dalle aziende che determinano l’inquinamento atmosferico (soprattutto quelle legate all’auto): “La Stampa” è legata al gruppo FIAT, Repubblica ed Espresso alla SOGEFI (componenti di automobili) e alla Sorgenia (energia anche da carbone), il Corriere della Sera alla FIAT e a Pirelli, Il Sole 24 Ore alla Confidustria, Il Mattino al Gruppo Caltagirone (cemento, edilizia ecc.).
    Così molti cittadini sottostimano fortemente i pericoli dovuti all’inquinamento atmosferico, hanno poche conoscenze su quali sono le principali cause (molti pensano ancora che la principale causa siano gli impianti industriali) e quali sono gli interventi efficaci (molti ancora pensano che dotare le città di più parcheggi migliori il traffico e l’inquinamento).
    Malgrado tutto ciò molte città hanno preso importanti provvedimenti per ridurre l'inquinamento atmosferico. Schematicamente si possono individuare tre principali strategie:
    1) la strategia di Londra: ticket per circolare nel centro cittadino (11 euro al giorno a Londra), destinando l'incasso al trasporto pubblico, che così diventa frequente, veloce (3 volte pià veloce di quello di Napoli) ed efficiente.
    2) la strategia di Monaco di Baviera: scoraggiare l'uso di auto e moto con un sistema di ztl (44 Kmq, 12 volte più che a Napoli) e con alte tariffe dei parcheggi e posti auto, un sistema di piste ciclabili che incentivi questo mezzo di trasporto, parcheggi di interscambio alla periferia cittadina
    3) la strategia di Parigi: una buona rete di metropolitana, drastica riduzione di parcheggi e posti auto nelle zone più frequentate, un sistema di bike-sharing in connessione con le fermate delle metropolitane.
    Da alcuni mesi anche Napoli si è dotata di un servizio di bike-sharing. Poche sono le biciclette (solo 100, mentre a Parigi, che però è molto più grande e popolosa di Napoli, sono 21.000) e poche le “stazioni” (solo 10), il servizio è gratis per i primi 30 minuti (troppi, a nostro giudizio, a Parigi è gratis per i primi 10 minuti). Ma l'attivazione di questo servizio ha dimostrato che molti napoletani sono disponibili a utilizzare questo mezzo di trasporto. In media ogni giorno ci sono 400 utilizzi (dati di marzo 2015, che è stato un mese molto piovoso). Un mezzo di trasporto che fa doppiamente bene alla salute perché non inquina e ci fa fare attività fisica, cosa che oltre il 90% dei napoletani non fa nella quantità consigliata.
    Per informazioni: www.bikesharingnapoli.it/it/

    Fonti:
    1)EEA European Environment Agency (2013). Le stime sono basate sul rapporto dell’OMS “Health effects of transport related air pollution, 2005” e quindi andrebbero ricalcolate sulla base delle stime, più severe, degli studi più recenti (ESCAPE ecc.).
    2) ISFORT

    Qual è la ricetta della felicità? (05/05/2015)

    Qual è la ricetta della felicità? Secondo famosi spot della Coca Cola la ricetta della felicità è sostituire l’acqua con la Coca Cola nei pasti. E non è l’unica pubblicità che promette felicità se si compra il proprio prodotto. Anzi, sono innumerevoli le pubblicità di tal genere. Qualche esempio? “La felicità va sempre in Lambretta” (anni '50), “Investire in felicità: prenotate oggi la vostra felicità con una vacanza Club Med”, ”Barbie: la casa della felicità”, “Eau del toilette Miss Dior Cherie il new look della felicità”, “American Airlines: a Miami la felicità è non stop”, “Chicco ... di felicità”, “Quante stelle ha la felicità?” (pubblicità di una crociera), “La SNAI è come l’ormone della felicità” (sic!).
    Insomma, la felicità è a portata di mano: basta mettere mano al portafoglio e comprare il prodotto reclamizzato. Quindi più soldi si hanno e più si è felici.
    Ovviamente tali millanterie non hanno alcun fondamento, non essendo suffragate da nessuna ricerca scientifica.
    L’Istat, invece, ha condotto un’indagine sul volontariato, dalla quale emerge che chi si impegna in attività gratuite a favore di altri o della comunità è più felice (il 50% si dichiara “soddisfatto” contro il 37% della popolazione), ha più fiducia negli altri (35% contro il 21%) e nelle istituzioni: (25% contro il 21%); è più ottimista verso il futuro (30% contro il 24%). Inoltre i volontari affermano che da quando hanno iniziato ad impegnarsi per gli altri si sentono più soddisfatti (50%), hanno allargato le loro relazioni sociali (42%), hanno cambiato il modo di vedere le cose (28%), migliorato le loro capacità di relazionarsi agli altri (22%).
    L’Istat ha scoperto quello che tutte le religioni e i saggi hanno sempre affermato: che c’è più gioia a dare che a ricevere (figuriamoci a comprare).

    Fonte: Istat

    Lo strapotere della ragione economica. Possibile che deve contare di più il profitto che i diritti umani? (18/04/2015)

    L'economia non è un fine, ma un mezzo. Infatti dovrebbe servire a garantire il soddisfacimento di quelle necessità materiali senza le quali una vita umana piena difficilmente può manifestarsi: nutrirsi, vestirsi, avere una casa, accedere all'istruzione e alla cultura, tutelare la propria salute, liberarsi dall'assillo di come domani soddisfare i propri bisogni. Quindi compito primario dell'economia è creare le condizioni perché i diritti umani (diritto alla vita, al cibo, ad una casa, alla libertà ecc.) siano garantiti.
    Nel nostro mondo la ragione economica è ormai egemone: “Fa guadagnare?” “Fa risparmiare?” sono diventati i criteri ultimi per decidere ciò che è bene e ciò che è male. Così l'economia da mezzo diventa un fine, anzi, sembra essere ormai il fine ultimo della nostra società e anche della vita di tanti uomini. Paradossalmente, più la ragione economica diventa egemone e più l'economia crea disastri, non libera gli uomini dal bisogno, non rende effettivi i diritti umani anzi li mette in pericolo e scaraventa intere fasce della popolazione nella precarietà e nel bisogno.
    Un esempio concreto di questo trasformarsi dell'economia da mezzo a fine, di questo predominio della ragione economia è il TTIP, il trattato di libero commercio tra Europa e USA che la UE potrebbe firmare tra pochi giorni, se i cittadini non faranno sentire la loro voce.
    Il trattato sottrae alla decisione dei Parlamenti e al controllo dei cittadini importanti materie di interesse pubblico. Col TTIP le regole, le caratteristiche e le priorità dell'area di libero scambio non verranno determinate dai nostri Governi e sistemi democratici, ma da organismi tecnici sovranazionali. Come si concilia questo con la democrazia e il diritto a partecipare alle scelte?
    Il trattato privilegia gli interessi delle multinazionali e delle grandi aziende su quelli dei cittadini. Gli Stati Uniti hanno una legislazione meno avanzata dell'Europa su diritti del lavoratore, tutela della salute, diritto all'informazione, tutela dell'ambiente, diritti umani (tra l'altro non hanno sottoscritto molti trattati internazionali su tali materie). Ma il trattato renderebbe inefficaci le legislazioni europee e nazionali che pongono limiti a merci che non rispettano determinati requisiti che tutelano questi diritti. Le imprese europee (soprattutto quelle alimentari) rischierebbero di non riuscire a competere con quelle USA, così l'Europa si troverebbe invasa da merci meno sicure, meno rispettose dell'ambiente e dei diritti del consumatore e dei lavoratori. Insomma più profitti (per le multinazionali), merci meno care per i consumatori, ma meno diritti per i cittadini. Non è la chiara dimostrazione che i criteri ultimi di scelta sono “Fa guadagnare”, “Fa risparmiare”?
    Grazie al TTIP le multinazionali potrebbero citare in giudizio gli Stati che emanassero normative che ledessero i loro interessi passati, presenti e futuri, chiedendo ingenti risarcimenti. Il giudizio verrebbe affidato ad arbitri esperti di diritto commerciale, che giudicheranno, quindi, privilegiando il punto di vista del commercio e non quello della salute, dei diritti, dell'ambiente. Questo meccanismo, già applicato in altri trattati, ha già avuto conseguenze molto inquietanti, ne citiamo due:
    1) nel 1988 la UE ha vietato l’importazione di carni bovine trattate con certi ormoni della crescita cancerogeni. Per questo il Tribunale delle dispute dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) ha obbligato la UE a pagare a USA e Canada oltre 250 milioni di dollari l’anno di sanzioni commerciali, nonostante le evidenze scientifiche di cancerogenicità di questi ormoni;
    2) la Philip Morris ha citato in giudizio l'Uruguay perché con la sua legislazione contro il fumo di sigaretta impedisce la libera circolazione delle merci e lede gli interessi della Philip Morris.
    E' decisivo quindi invertire rotta e riportare l'economia al servizio dell'uomo (di tutti gli uomini). E' urgente dire no al TTIP e impedire che la UE approvi questo trattato. Per questo la Marco Mascagna ha aderito alla giornata di mobilitazione contro il TTIP del 18 aprile, indetta da un cartello di oltre mille organizzazioni ambientaliste, umanitarie, sindacali, sociali. Per questo ti invitiamo a firmare subito la petizione contro il trattato di libero scambio tra Europa e USA (https://stop-ttip.org/firma) e di far firmare quante più persone è possibile inviando questo nostro appello a tutti i tuoi amici, conoscenti e contatti.

    Ti invitiamo a firmare anche l'appello contro le pretese della Philip Morris https://secure.avaaz.org/en/uruguay_vs_big_tobacco_rb/?bKlYyab&v=56987

    Per maggiori informazioni: http://stop-ttip-italia.net, www.greenpeace.org/italy/it
    http://stop-ttip-italia.net/2015/04/15/18-aprile-stopttip-ecco-cosa-puoi-fare-tu/

    Una buona notizia: non passa la legge regionale che vanifica il referendum sull'acqua (18/04/2015)

    Il Consiglio Regionale della Campania ha bocciato la legge sul Servizio Idrico Integrato presentata dalla Giunta Caldoro, che ha tentato di farla approvare l'ultimo giorno della consiliatura inserendola nel bilancio di previsione 2015/2017. La mobilitazione dei cittadini, l'opposizione di vari comuni (tra cui quello di Napoli), le divisioni nella maggioranza di destra hanno fatto fallire il blitz della Giunta Caldoro che avrebbe vanificato il risultato del referendum sull'acqua vinto con ampia maggioranza nel 2011.

     

    Perché sono aumentate le disuguaglianze economiche in Italia? (19/03/2015)

    Le disuguaglianze economiche in Italia sono ormai a livelli altissimi. Spesso si dice che e' causa della crisi economica, che ha aumentato il numero dei disoccupati e ridotto le entrate dello Stato, che non ha piu' risorse sufficienti per sostenere le persone povere e di basso reddito. Questa spiegazione sembra evidente ma, come spesso avviene, cio' che sembra evidente non sempre trova conferma nei fatti.
    Forse la crisi economica contribuisce alla disuguaglianze, ma queste sono andate aumentando da molto prima del 2008 e ha origine in vari fatti tra cui le scelte di politica tributaria.
    Con le tasse lo Stato non solo si approvvigiona delle risorse necessarie per svolgere i suoi compiti (pagare la sanita', la scuola, l'universita', la ricerca scientifica, la difesa, la conservazione del patrimonio culturale e ambientale ecc.), ma fa si che le disuguaglianze economiche non siano troppo accentuate, perche' cio' causa conflitti sociali, frena lo sviluppo economico e crea situazioni  indegne di un Paese civile. Con le tasse lo Stato toglie piu' soldi a chi ne ha di piu' e meno a chi ne ha di meno. E' il principio della progressivita' della tassazione, che e' sancito anche nella nostra Costituzione.
    Fare una piccola storia delle tasse negli ultimi 40 anni (l'IRPEF, l'Imposta sulle Persone Fisiche e' nata nel 1974, da una legge del 1973) e' quanto mai istruttivo per capire se e' stato rispettato questo principio e giudicare l'operato dei diversi governi.
    1974. Quando e' nata l'IRPEF vi erano 32 diversi scaglioni di reddito ognuno con una propria aliquota. Il primo comprendeva i redditi da 0 a 2 milioni di lire (corrispondenti a circa a 11,400 euro di oggi, considerando il potere di acquisto) e li tassava con un'aliquota del 10%. L'ultimo scaglione era quello sopra i 500 milioni di lire di reddito (corrispondente a circa 2 milioni e 850 mila euro) che veniva tassato con l'aliquota del 82% (avete letto bene: l'82% del reddito sopra i 500 milioni se lo intascava lo Stato).
    1975. L'aliquota per i redditi sopra i 500 milioni di lire viene ridotta al 72% (un bel regalo per i super ricchi).
    1976. Il primo scaglione e' portato a 3 milioni, l'ultimo a 550 milioni di lire, le aliquote restano le stesse.
    1983. Gli scaglioni sono ridotti a 9. Il primo comprende i redditi fino a 11 milioni di lire (circa 16.800 euro di oggi) e viene tassato con un'aliquota del 18% (quindi quelli a piu' basso reddito pagano quasi il doppio di quanto pagavano 10 anni prima). L'ultimo scaglione comprende i redditi sopra i 500 milioni (circa 763.000 euro di oggi) e viene tassato per il 65% (altro regalo ai super ricchi).
    1986. Il primo scaglione e' fino ai 6 milioni (pari a 6600 euro di oggi), tassato con l'aliquota del 12%. Un regalo ai piu' poveri, ma un aggravio per chi guadagna da 6 a 11 milioni (13.000 euro di oggi) che viene tassato del 22% e a chi guadagna tra le attuali 13.000 e 16.800 euro che si trova a versare non piu' il 18% ma il 27% del proprio reddito allo Stato. Per i ricchi e benestanti invece un nuovo regalo: l'aliquota scende al 62% per i redditi sopra i 600 milioni (660.000 euro)
    1989. Gli scaglioni sono ridotti a 7. Il primo e' sempre fino a 6 milioni (5600 euro di oggi), l'aliquota 10%. Nuovo grande regalo ai ricchi: l'aliquota scende al 50% sopra i 300 milioni (546.000 euro).
    Piccole modifiche nel 1990, 91 e 92.
    1998. Gli scaglioni si riducono a 5, il primo (redditi fino a 15 milioni, cioe' 9.700 euro di oggi) viene tassato con l'aliquota del 18,5%. Se ai poveri si chiede di piu' ai ricchi viene fatto un altro regalo riducendo l'aliquota dell'ultimo scaglione (sopra i 135 milioni di lire, cioe' 87.000 euro) al 45,5%.
    Piccola modifica nel 2001.
    2002. Primo scaglione (fino a 10.329 euro) con aliquota del 18%; oltre i 69.700 euro aliquota del 45% (cioe' un ulteriore regalo ai ricchi).
    2003. Il primo scaglione e' fino a 15000 euro con l'aliquota del 23% (quindi una vera stangata sui poveri da parte del Governo Berlusconi). L'ultimo scaglione (sopra i 70.000 euro) resta al 45%
    2005. Gli scaglioni si riducono a 4. Il primo e' fino a 26.000 euro (aliquota 23%). Viene fatto ancora un regalo ai ricchi riducendo l'ultima aliquota (43%), per i redditi sopra i 100.000 euro
    2007. Si ritorna ai 5 scaglioni decidendo di far pagare di piu' chi guadagna tra i 15.000 e 26.000 euro. Infatti il primo scaglione (con aliquota 23%) e' fino a 15000 euro, il secondo (da 15000 a 28000 euro) e' tassato col 27%.
    I dati prima riportati illustrano chiaramente che dal 1974 ad oggi le tasse per i ricchi sono diminuite sempre di piu', mentre si sono presi sempre piu' soldi ai ceti bassi (soprattutto ai mediobassi). Cio' e' ancora piu' evidente se si considerano anche le deduzioni fiscali e le detrazioni. Considerando anche queste (calcolando cioe' l'aliquota effettiva) risulta, per esempio, che nel 2003 un lavoratore dipendente che guadagnava tra 32.800 euro e 33.500 euro veniva tassato con un'aliquota effettiva del 50,2%, mentre sopra i 70.000 euro del 45%. Nel 2005 l'aliquota effettiva del secondo scaglione e' maggiore di quella del terzo. Insomma varie volte e' successo che le persone con redditi medio-bassi o medi sono stati tassati piu' dei benestanti e dei ricchi.
    Poi negli ultimi anni si sono ridotte le imposte di successione per i grandi patrimoni, si sono ridotte le tasse per chi affitta case e palazzi e sulle case di proprieta', e' stata abolita l'IVA sui beni di lusso, per cui si paga la medesima IVA per una pelliccia di ermellino, una fuoriserie, un quaderno o una matita. Insomma la progressivita' delle imposte e' andata sempre diminuendo (in taluni anni, anzi, ha pagato di piu' chi aveva meno) e si e' operato un trasferimento di ricchezza dai ceti di basso e medio-basso e medio reddito ai ceti medio alti, alti e soprattutto ai ricchi e super ricchi.
    Non e' tanto la crisi economica che ha creato le disuguaglianze, ma piuttosto sono le disuguaglianze che hanno fatto precipitare l'Italia da piu' di 20 anni in una perenne crisi economica.
     
    Fonte: 1) Libro bianco sulla tassazione in Italia www.ssef.it/sites/ssef/files/Documenti/Rivista%20Tributi/Supplemento%201-%20Libro%20Bianco/Capitoli%201%20-%20I.pdf 
    2) ISTAT indici di conversione dei valori monetari storici www.ilsole24ore.com/fc?cmd=document&file=/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2009/01/indici-idtat.pdf?cmd=art

    Mangiare un illusione (27/02/2015)

    Gli italiani consumano meta' dell'intera produzione mondiale di grano Kamut. Cos'e' il grano Kamut?
    Si dice che e' una varieta' di grano antichissima, nata da sementi trovate in una tomba egizia del 2.000 avanti Cristo. Quindi questo grano non ha subito le trasformazioni che sono avvenute nel corso del tempo per aumentare la produttivita' (in particolare non deriva da grani modificati con la tecnica dell'irradiamento e successiva selezione in uso dalla meta' del secolo scorso). Questo grano avrebbe caratteristiche nutrizionali del tutto migliori di altri grani e puo' essere assunto anche da chi ha intolleranza al frumento.
    Ma le cose stanno veramente cosi?
    Innanzitutto il grano Kamut non e' una varieta' di grano ma un marchio registrato (come dire Nutella o Buondi o Pavesini) dalla Kamut International. Esso e' una varieta' di grano (grano Khorasan) da tempo coltivato in varie parti del mondo e anche in Italia. Quindi non e' vero che origina da pochi semi trovati in una tomba egizia (d'altra parte dopo 4.000 anni difficilmente germoglierebbero e sembra che il grano sia stato coltivato in Egitto solo dopo il 500 avanti Cristo), era solo una trovata pubblicitaria, fatta cadere appena il produttore americano, titolare del marchio, ha iniziato a venderne in gran quantita'. E non e' nemmeno vero che e' una varieta' di grano che si mangiava secoli fa, per il semplice fatto che il grano e' una specie ad alta variabilita'. Cioe', se si piantano 100.000 semi di grano e si raccoglie 1.000.000 di semi prodotti, alcuni di questi saranno variati nel loro patrimonio genetico dando luogo a nuove varieta'. Quindi se ogni volta si semina una parte del raccolto nel giro di decenni, anche se si e' partiti da una sola varieta' di grano, si avra' una miscela di grani, alcuni dei quali possono avere caratteristiche anche molto diverse dalla varieta' dalla quale sono originate (per questo sono state create istituzioni, procedure, controlli per conservare e garantire sementi selezionate e monovarieta').
    Per quanto riguarda l'intolleranza al frumento, le ricerche scientifiche, ad oggi, hanno dimostrato un solo tipo di intolleranza al grano, la celiachia, dovuto all'intolleranza alle proteine del frumento (in particolare alla gliadina). Il grano Khorasan (e quindi anche il grano Kamut che e' una miscela di grani originati dal Khorasan) sono grani piu' proteici rispetto ad altre varieta' e con quantita' maggiori di gliadina (quindi e' simile al grano duro). Eppure molte persone mangiano farina di kamut convinti che e' l’ideale per la loro "intolleranza al frumento" o per la loro "celiachia minore" e giurano di sentirsi molto meglio (e quasi certamente si sentono effettivamente meglio). Potenza della suggestione.
    Molti sono convinti che la farina di kamut e' piu' naturale e piu' "ecologica" (infatti e' venduto soprattutto da negozi di "alimenti biologici" o a Km 0). Essa e' coltivata solo con tecniche di agricoltura biologica (cosi e' certificato dall'azienda produttrice). Ma cosa c'e' di "ecologico", nel coltivare del grano negli USA o in Canada e poi trasportarlo in Belgio (l'azienda che lo distribuisce in Europa e' un'azienda Belga) e da qui in Italia?
    In ultimo 1 Kg di farina Kamut costa tra i 4,5 e gli 8 euro, mentre 1 Kg di farina "normale" costa tra i 60 centesimi e 1 euro (3-4 euro per quella biologica).
    Che ci insegna la storia della farina Kamut? Che e' quanto mai vera la frase detta da un famoso pubblicitario: "Noi non reclamizziamo prodotti, vendiamo illusioni, emozioni". L'illusione di mangiare qualcosa di originario, di incontaminato, di assolutamente naturale e, per questo, di non nocivo, salutare, buono. La stessa illusione che fa pagare a caro prezzo della normalissima acqua, convinti che "ti depura dentro" o una bibita alla taurina perche' ti da' una "sferzata di energia" o una medicina a base di corno di rinoceronte sicuri che garantisce potenza e fortezza.
    L'industria alimentare (e purtroppo non e' la sola) gioca con parole, come "naturale", "integrale", "originario", "energizzante", "antico, "ecologico", "biologico", "sano", "salutare". Parole che evocano emozioni e immagini positive e piacevoli, soprattutto in persone che non amano i ritmi frenetici della nostra societa', la distruzione della natura, i mille conflitti e insidie presenti nella nostra societa' (certamente meno di quelli presenti secoli fa), e che vorrebbero un mondo retto non dalle fredde e ferree leggi della fisica, della chimica e della fisiologia, ma da un'armonia finalizzata al bene dell'uomo.
    Come abbiamo detto altre volte, le ricerche hanno dimostrato che la nostra mente si fa facilmente ingannare, si convince che e' vero quello che desidera sia tale, semplifica la complessita' della realta' riducendola a categorie semplici e dicotomiche (naturale/artificiale, fa bene/fa male ecc.), si fa influenzare dalle emozioni, dai sensi e dalle convinzioni del gruppo di appartenenza. Bisogna invece guardare la realta' con uno sguardo laico e aperto, tenendo a bada i propri desideri ed emozioni, accettare la complessita' del mondo e rigettare interpretazioni semplici e dicotomiche. La cottura alla brace e' piu' antica e "naturale" del forno a microonde, ma meno sicura per la salute. La cicuta e' del tutto naturale ma velenosa, i formaggi sono un prodotto biotecnologico ma non sono velenosi, il caminetto e' piu' antico di una pompa di calore ma piu' inquinante. Con l'acqua ci puliamo le mani, laviamo i panni e le stoviglie, ma non "depura dentro", il toro e' un animale forte ma la taurina non ci da' una sferzata di energia, i grani antichi non danno nessuna garanzia di essere migliori di quelli recenti. Insomma se non vogliamo imbrogliarci e farci imbrogliare dobbiamo abbandonare visioni infantili e rassicuranti della realta', fare la fatica di affrontare la complessita', non credere a tutto quello che ci viene detto o che leggiamo, essere critici, utilizzare la ragione, cercare le prove che smentiscano quanto si afferma (quanto affermiamo) e, solo se non si trovano, ritenerlo vero (fino a prova contraria).

    Come cambiare l'opinione degli italiani sui caccia F35? Facendo leva sulla paura (21/02/2015)

    Gli F35 sono degli aerei da caccia che vari Paesi hanno deciso di far fabbricare (USA, Gran Bretagna, Italia, Canada, Olanda, Turchia, Norvegia e Danimarca). L'intenzione a partecipare al programma e' avvenuta nel 1998, la decisione di acquistare 131, per una spesa di 13 miliardi di euro caccia e' avvenuta nel 2009. Tale programma ha subito ricevuto critiche non solo da parte dei pacifisti, ma anche di esperti di cose militari e di economisti. Nel corso degli anni la contrarieta' all'acquisto dei caccia F35 in Italia (e negli altri Paesi interessati) e' andata aumentando sempre piu', diventando estremamente estesa e molto forte (come dimostrano i numerosi appelli, manifestazioni, articoli ecc.). La crisi economica ha ancor piu' accentuato questa contrarieta' (13 miliardi di euro e' una banca di soldi, e' ci si chiede perche' spendere tanti soldi quando si tagliano fondi alla sanita', all'assistenza sociale, all'istruzione ecc., si tagliano gli stipendi e si aumentano le tasse). Un numero sempre maggiore di politici hanno iniziato ad esprimere la loro contrarieta' agli F35 (l'attuale Presidente del Consiglio nel luglio 2012 disse: "Non capisco perche' buttare via cosi una dozzina di miliardi per gli F35"). Il Governo nel 2012 decise di ridurre l'acquisto a 90 aerei. Successivamente (settembre 2014) il Parlamento ha approvato una mozione che vincola il Governo a tagliare del 50 per cento, da 13 a 6,5 miliardi, il finanziamento complessivo del programma per impegnare il Governo a comprarne solo 45.
    La decisione non e' piaciuta a tutti coloro che hanno interesse alla costruzione di questi aerei (industriali interessati, banche, militari, politici ecc.). Come fare per ritornare indietro? Facendo leva sulla paura, ovviamente. La paura, infatti, fa scattare il bisogno di sicurezza, non fa piu' ragionare serenamente, offusca l'intelligenza, favorisce la delega a chi promette di allontanare il pericolo e ridarci la tranquillita'. Cosi si e' utilizzata la barbara uccisione di 21 egiziani cristiani in Libia da parte di combattenti dell'ISIS e le dichiarazioni di un fanatico ("Prima ci avete visti su una collina della Siria. Oggi siamo a sud di Roma, in Libia"), per far temere un'invasione dell'Italia da parte dell'esercito del Califfo (cosa probabile come l'invasione degli Stati Uniti da parte dell'esercito cubano). Si e' parlato di avanzata dell'ISIS facendo capire che sta per conquistare la Libia (cosa anche essa molto improbabile visto che gli esperti stimano che non vi siano piu' di 1000 miliziani dell'ISIS, un po' pochi per una tale impresa), alcuni (tra cui il ministro della Difesa e degli Esteri) hanno iniziato a parlare della necessita' di una guerra in Libia per arrestare tale avanzata (una vera follia per gli esperti [1]), altri hanno agitato il pericolo islamico (dimenticando che gli islamici sono oltre un miliardo di persone, in stragrande maggioranza persone del tutto pacifiche e ragionevoli, senza nessuna velleita' di conquistare il mondo e nessuna voglia di fare la guerra) ecc. ecc. In questo clima e' arrivata la dichiarazione della Ministra della Difesa sulla scelta di comprare 90 F35: "Il numero di 90 e' stato stabilito dal precedente Governo. Il programma prosegue secondo l'illustrazione data al Parlamento". In realta' "l'illustrazione" data al Parlamento non ha alcun valore "normativo". Al contrario la mozione approvata dal parlamento nel settembre 2014 impegna il Governo.

    Il Comune di Napoli sostiene chi fa il compostaggio domestico (21/02/2015)

    La Marco Mascagna da molti anni promuove il compostaggio domestico e, insieme ad altre associazioni, ha avuto vari incontri con l'Amministrazione comunale presentando anche una sua articolata proposta per incentivarlo.
    Finalmente il Comune ha compiuto tutti gli atti ed e' ora possibile per i compostatori domestici sia avere una compostiera gratis sia avere uno sconto sulla TARI.
    La compostiera viene data a chi, avendo un area scoperta di almeno 25 mq, si impegna a fare il compostaggio domestico degli scarti vegetali o di tale origine (tovagliolini di carta, posa di caffe', segatura ecc.), a utilizzare il compost prodotto e a consentire ispezioni da parte del personale dell'ASIA.
    Lo sconto sulla TARI viene dato a chi fa il compostaggio domestico impegnandosi a non conferire piu' all'ASIA rifiuti umidi, a partecipare all'incontro di formazione (a meno che non si sia coltivatore diretto), a utilizzare il compost prodotto e a consentire ispezioni da parte del personale a cio' incaricato.
    Per ulteriori informazioni www.comune.napoli.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/25992

    Un impianto di compostaggio a Scampia? La posizione della Marco Mascagna(07/02/2015)

    Su compostaggio, biodigestione anaerobica e impianto di Scampia bisogna avere una posizione non ideologica ne' strumentale (ne' pregiudizialmente a favore ne' contro) ma vagliare le questioni razionalmente e alla luce delle conoscenze scientifiche.
    Dopo uno studio della letteratura scientifica sul tema e un'analisi critica della situazione napoletana siamo arrivati a queste conclusioni:
     
    1) Se si compostano solo vegetali con una dose esigua di quelli contenenti molecole semplici (cioe' di vegetali zuccherini, come frutta, o ricchi di oli, come semi oleosi) il compostaggio non genera quasi nessun problema (odori, gas tossici ecc.).
    Se pero' si composta la frazione umida della spazzatura (la FORSU), che contiene anche scarti animali (residui di carne, pesce) e rifiuti con maggiore presenza di molecole semplici, allora il compostaggio produce cattivi odori e puo' generare anche qualche sostanza tossica (amine ecc.). Per questo gli impianti di compostaggio della frazione organica dei rifiuti solidi urbani (FORSU) non dovrebbero stare nei centri urbani o vicino ad abitazioni.
    2) I digestori anaerobici sono impianti che lavorano in assenza di ossigeno in modo che dalla decomposizione della materia organica si produca metano, CO2 (in quantita' minore rispetto al compostaggio) e un biodigestato. Essi scambiano pochissimo con l'esterno (sono "sigillati"), quindi non emettono cattivi odori.
    3) Le analisi degli impatti dell'intero ciclo di vita dicono che la digestione anaerobica ha, rispetto al compostaggio aerobico, un minore impatto globale sull'ambiente, determinano meno gas serra, meno composti capaci di determinare piogge acide e meno rischi per la salute umana (comunque bassi per entrambe le tecnologie). Il costo di tali impianti e' pero' piu' alto.
    4) La strategia migliore sembra quella di accoppiare alla digestione anaerobica il compostaggio aerobico del digestato. In questa maniera, infatti, gli impatti della biodigestione e del compostaggio si riducono entrambi. Inoltre il processo di compostaggio e' piu' rapido e quindi si puo' ridurre il numero o la stazza degli impianti.
    5) Napoli produce circa 200.000-220.000 tonnellate di rifiuti umidi ogni anno (di cui attualmente solo 35.000 raccolte in maniera differenziata). E' necessario e' urgente che si doti di impianti di trattamento di questi (della FORSU) perche' portarli fuori citta' costa (in media sui 140 euro a tonnellata) e ha un impatto ambientale consistente per le emissioni dei camion, impatto che aumenta quanto piu' lontano questi vanno (attualmente vanno ad Este, Lodi, Modena, Scafati, Cosenza).
    6) A Napoli le aree in cui si possono fare tali impianti sono poche (Scampia, San Giovanni a Teduccio, Ponticelli), a meno che non si voglia riscrivere il piano regolatore (cosa che non ci auguriamo nell'attuale contesto).
    7) Quindi o si costruiscono impianti che accoppiano un digestore ad un impianto di compostaggio o si costruiscono impianti che compostano solo vegetali con moderata presenza di frutta, semi oleosi e altre sostanze ricche di zuccheri semplici, proteine o grassi (quindi impianti che compostano solo potature, sfalci di giardinaggio e rifiuti del mercato ortofrutticolo). Se si sceglie questa seconda ipotesi, dei rifiuti umidi della spazzatura casalinga che ne facciamo? Noi, quindi propendiamo per la costruzione di digestori anaerobici accoppiati a compostatori aerobici (questo a Napoli, in altri territori le scelte possono essere diverse).
    8) Per quanto riguarda l'impianto proposto a Scampia, si e' detto che avra' una capacita' di 20.000 tonnellate all'anno, che e' formato da piu' moduli, che prevede un digestore anaerobico con recupero del metano e un impianto di compostaggio aerobico posto in un capannone. Il gas prodotto non verrebbe bruciato a Scampia. Quindi e' una tipologia di impianto a bassissimo impatto. Non e' un grande impianto, corrisponde a 55 tonnellate di rifiuti al giorno. Poiche' i vari modelli di camion dei rifiuti, trasportano a pieno carico da 5 a 18 tonnellate di rifiuti, ogni giorno dovrebbero arrivare nell'impianto o 3 grossi camion a 11 piccoli camion. Anche da questo punto di vista l'impatto e' minimo.
    9) L'impatto sulla salute e sull'ambiente dell'impianto di Scampia e' quindi sicuramente inferiore a quello del traffico automobilistico in una qualsiasi strada trafficata di Napoli. Ricordiamo, infatti, che l'inquinamento da auto, moto e camion e' un cancerogeno certo (di I classe, secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanita') ed e' anche accertata la sua capacita' di determinare bronchite, asma, enfisema e malattie cardiovascolari (infarto, aterosclerosi ecc.). A Napoli il livello di polveri fini e ultrafini e' superiore ai limiti di legge, con una media annua di PM10 intorno ai 45 mcg/mc. Applicando le stime di rischio indicate dall'OMS alla situazione napoletana si deduce che ogni anno a Napoli muoiono circa 1500 persone a causa di tale inquinamento. Ricordiamo anche che la principale fonte sono le emissioni di moto, auto e camion, seguite da quelle delle navi presenti nel porto). Ci stupiamo quindi che si dedichi tanta attenzione all'impianto di Scampia (tanto da minacciare barricate) e cosi poca all'inquinamento atmosferico. Anzi molti di quelli che ora si ergono a difensori dell'ambiente e della salute degli abitanti di Scampia sono gli stessi che si oppongono agli interventi per ridurre l'inquinamento atmosferico (riduzione della circolazione di moto e auto, interventi per favorire la pedonalita' e ciclabilita' ecc.).
     
    Fonti:
    - Rigamonti, L, Grosso, M e Giugliano, M.: Life cycle assessment of sub-units composing a MSW management system. Journal of Cleaner Production, pp. 1-11, 2010.
    - Khoo, H.H., Lim, T.Z. e Tan, R.B.H.: Food waste conversion options in Singapore: Environmental impacts based on an LCA perspective. Science of the Total Environment, 408, p. 1367-1373, 2010.
    - Blengini G.A. Fantoni M.: Life cycle assessment di scenari alternativi per il trattamento della FORSU, in XI Conferenza Nazionale sul Compostaggio: Produzione di compost e biogas da biomasse, Rimini, 2009
    - Cherubini, F., Bargigli, S. e Ulgiati, S.: Life cycle assessment (LCA) of waste management strategies: Landfilling, sorting plant and incineration. Energy 34, 2116–2123, 2009.
    - Valerio F. Il biometano: emissioni a confronto (www.federico-valerio.it/?page_id=75)
    - Edelmann W Products, impacts and economy of anaerobic digestion of OFMSW, https://dl.dropboxusercontent.com/u/47746041/biogas/LCA%20of%20organic%20fraction%20treatments.pdf
    - ISPRA: X Rapporto Qualita' dell'ambiente urbano, 2014, www.isprambiente.gov.it/it/events/x-rapporto-ispra-201cqualita-dell2019ambiente-urbano201d-edizione-2014
    - Beelen R et al.: Effects of long-term exposure to air pollution on natural-cause mortality: an analysis of 22 European cohorts within the multicentre ESCAPE project, Lancet, 383, 9919, 785-795, 2014,;
    - Raaschou-Nielsen O et al: Air pollution and lung cancer incidence in 17 European cohorts: prospective analyses from the European Study of Cohorts for Air Pollution Eff ects (ESCAPE). Lancet Oncol., 1470-2045(13)70279, 2013.
    - Krewski D, Jerrett M, Burnett RT, et al. Extended follow-up and spatial analysis of the American Cancer Society study linking particulate air pollution and mortality. Res Rep Health Eff Inst, 5–114, 2009.

    La saggezza dei nonviolenti (01/02/2015)

    Il 30 gennaio, anniversario della morte di Gandhi, e' la giornata della nonviolenza. Oggi la nonviolenza non e' "di moda", oggi piace l' "uomo forte" (nel senso di arrogante), l'uomo solo al comando, la battuta tagliente e cattiva, l'attacco alla persona piu' che alle idee. Il "dialogo" e' visto come un segno di debolezza, una perdita di tempo, il "compromesso" come un tradimento. Spacciare per verita' quel che non lo e', per certo cio' che non lo e', mistificare la realta' e' diventato estremamente comune, non sembra determinare scrupoli morali; se ancora ci sono, possono essere acquietati convincendosi che si agisce a fin di bene, che "il fine giustifica i mezzi". Poi ci sono quelli che seminano odio e quelli che non pongono barriere alla germinazione di tali semi; per certi versi l'avere un nemico rassicura: loro sono il male, noi il bene; la realta' smette di essere complessa e di esigere impegnativi sforzi di comprensione e di individuazione di sottili e complesse strategie ed azioni. E ancora la violenza in svariate forme (la guerra, il terrorismo, la tortura, l'emarginazione, la discriminazione), le ingiustizie, le disuguaglianze. E la mancanza di speranza, il cercare di far credere che questo e' il migliore dei mondi possibili, la rassegnazione, il quieto vivere, la passivita'.
    Per questo abbiamo pensato che poteva essere utile e opportuno proporre alcuni pensieri di nonviolenti. Li lasciamo alla vostra riflessione.

    M. K. Gandhi
    Tra il mezzo e il fine vi e' la stessa inviolabile relazione che esiste tra il seme e l'albero
    Per una persona non violenta tutto il mondo e' la sua famiglia
    Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere
    Serenita' e' quando cio' che dici, cio' che pensi, cio' che fai, sono in perfetta armonia
    La terra produce abbastanza per soddisfare i bisogni di ciascuno ma non abbastanza per l'avidita' di ognuno
    Un uomo e' ricco in proporzione alle cose di cui riesce a fare a meno.


    M. L. King
    La vigliaccheria chiede: e' sicuro? L'opportunita' chiede: e' conveniente? La vana gloria chiede: e' popolare? Ma la coscienza chiede: e' giusto? Prima o poi arriva l'ora in cui bisogna prendere una posizione che non e' ne' sicura, ne' conveniente, ne' popolare; ma bisogna prenderla, perche' e' giusta
    Non e' grave il clamore chiassoso dei violenti, bensi il silenzio spaventoso delle persone oneste.
    L'amore e' l'unica forza capace di trasformare un nemico in amico
    Non e' forse la paura una delle maggiori cause della guerra? Noi diciamo che la guerra e' conseguenza dell'odio, ma un attento esame rivela questa sequenza: prima la paura, poi la guerra e infine un odio piu' profondo.
    Le nazioni hanno creduto che maggiori armamenti avrebbero eliminato la paura, ma ahime', essi hanno prodotto una paura piu' grande.


    K. A. Ghaffar Khan
    Musulmano e' colui che non ferisce mai nessuno ne' con parole ne' con azioni e lavora invece per il benessere e la felicita' delle creature di Dio. La fede in Dio e' amore del proprio prossimo

    Maulana Abul Kalam Azad
    L'unita' del genere umano e' l'obiettivo principale della religione. Il messaggio che ogni profeta ha trasmesso e' che l'umanita' non e' in realta' che un unico popolo e una sola comunita', e che non c'e' che un unico Dio per tutti, e che pertanto gli uomini, insieme, dovrebbero servire Dio e vivere come i membri di una famiglia. Questo e' il messaggio che trasmette ogni religione. Ma stranamente i fedeli di ogni religione lo hanno ignorato al punto che ogni Paese, ogni comunita' e ogni razza si e' costituita in un gruppo separato ed ha elevato il "gruppismo" alla condizione di religione
    La verita' ha molteplici sfaccettature e il conflitto e l'odio sorgono perche' gli individui rivendicano il monopolio della verita' e della virtu'»


    A. Capitini
    La nonviolenza non puo' accettare la realta' come si realizza ora, attraverso potenza e violenza e distruzione dei singoli, e percio' non e' per la conservazione, ma per la trasformazione
    Non si puo' dire di volere la pace e lasciare la societa' come e', con i privilegi, i pregiudizi, lo sfruttamento l'intolleranza, il potere in mano ai pochi.


    D. Dolci
    e' importante sapere che le parole non muovono le montagne, Il lavoro, l'impegnativo lavoro muove le montagne.

    N. Mandela
    Nessuno nasce odiando i propri simili a causa della razza, della religione o della classe alla quale appartengono. Gli uomini imparano a odiare, e se possono imparare a odiare, possono anche imparare ad amare, perche' l'amore, per il cuore umano, e' piu' naturale dell'odio
    Il perdono libera l'anima rimuove la paura. e' per questo che il perdono e' un'arma potente
    Il compromesso e' l'arte della leadership e i compromessi si fanno con gli avvresari, non con gli amici
    Coloro che affrontano i problemi con atteggiamento intollerante non sono adatti alla lotta
    Sapevo che l'oppressore era schiavo quanto l'oppresso, perche' chi priva gli altri della liberta' e' prigioniero dell'odio, e' chiuso dietro le sbarre del pregiudizio e della ristrettezza mentale. L'oppressore e l'oppresso sono entrambi derubati della loro umanita'
    Un vincitore e' un sognatore che non si e' mai arreso

    Cosa si dovrebbe fare per combattere la corruzione (23/01/2015)

    L'ammontare della corruzione in Italia e' di 60 miliardi l'anno (1). 60 miliardi che frenano la realizzazione di opere e servizi (un'opera pubblica in Italia costa il 40% piu' del dovuto a causa della corruzione), fanno aumentare i costi alle aziende e quindi i prezzi dei loro prodotti e servizi, distorcono la concorrenza mettendo in difficolta' le aziende rispettose della legge, tengono lontani dal nostro Paese gli investitori, non incentivano le imprese nella ricerca e nell'innovazione, favoriscono l'assunzione e le carriere di persone poco meritevoli e oneste, determinano crisi economica e disoccupazione.
    L'Italia e' il Paese con la maggiore corruzione in Europa (nella UE l'ammontare e' di 120 miliardi, l'Italia da sola contribuisce per il 50%) (1).
    Numerose sono le indagini della magistratura su questo triste fenomeno e grande l'attenzione di giornali e televisioni ma, malgrado tutto cio', la corruzione imperversa.
    E' piu' che evidente che la nostra normativa e' poco efficace. D'altronde basta pensare che in Italia solo 156 persone sono detenute per reati finanziari, mentre in Germania sono 8.600 (2), e che lo Stato ha recuperato solo 309 milioni dei 60 miliardi di euro (lo 0,5%) (3).
    Nel gennaio 2013 Libera e altre associazioni hanno lanciato la campagna Riparte il Futuro, proponendo una strategia in 7 punti, comprendente vari provvedimenti normativi.
    I punti sono i seguenti:
    1) Modifica del reato di voto di scambio, estendendolo a qualsiasi scambio di utilita' e aumentando considerevolmente le pene.
    2) Certezza della pena. La principale cosa da fare e' la riforma della prescrizione. In Italia ogni anno circa 165.000 processi si chiudono con la prescrizione. Si propone, quindi, di non conteggiare piu' i tempi del processo nel calcolo della prescrizione, impedendo cosi che gli avvocati tirino a lungo il processo per salvare l'imputato. Altri provvedimenti richiesti sono gli incentivi per i "pentiti" che aiutano a scoprire i colpevoli di reati corruttivi, l'aumento delle pene per tutti i reati corruttivi (traffico di influenze, corruzione ecc.), la confisca dei beni per garantire la restituzione del maltolto, l'abolizione dei vitalizi ai politici e dirigenti condannati.
    3) Ricostruire la fiducia in chi rappresenta le istituzioni, tramite una legge sul conflitto di interesse e l'istituzione della figura dell'agente provocatore per testare l'incorruttibilita' di politici e dirigenti.
    4) No alla concorrenza sleale: reintrodurre il falso in bilancio punendolo adeguatamente, norme chiare e pene adeguate per riciclaggio e autoriciclaggio, semplificazione amministrativa e controlli piu' efficaci per contrastare le "scorciatoie corruttive". 
    5) Aumentare la trasparenza delle istituzioni, degli eletti, dei partiti.
    6) Particolare attenzione a quei settori dove piu' facilmente si annida la corruzione: grandi opere (partecipazione dei cittadini nella valutazione dell'opportunita' e convenienza delle grandi opere, trasparenza sullo stato dei lavori, tempi, costi, appalti e subappalti), sanita' (criteri per le nomine, liste d'attesa, trasparenza per appalti), edilizia (lotta all'abusivismo e demolizione delle costruzioni abusive; valutazione dello stato economico, giuridico e qualitativo delle imprese chiamate a lavorare per la Pubblica Amministrazione), ambiente (introduzione nel codice penale dei reati ambientali).
    7) Tutelare chi denuncia corruzione e illegalita': norme che tutelino da possibili ritorsioni chi denuncia favoritismi e comportamenti corruttivi; premi a chi permette il recupero di somme sottratte al pubblico.
    Di tutte queste proposte per le quali oltre 700.000 italiani hanno messo la loro firma, solo due sono state approvate: la modifica del reato di voto di scambio (ma la pena e' stata ridotta a  4-10 anni invece dei 7-12 anni inizialmente previsti) e la norma sull'autoriciclaggio (anche questa in forma piu' blanda). Comunque due importanti passi. E di tutto il resto? Ne facciamo una brevissima storia.
    Nel marzo 2013, il senatore Grasso ha presentato una proposta di legge che rispecchiava le proposte di Riparte il Futuro. A giugno 2013 inizia la discussione in Commissione, che procede con grande lentezza e forti attriti. Nel frattempo la Camera discute della proposta di inserire alcuni reati ambientali nel codice penale e nel febbraio 2014 approva tale modifica del Codice. La legge e' ancora al Senato per la definitiva approvazione.
    Anche la modifica del voto di scambio ha un proprio iter separato arrivando all'approvazione definitiva nell'aprile 2014
    Ai primi di maggio 2014 il testo della legge Grasso finalmente approda in aula, ma molto annacquato rispetto al testo originario.
    Esplode lo scandalo Expo' e il Senato accelera  l'iter dei lavori (il 13 maggio viene approvata la discussione urgente del provvedimento: emendamenti entro il 22 maggio, discussione dal 27 maggio, approvazione per i primi di giugno).
    Il 18 maggio il Ministro della Giustizia dichiara che il Governo sta pensando di varare un intervento urgente contro il falso in bilancio e per aumentare i termini della prescrizione. Tali dichiarazioni di fatto stoppano la discussione sulla proposta Grasso (che viene rimandata al 10 giugno).
    Il 3 giugno il Governo chiede di sospendere la discussione sulla legge per avere un mese di tempo per varare una sua proposta. Il Senato acconsente.
    Il 30 giugno il Governo invece di una sua proposta "urgente" (un decreto legge) licenzia un pro-memoria in 12 punti di cose da fare sulla giustizia su cui apre una consultazione popolare di 2 mesi. Il pro-memoria e' il seguente:
    "1) Giustizia civile: riduzione dei tempi. Un anno in primo grado 2) Giustizia civile: dimezzamento dell'arretrato. 3) Corsia preferenziale per le imprese e le famiglie 4) Csm: piu' carriera per merito e non grazie alla ‘appartenenza' 5) Csm: chi giudica non nomina, chi nomina non giudica; 6) Responsabilita' civile dei magistrati sul modello europeo 7) Riforma del disciplinare delle magistrature speciali (amministrativa e contabile); 8) Norme contro la criminalita' economica (falso in bilancio, autoriciclaggio); 9) Accelerazione del processo penale e riforma della prescrizione; 10) Intercettazioni (diritto all'informazione e tutela della privacy) 11) Informatizzazione integrale del sistema giudiziario 12) Riqualificazione del personale amministrativo".
    Riparte il Futuro lancia la petizione "Zero Scuse" per il varo immediato della legge anticorruzione senza aspettare i tempi lunghi della riforma complessiva della giustizia.
    Settembre 2014, finisce la fase di consultazione ma ne' la riforma della giustizia ne' la legge anticorruzione vanno avanti. Grasso dichiara: "Mi chiedo quali interessi blocchino la mia legge sull'anticorruzione".
    2 dicembre scoppia lo scandalo "Mondo di mezzo" sulla corruzione e sulla mafia a Roma.
    9 dicembre Renzi annuncia un provvedimento urgente contro la corruzione. Tutti si aspettano un decreto legge, ma in realta' il Consiglio dei Ministri approva alcune proposte da innestare nel disegno di legge sul processo penale gia' approvato ad agosto 2014 dal Governo. Le proposte sono solo queste: l'aumento di pena per il reato di corruzione, la confisca dei beni per restituire il maltolto, la modifica del patteggiamento in modo che possa avvenire solo se ci si dichiara colpevoli e si restituisce il maltolto.
    La delusione di Riparte il Futuro e' grande. Ciotti il 15 dicembre dichiara "Ci sono delle forze che devono tutelare i loro giochi, i loro interessi; invece per il contrasto all'illegalita', alla mafia, alla corruzione, all'autoriciclaggio sarebbe veramente necessaria una radicalita', un impegno non solo nelle parole, ma nei fatti".
    Il 15 dicembre viene approvata la sanatoria per il rientro dei capitali detenuti all'estero, che all'articolo 3 introduzione nel nostro ordinamento il reato di autoriciclaggio.
    Il 7 gennaio 2015 il Senato riprende la discussione sulla proposta Grasso.
    Riparte il Futuro continua a raccogliere firme (www.riparteilfuturo.it).
     
    1) OLAF (Ufficio Europeo per la Lotta Antifrode) rapporto 2013.

    2) Institut de criminologie et de droit penal, rapporto 2013 (riportato su Corriere della Sera 27/1/2014)

    3) Corte dei Conti. Rapporto 2013  

    Uno strano mondo. Festeggiamo il Natale (23/12/2014)

    La spesa militare mondiale nel 2013 e' stata di 1.423 miliardi di euro (quasi 4 miliardi di euro al giorno). Lievemente meno dell'anno precedente (perche' gli Usa l'hanno ridotta del 7,8%) ma circa il 40% in piu' di quella degli anni '90. L'Italia e' al XI posto come spesa militare (27 miliardi di euro, 74 milioni al giorno), prima del Brasile e dell'Australia.  414 sono stati i conflitti, di cui 20 con carattere di guerra [1].
    In Italia circa 50.000 persone non hanno casa e vivono per strada. In maggioranza sono stranieri, il 10% ha una laurea, il 28% un lavoro che in media permette di guadagnare 345 euro al mese [2]. Nel Paese piu' ricco del mondo, gli USA, sono 800.000 [3]. Il numero dei senzatetto e' in crescita in tutti i Paesi ricchi: negli ultimi 5 anni a Milano sono aumentati del 70%.
    Aumentano gli episodi di intolleranza e di violenza verso questi poveri e le ordinanze che rendono piu' difficile la vita a queste persone (sanzioni per l'accattonaggio o il dormire per strada, sostituzione delle normali panchine con panchine dove e' impossibile sdraiarsi ecc.). Aumenta anche il favore verso questi provvedimenti e verso i partiti e i gruppi razzisti, xenofobi o che promettono di "ripulire la citta' di zingari, senzatetto, accattoni".
    Poveri e senzatetto si vergognano della loro situazione, la vivono come una colpa e gran parte della popolazione li disprezza, prova sentimenti di repulsione, di antipatia, di odio. Come se l'essere povero fosse una scelta e non una condizione disgraziata da cui e' quasi impossibile uscirne (chi assumerebbe un senzatetto?).
    Tra qualche giorno si festeggera' la nascita di Gesu' di Nazareth. E lo faranno in tanti, quasi tutti in Italia e nei Paesi occidentali. E cio' stride con la situazione descritta dai dati prima indicati, perche' Gesu' fu un nonviolento, un predicatore di pace e di fratellanza universale ("Amatevi gli uni gli altri" Gv. 13,34, "Amate i vostri nemici, fate del bene a chi vi vuol male" Lc 6,27); un povero, un senzatetto ("Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo" Lc. 9,58); uno straniero (figlio di Galilei - popolazione disprezzata dai Giudei - nato in Giudea, una regione straniera); una persona che ha sempre manifestato una scelta preferenziale per i poveri, gli emarginati, gli esclusi, che ha affermato che essi sono i prediletti da Dio ("Beati voi poveri" Lc 5,20); uno che ha gridato "Guai ai ricchi" (Lc 5,24), che ha affermato "Vendete cio' che avete e datelo ai poveri" (Lc 12,33), "E' piu' facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel Regno di Dio" (Lc 18,25), "Nessun servo puo' servire a due padroni: Non potete servire Dio e il denaro" (Lc 16,13); uno che ha affermato che il criterio unico per salvarsi e piacere a Dio e' il nostro comportamento verso chi e' nel bisogno "Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito" Mt. 25,35.
    Come e' possibile che si possa festeggiare la nascita di un simile personaggio, professarlo maestro, guida, salvatore, figlio di Dio e poi fare il contrario di quello che lui ha detto e fatto? Come e' possibile che la fratellanza, valore non solo cristiano ma anche laico (fraternite', egalite', liberte'), possa essere cosi negata nel nostro mondo?
    Per fortuna nella Storia c'e' sempre stata una minoranza che si e' battuta contro l'ingiustizia e la violenza, che non si e' fatta sedurre dal denaro e dal potere, che ha praticato concretamente la fratellanza, l'uguaglianza e la liberta'. E' questa minoranza che ha reso il mondo migliore. E' grazie a queste persone che la schiavitu' non e' piu' ammessa, che la democrazia si e' affermata in quasi tutto il mondo, che le donne hanno compiuto passi enormi di emancipazione, che sono state varate normative per tutelare i lavoratori, per dare assistenza ai malati e ai portatori di handicap, per aiutare chi e' in difficolta', per difendere dall'inquinamento l'aria, l'acqua, il suolo, per mettere un freno alla violenza e alla sopraffazione.
    Noi ci sentiamo parte di questa minoranza. Crediamo che le nostre piccole azioni e il nostro piccolo impegno non e' sterile proprio perche' sono state sempre le minoranze attive a innescare e realizzare processi di cambiamento. Festeggeremo con piacere e con coerenza la nascita di quel nazareno povero e mite, che tanto ha contribuito a cambiare in meglio il nostro mondo. E per questo auguriamo a tutti un buon Natale.

    Fonti: 1) SIPRI 2014; 2) ISTAT-Caritas 2012; 3) National Alliance to end  Homelessnes 2014

    Con chi bisogna prendersela? A chi bisogna togliere? (15/12/2014)

    La maggioranza dei precari ce l'ha a morte con i garantiti, i giovani con gli anziani, gli abitanti delle periferie degradate con rom e immigrati. Politici, opinion leader, giornalisti senza scrupoli soffiano per rinfocolare questi conflitti. A sentire alcuni di questi il problema principale dell'Italia sono i rom, oppure gli immigrati o i poveri che per riuscire a campare chiedono l'elemosina o chi dorme per strada. Questo seminare zizzania, odio, violenza ultimamente ha provocato episodi agghiaccianti: un senzatetto picchiato a morte, tentativi di linciaggio di immigrati, rivolte violente in alcuni quartieri. Questa rozza, cinica demagogia che individua nel diverso, nell'emarginato il nemico della nazione e il capro espiatorio dei nostri problemi e' una strategia gia' vista nella Storia e che ha portato a tragedie immane (il genocidio degli ebrei, degli zingari, degli omosessuali sotto il nazismo, il genocidio degli armeni, ecc.). Forse per questo riesce a conquistare solo una parte dei cittadini, spesso meno attrezzati culturalmente, ma non la maggioranza.
    Sembrano invece aver conquistato la maggioranza dei cittadini altri fittizi conflitti, presunti nemici.
    Spesso si sente parlare o si legge del conflitto tra la generazione dei giovani e quella dei "padri" (chi sa perche' "le madri" non compaiono). I primi che non riescono a trovare lavoro o una casa a prezzi accessibili o un mutuo e i loro padri, benestanti, privilegiati, spreconi. Ma e' così?
    Che la maggioranza dei giovani ha serie difficolta' a trovare un lavoro, una sicurezza economica, a progettare il proprio futuro, non ci piove. Ma la colpa e' veramente dei loro padri? Come si fa a mettere in una sola categoria sociale, quella dei "padri", i 5 milioni di pensionati con una pensione inferiore a 1000 euro al mese (350.000 con un reddito inferiore a 500 euro, quasi 2 milioni che percepiscono tra 500 e 750 euro mensili e oltre 2,5 milioni con una pensione tra 750 e 1000 euro al mese) e i 108.000 pensionati che percepiscono una pensione di oltre 8.000 euro al mese? Come si fa a mettere nella stessa categoria i 12 milioni di operai e impiegati con uno stipendio tra i 18.000 e 29.000 euro lordi annui e i 28.000 "padri" che guadagnano oltre 300.000 euro l'anno? Cosa hanno da spartire il giovane disoccupato figlio di impiegato con i giovani figli di Berlusconi? Il giovane precario col giovane "figlio di papa'", super-raccomandato e, per questo, gia' ottimamente sistemato? Come pensare che stiano dalla stessa parte?
    No, nella nostra societa' non esiste un conflitto tra giovani e padri, ma tra una gran parte dei giovani (precari, disoccupati, non garantiti ecc.) e una piccola parte dei padri e giovani (ricchi di soldi e privilegi e ben decisi a difenderli in ogni modo), tra una gran parte dei padri (operai, impiegati, disoccupati, precari, pensionati, artigiani, piccoli commercianti ecc.) e la medesima piccola parte dei giovani e padri ricchi di soldi e privilegi.
    Questi falsi schemi, queste mistificanti narrazioni della realta' sono fatte ad arte per non cambiare le cose, per incanalare la giusta rabbia delle tante vittime di questa societa' verso altre vittime, lasciando i ricchi e i privilegiati nel loro mondo dorato. A chi manca il necessario (un reddito per potere campare, un lavoro, una casa, la possibilita' di progettare il futuro) viene voglia di prendersela con qualcuno, con chi e' causa della sua situazione o con chi potrebbe dare un significativo contributo per risolverla e non fa niente, con chi dovrebbe cedere almeno un poco della sua ricchezza e dei suoi privilegi. E sono tanti a cui manca il necessario, per cui la situazione potrebbe diventare rivoluzionaria (non necessariamente violenta ma rivoluzionaria nel senso di una lotta di massa per cambiamenti significativi). Proprio per questo si fa in modo che i poveri e i non garantiti si facciano guerra tra loro, lasciando le cose come stanno.
    Un esempio concreto e attuale di questa strategia e' contenuto nel cosiddetto Jobs Act (la quarta riforma del mercato del lavoro degli ultimi 17 anni). Sicuramente e' una cosa buona che siano stati estesi alcuni diritti e tutele ai lavoratori precari (il sussidio di disoccupazione, la maternita' ecc.), ma lascia sconcertati che i soldi per garantire queste tutele saranno prelevati dai lavoratori in cassa integrazione. Infatti la nuova legge ha ridotto il numero di mesi a cui si ha diritto della cassa integrazione e ha ridotto l'assegno (da circa 1200 euro al mese a 700 euro al mese dopo un numero di mesi da stabilire).
    Insomma con chi se la devono prendere i precari? A chi devono togliere qualcosa? Ai lavoratori in cassa integrazione, ovviamente! Sono loro il loro nemico, sono loro che devono cedere il di piu' che hanno, non certo i grandi imprenditori, manager, dirigenti, super-pensionati, grandi evasori. Non certo i 28.000 italiani che dichiarano oltre 300.000 euro l'anno o i 2,7 milioni di proprietari di auto di lusso.
    La situazione richiede sacrifici. Ma i sacrifici li facciano i poveri, che ci sono abituati, non certo i ricchi che non hanno nemmeno idea di cosa significhi.

    L'Asilo sector Primero di San Salvador ha bisogno del tuo aiuto (16/12/2014)

    L'Asilo Sector Primero che raccoglie i bambini della baraccopoli sorta sull'ex discarica di rifiuti, si regge sul nostro finanziamento annuale. Per questo ti chiediamo di fare e raccogliere donazioni per l'asilo, di diventare sostenitore di questa bella realta' impegnandoti a versare ogni anno una quota, di proporci strumenti per raccogliere fondi e impegnarti con noi. Per rispondere alle richieste di Gerard e delle maestre dovremmo versare 10.000 euro entro fine anno. Se tutti ci impegniamo ce la possiamo fare. Il periodo natalizio ci puo' aiutare.
    Ti proponiamo di regalare ai tuoi amici e conoscenti quote di finanziamento dell'Asilo
    Puoi regalare :
    - quote di adozione dell'asilo (20, 50, 100 euro o quella che tu ritieni opportuna). Versi la quota sul nostro conto corrente e poi mandi un bigliettino di auguri (in allegato ce ne e' uno preparato ad hoc) con una frase come: "Quest'anno invece del panettone, che poi ti penti di aver mangiato perche' stai sempre a dieta, ti regalo un pranzo per una settimana intera … ai bambini dell'Asilo Sector Primero", oppure "So che ti piacciono i libri, ma non hai sufficiente tempo di leggere, percio' quest'anno ti regalo un intera fornitura di libri scolastici … ai bambini dell'Asilo Sector Primero".
    - il cd Una musica per … con musiche (canzoni, musiche per piano e per orchestra) di Pio e Umberto Russo Krauss, eseguite da Daniela del Monaco e Paolo Rescigno (costo 12 euro). Alcuni brani sono ascoltabili su www.giardinodimarco.it
    - il cd Laudate oppure Requiem con musiche di Pio Russo Krauss (costo 5 euro, alcuni brani ascoltabili sul sito dell'Associazione).
    I cd li trovi presso le botteghe 'E Pappeci (Via Orsi 72 e Via Monteleone 8  vicino Calata Trinita' Maggiore) o puoi chiederli con una mail all'associazione.
    - le nostre t-shirt con una vignetta piu' eloquente di un trattato sul sottosviluppo. Le t-shirt (5 euro) puoi chiederle inviando una mail a mail@giardinodimarco.it.
    - il libro di poesie "Intanto tu parlami" di Francesco Rucco (edizioni Marotta & Cafiero), 10 euro.
    Le donazioni possono essere versate sul ccp. 36982627 oppure sul ccb Banca Fideuram iban IT21G0329601601000064226269, ambedue intestando a Associazione Marco Mascagna, Via Ribera 1 80128 Napoli  e specificando nella causale "Asilo del Salvador".

     

    Per la UE salvare la vita a 58.000 cittadini europei non è una priorità (05/12/2014)

    "Ci impegneremo a intensificare gli sforzi per sviluppare, migliorare ed implementare la salute e la legislazione ambientale e promuoveremo gli investimenti per promuovere delle tecnologie sostenibili e rispettose dell'ambiente e della salute". Questo solenne impegno e' stato sottoscritto da tutti i Paesi della UE 4 anni fa al termine della Conferenza Intergovernativa su Ambiente e Salute.
    Per concretizzare questo impegno un anno fa la Commissione Europea ha approvato il Clean Air Policy Package (Pacchetto Aria), un pacchetto di misure per ridurre l'inquinamento atmosferico, il piu' grave problema ambientale che affligge l'Europa.
    Il Pacchetto Aria comprende vari provvedimenti, che la UE deve adottare:
    finanziamenti per le politiche locali di contrasto all'inquinamento atmosferico (ad es. piste ciclabili, potenziamento dei mezzi pubblici, creazione di ztl e aree pedonali, bike sharing ecc.)
    finanziamenti per un migliore controllo della qualita' dell'aria, nonche' per promuovere tecnologie innovative a bassa emissione di inquinanti
    possibilita' per i Paesi della UE di introdurre incentivi e disincentivi economici per migliorare la qualita' dell'aria e favorire le tecnologie a basse emissioni (ad esempio gravare di tasse i veicoli piu' inquinanti, offrire sussidi per abbassare il prezzo dei mezzi pubblici ecc.)
    revisione dei limiti di qualita' dell'aria
    limiti piu' rigorosi delle emissione massime dei veicoli a motore, dei piccoli impianti industriali e delle caldaie.
    Tutto bene, quindi? Si, se non fosse che pochi giorni fa la nuova Commissione europea ha deciso che il Pacchetto Aria non rientra nelle 10 priorita' della UE e che, quindi, la sua concretizzazione puo' aspettare.
    Si stima che l'adozione dei provvedimenti previsti nel pacchetto avrebbe evitato entro il 2030 58.000 morti premature (di persone sotto i 70 anni di eta') dovute all'inquinamento atmosferico e avrebbe comportato un risparmio della spesa sanitaria tra i 40 e 140 miliardi di euro. Inoltre vi sarebbero stati altri miliardi di euro risparmiati per minori danni agli edifici e all'agricoltura.
    Al contrario di altri problemi ambientali (rifiuti solidi, elettrosmog ecc.) tutte le ricerche scientifiche sono concordi sulla pericolosita' dell'inquinamento atmosferico, sulla sua capacita' di determinare tumori, malattie cardiovascolari, malattie respiratorie. Gli ultimi piu' accreditati studi stimano che solo in Italia ogni anno circa 60.000 persone muoiono a causa dell'inquinamento atmosferico. L'Organizzazione Mondiale della Sanita' classifica l'inquinamento dell'aria come "cancerogeno accertato per l'uomo". Varie ricerche dimostrano che i provvedimenti di restrizione dell'uso dei veicoli (ztl, ticket per circolare ecc.) sono efficaci nel ridurre l'inquinamento, come lo sono la produzione di veicoli o impianti meno inquinanti.
    Salvare la vita a 58.000 persone per la Commissione Europea non e' una priorita'. Una decisione assurda e cinica, frutto, probabilmente, di forti pressioni da parte delle aziende automobilistiche e del petrolio.
    22 associazioni mediche e ambientaliste italiane e numerosi scienziati che studiano gli effetti dell'inquinamento atmosferico hanno scritto un appello a Renzi, perche', come presidente del Consiglio dell'Unione Europea, prenda posizione contro la decisione della Commissione e si adoperi affinche' il Pacchetto Aria rientri nelle priorita' della UE.

    L'Asilo sector Primero di San Salvador ha bisogno del tuo aiuto (05/12/2014)

    Asilo

    L'Asilo Sector Primero che raccoglie i bambini della baraccopoli sorta sull'ex discarica di rifiuti, si regge sul nostro finanziamento annuale. Per questo il 25 novembre abbiamo organizzato lo spettacolo al Grenoble e ringraziamo tutti gli artisti – Daniela del Monaco, Antonio Grande, Marco Zurzolo, Alfredo Rizzi, Daniela Mattera, Sebastiano Cappiello, Antonella Ippolito, Clemi Regina, Valentina Fusaro, Antonio Ruocco, Ivan Gira, Titti Pepi e Lino Fusco – e tutti coloro che hanno contribuito alla buona riuscita dello spettacolo. Ma per mandare avanti l'asilo per un intero anno abbiamo bisogno di molti piu' fondi di quelli raccolti con lo spettacolo (circa 2000 euro). Per questo ti chiediamo di fare e raccogliere donazioni per l'asilo, di diventare sostenitore di questa bella realta' impegnandoti a versare ogni anno una quota, di proporci strumenti per raccogliere fondi e impegnarti con noi. Per rispondere alle richieste di Gerard e delle maestre dovremmo versare 10.000 euro entro fine anno. Se tutti ci impegniamo ce la possiamo fare. Il periodo natalizio ci puo' aiutare.
    Ti proponiamo di regalare ai tuoi amici e conoscenti quote di finanziamento dell'Asilo
    Puoi regalare :
    - quote di adozione dell'asilo (20, 50, 100 euro o quella che tu ritieni opportuna). Versi la quota sul nostro conto corrente e poi mandi un bigliettino di auguri (in allegato ce ne e' uno preparato ad hoc) con una frase come: "Quest'anno invece del panettone, che poi ti penti di aver mangiato perche' stai sempre a dieta, ti regalo un pranzo per una settimana intera … ai bambini dell'Asilo Sector Primero", oppure "So che ti piacciono i libri, ma non hai sufficiente tempo di leggere, percio' quest'anno ti regalo un intera fornitura di libri scolastici … ai bambini dell'Asilo Sector Primero".
    - il cd Una musica per … con musiche (canzoni, musiche per piano e per orchestra) di Pio e Umberto Russo Krauss, eseguite da Daniela del Monaco e Paolo Rescigno (costo 12 euro). Alcuni brani sono ascoltabili su www.giardinodimarco.it
    - il cd Laudate oppure Requiem con musiche di Pio Russo Krauss (costo 5 euro, alcuni brani ascoltabili sul sito dell'Associazione).
    I cd li trovi presso le botteghe 'E Pappeci (Via Orsi 72 e Via Monteleone 8 vicino Calata Trinita' Maggiore) o puoi chiederli con una mail all'associazione.
    - le nostre t-shirt con una vignetta piu' eloquente di un trattato sul sottosviluppo. Le t-shirt (5 euro) puoi chiederle inviando una mail a mail@giardinodimarco.it.
    - il libro di poesie "Intanto tu parlami" di Francesco Rucco (edizioni Marotta & Cafiero), 10 euro.
    Le donazioni possono essere versate sul ccp. 36982627 oppure sul ccb Banca Fideuram iban IT21G0329601601000064226269, ambedue intestando a Associazione Marco Mascagna, Via Ribera 1 80128 Napoli e specificando nella causale "Asilo del Salvador".

    La causa principale delle alluvioni e delle frane non viene affrontata (20/11/2014)

    L'Italia è stata funestata negli ultimi giorni da alluvioni e frane, come puntualmente succede appena si verificano piogge più abbondanti. E, come succede da molti anni, i diversi enti si rimpallano responsabilità, si promettono interventi risolutivi, si stanziano soldi. Ma puntualmente ad una nuova pioggia più abbondante si verificano nuovamente alluvioni e frane. Perché?
    Non dipende solo dal fatto che la conformazione geologica dell'Italia favorisce frane e alluvioni. Come ha detto il presidente dei geologici "la causa principale del dissesto idrogeologico è il consumo di suolo", cioè coprire il suolo con case, strade, capannoni, centri commerciali, parcheggi, ecc. L'impermeabilizzazione del suolo fa sì che l'acqua delle precipitazioni subito arriva nei torrenti e nei fiumi ingrossandoli oppure che arriva con troppa forza sul suolo permeabile incidendolo e favorendo le frane.
    Altra grave causa dei danni dovuti al maltempo è la presenza di case, industrie, strade nelle aree golenali, cioè in quelle zone circostanti il fiume che sono riempite dalle acque di piena. Come ha detto il presidente dei geologi "Il Bisagno (il torrente che ha esondato a Genova, ndr) si è semplicemente ripreso il territorio che gli spettava".
    Il consumo di suolo è in costante crescita in Italia, che ha il primato in Europa per produzione e consumo di cemento: negli anni '50 era del 3% all'anno, nel 2012 del 7%. E ciò malgrado l'incremento demografico si sia quasi arrestato negli ultimi 20 anni.
    Ogni secondo 8 metri quadri di suolo vengono cementificati. Negli ultimi 3 anni sono stati cementificati 720 Kmq, un'area pari all'estensione di Milano, Firenze, Bologna, Napoli e Palermo messe insieme.
    Ora ogni volta che c'è qualche alluvione o frana si parla di stanziare soldi per la difesa del suolo, ma non si parla mai di fermare l'impermeabilizzazione del suolo. Anzi Comuni, Regioni e Stato fanno a gara ad aumentare il consumo di suolo: i Comuni solitamente varando piani regolatori in cui si prevedono sempre nuove case, insediamenti, strade ecc.; le Regioni con leggi e delibere che incentivano nuove costruzioni, centri commerciali, assi viari, parcheggi, "valorizzazioni turistiche" ecc.; lo Stato finanziando grandi e piccole opere, concedendo condoni, tagliano risorse agli enti che tutelano il suolo e il paesaggio, varando leggi che permettono di derogare alle norme di pianificazione urbanistica e di tutela ambientale. Qualche esempio?
    Il comune di Pordenone (52.000 abitanti) prevedeva la costruzione di 8,7 milioni di metri cubi di nuovi vani; quello di Asolo (9.000 abitanti) la costruzione di 700 villette in collina; la giunta Alemanno la costruzione di 100 milioni di metri cubi di nuovi vani a Roma; quella di Siracusa la costruzione di 501 ville in collina.
    Il Piano territoriale della Lombardia, in questi giorni in discussione, prevede l'urbanizzazione di 55.000 ettari, più di quelli urbanizzati tra il 1999 e il 2012; la Regione Liguria il 20 luglio 2011 ha approvato una legge che riduce la distanza della costruzione di edifici dall'argine dei fiumi da 10 metri a soli 3 metri; il Veneto ha deliberato la costruzione di un centro commerciale di 715.000 mq e 2 milioni di metri cubi; la Regione Campania nell'agosto 2014 ha approvato una sanatoria dell'abusivismo edilizio.
    Lo Stato in questi ultimi 20 anni ha varato due condoni edilizi, il cosiddetto "Piano casa" di Berlusconi (ricordate? Quello definito "Padroni in casa propria", che permetteva di aumentare del 20-35% la cubatura delle case) e da pochi giorni il decreto Sblocca Italia, che vara una deregulation in materia urbanistica e consente che alcune opere (superstrade, metanodotti, pozzi petroliferi, ecc.) possano essere costruiti in deroga alla normativa urbanistica, paesaggistica e di tutela del territorio.
    Cadono così nel vuoto, non solo le proteste delle associazioni ambientaliste e dei comitati di cittadini (sempre accusate di "conservatorismo" e di volere impedire lo sviluppo economico), ma anche i richiami dei geologi e dei tecnici del Ministero dell'Ambiente: "Occorre investire sul patrimonio edilizio esistente, incentivare il riuso dei suoli già compromessi e la rigenerazione urbana, tutelare tutte le aree non edificate e non impermeabilizzate, anche in ambito urbano", "delocalizzare le civili abitazioni, gli edifici e le aziende site in aree a irrisolvibile rischio idraulico e limitare gli interventi strutturali laddove assolutamente necessario" [1].
    Invece che si fa? Si stanziano nuovi soldi per costruire argini più alti, briglie di cemento, muri di contenimento.
    Ma, questi interventi, "se non eseguiti adeguatamente e sulla base di attenti studi per valutarne l'impatto su scala di bacino, rischiano in molti casi di accrescere la fragilità del territorio piuttosto che migliorarne la condizione, e di trasformarsi in alibi per continuare a edificare lungo i fiumi e in zone a rischio frana"[2].
    Eppure in Parlamento giacciono da anni varie proposte di legge contro il consumo di suolo.
    Per fortuna il quadro non è tutto nero. Alcuni comuni, infatti, hanno varato piani urbanistici che prevedono zero consumo di suolo (anche il piano regolatore di Napoli non prevede aree di nuova urbanizzazione, poiché i nuovi interventi sono localizzati nelle aree industriali dismesse ad Est ed Ovest) e da poco la Regione Toscana ha approvato una legge urbanistica incentrata sul controllo drastico del consumo di suolo, non consentendo ai comuni di prevedere nuove aree di espansione, e finalizzando l'attività edilizia solo sulla riqualificazione, riuso, recupero e messa in sicurezza della città esistente.
    1) ISPRA - Ministero dell'Ambiente: Il consumo di suolo in Italia (www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/rapporti/il-consumo-di-suolo-in-italia)
    2) Legambiente, Protezione Civile: Ecosistemi a Rischio. Monitoraggio sulle attività delle amministrazioni comunali per la mitigazione del rischio idrogeologico, anno 2011

    Abolire il soccorso stradale per ridurre gli incidenti automobilistici? (14/11/2014)

    Il 3 ottobre dello scorso anno 366 persone morirono a poche miglia da Lampedusa. Quasi unanime fu lo sdegno. Il Presidente Napolitano disse: "Provo vergogna e orrore; è necessario rivedere le leggi anti-accoglienza". Letta parlò di "Immane tragedia", Renzi dichiarò: "Bisogna cambiare la Bossi-Fini: non funziona e alimenta le paure degli italiani".
    Noi della Marco Mascagna scrivemmo: "Temiamo che presto l'attenzione scemerà e tutto continuerà come prima: la commozione di pochi giorni lascerà il posto al cinismo di sempre. Lo temiamo perché sappiamo che negli ultimi 20 anni 6.835 persone sono morte in mare cercando di raggiungere l'Italia1. E la risposta a questa immane tragedia non è stata quella dettata da solidarietà, fratellanza, rispetto dei diritti umani, giustizia ma quella dell'egoismo e della demagogia".
    Il Governo Letta non cambiò la Bossi-Fini, ma sotto le pressioni della stampa, del mondo dei credenti (ricordate la visita del Papa a Lampedusa e i suoi ripetuti interventi) e dell'opinione pubblica, varò una nuova strategia - l'operazione Mare Nostrum - cioè un pattugliamento del Canale di Sicilia per intercettare anche fuori delle acque territoriali i barconi e così "garantire la salvaguardia della vita in mare» e «assicurare alla giustizia coloro che lucrano sul traffico illegale di migranti» . Sulle navi di Mare Nostrum è presente anche personale degli uffici immigrazione così da potere verificare chi ha diritto all'asilo o all'accoglienza e chi no (cosa che l'Italia in precedenza non faceva, contravvenendo a trattati, normative internazionali e perfino alla Bossi-Fini).
    Grazie a questa nuova strategia in un anno sono stati recuperati circa 100 mila migranti (di cui 9 mila minorenni), sequestrate 3 "navi madre" (quelle che trasportano i migranti a una certa distanza dalle coste per poi abbandonarli su barconi) e arrestati oltre 500 scafisti (nel 2012 gli scafisti arrestati sono stati 187 e, nei primi 9 mesi del 2013, 88) [2]. Non vi sono state più tragedie come quella del 3 ottobre 2013, migliaia di persone aventi diritto alla protezione sono stati accolti dall'Italia, secondo le normative internazionali e italiane.
    Quindi la nuova strategia ha dato risultati nettamente migliori delle precedenti.
    Ebbene dal 1 novembre l'operazione Mare Nostrum non esiste più. Il Governo ha deciso così. E ha deciso così perché dal 1 novembre è partita l' operazione europea "Triton", un'operazione che ha come obiettivo "il controllo delle frontiere europee" (quindi né il salvataggio di vite umane né la lotta agli scafisti, come ha ribadito il direttore dell'Agenzia Europea Frontex, titolare dell'operazione, che ha anche auspicato che l'Italia continui l'operazione Mare Nostrum). Il direttore ha precisato che i migranti recuperati nel Canale di Sicilia nel corso di Triton "saranno portati in Italia, perché non vale il principio della nazionalità dell'unità che compie il salvataggio" e che "l'impegno dell'agenzia finisce nel momento dello sbarco di queste persone sul suolo italiano".
    L'Europa, cinicamente, non ha voluto sostenere economicamente Mare Nostrum e il Governo italiano, cinicamente, ha pensato che la commozione è ormai passata e che non vale più la pena darsi da fare per salvare i migranti e arrestare i trafficanti.
    Proteste sono venute da molte associazioni ed enti umanitari (Caritas, Comunità di S. Egidio, Emergency, Federazione delle Chiese Evangeliche, Fondazione Migrantes, Libera, ARCI, ACLI, Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti ecc.), che hanno definito «irresponsabile», la decisione con cui l'Italia "si sottrarrebbe al dovere che grava sulle istituzioni, come su ogni singola persona, di trarre in salvo persone che si trovino in pericolo di vita»: una tale decisione "significa condannare migliaia di persone a una morte sicura".
    Qualcuno ha sostenuto che Mare Nostrum è stato un incentivo all'emigrazione. I dati sembrano contraddire questa tesi: i trafficanti di migranti hanno avuto la vita molto più difficile con l'operazione Mare Nostrum. Inoltre chi investe tutti i suoi miseri averi, si indebita, percorre migliaia di chilometri tra mille pericoli, mette a repentaglio la vita sua e dei suoi cari, perde ogni identità e dignità pure di sfuggire alla guerra, a un regime sanguinario, alla fame, mette anche in conto la possibilità di morire durante il viaggio e, malgrado ciò, non desiste. Come ha detto un esponente del volontariato "Pensare che abolendo il soccorso in mare si disincentiva l'immigrazione è come pensare che abolendo il soccorso stradale diminuiscono gli incidenti automobilistici". La Federazione delle Chiese Evangeliche ha fatto notare che il principale incentivo all'immigrazione sono le politiche economiche dei Paesi Ricchi nei confronti di quelli Poveri e il commercio delle armi: il primo causa della povertà e il secondo delle guerre.

    L'inerzia dei cittadini genera mostri (08/11/2014)

    Il decreto Sblocca Italia purtroppo è diventato legge dello Stato grazie all'ennesimo voto di fiducia (il 29° del Governo Renzi). Purtroppo a nulla sono serviti gli appelli e le manifestazioni delle associazioni ambientaliste (WWF, Legambiente, Italia Nostra, Greenpeace, LIPU, FAI, Salviamo il Paesaggio ecc.) e di quelle turistiche (es. il Touring Club Italia), il presidio a Piazza Montecitorio di rappresentanti di centinaia di comitati di tutta Italia, il parere contrario della Conferenza delle Regioni, il documento delle Conferenze episcopali di Abruzzo e Molise (due delle Regioni più tartassate dal decreto), gli appelli di intellettuali e cittadini. A nulla sono servite anche le riserve espresse dalla Banca d'Italia ("ripercussioni negative sui tempi e sui costi" della realizzazione delle opere) e dall'Antitrust e dall'Autorità Nazionale Anticorruzione. Nemmeno la procedura di infrazione contro l'art 5 del decreto (proroga delle concessioni autostradali) aperta dall'Unione Europea è servita a rivedere il testo.
    Crediamo che sia utile ricordare i principali punti di questo decreto.
    1) permette trivellazioni ed estrazioni petrolifere perfino nel Golfo di Napoli e di Salerno, nei Parchi Nazionali, nelle riserve naturali, nell'Adriatico. Invece di puntare sulle energie rinnovabili e sostenibili, le energie del futuro, il Governo punta su ipotetici giacimenti di petrolio che non saranno attivi prima di 10 anni e che presto o tardi si esaurirannoe, per fare ciò, mette a repentaglio il maggior bene dell'Italia: il paesaggio, il mare, la natura;
    2) permette che gasdotti, oleodotti, alcune strade e tratte ferroviarie possano essere realizzati in deroga ad ogni piano paesistico, urbanistico e di tutela e alla valutazione di impatto ambientale;
    3) incentiva la costruzione di nuovi inceneritori. In Italia il 20% dei rifiuti è incenerito, una percentuale perfettamente in linea con la media europea (22%). Il 20% è una quota considerevole, tenendo conto che la frazione a più alto valore energetico è pari a circa il 30% dei rifiuti e che questa è formata soprattutto da plastica e cellulosa, che è più conveniente ed ecologico riciclare. Oggi molti inceneritori del Nord Europa sono sottoutilizzati perché non ci sono abbastanza rifiuti da incenerire, perché raccolta differenziata e riciclaggio sono aumentati sempre più. Anche in Italia è in corso un notevole aumento della raccolta differenziata (nel 2006 eravamo al 26%, nel 2012 al 43%). Ma malgrado il trend crescente della raccolta differenziata, malgrado l'esperienza degli altri Paesi europei e le direttive della UE che stabiliscono che l'incenerimento deve essere un'opzione residuale, il Governo vuole costruire nuovi inceneritori anche contro la volontà di Regioni e Comuni;
    4) non dedica neanche un rigo alla costruzione di impianti di compostaggio, di cui l'Italia ha una enorme carenza;
    5) per alcune opere permette di derogare al codice degli appalti (sarà possibile usare la trattativa privata per opere dell'importo di 5,2 milioni di euro!) e alle norme sulle varianti in corso d'opera, spianando così la strada alla corruzione, all'aumento spropositato dei costi e allo spreco di denaro pubblico;
    6) invece di rilanciare l'edilizia orientandola verso il recupero dei centri storici, la riqualificazione delle periferie, il risparmio energetico, il decreto la rilancia con una sostanziale deregulation e con la possibilità di aggirare le norme urbanistiche e di tutela del paesaggio, dell'ambiente, dei beni culturali, della sicurezza grazie anche all'istituto del silenzio-assenso. E' noto, infatti, che le Sopraintendenze e gli uffici comunali non hanno sufficiente personale per svolgere i loro compiti, per cui è molto difficile che possano rispettare i termini; inoltre i funzionari non rischiano niente a stare zitti;
    7) permette per le nuove lottizzazioni di differire le opere di urbanizzazione (scuole, strutture sociali e sanitarie, aree verdi, attrezzature sportive, mercati ecc.), favorendo così la costruzione di nuovi quartieri dormitorio e periferie degradate.
    8) finanzia soprattutto il trasporto su gomma (il doppio dei finanziamenti previsti per le ferrovie, che riguardano soprattutto le TAV Napoli-Bari, Milano-Genova, Brescia-Padova, Brennero). E non stanzia nemmeno un euro per i trasporti ferroviari regionali (quelli più usati da lavoratori e turisti);
    8) permette la proroga delle concessioni autostradali in scadenza e l'affidamento di nuovi lavori alle società già assegnatarie. Ciò non solo è contrario ai principi della concorrenza ma si configura come un regalo a determinati gruppi economici fatto a spese dello Stato (per questo la UE ha aperto una procedura di infrazione);
    9) non è rispettosa delle norme della Costituzione sui beni ambientali e culturali. La Corte costituzionale si è già espressa 5 volte sulla inapplicabilità del silenzio-assenso ai beni ambientali e culturali. Eppure il decreto del Governo questo prevede. Come mai? Forse perché la Corte non si pronuncerà prima di un paio di anni e nel frattempo ci si può infischiare della tutela prevista dalla Costituzione;
    10) non è rispettosa delle norme della Costituzione sulla decretazione d'urgenza. I decreti legge possono essere emanati solo se sussistono "motivi di necessità e urgenza": in tutto il decreto non sono mai esplicitati questi motivi e alcune delle norme previste nel decreto entreranno in vigore a metà anno 2015. Inoltre, come la Corte Costituzionale ha specificato, il contenuto dei decreti deve essere "specifico, omogeneo e corrispondente al titolo". In questo lunghissimo testo (296 pagine) si parla di tutto: di strade, tratte ferroviarie, oleodotti, reti telematiche, inceneritori, pozzi petroliferi, aeroporti, dissesto idrogeologico, cimiteri, bonifiche, concessioni autostradali, digitalizzazione, burocrazia, fitti di abitazioni, requisiti per fare l'autotrasportatore, adempimenti antincendio nelle metropolitane, vendita di beni pubblici e perfino di un quartiere di una città (Bagnoli). Un guazzabuglio che non ha niente di "specifico e omogeneo e corrispondente al titolo".
    Ci chiediamo perché, malgrado tante voci autorevoli e tante critiche precise e argomentate, sia stato approvato e trasformato in legge un tale decreto.
    Uno dei motivi principali è l'inerzia di tanti cittadini.
    Una parte dei cittadini si disinteressa di cosa fanno il Governo e il Parlamento. Molti di questi si indigneranno e protesteranno quando tra Napoli e Capri staranno per costruire una piattaforma petrolifera o quando metteranno un inutile inceneritore vicino alla loro casa. Purtroppo questo tardivo impegno, molto spesso sarà fallimentare, proprio perché i giochi ormai sono fatti e bisognava attivarsi prima.
    Un'altra parte dei cittadini è invece rimasta inerte perché dà più importanza all'appartenenza ideologica che ai fatti. Se questo decreto l'avesse varato il Governo Berlusconi si sarebbero indignati e avrebbero protestato in molti modi, mentre si sta zitti e muti se lo fa il Governo Renzi. Crediamo che la partigianeria, da qualsiasi parte venga (destra, sinistra e centro), non sia una bella cosa e sia uno dei principali motivi di gran parte dei mali dell'Italia.

    Nero, perché non lo si vuole vedere e affrontare (28/10/2014)

    Raffaele Buonocore, 44 anni, sposato e padre di due figli, abitante a Soccavo, faceva il muratore.
    Lavorava per un'impresa edile caprese. L'impresa stava ristrutturando una villa a Marina Piccola a Capri e Raffaele Buonocore stava portando sulla spalla 40 Kg di materiale di risulta. Un peso quasi doppio di quello ammesso dalla normativa vigente (25 Kg). Il suo cuore non ha retto allo sforzo. Si è accasciato, ha chiesto inutilmente aiuto e, mentre lo portavano all'ospedale è morto.
    Qualche giorno fa è terminato il processo. E' stato accertato che lavorava a nero; che non era stato sottoposto a nessuna delle periodiche visite mediche previste dalla legge per gli operai edili; che era affetto da una malformazione cardiaca che rendeva estremamente rischiosi gli sforzi eccessivi; che non avevano chiamato subito il 118 perché era a nero e temevano grane.
    E' stato accertato, quindi, che se Buonocore non fosse stato un lavoratore a nero, non sarebbe morto. Se non era a nero avrebbe passato una delle visite mediche periodiche previste dalla legge e la sua malformazione cardiaca sarebbe stata evidenziata; non avrebbe portato un carico di 40 Kg; avrebbero chiamato immediatamente il 118, senza perdere minuti preziosi. Per questo il giudice ha condannato il titolare dell'impresa: 3 anni di carcere. Tre anni di carcere che, con la condizionale e la buona condotta, in realtà si ridurranno a 6 mesi.
    A quanto è stato condannato il proprietario della Villa di Capri che, per risparmiare qualche soldo dei molti che possiede, ha ingaggiato l'impresa edile più economica, quella che non paga i contributi ai suoi operai, né le visite mediche, che non usa mezzi e procedure previste dalla legge per prevenire malattie e infortuni? A niente. Si, nessuna condanna, nessuna